Omer Alì avendo preso odore dello arrivo dell'armata imperiale, si mosse a precipizio, e, comecchè Andrea gli spedisse dietro Antonio Doria con sette delle più sparvierate galee, non gli venne fatto raggiungerlo: saputo al Cerigo, che ormai passato Napoli di Romania, il turco stava per attingere l'Eubea, tornò ad unirsi ai suoi che avevano dato fondo nel porto di Sapienza sopra Modone. Qui i capitani, a parlamento raccolti, deliberarono espugnare Corone estimato a cotesti tempi validissimo arnese di guerra, posto a dodici miglia di distanza da Modone sul lido; per mare poi più di venti, stante lo sporgere che fa da quella parte il promontorio del Gallo. Andrea si andò accostando alla fortezza bel bello, e, riconosciutala con molta accuratezza, si accorse volersi per espugnarla non ordinaria virtù; messe le fanterie a terra, le divise in due squadre, preponendovi a capitani Geronimo Tuttavilla conte di Sarno, e Don Geronimo Mendozza, perchè questi a destra, quegli a sinistra, battessero la terra e s'industriassero pigliarla o per via di scalata, o con lo assalto dopo aperta la breccia; al primo commise sette pezzi di artiglierie da battere muraglie; al secondo è da credersi ne confidasse altrettanti, ma non lo trovo scritto; in mare dispose l'armata in semicerchio, ponendo davanti le navi grosse, le galere dietro; gittati gli uncini sopra gli scogli intorno alla terra per forza di argani quanto può, vi si appressa niente curando il fulminare delle artiglierie, nè il saettare dei Turchi; quantunque a diminuire, se non ad evitare del tutto cotesto danno, avesse Andrea provveduto col mettere su nelle gabbie varie artiglierie minute, e certi moschettieri cappati, le quali traendo a scaglia, ed i secondi, con tiri inevitabili, diradavano assai i difensori dai muri. Al conte Sarno, dopo una furiosissima batteria, venne fatto di buttare a terra grande spazio di muraglia, onde corse co' suoi valorosamente allo assalto, sostenendo lo sforzo delle difese estreme, che il furore somministra, massi, calce viva, olio bollente, pece strutta e simili; però da questa parte, bisogna confessarlo, disperazione vinse valore, che al Sarno toccò alla perfine dare indietro, lasciati a piè dei muri trecento morti, e troppi più traendone seco feriti; forse, se non calava la notte, erano le sue perdite maggiori. Il Mendozza con gli Spagnuoli non riuscì a fare la breccia, epperò non si mosse all'assalto dopo la muraglia atterrata; bensì volle cimentarsi a scalarla a muro saldo, e gli andò male. Per la parte di Andrea il lembo ultimo, o vogliamo dire corno dell'armata condotto da lui (ed era il sinistro, mentre al destro, dov'erano le galee del Papa, presiedeva Antonio Doria, ed in mezzo stavano le poche galee di Rodi capitanate dal Salviati priore di Roma), postosi rasente le fortificazioni del molo, quasi le toccava, lasciando indovinare com'egli intendesse venire a battaglia manesca: però non appariva a qual partito si appiglierebbe per traversare cotesto tratto che pure passava tra le gabbie delle galee e le mura, quando di repente si videro spingere fuori macchine, che prolungandosi, si andarono a posare a modo di ponti sul parapetto delle opposte muraglie. Industria nei Genovesi non nuova, che solenni fabbricatori di macchine sappiamo averla con buono esito adoperata anco nella espugnazione di Gerusalemme come ne pongono testimonianza gli storici delle Crociate, e Torquato Tasso cantò[32]. Sopra cotesto aereo calle primo si avventurava, e primo attinse le opposte mura Lamba Doria giovane non degenere dalla stirpe illustre; dopo lui parecchi i quali, percosso col ferro chi già balenava stupido per meraviglia, compirono la disfatta del nemico che precipitando in fuga rovinosa, abbandonata la terra, riparò nella Rocca: in questo modo cadde nelle mani di Andrea tutta la parte di Corone, che apparendo come separata dalla isola, si appella Isola.
