Provarono per viaggio fortunali grossissimi; la notte di Santa Maria della Neve furono a un cappello di annegare quanti erano: pure, come piacque a Dio, il 12 Agosto sursero nel porto di Genova: le luminarie, le gazzarre e i falò infiniti; e' parrebbe che in simili congiunture sieno giudicati necessari i lumi per accecare, gli strepiti per intronare. Lo Imperatore comparve vestito con un saio di teletta di oro, ed una cappa di velluto chiazzata di pagonazzo e rosso; in capo un tocco di velluto nero. Dalla galea scese in terra per via di un ponte di legname, e di scala coperti di panni rossi, gialli e bianchi: al sommo della scala avevano eretto un arco trionfale con istorie dimostranti il buono animo dei Genovesi verso gli Spagnuoli, i quali pure ieri avevano messo a sacco ed a sangue la loro città: menzogne sempre inutili e sempre fatte; tanto apparenza vince verità. Una di queste figure rappresentava Andrea che con una mano sorreggeva Genova, con l'altra portava la spada, lo Imperatore con tutte e due la incoronava, e pareva le mettesse il collare, mentre il Doria con la spada ignuda la teneva ferma per forza. Duecento gentiluomini con roboni di raso, e grosse collane di oro al collo stavano lì a complirlo con salutazioni perenni e tanto continui inchini, che sembrava per tutta la vita loro non avessero atteso ad altro, che a provare di rimanersi curvati: colà presentarongli una bellissima mula; chè male potevasi andare in Genova a cavallo allora, e non bene adesso; ella era arnesata di oro con gualdrappa pure di oro fino a terra; non so se dopo cavalcata dallo Imperatore l'ammazzassero; in Bonifazio certo Côrso al suo bel cavallo, poichè ebbe portato lo Imperatore, spaccò il cranio, dicendo che veruno dopo lui doveva vantarsi di montarlo; se l'avessero spaccato anco al Côrso non gli avrebbono dato il suo avere. Lo storico, cortigiano anch'egli, dimenticato il nome di parecchi che sacrificarono la vita in pro della patria, ricorda quelli dei nobilissimi staffiere e garzone, che la mula presentarono e condussero. Lo Imperatore, e la mula, sotto il baldacchino, il Doria, il gran Cancelliere, l'ufficiale che lo precedeva con lo stocco ignudo, e la torma dei cortigiani fuori del baldacchino, s'incamminarono verso San Lorenzo: quivi scesero ed entrarono in chiesa; dicono a pregare, e sarà: tuttavia dopo morto, il grande Inquisitore presumeva diseppellire lo Imperatore, e giudicarlo, perchè lo aveva per eretico. Fatte le orazioni, recaronsi al palazzo della Signoria, assegnato per istanza allo Imperatore. Gli scrittori dei gesti di Andrea affermano, che egli albergasse lo Imperiale padrone nel suo palazzo di Fassuolo, e vanno errati, imperciocchè pochi mesi prima gli era stato arso, nè le sue facultà allora sommavano a tanto da condurre la magnifica fabbrica, che anco ai giorni nostri vediamo: di fatti nella iscrizione marmorea, che la fascia dintorno, leggiamo essere stato compito nell'anno MDXXVIIII. Entrato lo Imperatore in palazzo, si levò tumulto, perchè il popolo, secondo una sua vecchia usanza, si avventò sul baldacchino per lacerarlo, e portarne via i brandelli, la quale cosa non sofferse il Doria, e, composto subito il rumore, aggiudicò il baldacchino ai Lanzichenetti, che facevano la guardia allo Imperatore. Di questo costume trovo anco altrove le tracce, e assai più strane.
