Ora, trapassando ad altra disamina, diremo, che avendo di già esposto con quanta agevolezza venisse fatto ad Andrea impossessarsi della città, parrebbe insania paragonarlo in questo a Cammillo, ad Arato, a Pelopida, o a Trasibulo; nulla in questo fatto ti apparisce, che sia da lodarsi per magnanimo ardimento, o per aperta virtù, o per astuta ferocia. Inoltre i Genovesi, quanto furono facili fin lì a tirarsi addosso il dominio straniero, altrettanto si mostrarono valenti a buttarselo giù dalle spalle, quante volte lor piacque: in ogni caso il merito nuovo di Andrea per avere cacciato i Francesi adesso, varrebbe a bilanciare il demerito antico di averceli introdotti. Certo parecchi cittadini dei maggiorenti, e taluno anco suo consorte lo intimarono con prieghi e con minacci a levarsi da cotesta impresa di liberare Genova, ed invece di gratitudine e di gloria gli promettevano aborrimento ed infamia: questo non si può negare, ma è vero altresì, che troppi più lo chiamavano; ed egli avrà provato allora, come noi adesso proviamo, che i codardi sono più pronti a impedire, che gli animosi a fare.
Liberato che ebbe Genova dai Francesi, che cosa fece egli mai se non renderla mancipia degli Spagnuoli? Di ciò la storia somministra in copia riscontri. Notabili questi: al primo patto stipulato fra Andrea e Cesare per la sua condotta, il quale si versava intorno alla libertà di Genova, lo Imperatore rispose succinto: — piace e così si faccia in buona e valida forma. — Ora essendo stata questa condotta prorogata per due anni a Bologna, il 10 Marzo 1530, Cesare crebbe di proprio moto lo stipendio ducati 500 per ogni galera, con che però Andrea pensasse a provvederle di polvere e di palle a conto suo; dopo il leccume egli così di straforo l'accettazione semplice del primo patto muta con parole agguindolate, le quali a tempo e luogo porgono il filo per convertirle in lacciuolo: — e s'intenda, che cotesta repubblica, e i cittadini, e giurisdizione suoi sieno conservati e mantenuti, purchè osservino, e conservino la nostra autorità, e preminenza imperiale[25]. — Lascia da parte, che dell'alterata forma non si accorse Andrea, e minor bruscolo, che 6500 ducati all'anno non sono, basta ad offuscare la vista; tu, per poco che ci posi la mente, conoscerai come Genova sia serva in mano al Doria per assoggettarla altrui. Anzi l'uno serviva all'altro; il Doria, con la reputazione dello Imperatore, si teneva sottomessa la Repubblica, ed in cotesto strano reggimento si confermava: lo Imperatore per converso, con la reputazione del Doria, e il favore dei suoi partigiani, si conservava divota la città. Di vero, o ch'era mai il Doria, se avesse liberata veramente la patria, per istipulare in privata scrittura, e affatto speciale ai suoi interessi lo Stato di lei? I cittadini, pigliando la cosa sul serio, non volevano più che l'oratore cesareo stesse a Genova nel modo di prima, al quale effetto spedirono Vincenzo Pallavicino a Montobbio dandogli per commissione di dissuadere don Lopez oratore di S. M. cesarea a venirci, procurando però di adoperare parole e modi i più acconci a non isdegnarlo[26]: l'oratore non gli dette retta, e ci andò, e dopo lui altri, e comandavano a bacchetta; più tardi Carlo V volle rimurare la fortezza ed introdurci presidio spagnuolo, e il Doria tentennò quasi assentendo; poi, fatta migliore considerazione, si oppose; ma per suo utile; imperciocchè, fino a tanto che Genova per suo mezzo rimaneva subietta allo Imperatore, fosse mestieri con esso lui trattare come confederato, mentre che se lo Imperatore vi dominasse direttamente, la città acquistava forze proprie a scapito suo, ed egli si riduceva in condizione di suddito pari ad ogni altro. Lo Imperatore, lasciando correre, operò in guisa, che Genova gli restasse attaccata con due maniere d'interessi diversi tra loro gelosi, e nondimanco costretto a vigilare l'un l'altro per mantenerglisi in fede; i quali furono, gl'interessi dei nobili adescati in Ispagna con la ingordigia dei guadagni, mediante i traffici, e con la paura del perdere i presti, che aveva cavato da loro, porgendo una fama credibile come taluno dei nobili genovesi gli andasse creditore niente meno che di un milione di oro; grossa somma ai tempi nostri, a quelli