E poichè la materia non solo lo comporta, ma altresì ne fa debito, dirò come in certo libro di Elogi dei Liguri illustri, pubblicato da certo abate Giovambattista Raggio, un anonimo, il quale si segna con le lettere A. B. dettando lo elogio di Agostino Spinola, dopo avere, e a ragione, biasimato la strage del Fiesco e dei parziali suoi a Montobbio, di cui sarà discorso in appresso, scrive così: — oltrechè non sappiamo quanto fosse la magnificata libertà concessa dal Doria alla patria, nè quanto possa dirsi giustamente donato il non tolto, ma ai nomi oltraggiati ripara la posterità nella calma delle passioni e delle parti. — Ma ciò non piace all'abate Raggio, il quale, redarguendo l'anonimo scrittore, dichiara, che se la bontà delle cose si deve argomentate dagli effetti grandi, sarebbe stato ad ogni modo degno di eterna lode il beneficio del governo ordinato dal Doria, come quello, che partorì fuori pace, concordia dentro, ricchezze, e copia dei beni di Dio. Ed è falso, eccetto le ricchezze, che ci furono sì, ma salario di servitù; e se come il Raggio avverte, cotesta riforma piacque allo storico Giustiniano, doveva ammonire eziandio, come la famiglia di lui appartenesse alle ventotto degli oppressori; se giorni di pace succedessero alla riforma, lo dica la storia d'Italia; se concordia dentro, lo attestino i tumulti del 1547 e del 1575. Nè basta; chè lo stesso abate, dopo avere magnificato le leggi del Doria, ed il vivere libero instituito da lui, ecco che nello elogio di Ambrogio Spinola mi esce fuori a commendare questo, però che ardisse prima contrapporsi alla traboccante autorità di Giovannandrea successore di Andrea Doria, la quale, soprastando a tutti, minacciava spegnere la libertà; e ci racconta come Ambrogio, valendosi dell'autorità sua e del favore che godeva larghissimo in corte di Spagna, impedì la promozione al dogado di Agostino Doria caldeggiata a tutto uomo da Giovannandrea per aumentare sempre più casa sua. Donde possono cavarsi due considerazioni; la prima, che se la tirannide dei Doria non mise radice in Genova, più che ad altro se ne deve grazia alla fortuna, la quale negò ad Andrea successori quali li dava a Cosimo dei Medici a Firenze, e suscitò emulo a loro Ambrogio Spinola, capitano famoso, che meritò comune con Demetrio il nome di poliorcete[29] e per dovizie fu chiamato il ricco, contendendo col quale era più facile scapitare che vincere: la seconda considerazione cade su l'essere gli elogi di tutte le cattive maniere di scritture pessima, come quelli, che guastano la politica, alterano la morale e sconciano l'arte: massime se composti da diversi, e raccolti in fascio, che allora ti compariranno sovente uno contrastare all'altro; nè per essi ti riuscirà più intendere quale regola di giustizia tu abbia a seguire, e quale d'ingiustizia evitare.
Andrea Doria non pure della libertà della propria patria si mostrò tenero, ma eziandio dell'altrui finchè ci trovò il conto; questo mancatogli, si attenne alla tirannide, parendogli potere fare con essa a maggiore sicurtà. Da principio noi lo vediamo studioso a indurre Firenze ad accordare con Cesare, al quale effetto persuase Luigi Alamanni, che lo accompagnò in Ispagna, a tornarsene a Firenze, e quivi adoperarsi presso la Signoria, onde mandasse oratori a Cesare prima che ei si partisse da Barcellona, che per la parte sua egli avrebbe cercato, che l'accordo ad ogni modo seguisse. Luigi, venuto a Firenze, espose la proposta, la quale fu argomento di pratica nel Consiglio. Antonfrancesco degli Albizzi lesse un discorso pro, Tommaso Soderini contro, e, mandato a voti il partito, si vinse non si accordasse, a ciò indotti da parecchie ragioni, ma più che tutto dai giuramenti di Francesco I, il quale prometteva, sopra la sua fede di gentiluomo, non sarebbe mai entrato in lega con Clemente VII, nè fatto accordo senza metterceli dentro.
Ira o coscienza lo inasprisse poi, tale dimostrò Andrea in seguito animo iniquo contro a Firenze, che se di più non le nocque, certo è da credersi non dipendesse da lui.
