Di libera far serva, si arrossisca,

Nè dove il nome di Andrea Doria senta

Di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.

Cotesta forse è setta generosa, non prudente, imperciocchè lo ufficio della storia stia soprattutto nella giustizia, e poi frugando le azioni dei trapassati insegnare ai vivi quello di cui devano fidarsi, e quello dal quale devano maggiormente aborrire; onde, per giudicare con proposito di Andrea, voglionsi inquisire questi punti, che partisconsi in due: circa l'ordinamento interno, e circa lo esterno. Sul primo preme investigare: quale il suo merito nella Riforma, e che cosa questa riforma valga, e quali benefizi partorisse all'ordinato vivere civile; quanto al secondo esamina: se per virtù sua liberasse Genova dai Francesi; conceduto che dai Francesi, se dagli Spagnuoli eziandio la liberasse; e se, toltole il giogo della servitù straniera, le imponesse il suo. Poteva egli operare diversamente da quello che operò? E potendo, provvide meglio alle cose della patria in cotesta maniera, che facendosene principe addirittura? Ebbe ingegno e cuore per comprendere e sentire la libertà della Italia intera? Altri gli ebbe in cotesti tempi? Poteva approdare in quel torno simile concetto e come? La fama del Doria non adombra ingiustamente la fama di altro più degno cittadino meritevole di essere richiamato alla grata memoria dei posteri?

Alla concordia egli non attese solo, nè meglio di altrui: a questi prima ch'egli ci pensasse provvide Ottaviano Fregoso per eccellenza della propria natura, e pei conforti di Raffaello Ponsorno segretario del pubblico, che in processo di tempo risegnato lo ufficio si fece frate; il quale Ottaviano volentieri consentì a dimettersi dal principato, e vedere la sua casa depressa eleggendo dodici cittadini con balía di riformare come e quanto reputassero spediente pel bene della patria. Gli si oppose, secondo che in altro luogo fu avvertito, il suo fratello arcivescovo di Salerno, il quale, come ai vili ambiziosi interviene, anzichè vivere libero, ebbe talento di servire a patto di dominare altrui. Tuttavolta non rimase interrotto il generoso concetto, che Stefano Giustiniano, e gli stessi Adorni continuarono a caldeggiarlo con soddisfazione non piccola della Italia tutta, e di papa Clemente in particolare, il quale persuaso da Agostino Foglietta (padre di Uberto, ch'io pendo incerto a salutare o più degno cittadino, o più arguto politico, gloria bellissima di questa nobile terra) ne scriveva spesso ed acceso ad Antoniotto Adorno. Ma per venirne a capo si opposero allora i tempi e gli uomini; però le vicende umane mutansi spesso; difatti i Francesi diventati signori della Liguria, volendo anteporre Savona a Genova, e dandone indizio manifesto col riscotere in essa il dazio del sale, e le altre gravezze, misero i Genovesi in cervello, che tra per questo, e per le ammonizioni di frate Marco Cattaneo, raumiliati, tutti si mostravano più che mai disposti a riconciliarsi col cuore per non iscapitare con la borsa. Il Trivulzio, o per bontà, o per manco di sagacia, e tuttavia costretto dai casi, barcamenava; onde non disfece i Dodici, che da Andrea furono trovati in piedi. Per ultimo è da avvertirsi che, questa smania di cacciare fuori dalle repubbliche le discordie, palesa o somma ignoranza o somma perfidia; dacchè non è mica male, che gli uomini appaiano di pareri diversi quante volte gli manifestino con modi civili; il male sta nelle violenze, e peggiori delle violenze nelle corruzioni, nelle calunnie e nelle frodi. I partiti, come vento in fiamma o in acqua, accendono la virtù cittadina, o commovendola, impediscono che si guasti; ed ognuno sa come Solone, il quale non solo fu legislatore, ma filosofo d'indole mitissima altresì, ordinava, che qualunque in Atene non si accostasse ad un partito uscisse come persona apatica e da niente. Però Andrea doveva regolare il moto, non già spegnerlo. Certo le guerre civili condussero a Genova la signoria dei forestieri, ma la pace del Doria fu la pace dell'antifona al salmo dei morti.