ingentissima: l'altro interesse fu quello del Doria preso dai doni, dal soldo, dalla grandezza della sua casa fondata sopra uffici e feudi di provenienza imperiale, e posti su quel dello impero. D'ora in poi Genova non ha più vita propria, ed anco si mostra intaccata dentro come chi patisce del male del tisico. Fuori veruno la rappresenta, e se il re di Francia chiederà più tardi gli mandino ambasciatore Luigi Alamanni, e la facultà di servirsi, egli ed i confederati suoi, dei porti della Liguria, il Doge ed il Senato circa l'oratore risponderanno: temere, fra questo e lo ambasciatore cesareo non fosse per uscirne contesa; liberissima essere Genova: tuttavia fresca della riforma, ed aderente a Cesare; però dovere innanzi tutto devozione a lui, onde sembrava spediente senza il suo consenso non aversi a movere foglia: quanto ai porti si serva, ma badi bene; Turchi non se ne vogliono; e poichè il Re aveva messo avanti non so che parole di danaro, anco a questo con breve sermone risposero: la borsa pubblica vuota, piene quelle dei privati, ma su questo non avere la Signoria potestà veruna. Celebri sempre i Genovesi per anteporre l'utile privato al pubblico, e ne lasciarono esempio miserabile nella formazione della propria città, dove, ad ogni piè sospinto, tu miri come il cittadino, invece di mettere la sua casa in guisa che la città se ne ornasse, pigli un pezzo di patria per accomodare la sua casa. Adesso poi gl'intelletti si chiudono così, che il Veneto sagace referendo al suo Senato la condizione di Genova di cotesti tempi notava con parole piene di sapienza civile: — circa alla forma poi del governo fuori dello Stato, in questo non essendo loro accaduto necessità di trattare con gli altri Stati, nè potentati, eccetto che col re Filippo, il quale si è sempre mostrato loro assai comodo, et oltre a questo non essendo loro occorso di maneggiarsi altramente, non si possono promettere, che in ogni caso potesse esservi un numero di persone esercitate in simili governi, ma si ha da sperare, che la necessità partorirebbe virtù ed ingegno[27]. — E, come si chiudono gl'intelletti, avvizzisconsi i cuori, sicchè a noi Italiani non rimane altra balía che di venire a turpe gara di titoli e servitù, come scrisse quella intemerata coscienza dei tempi nostri Giovambattista Niccolini; e valga il vero, Jacopo Bonfadio, che pure piaggiava la nobilea genovese, ci descrive a questo modo la preclara cortesia accaduta fra Giovambattista Lercaro spedito in compagnia di Francesco Fiesco e Niccolò Giustiniano alla incoronazione dello Imperatore a Bologna, e gli oratori francesi e sanesi. Mentre Carlo V, addobbato degli arredi imperiali esce da una cappella per entrare in un'altra a sentire la messa, ecco occorrergli gli oratori sanesi, e pretendere la precedenza. Il Lercaro non la intende e contrasta; il maestro delle cerimonie, udito il piato, giudica in pro dei Sanesi: non per questo il Genovese lascia la presa, anzi perfidia allegando non so quale decreto, in virtù del quale lo Imperatore antepone i Genovesi ai Fiorentini; però i Sanesi inferiori a questi non aversi a pigliare in considerazione: allora Carlo infastidito, invece di uscire ultimo, esce primo, e gli oratori dietro alla rinfusa: ma la cosa non finiva qui; entrati nella cappella maggiore, l'oratore di Ferrara vieta al Lercaro di salire sul palco, e il Genovese senza badargli tira di lungo; di qui rumore da capo: allora il Papa comanda al Ferrarese, taccia; quegli per obbedienza tace, ma subito gli sottentra nella lite l'oratore di Siena, e il Lercaro, ch'è, che non è, gli appiccica una solenne ceffata; un compagno del Sanese sopraggiunge alla riscossa, e ghermita la cappa del Lercaro gliene straccia fino in fondo un gherone; per lo che inviperito il Lercaro gli mena tale col piè sinistro un calcio, che colui ranchettando esce di chiesa piagnoloso per dolore: — cotesto fatto, conchiude il Bonfadio, fu per il Lercaro bellissimo et onorevolissimo, però che egli avesse in quel giorno con le mani, co' piedi, e con la lingua difeso le ragioni della Repubblica. — Se il Bonfadio, scrivendo così, piaggiava bassamente, o, come credo piuttosto, irrideva malignamente le miserie della patria, certo una giusta Nemesi lo trasse più tardi al patibolo infame.