Ricordano le storie come tre galee del Doria, venendo da Napoli, passarono via dinanzi a Livorno senza salutare, com'è di costume, il porto, onde Beco Capassoni, il quale era contestabile della fortezza, riputandole nemiche, ne sfondò una con le artiglierie; e comecchè i Fiorentini mandassero persone a posta per iscusarsi, Andrea mise mano addosso, per rappresaglia, a molte bestie in Val di Serchio, e agli averi dei mercanti a Genova, a Lucca e a Pietrasanta, e questo parve caso luttuosissimo non solo per ciò, ma anco e più, perchè fu colpa, che Jacopo, e Francesco Corsi perdessero il capo, e certo vetturale di Calcinaia restasse condannato alla forca, come si può vedere nel libro undecimo delle storie di Benedetto Varchi.
Baccio Valori, avendolo richiesto lo soccorresse di artiglierie per pigliare Volterra difesa dal commissario Francesco Ferruccio, gli mandò un cannone da sessanta, due colubrine, un mezzo cannone, e un sagro con 360 palle di ferro, che, imbarcate alla Spezia, giunsero alla spiaggia di Bibbona il 18 Aprile 1530; e peggio ancora, come lo vediamo somministrare ai danni della Repubblica fiorentina veracemente e sola in travaglio per la libertà d'Italia, così le taglia insidioso i nervi alle difese: i mercanti fiorentini stanziati a Lione, mossi da patria carità, ed anco pei conforti di Luigi Alamanni volendo sovvenire il commissario Ferruccio che attendeva in Pisa a far massa di soldati, tanto da comporre un esercito nuovo, il quale con lo aiuto dei Cancellieri e dei montanari di Pistoia bastasse a rompere l'esercito imperiale e papalino assediante Firenze, collettarono fra loro ventimila scudi di oro; nè li potendo rimettere per via di lettere di cambio, consegnaronli all'Alamanni affinchè per terra o per acqua li portasse a Genova, e quinci a Pisa con destro viaggio. Messere Luigi, per più sicurezza, scelse il cammino per terra, e, giunto al confine ligure, spedì al Doria un messo per averne il salvocondotto di passare incolume le terre del Genovesato, non immaginando nè manco per sogno, che, stante la molta amicizia la quale passava fra loro, fosse per negarglielo Andrea, e questo fu quello che per lo appunto gl'intervenne con molta amarezza di lui e biasimo del Doria, non pure dei presenti, ma dei futuri. Animo e corpo il Doria si era dato a Cesare.
E poichè fu confitta la Italia in croce, Andrea più tardi si mise di mezzo a sconficcarla: forse per avanzarne i chiodi. Quando i fuorusciti e i Cardinali fiorentini spedirono oratori in Ispagna a movere querela contro al duca Alessandro, il Doria prese a favorirli grandemente proponendo a Carlo V, che dove avesse restituito la libertà a Firenze, egli si sarebbe adoperato, con molta speranza di venirne a capo, ad ordinare una lega tra Lucca, Siena, Firenze e Genova, la quale eleggendo lui per capitano, lo Imperatore avrebbe potuto noverare il nuovo Stato fra quelli a lui massimamente devoti. Ma la necessità sola agguanta i principi per gli orecchi, e gli costringe ad ascoltare la ragione dei popoli; Carlo allora si sentiva gagliardo così, che poco dopo, assalita Provenza, sperò conquistare la Francia; e poi, per imperiale istinto, dalle repubbliche ei repugnava: nè penso che il comando di Andrea sopra una lega poderosa gli garbasse: ragione per dubitare della fede di Andrea lo Imperatore non aveva, che co' benefizi se lo era legato; ma se fidati è buono, non ti fidare è meglio di lui, e se questa regola di governo nacque prima in Corte non so; so questo per altro, che da moltissimo tempo vi fu accolta e ci ha stabile stanza.
Riuscito invano siffatto tentativo, Andrea si sprofondava nell'odio contro la libertà. Nel 1527, tornando di Spagna in compagnia di grossa mano di soldati, udita la morte del duca Alessandro, gl'invia in Toscana per mantenervi i popoli in devozione dello Imperatore, e però impedire, che si riscattino dalla servitù. Col granduca Cosimo si mostrò svisceratissimo, per quanto glielo permettessero il tenace interesse, il gelo degli anni e l'indole sospettosa. Dopo ciò non si dica, che Andrea avversando la libertà fuori, la favorisse in casa, dacchè ella non sia pianta, che qui attecchisca e lì no; formando ella parte di umanità, perseguitandola in un luogo, la perseguiti da per tutto.