Il conte di Sarno punto sgomento dal duro intoppo attese tutta notte a tirar su trincere e bastioni per ripararsi dal balestrare dei nemici, i quali tenevano, oltre la Rocca dell'Isola, alcune torri fabbricate su gli angoli dei muri di cortina; di più, avendo preso certa spia greca spedita da Lepanto ai Turchi di Corone con lettere promettitrici di sollecito soccorso, fatto prima per ogni buon rispetto tagliare il capo a cotesta spia, immaginò mettere in opera certo suo strattagemma, il quale, riuscendo, avrebbe con poco rischio dato fine a tutta la impresa: e bene gl'incolse ad essere provvido, però che, sul fare del dì, in mezzo ad un folto nuvolo di polvere fu udito formidabile strepito di arme a mano a mano accostarsi alla terra: erano settecento cavalli condotti da Tadare Trigidito, il quale a sua posta, non meno bene esperto, fece prova con subito impeto sforzare Teodoro Spinola lasciato con una compagnia di fanti a guardia del luogo, e per cotesta via entrare nelle torri; senonchè lo Spinola sostenne la puntaglia, mandando celere al Sarno per lo amore di Dio lo aiutasse, nè il Sarno mancò, spingendo in fretta colà Pietro della Tolfa con trecento archibusieri dei meglio, che dettero dentro e ributtarono ferocemente i Turchi. Tadare un po' per avere rinvenuto da questo lato scontro più aspro che non aspettava, e un po' perchè mirando impegnata la migliore e maggiore gente del Sarno nella difesa del Borgo si avvisò gli si aprirebbe altrove facile o meno ardua la via, si avventa a briglia abbattuta sul destro fianco delle mura; il Sarno, visto quel moto, salta fuori dei parapetti con quanti armati si trovava dintorno, facendo le viste di volersi andare a mettere tra la muraglia e Tadare; di qui la furia nei Turchi di spronare più dirotto; all'improvviso ecco sparire, come se le inghiottisse la terra, prima una squadra dei cavalli, dopo quella un'altra, ed un'altra ancora. Di fatti, trascinate dal proprio impeto, traboccavano dentro una fossa profonda fatta scavare dal Sarno durante la notte, e ricoprire poi con frasche e con canne: allora non fu battaglia, ma strage: al Tadare ed ai maggiorenti mozzati i capi, portaronli fitti su le picche intorno alla Rocca ed ai muri, intimando la resa. I Turchi scorati si resero, a patto di avere salve le robe e le vite, e fu concesso; ma poi nol volevano loro attenere, però che essi in casi pari si fossero mostrati fedifraghi; lo impedì il Doria, dicendo essere spediente con atti generosi persuadere ai Turchi modi più miti di guerra, anzichè, con la imitazione dei loro costumi, confermarli nella efferatezza[33]. Quinci il Doria andò a Zante, dove mise presidio spagnuolo, ed accordatolo co' Greci, perchè in ogni evento, con animo concorde ed un solo volere provvedessero alla comune salvezza; dopo rifornite di munizioni le navi, andò a combattere Patrasso. I Turchi, al suo appressarsi, sgombrarono la terra, riducendosi parte nella Rocca e parte dentro ad un muro, che la circondava con forte riparo; però, a schiantare il muro, si piantarono otto cannoni in batteria, e a torre i difensori dai ballatoi si attelarono mille archibusieri lì attorno; poi si mise mano al bombardare: in mezzo allo scompiglio i guastatori, con opera tanto pronta quanto animosa, cacciaronsi sotto, empiendo di fascine la fossa scavata dai Turchi in giro al muro, e poichè in più parti si era aperta la breccia, senza pigliare riposo; mossero allo assalto, il quale non attesero i Turchi, fuggendo alla rinfusa dentro la Rocca; dove non potendo sostenersi a lungo, si resero a patto di uscirne liberi e passare nel paese di Lepanto con quello che avevano addosso, dalle armi in fuori, e salvo l'onore delle donne: e tanto venne loro promesso ed attenuto anco troppo, imperciocchè taluni soldati per avere fatto cenno di sfogare su certe donne turche voglie libidinose e ladre, furono, per comandamento di Andrea, impiccati senza pietà; e poi, studioso che anco dai barbari la sua parola come religiosa si venerasse, egli medesimo, insieme col Sarno e col Salviati, volle accompagnare i prigionieri fino sul lido.
Andrea, poichè vedeva succedergli prosperevoli le cose, si accinse a tentare i Dardanelli, e quivi difilato si avviò per mare, commettendo al Conte che co' suoi vi s'incamminasse per terra, parandosi facile e breve la via. Questi Dardanelli si avverta non confondere con gli altri che con nome pari stanno nel Bosforo, l'uno dal lato della Europa, l'altro dell'Asia; di quelli di cui ragioniamo, uno è in Acaia, o vogliamo dire Morea, l'altro in Etolia o Romelia; entrambi chiudono la imboccatura del golfo di Lepanto; formidati arnesi a quei tempi, ma più quello costruito da Baiazzetto sul lido etolio con batterie a fior d'acqua, le quali rendevano lo appressarsi delle armate nemiche non solo pericoloso, ma di sicurissimo esizio. Andrea, in ciò affannandosi molto certo Greco mascagno, a prima giunta ebbe profferte di resa dal Dardanello di Morea, chiamato Rio, cui egli conchiuse subito, e uscitone il presidio, diello a saccheggiare ai suoi, che però non poterono approfittarsi di altro, tranne vettovaglie, armature e targhe con archi. In questa arrivava la gente del Sarno, che a mano a mano imbarcavasi, e tragittavasi sopra la opposta sponda di Romelia; ma poichè tra i rimasti si sparse la fama del sacco fatto dalla gente di mare, e come suole se ne