A Palermo, quando lo Arcivescovo nuovo eletto andava a pigliare possesso dell'ufficio nel Duomo, il popolo a furia gli stracciava i panni da dosso, ond'era miracolo s'egli ne uscisse vivo, nè lo fecero smettere fino al 1658, nel quale anno Pietro Martinez de Rubeo arcivescovo e vicerè, tirandosi dietro duecento lance, ordinò, che al primo che si attentasse strappargli un lembo del piviale strappassero un lembo di carne, e non badassero se la misura eccedeva; il popolo, cui non garbò il baratto, stette quieto cotesto anno, e poi. Trovare le origini di simile usanza è arduo; forse vuolsi credere, che i potenti lascino, ed anco eccitino il popolo a rompere nei ferini istinti un'ora, per governarlo senza rimorso per tutta la loro vita da bestia. Nè si ha da tacere la spesa che fecero per lo Imperatore e il modo tenuto per provvedere la pecunia; trassero a sorte trecento dei più ricchi, e di questi da capo ne tiravano fuori ogni dì dieci, i quali avevano a fornire cento ducati di oro a testa; in tutto mille scudi; con questi dieci, quattro altri dei maggiorenti a ciò commessi, dovevano curare che lo Imperatore non difettasse di quanto il bisogno chiede e la delizia desidera.
Dicono lo Imperatore si fermasse in Genova quarantaquattro giorni, onde contando solo i mille scudi al dì, e la caracca di messere Anselmo Grimaldi, che fu il maggior legno avessero mai visto fino a quel tempo, la quale la Signoria di Genova acquistò con settantacinquemila ducati per farne presente allo Imperatore, tu troverai, che con mezza la pecunia spesa dai gentiluomini Genovesi a dorare la catena della servitù straniera, somministrata in tempo alla democrazia di Firenze, avrebbe infranta cotesta catena per sempre.
Certo, se non era molto cospicuo lo ufficio di soprassagliente per condurre lo Imperatore in Italia, fruttava assai, dacchè il Doria seppe cavarne per sè, oltre al Tosone di oro, venticinquemila scudi di mancia, e il ducato di Melfi, tosone anch'esso non però di montone morto, bensì di uom vivo: di fatti spettava a ser Giovanni Caracciolo, dichiarato ribelle per avere seguìto le parti dei Francesi, onde i suoi beni, per ragione di confisca, erano stati incamerati al fisco imperiale: dicono Andrea tentennasse repugnando a vestire le spoglie altrui, ed aggiungono altresì, che poi s'inducesse a pigliarlo in grazia dei conforti degli amici, massime che don Sancio Bravo, portatore della patente imperiale per la investitura del feudo, andava dicendo, che col rifiuto avrebbe mostrato amarezza del piccolo dono, ed animo inchinevole a mutar parte. Oneste scuse a cose disoneste; chè Andrea non apparisce mai uomo da cercare il nodo nel giunco, quante volte si trattasse di pigliare; e novella eziandio il dono fatto più tardi di questo principato al suo figliastro Marcantonio Del Carretto marchese di Finale, salvo tremila scudi ch'ei si trattenne per donare ai suoi famigliari. La verità è questa: trovando Andrea molto profittevole ai suoi interessi imparentarsi con Antonio da Leva, furono insieme d'accordo, che il figliuolo della Peretta avrebbe condotto a moglie donna Giovanna figlia di Antonio, a patto, che Andrea si obbligasse a donargli il principato, alla quale cosa egli acconsentì, dichiarando espressamente che intendeva goderne lo intero usufrutto sua vita naturale durante; solo gli avrebbe assegnato sul medesimo una pensione vitalizia senza più[31]: di qui per avventura l'errore dei tremila scudi, ch'egli non si riservò in esclusione di ogni altra rendita; ma al contrario tutte le rendite ei ne ritenne salvo tremila scudi: però il principato non gli uscì di casa, chè sendosi morto Marcantonio senza prole, la donazione si ebbe per non avvenuta. Questo per sè, pel suo congiunto Girolamo un cappello cardinalizio.