Per questa riforma la plebe rimase senza voce o parte alcuna nel governo, nè la plebe solo, sibbene anco il popolo, imperciocchè l'arroto annuale delle dieci famiglie popolane all'ordine dei nobili essendo facoltativo, il Senato lo cessò più tardi; non gli mancando pretesto nella imperfezione della riforma, che avendo omesso specificare quali arti dovessero accogliersi e quali rigettarsi, nel dubbio si asteneva da promoverne alcuna. Certo qualche privilegio al popolo, così infimo come mezzano, rimase, e lo rammenta la storia: così a mo' di esempio, il giorno della incoronazione del Doge, egli ebbe il diritto, entrato in palazzo, di contemplare a suo agio le mense del banchetto festivo; gli abati dei Valligiani del Bisagno poterono, la vigilia del natale, portare in dono al Doge il confogo, ch'era un ceppo di albero ornato di fiori e di fronde; due bovi addobbati di vermiglio a suono di musica lo traevano sopra la piazza ducale, dove il Principe dopo averlo asperso di vino con molta solennità lo bruciava; indi a poco, ricevuti non so che confetti, popolo e bovi se ne tornavano pei fatti loro. Principi e patrizi, finchè poterono, nè più onorati nè più larghi doni consentirono alle moltitudini. I medesimi patrizi genovesi ai Côrsi abitatori dell'Algaiola, i quali per mantenersi in fede della repubblica furono dai propri compatriotti da capo in fondo disertati, per ristorarli del sofferto eccidio e della miseria presente, concessero in virtù di amplissimo decreto accattare per Genova; un papa Corsini sopra i testoni fè incidere la leggenda: — li vedano i popoli e se ne rallegrino! — E ai tempi nostri un conte di Cavour porge esempio di quanto possa da un lato l'audace sfrontatezza, e dall'altro la pazienza e l'errore, scrivendo, al popolo non ispettare altro diritto da quello in fuori di chiedere la carità. Come il popolo questa esclusione patisse, quali umori generasse ora non è da dirsi; — solo accenno, che i popolani in compagnia degli aggregati non posarono mai, ed anco dopo molti e molti anni in odio di cotesta riforma e delle peggiori aggiunte congiurarono di ammazzare il doge, i governatori, la nobiltà vecchia, ed impadronirsi dello Stato. Il popolo per mezzo di uno Aurelio Fregoso tentò Francesco I granduca di Toscana a sovvenirlo, allettandolo con la promessa della signoria di Genova, nè questi se ne mostrava alieno, e lo faceva, se non lo impedivano le condizioni del paese, la vigilanza dell'oratore spagnuolo presso la Repubblica, e il ritorno di don Giovanni di Austria dalla vittoria di Tunisi. Carlo Botta, il quale scrive storie qualche volta con l'abbondanza di Livio, e sempre con i concetti di un missionario, s'inalbera contro il popolo genovese, ch'ebbe ardimento di torsi tarda vendetta ed innocente contro il suo simulacro, e sbalestra in parole contro di lui: dov'egli avesse, con senno, meditato la cosa, forse gli sarebbe parso come il popolo in quel punto saldasse al vecchio Doria la partita da tempo così remoto accesa sui libri della sua ragione, imperciocchè reietto il popolo, sotto pretesto di libertà, dal governo della Repubblica, prevalse un ordine peggiore del Centauro assai, il quale almanco, secondochè la favola porge, mezzo fu uomo e mezzo bestia, componendosi questo di due bestie intere patrizi e mercanti, senza dignità come senza onore, e piuttostochè ad ira movono a pietà le parole del Botta, se si pensa com'egli in altre storie racconti le prodezze di cotesta nobilea istituita dal Doria, la quale non rifuggì da recarsi a Parigi per chiedere a Luigi XIV perdono di avere avuto ragione, e dopo consegnata ai Tedeschi Genova, con le braccia in croce supplicava il popolo di non mettere a cimento la sua vita per non porre essa in pericolo le sue genovine; onde il popolo, avvisando che se la sua virtù non era, la viltà non salvava, con alte voci ammoniva: — armi, armi ci vogliono, non parole; dateci le armi, e se non vi volete salvare da voi altri, vi salveremo noi, e voi con noi. — Nobilea, la quale meritò che Giovanni Carbone, servitore della osteria della Croce bianca, nel riportare al palazzo le chiavi della porta di San Tommaso, dicesse al doge Giovanfrancesco Brignole Sale: — signori, queste sono le chiavi che con tanta arrendevolezza essi hanno dato ai nostri nemici; procurino in avvenire custodirle meglio, perchè noi col nostro sangue le abbiamo acquistate. — Nobilea, che stava in palazzo tremante a consultare il modo di mettere fuori il terzo milione di genovine con quel più che chiedeva l'avara crudeltà del Cotek, mentre garzoni di osteria, pattumai, pescivendoli, fognai, facchini, di ogni maniera plebe, chiedeva armi per combattere, e la nobilea le negava, sicchè prima fu mestieri combattere per avere le armi, poi per adoperarle contro il nemico.