esagerava la fama, questi presero a tumultuare recusando seguire i compagni in Etolia, anzi, rompendo in aperta ribellione, si sbandarono pel contado mettendo a ruba i Greci amici. Anco qui tornò in vantaggio del Sarno essere provvido capitano, però che, sceso appena con la gente che aveva sopra la sponda etolia, si mise subito a rizzare su trincere e parapetti, i quali dette in custodia ai suoi archibugieri. Non erano ancora coteste opere condotte a termine, quando si vide venire per di dietro e di fianco certe squadre di cavalli sortite da Lepanto in soccorso degli assediati, contro i quali non giudicò opportuno movere all'aperto, non gli parendo potere combattere da due parti con frutto: allora prese a confortare gli archibusieri a tenersi quanto meglio potessero coperti, ed a far prova della consueta virtù, e certo ce n'era mestieri. I Turchi s'infransero contro cotesti ripari di fresco costruiti; e tramontato il sole, rifecero i passi tra per trovarsi più che non temevano laceri, tra per non potersi, mancata la luce, vendicare, pure mandando ai compagni assediati promesse di soccorso pel prossimo dì. Il Conte, dopo scorso lo spazio convenevole di tempo, ripassò sopra la sponda acaia per pigliare contezza della cagione onde non l'avessero raggiunto le rimanenti squadre dei suoi che furono quattro bande d'Italiani, una spagnuola: e poichè seppe il caso, si fece con pronti passi a trovarli, supplicandoli per onore della milizia mutassero consiglio, per affetto dei compagni, per istudio della propria salute tornassero al campo; non gli riuscì troppo arduo persuaderli; il duro fu col Doria, il quale, stando su loro intorato, diceva: — che, poichè se n'erano iti, non li voleva più accettare, lasciando ai Turchi la cura di erudirli negli ordini della milizia a suono di corda o di palo: — e quando, dopo molta ressa, parve ammollirsi, scappò fuori con un patto nuovo che li percosse più acerbo della vecchia rigidezza, e fu di volerli decimare a modo romano: alla fine consentì lasciarli in vita, confidando, che nella prossima battaglia con prove di militare virtù alleviassero, almeno in parte, il vituperio passato. Con queste genti il conte Sarno, pieno di buona voglia, passò dall'altra sponda, attendendo, per quanto fu lunga la notte, a rinforzare le fatte trincee e a costruirne nuove: appena si mise un po' di giorno, i Turchi di Lepanto tennero la promessa, anzi vennero tre volte tanti, ingrossati dai presidii tratti fuori dai castelli vicini, e risoluti di espugnare le trincee; per lo contrario il Conte era disposto non li volere aspettare nei ripari, e tostochè li vide, lasciatavi dentro una mano di archibugieri capace a ributtare gli assediati, caso mai si cimentassero a sortire dal castello, venne fuori allo aperto, con ischiera stretta, difesa su i fianchi dagli archibugieri sparsi. Per essere stata cotesta, piccola battaglia, non fu per ciò meno pertinacemente, nè meno lungamente combattuta delle più famose, però che durasse lo intero giorno, nè i Turchi giungessero mai a sgominare la schiera del Sarno per quanti urti le dessero; molti i morti di qua e di là; più i Turchi, i quali, comecchè incavallati, e i nostri pedoni, pure per lo incredibile agitarsi, più presto affralirono, onde a vespero non potendo più reggere, voltate le spalle, andarono a pigliare riposo. Il Doria, d'accordo col Sarno, statuì non aspettarli al nuovo giorno, e rinfrancati i corpi di cibo e di bevanda, gli animi accesi con la speranza del saccheggio, e l'obblio degli errori commessi, nel mezzo della notte, battè furiosamente dalla parte di terra e di mare il castello chiamato Moliereo; poi tra lo strepito, le tenebre e la paura, spinse la gente invelenita allo assalto. A chiarire qual gesto fosse, basti tanto. Il presidio giannizzero vi si fece ammazzare tutto, e volendo perfino con la propria morte offendere i Cristiani, taluno di loro mise prima di cadere fuoco alle polveri, onde il castello e la terra ne rimasero sconquassati: oltre a cinquanta degl'imperiali sbalestrati in aria perirono: il naviglio altresì ebbe a patirne danni per morti pesti dai sassi, arbori rotti e vele lacerate. Qui trovarono due grossissimi pezzi di artiglieria, uno dei quali Andrea donò al prode conte di Sarno, l'altro al priore Salviati; il rimanente bronzo prese per sè, e recatolo a Genova, ne adoperò parte per farne gettare la statua di Nostra Donna, la quale pose nella Cappella, poco prima edificata da lui sul molo, col ritratto della preda tolta ai Turchi alla Pianosa, per comodo delle sue ciurme; la quale statua donata nel 1826 dal Principe Panfili Doria a certa confraternita, oggi orna l'altare dell'oratorio della Madonna del Rosario, fondato sul primo tratto della salita di San Francesco di Paola.
E non vi ha dubbio, dalla impresa di Andrea nel Levante potevasi ricavare maggiore profitto di quello, che torre via Solimano dalle terre dell'Austria; tuttavolta, non fu poco, e se più non si potè, non vuolsi darsene la colpa a lui; nei luoghi presi lasciò presidio, massime a Corone, al quale prepose il Mendozza, e siccome questi ci si adattava di pessima voglia, così egli per levargli via ogni sospetto, gli diede fede di cavaliere cristiano, che lo avrebbe in ogni stremo, anco a proprie spese, soccorso, dove lo Imperatore fosse stato impedito, e a questo modo tranquillatolo, si condusse a Genova.