In questo tempo Andrea condusse a termine una impresa, che, sebbene non andasse del tutto a versi dei suoi desiderii, pure riuscì di utilità inestimabile alla Spagna, e di certo non ne scapitò la sua fama di capitano felicissimo, onde gli fecero il nome di Andrea buonafortuna. Rodrigo Portondo, ammiraglio di Spagna, il quale insieme ad Andrea aveva accompagnato l'Imperatore a Bologna, inteso come un certo Aidino delle Smirne, creatura di Ariadeno Barbarossa, vocato il Cacciadiavoli, corseggiava pel Mediterraneo con un'armata di galeotte e di fuste, dubitò scemare di reputazione non poco là dove, prima di ridursi ai porti di Spagna, non tentasse qualche impresa onorata; per la quale cosa si mise subito a cercare Aidino, e gli venne fatto incontrarlo presso l'isola Frumentaria. La fortuna per questa volta non propiziò l'audacia; chè audacia veramente fu quella del Portondo di condursi con sette galee (altri dice otto) contro centotrenta legni tra galeotte, fuste, caracche, trafurelle e brigantini; nella battaglia infelice rimasero morti il Portondo e la più parte dei suoi; gli altri presi con tutte le galee, le quali Aidino condusse trionfando in Algeri. Per questa vittoria il Barbarossa, salito ad inestimabile baldanza, disegnò fare la impresa di Cadice, emporio in ogni tempo floridissimo di commercio, allora primo.
Lo Imperatore pertanto commise al Doria si recasse speditamente a stornare cotesto turbine di guerra, e poichè gli parve a ciò non potere bastare con le sue quindici galee, a cui pure ne aggiunse un'altra napolitana, Carlo avvantaggiandosi delle prime caldezze della pace di Cambraia, chiese all'emulo Francesco in prestanza tredici delle sue, ed egli, che a sbalzi credè essere generoso e sempre fu improvvido, gliele concesse. Così, con ventinove galee, Andrea si mise in mare, drizzando le prore verso le Baleari, dove saputo che il Barbarossa, avendo diviso la flotta, si era con parte di essa ritornato in Algeri, e parte ne aveva spedito al promontorio di Battaglia, venne in isperanza di vincerlo così spezzato. Accostatosi a terra vi sbarcò tre compagnie di fanti ordinando loro pigliassero di assalto il Castello di Cercelli, ed espugnatolo, attendessero a liberare gli schiavi cristiani ed a menare prigioni quanto più potessero Mori e Turchi; non si scompigliassero, si riducessero con celeri passi alle navi. Alicotto corsale di Caramania, considerando con la squadra dei legni ai quali era preposto non potere mettere riparo alle forze del Doria sul mare, nè tampoco difendere il castello, comandava, che parte dei suoi entrassero nella rocca capace a sostenere per più giorni l'assalto, procurando prima di chiudere dentro certi sotterranei ottocento schiavi cristiani; egli poi si ridusse dentro terra per ingrossarsi con gli Algarvi, incoli di coteste contrade, di genio feroci, valentissimi in armi. Il castello assalito di leggieri fu preso; i cristiani trovati restituisconsi a libertà: fin qui lieta ogni cosa; ma ai soldati se non iscorrazzavano dentro il paese non sarebbe parso vincere; alle ciurme perdere il credito se non esercitavano le mani a rovistare il castello; però trasgrediti i comandi quelli dilungaronsi dalla spiaggia, questi si diedero ad arraffare. L'Alicotto, che stava su le intese, quando ebbe visto i fanti a bastanza appartati dal lido, con forte mano di gente fece loro impeto addosso, e tosto li costrinse a piegare; i chiusi nella rocca pigliato animo da quella vista sortirono urtando i predoni, così che tosto gli ebbero volti in fuga. Andrea dal castello della galea contemplando la viltà dei suoi, arse di sdegno, e immaginò che dov'egli si fosse allargato, costoro per disperazione arieno atteso a menare virtuosamente le mani, e s'ingannò; imperciocchè a cotal vista essi perderono affatto gli spiriti, e sebbene Andrea vinto allora da pietà si spingesse alla riscossa, tanto non si potè affrettare, che non ne rimanessero ammazzati quattrocento e più; non si contarono i feriti. Tuttavolta l'utile che si cavò dalla impresa fu giudicato grandissimo, però che oltre gli ottocento cristiani liberati, e le galee che in parte l'Alicotto sommerse, e in parte il Doria acquistò, si costrinse il Barbarossa a deporre il pensiero di assaltare Cadice; e veramente non fu poco guadagno.