Dove andò Genova? Quella Genova, che durante la guerra pisana aveva messo in assetto 627 navigli, e nella veneziana 165 galere con 45000 Genovesi, di cui ottomila vestiti di oro e di seta? Al partirsi della libertà, il demonio del male si rovescia sopra di lei come sopra di un'anima dannata; i commerci arricchiscono pochi, e l'universale languisce; la fame ci si dà la muta con la peste, e spesso desolano di conserto la città; di qui un nugolo di ladri come sorci notturni, e come sorci frequentatori di fogne, che adesso cominciano a munire con grate di ferro; incendii spaventevoli, e moti di mare, che, minacciando sobbissare la Liguria, sforzano i magistrati, venuta meno ogni provvidenza umana, di ricorrere alla divina. Menate in processione le reliquie di San Giovambattista placaronsi i flagelli, così affermano gli storici tutti, però che allora tutti fossero bigotti o fingessero. Gesti contro ai pirati se ne fecero, ma pochi, e piuttosto in utile dei privati che della città: tali i fasti della repubblica di Genova, dopo che con falso nome di Libertà venne posta nella subiezione di Carlo imperatore di Austria e dei suoi successori. Mette sgomento nel cuore a vedere quella robusta natura del Doria studiarsi, con ogni maniera bassezze, a convertire il suo palazzo di Genova in locanda per comodo dei suoi imperiali padroni; e lui locandiere non solo, bensì soprassagliente, nella gravissima età di ottantaquattro anni, per menare incolume nella Italia, sopra una stupenda quinquereme, Filippo di Spagna che il mondo nomò demonio meridiano. Contrista profondo considerare come nel suo testamento, allorchè i casti pensieri della tomba arieno a purgare l'anima dell'uomo con la virtù di un secondo battesimo, Andrea, non pago del proprio servaggio, scongiuri ed ammonisca gli eredi e successori suoi a servire il cattolico Re di Spagna, e delle Sicilie[28]: e Giovannandrea, che subito gli tenne dietro, dopo avere per quanto gli bastò la vita compiuto il legato di Andrea, presso a morte anch'egli commette all'erede procuri mantenere il suo palazzo sempre in assetto così, che possa servire di albergo ai padroni, che passeranno per Genova. Nè mancò allora un Bonfadio, come ve ne ha dovizia anco adesso, il quale, adornando con istile di retore la tristizia dei tempi, a quel modo che si costuma co' fiori ai defunti, diceva: — indi in poi si attese meglio alle azioni civili et alle buone arti della pace, le quali indubitatamente si devono anteporre agli studi della guerra. — Così scambiandosi le carte in mano, lodaronsi sempre gl'inciviliti cui ozio con vergogna talenta meglio di libertà con travaglio.