Qui per la prima volta Andrea accolse Carlo V, che di Germania trapassava in Ispagna, nelle proprie case di Fassuolo. Un dì appartennero ai Fregoso, per donazione che la Repubblica ne fece a quel Piero Fregoso che conquistò Cipro; Andrea le ampliò, dentro e fuori da Pierino del Vaga, e da altri maestri della scuola di Raffaello di Urbino le fece dipingere; vi condusse acque, vi piantò boschi, orti e giardini, cominciando da svellere scogli, deviare torrenti, e per ultimo portarci terra; asprezze liguri vinte con pertinacia pari, spesa maggiore dei corsali barbareschi su i mari; poi case e giardini ornò di terrazze e di colonne di marmo di Carrara in copia stupenda; i fregi architettonici, i bassirilievi e le statue allogò al toscano Montorsoli, non ultimo tra gli allievi del Buonarroti; l'empì di arazzi, di tappeti, di damaschi e di broccati, varia la suppellettile e tutta preziosa; i vasellami di oro, di argento, e altre materie finissime valevano un tesoro, dimora piuttosto da uguagliarsi a quelle dei potentissimi principi, che da anteporsi alle altre di qualsivoglia più facoltoso privato; e nondimanco, se la esamini con sottile diligenza, ti parrà quale veramente era stanza di Corsaro, e di tale, che, non osando ancora scoprirsi tiranno, pure intendeva non essere considerato cittadino uguale agli altri; di fatti le opere sotterranee vincono due volte le sopra edificazioni; sotto terra tu trovi forni, mulini, lavacri e celle infinite, dove teneva chiusi prigionieri e schiavi; e magazzini per riporvi le munizioni, gli attrezzi navali, e le prede; sotto terra un passaggio per cui, dopo molto scendere e avvolgersi riesci al mare, e fitti tuttavia contempli sopra gli scogli parecchi ferri corrosi dalla ruggine, per via dei quali, mercè di assi distesi a traverso, si faceva il ponte per iscendere dalle navi o per salirci: e lì dintorno, e pur sempre comprese nel medesimo recinto di muro, le fabbriche dei cordami, le case degli ufficiali, degli aguzzini e dei soldati. È fama, che lo stesso Carlo V, il quale munificentissimo principe fu, rimanesse sbalordito da tanta sontuosità, e ne tenne anco motto ad Andrea, che, secondo si costuma, gli profferse a parole larghissimamente ogni cosa, e lo Imperatore, dipartendosi dal canto suo da ciò che si pratica, invece di ringraziare rifiutando, accettò, e se con gusto di Andrea noi non possiamo dire; senonchè lo Imperatore per torlo di ansietà, se pure è che ansietà sentisse, aggiunse la condizione, che ogni arnese restasse al suo posto in perpetua custodia dei Doria, per goderselo quantunque volte od egli o taluno dei suoi fosse da fortuna o da vaghezza condotto a visitare Genova. La tradizione conserva eziandio la memoria di un fatto, che si afferma accaduto in cotesta congiuntura, ed io non trovo registrato in veruna storia; il quale, sia o no vero, dimostra quale opinione si avesse della sua splendidezza, ed anco un tal po' la indole dei patrizi genovesi, che sembra a que' tempi fosse un miscuglio di ostentazione e di parsimonia. Dicesi dunque, che Andrea, per via dell'andito fabbricato sopra gli scogli tutto allo intorno chiuso di tappeti e di arazzi, dal palazzo conducesse lo Imperatore sopra la maggiore delle sue galee acconcia per modo, da presentare allo aspetto un delizioso giardino, la quale galea, mentr'essi s'intrattenevano in gravi ragionamenti, senza che lo Imperatore se ne accorgesse, fu rimburchiata dalle barche in mezzo al porto; di ciò avendo egli preso inestimabile diletto, quando prima il conobbe, confortato dal maestrale che ventilava soave su le acque, disse, che gli sarebbe riuscito piacevole pranzare costà. Espresso appena il desiderio imperiale fu soddisfatto; chè come per incanto apparvero subito messe magnifiche tavole rallegrate da musiche di suoni e di canto che levavano intorno alla galea gente travestita in Deità marine: ma quello che più mosse ad inarcare le ciglia fu, che, ad ogni mutare di vivande, erano i vasellami di argento tolti dalla mensa e scaraventati nel mare. Rispetto a Carlo lo spreco ci sarebbe stato sempre, ma non tanto, se vero è quello che il Brantôme riferisce di lui, voglio dire, che, per parere singolare in tutto, ogni atto volontario della vita egli rinnovasse tre volte, così tre vivande cibava, tre volte beveva, e così di tutte le altre cose tanto di quelle che si possono dire, che di quelle altre, le quali si devono tacere; ma pei cortigiani procedeva diversa la bisogna, a cui la facoltà di soddisfare smodatamente gli appetiti della vita somministrò in ogni tempo causa suprema per attaccarsi alle Corti. Cotesta profusione taluni giudicarono prodigalità, i più pazzia; ma Andrea, che non era matto, e prodigo anco meno, aveva ordinato stendessero pel mare sotto la galea una larghissima rete, dove caduti i suoi vasellami, dopo partito lo Imperatore, bravamente li ripescò, parendogli, com'era vero, ch'essi troppo meglio stessero negli armari che nel fondo del mare.