Chiunque si diletta di storie, non terrà, io credo, questa sentenza strana, che a volere cercare ragione nei fatti degli uomini talora ci è da perdere la ragione: di vero, che Francesco di Francia, anche dopo la pace di Cambraia, conservasse la gozzaia contro lo Imperatore, si comprende, ma come nel medesimo punto in cui gli aveva prestato le galee a combattere i Turchi gli concitasse sottomano contro il Gransignore, non si comprende. Pure la è cosa che non si può revocare in dubbio, e certo se la casa di Austria allora non si opponeva, per la Cristianità era finita, e con esso lei periva la causa della Europa civile; forse del mondo: e come se il pericolo minacciasse unicamente l'Austria, ella fu lasciata sola o quasi, chè, se ne cavi il Papa, il quale ci mandò per legato il cardinale Ippolito suo nipote, lei non sovvennero in cotesta guerra la Francia, nè i Moscoviti, nè i Polacchi, nè i re d'Inghilterra e di Portogallo: molto meno le tante repubbliche, e terre franche, e principi minori della Europa, anzi, mirabile a dirsi! neppure i Veneziani.
Però è da dirsi, che l'Austria, colta in momento che sembrava averle a tornare nocivo, se ne avvantaggiò con sagace consiglio, imperciocchè lo Imperatore, trovandosi allora a Ratisbona per assettare i dissidii religiosi, i quali nella massima parte fornivano pretesto a Federigo di Sassonia e al Langravio Filippo di osteggiare la grandezza di lui, potè in quel consesso persuadere tutti della terribilità del caso, onde sopite, o messe da parte le discordie, con forze congiunte fu deliberato opporsi al barbaro nemico. A noi non tocca descrivere le vicende di cotesta guerra: tanto ci basti, che Solimano invase le terre dello impero con tale uno esercito, che, dopo quello di Serse, gli storici non ricordano maggiore; s'industriò di tirarci anco i Tartari, ma questi nicchiarono; con la Persia era in pace; non lo molestava veruno: interrogato da Lionardo conte di Nugarola vicentino, oratore del re dei Romani, intorno alle cause della guerra, rispose breve e superbo: — sè essere imperatore dei Romani, anzi dello intero occidente, retaggio della sedia di Costantinopoli occupata da lui: volere adesso vendicare con le armi la ingiuria fatta a Giovanni Zapol legittimo re di Ungheria; — poi come colui, che assai si compiaceva del soprannome di Magnifico, datogli dalla gente, donati il Nugarola ed i compagni suoi di vesti di seta e di tazze di oro, gli accommiatò.
Il fiore dei cavalieri italiani accorse in cotesto estremo alle difese dello impero; e con lode così dei contemporanei come dei posteri (conciossiachè messe da parte le colpe e i delitti di parecchi fra loro sarebbe ingiusto negare che fossero strenui capitani di guerra) Ferdinando Gonzaga, Guido Rangone, Sforza Baglione, Marzio e Pirro Colonna, Giambattista Gastaldo, Otto da Montaguto, Piermaria da San Secondo, Filippo Toniello, Gabriele Martinengo, Alfonso Davalos, ed anco pur troppo Fabrizio Maramaldo, il micidiale di Francesco Ferruccio. A quanto sommasse l'esercito turco corre diverso il grido; chi dice meno, conta trecentomila uomini, chi più seicentomila; lo imperiale, compresi gli ottomila cavalli ungheresi pagati dal Papa, si componeva di centoventimila di cui novanta fanti, il resto cavalli. I Turchi da prima investirono Strigonia e vinsero sul Danubio; poi, passato su molti punti la Sava, gittaronsi sopra la Stiria; di lì nella Carintia. Solimano intanto accampava sotto Vienna, e mentre stavasi in affanno pei vicini assalti, di repente ecco levate le tende, traghetta il Muer e la Drava e si riduce a Belgrado, seco menando a guisa di mandra trentamila schiavi, di cui parte non piccola, non sapendo come nudrire, anzichè liberare fece mettere a morte; come un dì Annibale in Italia, ed oggi i Francesi, maestri di civiltà, nell'Algeria. Certo le piccole fortezze di Gratz e di Strigonia opposero alle armi turche più dura resistenza che non si sarebbe immaginato; acerbe furono le percosse che, nel contado di Linz, rilevarono i cavalli turchi per virtù, prima del conte palatino, poi del conte di Lodrone, ma la ritirata di Solimano di sotto le mura di Vienna fu vanto di Andrea Doria.
