Per simile caso rimase acerbamente commosso lo Imperatore, parendogli come per esso non solo gli venissero disturbati i suoi disegni di conquista, ma fosse eziandio capace a fargli perdere il suo; onde riuscì agevole al Doria persuaderlo di pigliarsi cotesta impresa; anzi, stimolato com'era dalle istanze dei mercanti spagnuoli, i quali per torsi quel fastidio dintorno gli profferivano ogni maniera soccorsi, lo trovò disposto a partire con lui semprechè il Papa lo assicurasse, che, nello intervallo, la Francia non lo offenderebbe: il Doria pertanto ne tenne proposito a Paolo, e questi che si sentiva tuttavia tremare i polsi per la comparsa del Turco ad Ostia, non ebbe mestieri eccitamenti; lodò il Doria con altissimo encomio, facendogli altresì presente dello stocco, del cingolo e del cappello benedetti, insigni per oro e per gemme, come si costuma coi massimi difensori della fede; promise partecipare alla impresa con le sue galee, e spingendo la generosità fino al termine estremo, dove la Corte romana arriva nelle occasioni solennissime, permise a Carlo risquotere non so che decime dai preti dei propri regni: rispetto alla Francia, se si movesse, guai! Di vero la Francia non pure dava promesse larghissime di stare ferma, ma anzi ammannì la propria armata nel porto di Marsiglia per sovvenirlo (come protestava) all'uopo; in fatti, già s'intende, per dargli addosso, e finirlo dove mai la fortuna gli si chiarisse nemica; ciò fu cagione che Carlo, profferendo alla Francia grazie infinite, spedisse in fretta l'ordine ad Antonio da Leva, per mezzo del marchese del Vasto, che crescesse il presidio di Milano, e non levasse la barba di su la spalla per guardarsi dai tiri alla traditora dei Francesi e degli Svizzeri aizzati da loro. Il Marchese, fermatosi a Genova, conferì con Andrea il modo della impresa; era avviso del primo, che le galee genovesi movessero a pigliare le galee napoletane, e le sicule, procedendo poi di conserva a Barcellona, per torvi lo Imperatore. Adamo Centurione, tenuto da Andrea in conto di fratello, notò mal consiglio essere quello, che allungava il tempo e cresceva i pericoli senza prò. Andrea piuttosto andasse per Carlo a Barcellona; nel frattempo i legni siciliani salpassero; fosse per tutti la posta in Cagliari; e così piacque. Le galee, che Andrea condusse, furono trentadue; dieci del Papa, ventidue proprie, oltre ad una quadrireme bellissima, tutta dipinta e indorata, coperta di una tenda di velluto chermesino e di tela di oro: i marinari e i soldati vestivano di seta: i soldati mirabili per armi e per armature di forbito acciaio messo a rabeschi di oro: imbarcò ancora copia di artiglierie, così per la difesa dei legni, come per mettere in terra nelle fazioni campali: di combattenti non si patì penuria, però che la gioventù cristiana traesse dalle città e dal contado di tutto punto armata, soprammodo vogliosa di combattere cotesta santa impresa, ed anco un po' per abbottinare le terre dell'Affrica in fama di straricche per dovizie proprie e per rapine dei corsali.