A Solimano recò grave molestia la perdita di Corone, non tanto perchè fosse fortezza di conto, quanto perchè somministrasse baldanza ai Greci di desiderare, e macchinare cose nuove; quindi deliberò riacquistarlo. Il Mendozza, che vedeva quel nuvolone ammannirsegli addosso, sollecita lo Imperatore con grande istanza a sovvenirlo; al Doria ricordò la promessa; veruno dei due gli venne meno, anzi lo Imperatore, per giovargli troppo, gli nocque, imperciocchè, desiderando inviare Andrea in coteste parti più che potesse gagliardo, gli scrisse avrebbegli aggiunto dodici galee costruite per cura di Alvaro da Bazano nella sua assenza di Spagna; però le aspettasse. Il Doria salpava da Genova per Napoli con ventisette galee e trenta navi grosse, divisando costà mettere a bordo le bande dei veterani spagnuoli reduci dalle guerre di Lombardia, ed attendere il Bazano, ma trovò, come spesso accadeva, che gli Spagnuoli, ammutinati per difetto di paghe, scorrevano rubando il paese, o terra di Lavoro, ed avevano altresì sforzato la città di Aversa: il Bazano non si era anco visto, e qualunque se ne fosse la cagione, nè allora nè poi convenne alla posta: degli Spagnuoli giunse a capo il marchese del Vasto, il quale, saldandoli delle paghe e riprendendoli con acerbe parole, gli ridusse alla obbedienza: uno pagò per tutti; il capitano Molina accusato per capo; veramente egli non aveva misfatto di più nè peggio dei compagni, e così pareva a tutti; ma assicurati che da lui in fuori non si saria presa altra vendetta, sembrò anco ai compagni, che veramente egli fosse stato il caporione del tumulto, e lasciaronlo di quieto mazzerare. In simili rivolgimenti un Molina ci ha da essere sempre, e bazza a chi tocca. Intanto che Andrea si allestiva, fece risoluzione di mandare innanzi Girolamo Pallavicino, arditissimo uomo, e sembra gli tenesse compagnia Cristoforo Doria, giovane non meno arrisicato di Lamba, se pure non appartennero questi due nomi ad un individuò solo: questi con destra galea dovevano portare agli assediati vettovaglie e diecimila scudi per le paghe, e più delle paghe e della vettovaglia desiderata la nuova dello imminente soccorso; andarono gl'intrepidi Genovesi, nè perchè trovassero la flotta turca attelata dinanzi Corone mutarono consiglio; chè anzi fulminando su le acque a golfo lanciato nella folta dei nemici si abbrivano, e, poco o punto offesi della grandine delle artiglierie, li trapassano. Stavano tuttavia i Turchi trasecolati del temerario ardimento, quando Girolamo e Cristoforo, sbarcate la munizione e la pecunia, appresi certi segreti necessari intorno ai nemici, di bel mezzogiorno, respinti consigli e preghiere, com'erano venuti se ne vollero andare. Anche qui sperimentarono la fortuna cortese, la quale non solo tolse che le palle nemiche li fracassassero, ma anco volle che dalle galee turche, lanciatesi con inenarrabile furore a dare loro la caccia, come per miracolo scampassero. Andrea pertanto essendo rimasto da essi ragguagliato, che i Turchi attendevano rinforzi di Levante, massime il Moro di Alessandria temuto corsale, rotto ogni indugio, veleggiò per Zante; quivi occorse nell'armata veneziana, dalla quale ebbe avviso l'armata turchesca per lo arrivo del Moro, cui egli non era giunto a prevenire, essere cresciuta fino ad ottanta galee, e mostrarsi ottimamente presidiata da grosse bande di Giannizzeri, esperti in mare, condotti da Luftimbey di Gallipoli; di aiuto non si parlò pure un motto; nè per questo egli o smarrì l'animo, o mutò consiglio, e deliberato in tutto di osservare la fede al Mendozza, spedì da capo Girolamo Pallavicino ed il consorto Cristoforo perchè specolassero il numero e la posizione del naviglio nemico; costoro andarono, e secondo il solito risposero ai desideri di Andrea, il quale, approfittandosi del tempo, pel cammino diritto si avviò a Corone, passando tra capo Gallo e la isola di Ticanussa, che i paesani chiamano Venetica, un canale angusto e più di un miglio lungo, e fu arrisicata ma necessaria navigazione, però che il vento soffiando di terra, se così non avvisava, avrebbe sospinto le navi in alto mare. Questo fu l'ordine di battaglia per accostarsi a Corone: il Doria mandò innanzi due galeoni, uno suo, l'altro del Belluomo siciliano, con raccomandazione di rasentare quanto più potessero a mancina la riva; caso mai i Turchi tentassero spuntare da cotesta parte, essi calate le ancore facessero prova di ributtarli virtuosamente; dopo ciò spinse oltre le navi a due a due di faccia alla costa sempre dal lato manco, ed egli con le galee navigava a canto, pigliando a destra ed abbracciandole con una lunga elittica, e ciò per difenderle ed esserne difeso; che o intatto o con poco danno egli voleva uscirne per istringere i Turchi da due lati, e di fronte costringerli a rimanersi fra le batterie di Corone e lui: il Salviati, priore di Roma, con le galee pontificie tenne il corno destro, il centro Andrea, e andava seco Federigo figliuolo di Pietro Toledo vicerè di Napoli a cui il padre lo aveva commesso per erudirsi nella milizia; il sinistro corno toccò ad Antonio Doria. Luftimbey, quantunque sollecitato, come poi ne corse la fama, dal Moro, non volle scostarsi dalla riva e dar dentro alle linee prolungate troppo e sottili di Andrea, come nè aggrupparsi su le punte dei corni e quivi ingaggiare battaglia togliendosi dinanzi alle batterie delle fortezze: vuolsi credere, che in questa pertinacia lo confermassero la fiducia