Anzi, comecchè la riforma fosse ordinata a beneficio dei nobili vecchi, nè manco essi furono contenti, e forse taluno aveva ragione: in fatti dichiarando alberghi quelle sole famiglie, che tenevano sei case aperte, si guardò piuttosto alla potenza, che al merito, onde parecchie rimasero escluse delle più illustri, mentre altre sorte su da piccola gente ci furono ascritte: per la quale cosa non tutte le ventotto designate accettarono farne parte; ricusarono cinque, e lo strano cumulo o aggregazione successe veramente per ventitrè[24]. Se cosiffatta comunella di famiglie avesse potuto alla lunga attecchire ignoro; certo è che nè questa, nè altre cose si operano per legge, se i costumi repugnano, ed a Genova sembra i costumi repugnassero. Di vero la distinzione di nobile vecchio, e di nobile aggregato disparve, come nota argutamente Foglietta, dalla sopraccarta delle lettere, non già dai cuori: durarono entrambi corpi separati ed emuli fra loro. Gli aggregati, non potendo mai spogliare il nome antico pel nuovo, ne presero due; bene ordinava il Senato ne adoperassero un solo, quello dello albergo a cui vennero aggregati, ma non faceva frutto. Le antiche case rifuggivano dal mescersi per via di nozze con le nuove: ogni commercio evitavano; le jattanze delle donne e dei giovani gli umori di già alterati inciprignivano. A dimostrazione di odio, e di paura nei nobili vecchi di restare in processo del tempo confusi co' nobili pensarono una sottigliezza, la quale fu questa: sotto pretesto di conservare le proprie sostanze, diedero opera a comporre gli alberi delle famiglie procurando li confermasse il Senato: in simile faccenda i Lomellini procederono più accesi degli altri; ma il Senato, accortosi del tiro, se ne astenne: allora ricorsero ai Tribunali con varie industrie procurando sentenze, che gli ratificassero: avvisati i Giudici tacquero: e tuttavolta anco questo non valse, imperciocchè (strano a dirsi!) colui il quale, a fine di concordia, cotesta riforma ordinava, meno degli altri pregiavala, ed attendeva ad adempirla; di ciò porge prova manifesta il suo testamento, dove in più luoghi Andrea vieta alle donne della propria famiglia le nozze co' nobili ascritti; nè i nati da cosiffatti sponsali egli accetta eredi in mancanza di discendenti maschi. I nobili vecchi avevano grande entratura nelle corti dei principi, massime nella spagnuola, dove patrizi ad un punto e mercanti sapevano procurarsi di grossi guadagni per rimanerne poi scottati più tardi; intanto poderosi di aderenze e di ricchezze fabbricavano palazzi magnifici; vivevano alla grande; superbia ostentavano pari al fasto, e per avventura di più. Gli uffizi da prima non si partirono a mezzo tra nobili vecchi e nobili nuovi, però che le divisioni non ci avevano più ad essere, anzi tutti insieme formare un ordine solo; ma durò poco, e questo spartimento ebbe a farsi quasi subito, non per legge, ma per consuetudine; e fu solo nel 1545, quando in virtù dell'alternativa dovendosi eleggere dall'ordine dei nobili vecchi il Doge successore a messere Andrea da Pietrasanta, i nuovi la spuntarono, facendo uscire Giovanni Battista Fornari, che pure era dei loro. I vecchi in cotesta occasione misero innanzi, che ciò che si era fin lì osservato per pratica, con legge si confermasse, tempestando con minacce, che si sarieno dati a principi forestieri, e magari anco al diavolo, a patto di non trovarsi soperchiati dai popolari, chè per essi popolani e nobili nuovi formavano tutta una pasta. Rimasero vinti, e per allora, comecchè la provassero ostica, la masticarono, ma non la ingollarono mai; più tardi tornarono a far rivivere le covate pretensioni, e la sgararono.

