Quanto poi alla prova riesca agevole abbattere questi colossi dalla fronte di bronzo, dai piè di creta, lasciati da parte gli esempi, che si rinnovano cotidianamente dinanzi agli occhi, ci basti toccare i prossimi ai tempi dei quali favelliamo. Di vero la Repubblica di Firenze resse sola contro lo Imperatore e il Papa, e stette ad un pelo per vincerli, nè vuolsi dubitare nè manco, che gli avrebbe abbattuti tutti, se le fosse proceduto amico Andrea, come pur troppo ella ebbe a sperimentarlo nemico: più tardi la fortuna offerse un'altra occasione con la guerra di Siena; nè fu reputato folle, bensì arditissimo il disegno di Francesco Burlamacchi da Lucca. Certo in fama non si salisce, che con molto rischio. Vari i talenti degli uomini, ma vari hanno da essere altresì i premii. Andrea fu vago sopra tutto di beni terreni, ed ebbe in copia sostanze, e quelli, che corre il costume di appellare onori; fu principe, fu cavaliere, prima di San Michele, poi del Tosone; una bestia e un santo; ammiraglio di re, d'imperatore e di papa; tanto deve bastargli; la fama di liberatore della patria ei lasci ai pochissimi eccelsi, che si misero dentro a tanta impresa anima e corpo, senza pretendere, come senza sperare altro guiderdone, eccetto la lode, e le più volte postuta.
Questo poi io ho reputato debito scrivere, non in odio di Andrea, ma per giustizia verso coloro, i quali dal fatto magnanimo non si aspettando altro che fama, è mestieri, che questa sia conservata per loro intatta ed intera. Se le parole paressero troppe a taluno, pensi, che lo errore s'insinua negli animi umani come il pruno dentro le carni presto, e profondo, sicchè a volernelo cavare ci bisognano tempo e diligenza infiniti.
Se il Doria non fosse stato un grande capitano, adesso io non istarei a dettarne la vita, ma affermo risoluto, che, scrivendo di lui, non penso, e non ho pensato mai esporre i gesti di un grande cittadino.
CAPITOLO VI.
Pericolo di Andrea di essere preso dai Francesi e come ne scampa. Va a Barcellona a pigliare lo Imperatore; liete accoglienze e sospetti. Carlo a Genova. — Benefizii fatti dallo Imperatore al Doria, e se è vero che questi donasse il principato di Melfi al marchese del Carretto. — Disfatta e morte del Portondo. — Impresa di Andrea alle Baleari. — Guerra turca; sua origine e suo incremento. — Solimano sotto Vienna; di un tratto si parte, e perchè. — Il Doria in Grecia. — Venezia ricusa partecipare alla guerra. — Espugnazione di Corone. — Lamba Doria. — Geronimo Tuttavilla. — Todare Trigidito e sua morte. — Severità di Andrea per mantenere la disciplina. — Prende i Dardanelli di Morea e di Romelia. — Descrizione del palazzo di Fassuolo. — Andrea vi accoglie Carlo V. — Vasellami di argento gettati in mare. — Il Turco va a ripigliare Corone. — Ardimento di Geronimo Pallavicino e di Cristoforo Doria. — Battaglia sotto Corone. — Valore del capitano Ermosilla e di Antonio Doria. — I Turchi disfatti fuggono. — I Francesi mettono sossopra il mondo per vendicarsi di Carlo V. — Morte del papa Clemente VII. — Querimonie della Cristianità per la lega di Francia col Turco. — I corsali Barbarossa acquistano il reame di Algeri e come. — Ariadeno chiamato da Solimano in Costantinopoli. — Rivolgimenti a Tunisi; — Andrea persuade a Carlo V la impresa di Tunisi; la favorisce il Papa che dona al Doria stocco, cappello e cingolo benedetti. — Grandi apparecchi. — Provvidenze contro le cortigiane. — Costumi portoghesi e spagnuoli. — Morte del conte di Sangro. — Presa della Goletta. — L'ebreo Synam. — Ordine del Barbarossa di ammazzare settemila cristiani. Pietosissimo caso del figliuolo del giudeo Synam. — Battaglia di Tunisi. — Chi la ingaggiasse primo. — Prodezza di Ferdinando Gonzaga. — Tunisi preso, e patti col re Muleasse. — Nuova guerra tra il Re di Francia e lo Imperatore; il quale lo provoca a duello. — Consulta di Carlo in Asti, e consigli che gli dà Andrea. — Guerra in Provenza. — Venerazione di Carlo V per le forche. — Assalto improvviso dei Francesi contro Genova; che è ributtato. — Capitani d'Italia combattonsi pro e contra, e tutti ai danni della patria. — Strage di Alessandro duca di Firenze, e sollecitudine di Andrea a danno della libertà: — in grazia sua la servitù in Firenze si conferma.