di potere da per tutto bastare contro il nemico come quello, che tanto gli stava sotto per numero di navi e per forze, ed il sospetto, che scostandosi dal lito parecchi legni imperiali scivolassero a munire Corone di fodero e di armati. Caso fosse o colpa, due delle navi che procedevano di conserva vennero a intricare insieme sartiame ed antenne, donde scompiglio e trepidazione pel fumo e lo scoppio delle artiglierie. Gli Spagnuoli, poco pratichi del mare, disperati della salute, pigliano a buttare giù i palischermi, e a saltarci dentro per fuggire: questi sopraccarichi colano a fondo; molti per la paura di annegare annegano. I palischermi rimasti a galla i Turchi sfondano a cannonate: poi investita una nave ci saltano su e quanti ci trovano ammazzano; subito dopo si arrampicano su l'altra dove il capitano Ermosilla era riuscito a tenere molta parte dei suoi; qui si fecero prove mirabili, chè conobbero potere dare salute non ispirare salute; ma non pareva che i Cristiani ne avessero a uscire, perchè i Turchi avevano guadagnato di colta la prora e il ponte di mezzo; nonostante ciò l'Ermosilla, ritiratosi nel castello di poppa, si difendeva con zuffa a coltellate. Andrea di botto si avventa con alquante galee, e tale spara dintorno una grandine di palle da levare la voglia ai Turchi di venire in soccorso degli assalitori delle navi, e con ordine concitato commette ad Antonio voli alla riscossa; questi non sapendo come sovvenire agli amici così accapigliati co' nemici stette un momento in forse, poi sparò sul mucchio; degli Spagnuoli ce ne rimase parecchi, ma, per buona fortuna, dei Turchi fu grande lo sperpero. In mezzo alla confusione Andrea, inteso a mandare a compimento il suo disegno, secondandolo il vento che si era messo gagliardo, spunta oltre a destra appoggiando a Corone; allora si conobbe espresso la battaglia andare perduta pei Turchi assaliti dai fianchi, e di fronte esposti alle batterie di Corone, le quali, sicure ormai di non offendere amici non rifinivano di lanciare palle. Dopo lungo ed ostinato combattere, dove copia di Giannizzeri rimase morta, e molti caddero prigioni, tra i quali Jusuff, vecchio loro capitano, i Turchi presero ad allargarsi tribolati da Antonio Doria, il quale non poteva darsi pace, che gli avessero ad uscire salvi dalle mani. Mentre con buona fortuna si combatteva sul mare, il Mendozza, soldato non meno avveduto che valoroso, sortì fuori assaltando il campo trincerato, che i Turchi avevano fatto intorno a Corone per assediarlo dal lato di terra, ed anco qui solertissimo Andrea gli porse efficace soccorso, ordinando alle fregate ed ai brigantini della flotta, che surti sopra lo estremo lito con la opera dei moschettieri tenessero lontani i cavalli, mossi di dentro terra per dare aiuto agli assedianti. Dispersi i nemici, il campo preso, cadde nelle mani del Mendozza tanta copia di vettovaglie e di arme, che tra per questa preda e tra per le provvisioni sbarcate dal Doria, dalla estrema penuria si fece trapasso alla massima abbondanza. Andrea, rilevato il Mendozza dal comando della fortezza, ci lasciò Roderigo Maricao, capitano spagnuolo, con le fanterie vecchie imbarcate a Napoli; l'agà giannizzero Jusuff rinviò non solo senza riscatto, ma con doni, sempre intento a condurre i Turchi a pigliare costume della buona guerra; studio, che forse in lui fu qualche volta soverchio, e non ne uscì senza biasimo, come la Cristianità non ne rimase senza danno; avrebbe ancora desiderato riportare più frutto da cotesta impresa perseguitando il nemico, e lo tentò, ma avendolo trovato surto su le ancore sotto le batterie delle fortezze di Modone, non giudicò spediente assalirlo con tanto suo svantaggio: per la quale cosa si ridusse al porto di Messina, dove Ettore Pignattello, vicerè di Sicilia, lo accolse sopra un ponte fatto sul mare, cerimonia che, per molta onoranza, si costuma co' re e con i personaggi di altissimo affare.
Le paci tra i principi, il più spesso pongono fine in apparenza a nemicizie vecchie, ma sempre però danno esordio alle nuove: onde Francesco I non si tenne mai tanto gravato da Carlo, nè tanto si sentì struggere dalla smania di movergli guerra, come dopo la pace di Cambraia; ed aveva ragione; chè gravissimi n'erano i patti, e, se Carlo fosse stato prudente, avrebbe avvertito, che quanto più duri gl'imponeva, tanto maggiore creava la necessità di romperli; ma la fortuna fra i suoi doni ci mette sempre una benda. Francesco adesso le più strane leghe tentava; aizzato Enrico VIII, questi gli rispondeva lusinghiero, perchè infellonito contro Carlo, a cagione del repudio della moglie Caterina zia di lui, voluto dal Re per sospetto di parentela in vista, in sostanza perchè inuzzolito della Bolena; nè qui si fermava, che, agitando più immani conati, s'ingegna mettere in fascio il Turco e il Papa, ci avrebbe mescolato anco il diavolo; se però con lui fosse riuscito è incerto; certissimo, che riuscì col Papa e col Turco. Col Papa s'imparentò per via delle nozze di Caterina, figliuola a Lorenzo duca di Urbino, con Enrico duca di Orleans, il quale, morto il delfino, gli successe nel regno; con Solimano statuì attendesse a nabissare la Italia meridionale, intantochè egli attenderebbe a mandare sottosopra la settentrionale. Il Papa, per tenere il piede in due staffe, con Francesco si stringeva in parentado mediante le nozze della nepote come ho detto, mentre con Carlo si era già legato sposando Alessandro, suo