Altri dice: Andrea fare oltre, e meglio di quello ch'ei fece, per avventura non potè; il bene e il male formano termine di confronto nelle vicende umane, che, quanto al bene assoluto, non si conosce, ed anco, conoscendolo, all'uomo forse non è concesso arrivarci: così, se il governo di casa non fu buono, parve almeno l'unico possibile in coteste contingenze, e, tranne poche mutazioni, durò 269 anni; fuori, nella rovina delle fortune italiche, fondò stato immune dalla immediata potestà straniera: forse le prerogative attribuite al Doria superarono la modestia del cittadino di libera repubblica, ma potè risparmiare alla patria l'onta del presidio spagnuolo.
In questo modo ragiona una scuola che, per essere timida e bugiarda, si presume prudente. Della riforma interna abbiamo detto quanto basta. Rispetto a Genova, affermiamo, che, se Andrea avesse secondato il senso patrio, che nel popolo genovese non venne mai meno, e la operosità, stupenda dote di lui, avrebbe potuto ammannire cinquanta galee, le quali avrieno posto la Repubblica in grado a secondare le occasioni di avvantaggiarsi con le leghe, ampliare e confermare lo Stato. Nè fa ostacolo la fede allo Imperatore, imperciocchè, messo anco da parte, che la patria deva andare innanzi a tutto, e che commette ingiustizia suprema chiunque obblighi, o si obblighi a fare cosa contraria a lei, onde la forma del contratto non può vincere la sostanza di quello; non curato nè pure lo esempio, non che dei principi, dello stesso Papa (esempi a vero dire dagli onesti imitabili poco), di leghe strette, allo improvviso tronche, rannodate da capo, per iscioglierle alla prima occasione sotto pretesto di cacciare i barbari d'Italia, nulla impediva ad Andrea che, venuto il termine della prima condotta, si scansasse da rinnovarla, essendo appunto la decorrenza del tempo il modo più piano col quale cessano le obbligazioni. Per lo contrario Andrea, con venti galere in Genova disarmata, qui è tiranno, in Ispagna schiavo; condottiero altrui, non cittadino: egli conta la patria fra i suoi capitali fruttiferi; la milizia diventa un traffico per guadagnare moneta, o buscare, se capita, qualche terra o città; la patria vassalla siede con le ciurme sopra i banchi delle sue galere e voga con lui.
Ora fa più di ventotto anni, che, scrivendo io il libro dello Assedio di Firenze, giudicai Andrea Doria nè grande cittadino, nè della sua patria liberatore: nel medesimo libro, e a modo che mi spirava amore, mi posi con industria a purgare Michelangelo Bonarroti dall'accusa di avere derelitta per formidine la patria; ora il cercare lungo pei volumi della storia mi confermava nel giudizio intorno al Doria, da quello sopra il Bonarroti mi dissuadeva. Miseria grande ella è questa per noi! che, tenendoti al male, quasi sempre ti apponi, mentre per converso con la medesima spessezza tu la sbagli supponendo il bene. Così oggi come allora io penso, che se in Andrea fossero stati cuore e mente magnanimi, avrebbe potuto, volendo, mutare la faccia della Italia; la lega delle Repubbliche, tardi ed in mal punto immaginata, se fosse stata proposta allo Imperatore mentre durava in lui la paura dei Francesi, poteva farsi, e costituirsi gagliarda, mercè di vincoli con sapienza tessuti; non difficile, anzi destro approfittarsi dell'odio, che i due emuli si avvicendavano implacabile; e quando anco si fosse dovuto con industria prolungarlo ed inasprirlo, questo non è vietato da legge divina od umana, quando sia per liberare la patria dalla servitù straniera. Ne porgevano congiuntura propizia le cose della religione scompigliate in Alemagna, torbide in Francia; il Turco minaccevole: forse (questo però assevero non senza peritanza) il Papa non si sarebbe, almeno in quel torno, mostrato nemico alla salute della Italia.