Qualunque ordine politico possiede sempre dentro a sè tre cagioni, una per nascere, la seconda per durare tempo più o meno lungo, l'ultima per morire: su coteste prime caldezze ognuno si mostrava contento, e poi ad ogni modo corre comune il dettato, che di defunti non si parla a tavola; nonostante questo, così proviamo i nostri disegni incerti, che la sgarrò di un pelo, che la barca non sommergesse nel porto; imperciocchè lo Imperatore avendo, sotto pretesto di difesa, mandato verso Genova duemila Spagnuoli di fresca leva, che, per essere mal vestiti, peggio pagati, di ogni cosa necessitosi, avevano nome di Bisogni[30], i Genovesi, a cui parve la medicina peggio del male, risposero si sarebbero guardati da loro e non li vollero ricevere; della qual cosa preso odore il Sampolo, che trattenevasi in Alessandria, spedì segretissimamente nel mese di Dicembre i capitani Montegiano e Vallecerca con duemila fanti e cinquanta cavalli a cogliere alla sprovvista la città; e se tanto non potessero, almeno s'industriassero pigliare Andrea Doria; nè questo dovere riuscire impossibile, e nè manco difficile, pel continuo dimorare ch'egli faceva nel suo palazzo di Fassuolo fuori delle porte di San Tommaso. I capitani adoperarono diligenza, e per giungere inattesi o rimandarono indietro, o trassero con esso seco la gente in cui s'imbattevano, e la fortuna si piacque a mostrare loro lieta la faccia fino al palazzo di Andrea, dove arrivarono quasi sul fare del giorno: propizia l'ora, quiete alta dintorno, nel palazzo tutti sepolti nel sonno: studiano il passo, e già mettono le mani sopra i serrami delle porte, quando di un tratto si leva il grido: all'armi! Andrea, senz'attendere altro, si getta d'intorno una vesta tanto che il copra, e per la via sotterranea guadagna la spiaggia, dove spiccato un salto dentro la barca che ci teneva sempre allestita, egli stesso sfrenella i remi e si salva. La fortuna di un tratto mutato sembiante aveva disposto, che, mentre il Doria tenendosi ormai fuori di pericolo viveva a sicurtà e senza sentinella, due soldati, l'un tratto dalla cupidità di sbancare l'avversario, l'altro dalla bramosia di rifarsi del perduto, vegliassero tutta notte co' dadi in mano, onde poterono di leggieri udire lo scalpiccío, che moveva la gente, comecchè procurasse ire cauta. — E qui, poichè tutte le cose si disfanno per adattarle alla comodità delle nuove generazioni, non fie discaro conservare la memoria della reliquia di certa statua vecchia la quale un dì vedevasi collocata sul muro di cortina tra San Michele e San Tommaso: sopra di questa le tradizioni varie; una fra le altre testimonia ce la ponesse Andrea in ricordanza del fatto ed in onore del soldato, che primo dette la sveglia. Veramente ci era poco da onorare; ma quando il conto torna, anco ai peccati mortali si accendono i moccoli. Il Vallecerca, vista andare a vuoto la insidia, saccheggiò ed arse il palazzo del Doria, così compiendo da ladro una impresa incominciata da traditore.
Dopo ciò, premendo a Carlo di Spagna passare in Italia per incoronarsi a Bologna, mandò al Doria, andasse a pigliarlo a Barcellona, al che egli si accinse con apparecchio veramente stupendo; ammannì di tutto punto quattordici galee, ornandole in guisa, che facevano maraviglia a vederle; le ciurme di seta, gli ufficiali di damasco cremesino vestiti, egli solo di negri panni abbigliato; giunto in compagnia di cinquanta gentiluomini, sfarzosi per broccati di oro e per gemme, al cospetto dello Imperatore, mentre faceva l'atto dello inchinarsegli per baciargli il ginocchio, Carlo lo trattenne e lo salutò levandosi il berretto, e quando se lo ripose in capo volle ad ogni modo, ch'egli facesse lo stesso: onore da tempo lungo, e con ismaniosa cupidità desiderato da Antonio da Leva, e sempre invano; ond'egli ne viveva sgomento così, che, ricercato come andasse il suo male, che fu di podagra, con sospiri rispondeva: non essere già i piedi, che gli dolevano, bensì la testa; alludendo al non potersela coprire alla presenza dello Imperatore. Quantunque anche ai nostri giorni si cerchino e si stimino coteste inanità più che meritano, l'uomo si meraviglia a considerare come da quelli, di cui ragioniamo, con passione si cercassero, e con religione si riverissero; così il vecchio Brantôme raccontando, che convenuti a mensa la regina Isabella ed i re Ferdinando, e Luigi XII, questi impetrasse, che quarto ci sedesse Ferdinando Consalvo, preso da entusiasmo sclama: — di guisa che per giudicio universale fu stimato cotesto giorno non essere stato meno glorioso per lui dell'altro nel quale entrò a capo del suo esercito trionfante in Napoli, dopo disfatte le forze francesi, e degli aderenti nostri in Calabria, a Cerignole e al Garigliano! —
Fatte, e ricambiate le accoglienze, che gli uomini costumano fra loro quando si sentono mutuamente necessari od utili, Andrea, come si ha da testimone credibile, favellò in questa precisa sentenza allo Imperatore:
— Potentissimo principe, essendo io per propria natura più amico dei fatti, che delle parole, non mi estenderò in queste, e mi sforzerò operare quelli: assicurando V. M. che, come devoto servitore, procurerò con ogni diligenza e fede eseguire quelle cose, che a me parranno di suo servizio, e capaci di condurla alla grandezza nella quale desidero vederla stabilita. — Carlo rispose naturalmente per le rime, e l'uno rimase incantato dell'altro come doveva succedere.
Che di ciò sentissero invidia i cortigiani non istento a credere, che cotesta peste da per tutto germoglia, e nelle corti nasce; onde i più prudenti fra i consiglieri cominciarono così di straforo a susurrare, che questo commettersi alla cieca in balía del Doria era una gran cosa; desiderare tal materia seria considerazione, e via discorrendo; ma Carlo, meglio avvisato di loro, o più audace, un bel giorno, recatosi su la galea capitana del Doria, gli ordinò pigliasse il largo quasi per provarne la velocità; di un tratto, domandatogli se ogni cosa si trovasse in punto a bordo, ed ottenutane affermativa risposta, diè il segno della partenza, onde i cortigiani rimasero avvertiti della levata delle ancore dallo sparo delle artiglierie, e le apprensioni per lo Imperatore sentissero davvero o simulassero, ebbero senz'altro a tenere dietro al padrone.