figliuolo bastardo, con Margherita figliuola bastarda di lui, e giunto a questo si reputava beato, parendogli essersi costruito tal cassero donde potere, senza pericolo di offesa, rifarsi secondo le congiunture sul male di ambedue; reduce a Savona da Marsiglia, dove le belle nozze celebraronsi, egli seco stesso gratulavasi nella speranza di aver vinto con buono studio rea fortuna; Andrea, che lo andò a cercare a Savona per condurlo a Civitavecchia, forse fu messo a parte dei disegni dello astuto Pontefice; ma la morte, che tiene continuo fra le forbici il filo della nostra vita, e non si conta mai, appena giunto a Roma, lo tagliò fuori dai vivi; e la notte stessa della sua morte i cardinali in fretta, e in furia gli surrogarono Paolo II; sicchè in un attimo vita, concetti e nome di Clemente VII vennero dal regno dei fatti travolti in quello delle memorie; nè già tra le buone e nè anco fra le mezzane, bensì tra le male pessime; dagli offesi da lui la sua fama abominata e ai pochissimi beneficati comportabile appena. La nuova lega della Francia col Turco mosse eziandio in cotesti tempi querimonia grande per la cristianità; lo attestano gli stessi Francesi contemporanei; fra gli altri il Brantôme, il quale dice che apparve enorme chiamare un cane (così allora i cristiani appellavano i Turchi, e così allora appellarono e continuarono ad appellare poi i Turchi, i cristiani) a disfare la Cristianità, mentre prima la guerra tra cristiano e cristiano si conduceva in modi meno feroci. Ma il francese dopo stretto alla gola di confessare la verità, adesso gavilla per farsi una ragione ed afferma, che quando la lega della Francia col Turco non avesse fatto altro, che salvare dalla ruina la Chiesa di Gerusalemme e il Santo Sepolcro, che Solimano voleva ad ogni patto ruinare, e se ne tenne alle supplicazioni del Re, questo sarebbe stato un solenne servizio reso alla Cristianità; e qui mentisce, conciossiachè i maomettani venerino non meno dei cristiani Gesù e Mosè, quantunque non li reputino in dignità pari a Maometto; quindi il Brantôme rinfaccia a Carlo, che nè anch'egli si deve tenere per uno stinco di santo, dacchè la guerra di Alemagna non avesse già impresa per religione, bensì per ispogliare i protestanti; così vero questo, che permetteva ai Lanzichenetti vivessero a modo loro, ed egli concesse l'interim per guisa, che il suo confessore ordinario, non lo volendo assolvere, gli fu mestieri ricorrere ad altro; e sarà, ma ciò o non rileva, o significa questo, che invece di uno furono due degni di condanna; e la cosa stava per lo appunto così.
Solimano, non estimando riuscire a mettere piede in Sicilia, o messo a mantenercelo, laddove non possedesse luogo destro per ripararsi, e rifornirsi all'uopo, cercò di assicurarsi in Africa. Ibraimo, consultato su ciò, rispose avrebbe molto di leggieri ottenuto il suo intento, qualora potesse tirare dalla sua Ariadeno Barbarossa re di Algeri, il quale consiglio avendo incontrato grazia presso a lui, lo mandarono a chiamare per mezzo di oratori a posta.
Poichè Ariadeno Barbarossa ebbe fama, a quei tempi, essere, assieme al Dragut, i soli ammiragli capaci di reggere a petto di Andrea, e con l'uno e coll'altro egli sostenne dure battaglie, ci sia lecito dare breve contezza del primo: del secondo più tardi. Orucco e Ariadeno fratelli, furono soprannominati entrambi Barbarossa, di padre greco vasaio a Lesbo[34]: di genio cupidi, di mano prodi, irrequieti per indole e per necessità, si fecero pirati: per acquistare un solo brigantino patirono molto; dopo più agevole assai mettere insieme per virtù delle rapine dodici galee ed altri legni minori: pigliarono nome di amici del mare, e così erano, ma al punto stesso nemici di quanti c'incontravano sopra; in breve diventarono terribili da Gibilterra ai Dardanelli, e per converso molti gli amarono con tenacissimo affetto, non solo perchè prodighi del rapito, come la più parte dei ladri sono, facilmente chiamavano altri a parte delle prede, ma eziandio perchè, se eglino procedevano tenaci nell'odio da un canto, dall'altro li provavano sviscerati nello amore tutti quelli che avevano a fare con loro. Diventati poderosi sul mare, cercarono sede opportuna sopra le coste del Mediterraneo per le stanze iemali e pei ripari; ne offerse loro la congiuntura Eutemi re di Algeri, che improvvido gli appellava aiutatori a combattere Orano allora tenuto dagli Spagnuoli: solito il fine; Eutemi scannato, si fa signore Orucco, mentre Ariadeno rimase solo a governare il naviglio. Orucco si resse un pezzo, con le arti consuete ai tiranni, le quali più o meno forbite, a seconda dei tempi, miriamo sempre, e da per tutto uguali, corruzione e terrore; all'ultimo anch'egli, combattendo contro gli Spagnuoli, rimane morto; gli subentrava Ariadeno uomo d'ingegno pari, di fortuna migliore; costui, inteso appena lo invito, con lietissimo animo si mosse, imperciocchè quanto maggiormente ha virtù di agitare il cuore dell'uomo lo spingesse: innanzi tratto la cura di conservare lo acquistato, cosa che, in mezzo a tanti e sì diversi nemici arabi e spagnuoli gli riusciva ogni dì più difficile; in seguito la protezione di grande imperatore pareva a lui, gli desse balía a imprendere gesti più alti, poi il desiderio di più vasta dominazione, per ultimo l'orgoglio blandito. Oltre gli acquisti per le terre italiche, cui egli capiva essere più scabrosi a farsi e a mantenersi, gli se ne offeriva uno molto destro nel