In questo medesimo anno, che fu il 1517, Andrea s'illustrò con nuovo gesto, il quale con volenteroso animo esporrò. Spazzando egli il mare con tre galere pervenne all'isoletta di Giannutri, dove avendo sorpreso tre fuste turche, di leggieri se ne impadronì: udito al tempo stesso dai prigioni come Gad'alì si andasse aggirando per le acque côrse con otto fuste ed una galea presa a Paolo Vettori ammiraglio di Lione X, succeduto papa a Giulio II, tornò a Genova, dove aggiunte alle quattro due galere governate da uomini di buona voglia, che la Repubblica li licenziò, si mise su le peste del Turco, e lo colse intorno alla Pianosa. Andrea sul punto d'ingaggiare battaglia si trovò con solo due galere delle proprie, però che le altre due soggette ai comandi di Filippino Doria si fossero messe a rimorchiare quelle della Repubblica, che guidate da gente nuova vogavano languido, e nondimanco con risoluto spirito si cacciò in mezzo allo sbaraglio. Se gli fosse mestieri adoperare virtù, non importa che io dica: per maggior disdetta fin dal principio della zuffa un colpo di archibugio lo colse nel braccio sinistro recandogli così acerbo dolore, che già stava per ritirarsi dal ponte, quando buttato via il bracciale e fasciatasi la ferita si sentì abile a combattere; ma comecchè lo facesse assai gagliardamente, tuttavolta troppo inferiore di forze durava fatica a difendersi: quanto a vincere egli era disperato, e la galea accanto a lui balenava come se non si potesse più sostenere. Filippino, visto lo stremo in cui si versava Andrea, lasciate indietro le galee della Repubblica, si abbriva con voga arrancata nel mezzo rinfrescando la mischia; però questo rinforzo, come bastevole a bilanciare le forze, non bastava per vincere; all'ultimo, avendo potuto pigliare parte alla fazione le due galere arretrate, la vittoria si dichiarò per Andrea, ma fu sanguinosa; dei nove legni turchi sette rimasero presi: due salvaronsi. Gad'alì cadde prigione; e si ricorda come quattrocento Genovesi e più vi rimanessero spenti. Se togli l'onore, che veramente per Andrea fu grandissimo, quanto a guadagno questa volta l'andò proprio fra corsaro e pirata, perchè dagli scafi in fuori non ci corse altro benefizio.

Continuando a rinterzare la vita di Andrea Doria con la storia della sua patria, anzi con quella della intera Europa, a me non fa mestieri discorrere quali e quante occorressero cause di emulazione, o piuttosto di odio tra Francesco I re di Francia e lo imperatore Carlo V; basti bene questo, che, finchè vissero, attesero ad osteggiarsi tirando pei capelli nella funesta contesa ora questo, ora quell'altro, e sovente tutti i popoli della Europa in cotesti tempi reputata civile.

Per tanto lo Imperatore, attendendo adesso ad abbassare la possanza di Francia in Italia, coloriva con onesta causa il disegno, intimando: il ducato di Milano a Francesco I Sforza si restituisse; e come senza venire al paragone dell'arme prevedeva non ci sarebbe riuscito, così conobbe tornargli di suprema importanza mettere un piede nella Liguria, massime in Genova per soccorrere le cose del Ducato dalla parte del mare, e come questa città, quantunque affrancata dal giogo francese, non paresse punto disposta di tirarsene addosso uno spagnuolo, egli s'ingegnò da prima coglierla alla sprovvista, e se non riuscì, la città n'ebbe obbligo alla buona guardia che Ottaviano Fregoso ci faceva d'attorno; e per allora si rimase; ma nell'anno che venne dopo, e fu il 1522, essendo prevalse le armi imperiali in Italia, mercè la sconfitta che i Francesi rilevarono alla Bicocca, riarse in Cesare la cupidità di avere Genova, tempestandogli intorno gli Adorni proffertisi nella rea opera servi agli stranieri a patto di dominare sopra i cittadini. Fermata tra loro la impresa, i capitani cesarei mossero ai danni della Repubblica con tutto il peso delle armi imperiali, e volle andarci anco Francesco Sforza per dare maggiore reputazione alla cosa: accampati sotto Genova, e disposte le artiglierie, i supremi capitani Colonna e Pescara mandarono dentro un trombetto ad intimare la resa, magnificando come si suole la potenza di Cesare da un lato, e dall'altro deprimendo quella della Repubblica.