Mentre Solimano minacciava dalla parte di terra, rimase con ottimo consiglio deliberato movere con armi marittime contro la Grecia, imperciocchè si presagisse, che se ne sarebbe cavato taluno di questi intenti, forse anco tutti: o liberare la Grecia, o prendere Costantinopoli, o levare tanto rumore dopo le spalle di Solimano, da staccarlo da Vienna. Così la proposta di quelle imprese piacque allo Imperatore, che ad ogni costo ci si voleva trovare, e fu a stento se il fratello Ferdinando lo persuase a non partirsi di Germania. Andrea pertanto andò solo, governando da quarantotto a cinquanta galee, e da trentacinque o quaranta navi grosse, chè i ricordi di cotesta impresa tra quei diversi numeri ondeggiano: surto a Messina per imbarcare gli archibusieri ed ordinare altri apparecchi, non potè avere da Ettore Pignatello sollecita spedizione come desiderava la impazienza sua, e la gravità del caso, però che cotesto principe, il quale reggeva la isola in nome dello Imperatore, fosse caduto in mal punto infermo, donde il ritardo funesto alla impresa, che si giudica avrebbe partorito effetti assai più proficui, se Andrea con maggiore sollecitudine passava in Grecia: di fatti se avesse potuto agguantare l'armata turca composta di sole settanta galere, che male provvista di ciurme, e con le poche appestate si riparava nel golfo di Larta, non si dubita che l'avrebbe distrutta. Quando prima fu in punto, Andrea sferrava dal promontorio delle Colonne costeggiando Calabria, e sempre affrettandosi per lo Jonio, dopo essersi lasciati addietro Corfù e Cefalonia, pervenne a Zante: qui gli occorse la bella e potente armata dei Veneziani condotta da Vincenzo Cappello, e dopo ricambiati, secondo il costume, con lei, i saluti a colpi di cannone, egli mostrò desiderio di favellare all'Ammiraglio; il quale, non si sa per qual caso, assente, egli si ebbe a contentare di tenere colloquio con Girolamo Canale capitano dell'Adriatico: ridottosi insieme con lui, con efficace discorso, e non senza caldissime preghiere, lo sollecitava a unire l'armata veneziana alla sua, chè insieme avrieno di leggieri spazzato i mari, depresso per sempre le forze turchesche, e, per poco gli favorisse la Provvidenza, espugnato Costantinopoli, come quello che adesso si trovava vôto di difensori: badasse a non lasciarsi fuggire di mano la occasione unica per opprimere così spietato nemico; ed anco a non aprire con la casa di Austria tale un debito, che Venezia forse avrebbe pagato amaramente più tardi. Il Canale rispose vietarglielo il comando del Senato stretto in nuova lega con Solimano; a lui da ricettarlo nei porti, e dal concedergli si provvedesse di vettovaglie in fuori, non essere concesso sovvenirlo in altra maniera. Così ora gli ufficii del Doria sortivano con Venezia effetti diversi da quelli che un secolo prima avevano fruttato le parole di Lorenzo Ridolfi; imperciocchè allora, pei conforti di lui, il Senato, fatta lega co' Fiorentini, impedì che Filippo duca di Milano riducesse sotto la sua tirannide la universa Italia, mentre per questa o colpa od insania, l'Austria, a quanto sembra, procedè mollemente più tardi contro il Turco dopo la battaglia di Lepanto, e così, tra i dispetti ed i sospetti dei principi cristiani, in quella ed in altre occasioni, il Turco potè, non pure scampare, ma vie più radicarsi in Europa, dove tuttavia dura sfregio di secoli, sopra la faccia della cristiana civiltà.