regno di Tunisi da parecchio tempo sconvolto con guerre civili; causa del subbisso questa: certa mala femmina Lentigesia vocata, o quale altro fosse il suo vero nome, moglie del re Maometto, volendo nel regno supplantare il proprio figliuolo Muleasse a Maimone primogenito nato da altra donna, gli appose accusa di tramato parricidio; ed il marito vecchio, porgendo facile ascolto, secondo che accade, alla moglie giovane, cacciò Maimone in carcere, chè micidiale del proprio sangue aborrì diventare; Lentigesia, toltosi quel primo ostacolo davanti, corrotti coi doni i maggiorenti del regno, gli ebbe complici ai nuovi delitti, e di lì a breve, attossicato il vecchio re, assunsero al regno il figliuolo di lei: al quale, per quanto sembra, i cieli erano stati cortesi delle qualità, che formano il perfetto principe, raccontandosi, che, il primo dì della sua elezione, mettesse a morte Maimone con diciotto fratelli nati da diverse madri; i nipoti tutti; ed anco degli stessi baroni, aiutatori alla rea opera, parecchi: però dei fratelli ne scamparono due: Abdelmelec e Roscette; il primo, presa la vita in uggia, si rese monaco e morì come la più parte dei frati maomettani o non maomettani si muoiono, tenuto dai devoti per santo, dagli altri per capone. Roscette, rifuggitosi presso l'arabo Abdalla, incontrò grazia al cospetto di lui, e se lo fece congiunto, dandogli a sposa una figliuola; nè qui si rimase, chè mediante sue pratiche, aizzò contro Muleasse le tribù arabe già infellonite per le atrocità commesse, pel governo acerbo e soprattutto pel molto addomesticarsi ch'ei faceva co' corsali del Barbarossa e di altri Turchi famosi: le quali tribù avendo deliberato ribellarsi, per dare fine onesto al moto, pigliano Roscette e addobbatolo con le regie insegne, bandiscono volerlo insediare nel trono dei suoi maggiori. Da una parte e dall'altra raccolte genti, si venne a battaglia in campo aperto, dove dopo molto contrasto rimase sconfitto Muleasse, che si ritirò dentro Tunisi, e quivi attese, senza più oltre sortire, a sostenere l'assedio. Gli Arabi, manchevoli di artiglierie, imperiti negl'ingegni di espugnare fortezze e spinti da naturale voltabilità, dopo pochi giorni sbandaronsi: allora Roscette o sia che non si estimasse più sicuro presso il suocero, o quale altra causa a noi ignota lo movesse, riparò nella reggia di Ariadeno, un dì aiutatore dello snaturato fratello; e Ariadeno lo accolse festosamente, forse con animo lì per lì sincero (chè i primi pensieri dell'uomo sperimentiamo per ordinario benigni) e forse fin d'allora presago gli avrebbe porto l'addentellato per entrare nel reame di Tunisi; fatto sta, ch'ei lo condusse seco a Costantinopoli, e, presentatolo a Solimano, gli disse come intendeva valersene ai danni di Muleasse e a benefizio comune. Veramente Turchi o non Turchi, corsali o no, quando si tratta di acquistare un regno, la giustizia non ha mai messo scrupolo ad alcuno, ma, ogni volta che ci trovino il conto, anco ai corsali come ad ogni altro principe battezzato piace comparire onesti. Solimano s'innamorò di Ariadeno, ed Ariadeno, come di regola, di Solimano; tal coltello, tal guaina; però Ariadeno ebbe subito grado di uno dei quattro principali pascià, e fu bandito grande ammiraglio del mare con la commissione di rimettere Roscette a Tunisi; ampliare la dominazione turca nell'Affrica ed anco in Italia, se si poteva. Ariadeno, tolti seco sopra l'armata mille dei più valorosi Giannizzeri, si voltò in Calabria, mandando ogni cosa a ferro ed a fuoco davanti a sè: faceva precorrere la voce essere suo intendimento disertare il paese per vendicarsi dei danni recati dal Doria nella Morea, ed era strattagemma per cogliere alla sprovvista Muleasse, il quale, senza fallo ragguagliato dalla fama o dalle sue spie, deposto il sospetto non aría atteso a guardarsi.
Di cotesta, piuttostochè guerra, ladronaia, meritano due casi che ne teniamo ricordo, comecchè singolari; il primo fu che i Turchi, trovate a Citerario sette galee nei cantieri sul punto di essere varate, le arsero; il secondo, che a Fondi la scattò di un pelo se non misero le mani addosso a Giulia Gonzaga, nipote di Pompeo Colonna, fanciulla di prestantissime forme, la quale ebbe di catti a fuggire in camicia: tempestarono lungo le coste della Calabria, e per le romane; presero Civitavecchia; scorrazzarono fino ad Ostia; e mentre in Roma e a Napoli si viveva in angustia grande, affannandosi in trepide non già gagliarde nè generose difese, ecco di un tratto il Barbarossa, imbarcate le genti, voltarsi a Tunisi: lo prese con inganno, lo tenne con virtù: finse avere seco menato Roscette, e dava ad intendere ai Mori, il re loro giacersi infermo dentro una lettiga regalmente ornata, che faceva portare dietro di sè; ma Roscette, come prigione, custodivasi a Costantinopoli; se i Mori, conosciuto lo inganno, ne arrovellassero, non è da dirsi; pigliate le armi, asprissimamente combatterono; ma visti morti da tremila di loro, e troppo più i feriti, cagliarono: allora il Barbarossa lenì le piaghe con parole blande e co' doni; anco reggendo, a paragone del Muleasse, fu giudicato benigno; così persuaso dalla indole propria e dal senno: chè aveva a capire non sarebbe corso gran tempo in cui dovria mettere alla prova la fede dei Mori. — Proseguendo nella conquista non andò guari che, mercè la opera di certo eunuco sardo, e dello agà dei Giannizzeri, ridusse alla devozione di Solimano tutto il regno di Tunisi.