Egli allora non poteva farsi tiranno, però che quantunque fosse stata la sua, in ogni tempo, potentissima casa, e tuttavia durasse, pure non n'era egli mica principale nè capo. La libertà poi impartiva vita alle nostre repubbliche come l'anima ai corpi umani, ed a morire si provavano dure: in fatti perchè i Medici potessero togliere la libertà a Firenze ci fu mestieri una sequela di uomini insigni di varie virtù tutte volte alla dominazione, ricchezze eccessive, Stato a poco a poco soverchiante la uguaglianza civile, subiezione dei vari ordini di cittadini per via di presti, e di ogni altra maniera comodi; parecchi cardinali, e due papi. Inoltre, e parmi questa considerazione capitale, perchè Andrea venisse a capo nella impresa di levare Genova di sotto alla dominazione della Francia, aveva necessità che i patrizi del suo paese prima e dopo lo sovvenissero: ora è da credersi, ch'eglino si sarebbono tirati indietro dal pericolo di cimentarsi col re Francesco, e da mettere a repentaglio vite e sostanze pel fine unico di barattare la servitù di Francia con la domestica; la quale, a cui la prova, riesce così amara che poco più è morte. Alla tirannide domestica bisogna ammannire di lunga mano il fondamento e con astuzia grande. Intanto notiamo come le arti di Andrea somigliassero quelle degli altri cittadini che all'ultimo si misero la patria sotto; la nostra storia c'insegna che quando una parte, per abbattere l'altra, ha conferito soverchio potere ad una famiglia, o ad un uomo, ovvero ha sofferto che con vari colori, comecchè in apparenza onesti, se lo pigli, ha pagato cotesta gioia infelice a prezzo di libertà; di ciò porgono testimonianza gli Scala, i Carrara, i Visconti, i Baglioni, i Bentivogli, i Petrucci, e senza aggiungere nomi i tirannelli d'Italia quasi tutti; poi, quando si vuole riparare al male, difficilmente si può, chè negli animi entra la paura, e l'interesse assidera il cuore; in ispecie se il tiranno proceda industrioso a blandire, e risoluto a percotere senza badare a rispetti.
Così Andrea, spente le fazioni Adorna e Fregosa, legò Genova al carro della sua fortuna, onde questa città, principalissima del Mediterraneo, oggimai non poteva più operare contro di lui, ma nè anco diverso da quanto a lui talentasse.
Genova, in ordine agli antichi instituti, aveva a mantenere negli arsenali venticinque galere con le ciurme sforzate in punto, e da parecchio tempo ella ne possedeva alcune poche a custodia del porto; ben ella, tosto ricuperata la libertà, mise mano a costruirne dodici, e così per gli eccitamenti dei padri, vi si affaticavano alacri dintorno, che in breve stavano per fornirle, quando di repente nel mezzo di una notte arsero tutte. Il Bonfadio, non senza malizia, raccontato il fatto, aggiunge: — se questo fosse a caso o per trattato di huomini, non havendone certezza, non ardisco affermare cosa veruna. — Però importa avvertire come Andrea in quel torno non possedesse più di tredici galee, che poi accrebbe fino a venti, onde fu visto un cittadino di città libera tenere ai suoi comandi una forza, contro la quale la città non avrebbe saputo che cosa opporre; indizio certo, se non di libertà perduta, di prossima servitù. Nè reca troppa specie il valore delle galee, il quale, quando furono venti, poteva sommare a un quattrocentomila ducati, bensì le genti preposte a governarle, che tu puoi mettere mille per galera; sicchè tu vedi che Andrea, cittadino privato, poteva di punto in bianco buttare a Genova un ventimila tra schiavi e soldati; e da ciò argomento di che razza libertà con costui si avesse a godere. Certo, se egli avesse voluto assoggettarsela, su quel subito, nessuno gli avrebbe potuto resistere, ma, per durare anche poco, bisognava smettere le faccende marittime, e, stando fermo in città, logorarsi nelle contese domestiche, e così scemare di reputazione come di forza, mentre le vittorie, le prede, e il grado di ammiraglio gli davano autorità e potenza irresistibili: nota eziandio che, fermandosi in casa avrebbe dovuto mettere a capo dell'armata altro capitano, e ai tempi che correvano non era da fidarsi nè manco dei prossimi parenti, e tu considera come Filippino, uomo di smisurato valore, che vinta la impresa di Capri aveva pure dato prova ad Andrea di fede piuttosto unica, che rara, non venne mai più preposto da lui a cosa di conto, e d'allora in poi le sue galere egli capitanò da sè, finchè non valse a surrogarlo l'erede Giannettino, e questi morto, il figliuolo Giovannandrea. Però di quello che Andrea sapeva dissimulare con senile prudenza apparvero più tardi manifesti segni in Giannettino, e tali per cui l'Adriani, storico grave, e della buona scuola, là dove discorre delle cause della congiura del Fiesco c'insegna, che rimosso Andrea, come quello che si credeva con la riputazione sua, e il favore dei partigiani mantenesse Genova nella divozione dello Imperatore, la città avrebbe potuto molto agevolmente restituirsi al vivere antico, e più che tutto impressionava il timore, che Giannettino passerebbe il segno, bastato ad Andrea, il quale si mostrava contento nella propria patria dell'onore, che ai suoi concittadini era piaciuto dargli, ed alcuna volta anco di meno, a patto però, che vi si fosse mantenuto lo Stato del tutto parziale allo Imperatore, da cui egli ricavava utile, e credito grandissimi. Della insolenza, del soldatesco e però prepotente piglio, e dei modi, più che principeschi, tirannici di Giannettino fanno fede parecchi storici genovesi; nè li contrasta nessuno. Onde per dirlo con frase proverbiale, se Genova quanto a servitù non si trovava in forno, certo era su la pala.