Potevano i nobili nuovi contentarsi della riforma, e tuttavia anch'essi ne vivevano di mala voglia; sia perchè lo spregio in che si vedevano tenuti dai vecchi gl'inaspriva, sia perchè vivono irrequieti nelle città tanto quelli, che patiscono la offesa, quanto gli altri, che la fanno; i primi smaniando ricattarsi; i secondi paurosi di rendere il mal tolto con la giunta; donde accade, che la disuguaglianza non si potendo mantenere per ragione, si mantenga per forza, e per forza chi la sopporta s'ingegni levarla via, e siccome la vendetta non piglia mai per consigliera la temperanza, così a prepotenza vecchia subentra prepotenza nuova, ed i privati, muniti di armi, e intesi a valersene, fanno sì che la città rimanga debile e disarmata.

Errori di questa riforma furono: escludere il popolo dal reggimento dello Stato, e la prosunzione di costringere in miscela impossibile due ordini di cittadini: mentre questa concordia si aveva a trovare lasciando a ciascheduno ordine facoltà liberissima di trasformarsi in un altro o per merito di virtù, o per favore d'industrie felici, ed intanto assegnare ad ambedue la sua equa parte nel governo della patria. Se si potesse torre di mezzo ogni distinzione tra uomini ridotti a vivere insieme in comunanza civile sarebbe bene, forse; ma torla via parmi impossibile; però riesce fastidioso assottigliarci il cervello a indagare quello, che fosse per avvenirne: pigliamo dunque questa convivenza umana quale ci si presenta, ed ordiniamola pel meglio. I Romani in quale modo si abbia a fare praticarono felicemente un tempo; poi l'obliarono, e quello che accadesse fra loro, e fra i Fiorentini, i quali non l'obliarono, perchè non lo seppero mai, il Machiavello avvertì.

E fu errore eziandio di questa riforma, assegnare le cariche supreme dei 300 del Consiglio grande, e dei 10 del Consiglietto, all'Ordine, non alla persona, tirandole a sorte; donde accadeva, che uscissero uomini spesso incapaci. Errore concedere diritti, esenzioni, o privilegi agli ordini dei cittadini, imperciocchè la uguaglianza loro di faccia alla legge si possa mantenere, e però si deva. Insomma se la sera il dì, e il fine lauda la impresa, bisogna dire, che da questa riforma nacquero nuovi mali, e fu impedito rimediare agli antichi.