L'arcivescovo Federico fratello al Doge, col pastorale nella manca e la spada ignuda nella destra, imperversava non si avesse ad accordare, bensì resistere finchè il fiato durasse. Più modesto Ottaviano chiamava i padri a consulta; dove il ventilare dei partiti protraendosi oltre la pazienza dei capitani imperiali, che sicuri del vincere si mostravano tracotanti, questi cominciarono a trarre con le artiglierie contro il bastione di Pietra minuta. Gli storici biasimando l'avventatezza di Federico danno lode di mansuetudine ad Ottaviano, e che questi fosse più onesto uomo del suo fratello non sembra che si possa negare; può darsi eziandio che il primo fosse spinto a procedere così acceso per causa interessata, ed il secondo da pretta generosità; non per questo l'opera di Ottaviano giudico deva anteporsi a quella di Federico, imperciocchè nelle consulte, massime nei momenti di pericoli, noi vediamo ordinariamente prevalere i partiti animosi, i quali pure come i più magnanimi riescono a prova i più sicuri. La quale cosa se accade da per tutto con maggiore frequenza che non si vorrebbe, non la scatta mai nelle città dove prevalgono uomini dediti alla mercatura, dei quali intento di vita essendo il guadagno, sembra loro che dove questo si arresti, cessino ad un punto le cause del vivere. Ed anche merita considerazione quest'altro che i conforti alle difese dell'arcivescovo si appoggiavano sopra plausibile fondamento, sapendosi come nella Provenza stessero sul salpare navigli in soccorso di Genova, e Claudio di Longavilla in procinto di calare dalle Alpi avrebbe costretto a sollecita ritirata i capitani cesarei, se pure non volessero perire affamati in mezzo a coteste balze della Liguria.

Un po' per disposizione propria, e un po' per lo schiamazzo delle turbe, la Signoria vinse il partito degli accordi; i quali, o per emulazione o per infingimento convenuto fra loro, il Colonna accolse ed approvò, respinse il Pescara, cui averla a forza riusciva più accetto, onde ordinava si tirasse innanzi e si ammanissero le scale. Pigliarono Genova gli Spagnuoli soli, ma la saccheggiarono Italiani, Spagnuoli e Tedeschi: vi si commisero le solite nefandità; ma i Genovesi, e questo dico a gloria di loro, secondo il solito non se ne dimenticarono, ed ogni volta che n'ebbero il destro si riscattarono. Lasciate dire chi vuole, la vendetta delle ingiurie recate alla patria è cosa santa; le offese fatte a voi, uomo, perdonate sempre; quelle a voi cittadino, non mai. Ottaviano Fregoso avendo la coscienza netta giudicò bassezza cansarsi, ma la coscienza non basta contro il maltalento; i nemici, fattolo prigione, mandaronlo ad Ischia, ove indi a poco periva: l'Arcivescovo suo fratello, in compagnia di parecchi gentiluomini, salì sopra le quattro galee di Andrea covigliandosi a Monaco, e quinci con molte ed onorate condizioni (e ci sarebbe andato per nulla) si condusse agli stipendii di Francia, per trovare, come disse, occasione di vendicare la patria mandata fellonescamente a sacco dagli Spagnuoli.