E quando ogni altra riprova mancasse, basterebbe questa. Oberto Foglietta, che quantunque laudato ampiamente qui sopra, noi non possiamo celebrare secondo i meriti per alcune giuste e sante parole dette al Doria, dichiarato reo di maestà condannarono a perpetuo esilio; se gli confiscassero anco i beni, non è chiaro, ma siccome ce lo affermano povero, forse non glieli poterono pigliare perchè non ne aveva; nè, finchè visse Andrea, gli perdonò mai; lui morto la Repubblica lo ribenedisse certo a mediazione di Giovannandrea, a cui dedicò gli elogi degli uomini illustri.
Ora le parole provocatrici del rancore implacabile di Andrea furono queste. Dopo avere nel suo libro della Repubblica di Genova confortato costui ad imitare lo esempio di Ottaviano Fregoso, il quale ruinando la fortezza mostrò quanto avesse più a caro il bene della patria, che la grandezza sua, gli disse: — se la patria tu ami davvero, rendile le galee, che questo solo fie valevole argomento, che alla grandezza della casa tua il pubblico bene tu preferisci: conciossiachè come potremo noi salutarti liberatore, se conservi in casa tanta potenza con la quale, quantunque volte ti piaccia, opprimerai la libertà? Come benediremo te padre, se un cittadino, un uomo di una di quelle famiglie da cui presumi avere affrancato la patria, dimostrò maggior segno di affetto, e desiderio della libertà di te, che pure te ne vanti liberatore? Nè la fortezza al Fregoso, nè il principato, quella abbattuta, questo dimesso, erano cose, che fossero a lui meno profittevoli o meno accette, che le tue galere a te. —
E non pertanto il nome di Andrea Doria sonò e suona come di cittadino principalissimo in Genova, mentre quello di Ottaviano Fregoso o va obliato o appena si rammenta: questa, oltrechè ingiustizia suprema, sarebbe indizio manifesto di non sanabile perversità se, considerando diligentemente la cosa, non andassimo capaci come ciò avvenga, piuttostochè per ispregio di coscienza, per fallacia di giudizio: infatti celebrando Andrea Doria padre della patria e restauratore di libertà, essi errano nell'oggetto, non già nello affetto. Avventurati noi, e bene imprese le nostre fatiche se ci fosse concesso raddrizzare gli storti giudizi! Nobilissima mercede dello storico è la potenza di rendere, e far sì che altri renda la giustizia ai meritevoli, togliendola a cui indegnamente la usurpò: intanto i lettori leggano questo, e ci pensino sopra. Ottaviano Fregoso profferse sincero la renunzia al dogado; Andrea finse, però che, conservando lo ufficio di censore perpetuo, poneva fondamento alla tirannide: Ottaviano, ruinando la fortezza, si fece inerme dentro città armata, Andrea, mentre Genova (fortuna o insidia che fosse) perde le galee, ritiene le sue e le accresce di numero. Il primo, libero di sè, leva ogni dipendenza alla patria; costretto dalla forza altrui la confida alla protezione della Francia, il secondo liberissimo sottopone la Repubblica all'Austria; bene la governa indi innanzi la gente Doria, ma per lei. Genova ormai, come la favola racconta che avvenne allo incantatore Merlino, sepolta viva dentro un avello imperiale, si sente morire.
La maggiore o minore servitù non rileva o poco, imperciocchè la libertà consista, è vero, nel patto delle franchigie, ma troppo più che nel patto, stia per mio avviso, nella potenza di costringere altrui ad osservarlo preciso e sincero.