Poco dopo che da Andrea fu lasciato Monaco, vi accadde una tragedia nella quale si afferma, che egli pigliasse parte non piccola; e si ricava da questo. Sopra cotesto scoglio regnava Luciano Grimaldi, che lo aveva usurpato ammazzando a tradimento il fratello Giovanni, e la moglie e la figliuola di lui cacciando in esilio, e poi se lo tenne in santa pace andandogli a verso ogni cosa, lieto com'era di buona ed onesta moglie e di due figliuoli maschi Onorato e Francesco, sicchè Dio e gli uomini sembrava gli avessero rimesso il delitto: anzi aveva perfino tentato di ottenerne la quitanza espressa dal cielo, o a meglio dire dai sacerdoti, fondando il Convento di Carnolese, e sottoponendosi a tutto, tranne la restituzione del retaggio usurpato, e non gli valse; imperciocchè Tommaso Shidonio, meritamente oggi riverito per santo, gli disse sul viso, che ci voleva altro che conventi per espiare il fratricidio; se gli premeva la grazia di Dio incominciasse a placarne lo sdegno col rendere la roba rubata alla nipote. Luciano non gli dette retta, e siccome continuò a svolgersi per lui gioconda la vita, così ebbe a credere che il santo uomo non fosse, secondochè presumevasi, interprete genuino dei decreti di Dio: ma Dio non paga il sabato: in fatti, un dì che stava chiuso in consulta col suo nipote Bartolomeo Doria, dandogli le istruzioni di quanto avesse a procacciare per lui in corte di Francia, questi assalitolo alla sprovvista, lo spense di mala morte. A tanto misfatto non pare si conducesse Bartolomeo a cagione dell'antica nimicizia della casa Doria co' Grimaldi, però che questi assieme co' Fieschi si professassero guelfi, mentre i Doria con gli Spinola si ristrinsero sempre a parte ghibellina, imperciocchè coteste antiche divisioni fossero state sopite da nuove paci, da parentadi e da scambievoli officii; piuttosto sembra che lo tirasse pei capelli la cupidità, potendo chi possedesse cotesto scoglio pigliare occasione ad incremento grandissimo, stante il perpetuo rivolgersi delle cose italiane per le contese del re con lo imperatore. A Bartolomeo fece tronchi i disegni l'ira del popolo, il quale, commosso a pietà alla vista del cadavere di Luciano lacero dalle ferite, lo costrinse a fuggire; indi a poco sopraggiunse Agostino vescovo di Grasse fratello del trafitto, il quale da quel prete ch'era e genovese, da prima considerato come quello che pareva buono a pigliarsi forse ottimo a tenersi, non rese il principato alla nepote: e poi richiesto con pietose supplicazioni di misericordia da Bartolomeo rispose: avere perdonato Gesù ai suoi uccisori, poteva perdonare egli a cui a buon conto non aveva morto altri che il fratello; quando egli si riducesse a casa gli avrebbe restituito la grazia sua. Bartolomeo traditore, fidandosi non essere tradito, si commise nelle mani del vescovo: non andò guari che Bartolomeo disparve, e fu fatta correre la voce che avesse incontrato la morte assaltando il castello di Penna; ma il fatto stava che il dabben prete nei sotterranei del castello lo scannò. Andrea Doria, appena commesso il delitto, comparve con le sue galee alla vista di Monaco per entrarci dentro ad assicurare lo acquisto, ma, presa lingua che la trama era capitata a male, si trasse al largo non si facendo più vedere. Certo, per argomentare la sua complicità al delitto, simile indizio sarebbe poco; ma rimane una lettera donde si ritrae manifesta: però io confesso questa lettera non avere visto, nè lo scrittore, che la rammemora, ne riferisce per disteso il dettato[3].

Ai consiglieri del re di Francia piaceva Andrea che eseguisse, non piacque che consigliasse; difatti giunto ch'ei fu in Corte incominciò a predicare si soccorresse Rodi in quel torno combattuto da Solimano; ciò persuadere non pure il bene della cristianità, ma l'onore di Francia e la voce del sangue altresì, però che la più parte di coloro che tanto virtuosamente si travagliavano alle difese dell'isola, fossero Francesi; pensava averne plauso, ed invece rincrebbe a tutti; ai gentiluomini, come quelli cui talenta talora mostrarsi generosi, ma che altri li conforti ad esserlo e' l'hanno per rimprovero, e lo pigliano in uggia: ai consiglieri, per astio ripugnanti a dare occasione d'ingrandirsi ad uomo nuovo: al Re, che, sprofondato nell'odio contro lo Imperatore, metteva in non cale la cristianità, la Francia e tutto, ma non doveva parere, onde gli recavano molestia inestimabile quegli uomini e quelle cose che contribuivano a scoprirlo.

E poi non andò guari che i Francesi ebbero ben altro a pensare che a Rodi, imperciocchè l'ammiraglio Bonnivet respinto dalle Alpi, dava campo al marchese di Pescara, dopo allagato d'imperiali la Provenza, di mettere l'assedio a Marsiglia. Buoni e fortunati furono allora i servizii che Andrea Doria rese alla Francia col munire Marsiglia, e non una volta ma due, attentandosi a navigare fino ad Arles per cavarne provvisioni, non curato, anzi trovato Ugo di Moncada ammiraglio di Cesare che lo seguitava alla lontana, per la quale cosa gl'imperiali dopo quaranta giorni ebbero a partirsi dallo assedio di Marsiglia, che fu difesa strenuamente da Renzo da Ceri di casa Orsini, capitano illustre a quei tempi, e da un Libertà côrso, a cui non ingrati i Francesi posero lapidi, con iscrizioni commemorative la virtù di lui e la riconoscenza loro.

Ora accadde, che, mentre Andrea Doria scorrendo su e giù attendeva a spazzare cotesti mari, il principe Filiberto di Oranges, quel desso che più tardi capitano dello assedio sotto Firenze, rimase ucciso alla battaglia della Cavinana, venendo sopra un brigantino di Spagna, o sia che l'aere fosco gli togliesse il vedere o qualche astuzia ci adoperasse Andrea, si trovò in mezzo alle sue galee, dove non valendo difese, questi lo fece prigione a man salva. Il Principe quanto a cortesie, non ebbe niente a desiderare, ma instò invano di essere liberato con la taglia, però che il Doria sotto buona scorta lo spedì al Re, il quale lieto di sì nobile cattura, promise al Doria un presente di quindicimila ducati, che non gli dette mai.

Dopo ciò Andrea ridusse in potestà sua Savona, e s'impadronì di Varagine: in seguito, cominciando a imperversare la rea stagione, egli prese consiglio di ripararsi nel porto di Vado, pure stando su lo avviso se la fortuna gli mettesse dinanzi congiuntura di poter far qualche bel tratto; e la fortuna, amica ai solerti, glie la mise in questa maniera. A Don Ugo Moncada parve che conducendo un'armata fornita di tutto punto di diciotto galere spagnuole, avrebbe scapitato non poco di credito se in cotesto anno si fosse ridotto ai porti senza fare, o almeno tentare cosa alcuna di conto: preso lingua come il presidio di Varagine se ne stesse a mala guardia, colà navigando cautamente lo assalse alla sprovvista, e sul primo giungere sbarcò da tremila fanti spagnuoli. Si trovava dentro la terra Giocante Casabianca côrso, soldato vecchio uso a non isbigottirsi per poco, il quale, avendo animato con le parole, e meglio con lo esempio, il presidio a menare francamente le mani, ed il presidio non facendogli difetto, ne successe una molto fiera battaglia. Le galere spagnuole, tiratesi al largo per cagione del mare grosso che le spingeva alla spiaggia, cominciarono a trarre a casaccio empiendo di strepito la marina, non già di terrore la gente: il quale strepito, invece di recare danno al nemico, lo recò a lui, però che portandolo il vento fino a Vado, Andrea ebbe avviso della battaglia, onde sfrenate le galee in un attimo le spinse di furia in mezzo a quelle del Moncada sceme dei soldati: bastava tanto a farlo vincere, e pure lo favorì anco il vento: con facile vittoria ruppe l'armata spagnuola di cui solo tre galere riuscirono a scampare; ma egli alacremente perseguitandole le costrinse a investire sopra la spiaggia di Nizza; e nè anche allora le lasciò in pace, chè, calati subito gli schifi in mare ed empiutili di gente, si mise ad assalirle: senz'altro quelle pure erano spicciate se per caso non passavano di costà certe squadre di cavalleria imperiale, che corsero alla difesa delle galere spingendo i cavalli fin dentro al mare: allora Andrea si trasse indietro, pago di quanto aveva acquistato per cotesta vittoria, la quale rese chiara la prigionia dello ammiraglio Moncada, e di altri moltissimi così capitani come soldati spagnuoli.