Gl'Italiani assoldati dallo Imperatore sommarono a cinquemila fanti in tre colonnelli capitanati dal conte di Sarno, da Agostino Spinola e da Marcantonio del Carretto marchese di Finale, figliastro di Andrea; ottomila Tedeschi bene in ordine vennero di Lamagna sotto la condotta di Massimiliano Eberstenio, e con esso loro cavalieri in buon dato, i quali senza pretendere soldo si mettevano in quella guerra al solito per devozione. Tutta questa gente distribuita sopra quaranta navi grosse fu avviata a Civitavecchia, dove con cerimonie solenni il Papa la benedisse, e consegnò il gonfalone della chiesa a Virginio Orsino capitano delle sue galere. Napoli fornì dodici galee, sette allestite dal vicerè Toledo, e cinque dai principi di Salerno, e di Bisignano, dallo Alarcone, dal Caraffa, e dallo Spinello. La gioventù siciliana, non volendo parere da meno della ligure, si armò, e provvide munizioni e naviglio a proprie spese: colà misero a bordo tutti i veterani spagnuoli stati di presidio a Corone, e nei luoghi di Levante, e cannoni di ogni maniera, e copia di vettovaglie da restarne maravigliati. Il Doria trovò in Barcellona lo Imperatore in procinto di partire con ottomila fanti, e settecento cavalli leggeri; i primi assoldati da lui; i secondi fornitigli dai grandi di Spagna, di cui lo seguitarono parecchi per acquistarsi la grazia sua e poi quella di Dio: principale tra questi Ferdinando di Toledo duca di Alba. Eravi eziandio Luigi infante di Portogallo cognato dello Imperatore, che venne con duemila Portoghesi spertissimi in mare su di venticinque caravelle ottimamente in arnese o vogli di artiglierie, o vogli di munizioni: stavano altresì ancorate in porto sessanta navi giunte di Fiandra per via dell'Oceano, che costeggiando raccattavano di porto in porto vettovaglie ed armi. Sul punto di sferrare fu bandito nè fanciullo nè femmina si attentassero a salire su le navi; la cagione s'ignora, ma forse sarà stata la difficoltà di trasportarli e nudrirli, imperciocchè rispetto ai costumi non sembra che gli Spagnuoli, massime i Portoghesi, a cotesti tempi stessero troppo su lo spilluzzico; così vero che il duca di Alba rammentato qui sopra, cattolicissimo se altro fu al mondo, movendo più tardi in Fiandra per le guerre di religione, menò seco una cappata banda di diecimila moschettieri, di cui facevano parte milleduecento cortigiane, ottocento a piedi, e quattrocento a cavallo, tutte belle e brave (ci attesta Pietro di Burdeglia abate di Brantôme che se ne intendeva) come principesse, e i Portoghesi giunsero in quel torno a tanto di eccesso, da pretendere santificati, in grazia di cerimonie religiose, abbominevoli accoppiamenti[35].

Questa l'armata imperiale; centosessanta navi grosse di gabbia; centotrenta galee, venticinque galeotte, e tre galeoni, una gran caracca della religione di San Giovanni, venticinque caravelle, ottanta squarciapini, trenta fuste; di legni minori un nuvolo; le fanterie trentaduemila e più, gli uomini di arme mille, stradiotti settecento; secondata dal vento toccò la spiaggia affricana in Utica, oggi porto Farina; la galera capitana al primo giungere dette in secco, ma subito la trasse fuori il Doria, che, girato il capo di Cartagine alla Torre dell'acqua, si trovò davanti Tunisi a mezzo Luglio del 1535. I Cortigiani, dallo incaglio della galea imperiale, cavarono ottimo augurio; se rompeva, lo avrebbero predicato migliore; intanto squadre fitte di cavalli fulminavano su e giù per la costa minacciando far volare via il capo, a cui primo si attentasse sbarcare; ma il marchese del Vasto, che fu in cotesta impresa luogotenente dello Imperatore in terra, come Andrea lo fu sul mare, le disperse a furia di cannonate e di moschettate: intoppo più duro gli si parò davanti la Goletta. Questa era una torre grande, munita attorno di forti bastioni armati di grossa artiglieria, e circa dodici miglia distante di Tunisi; lì presso entra l'acqua del mare e vi fa stagno, donde per via di canale angusto e povero di acque può andarsi in barca fino a Tunisi; traversa la foce del canale che sbocca nello stagno un ponte di legno, per cui è mestieri che passi chiunque, venendo da Levante, vuole ire a Tunisi. Ariadeno vi aveva preposto alle difese un suo creato, valorosissimo uomo, per nome Synam: più volgarmente noto col nomignolo di Giudeo, o perchè dalla legge giudaica avesse apostatato, ovvero in quella durasse. Quali e quanti i fatti di armi lì presso furono combattuti non importa raccontare; tanto basti. Il marchese del Vasto, mediante gli approcci, si accostò ai bastioni, che dalla parte del mare slargavansi assai, e prese a piantare le artiglierie per batterli, lasciando a custodia di quelle alcuni colonnelli italiani e spagnuoli. Il conte di Sarno, il quale per indole, e troppo più per colpa della fortuna sperimentata fin lì parzialissima, era diventato oltre il giusto audace, volendo mostrare dispregio ai Turchi, piantò il suo padiglione fuori della trincera quasi bravandone gli assalti, i quali non si fecero aspettare: dopo un'ostinata battaglia, gl'Italiani presero a cedere terreno; allora il Conte infellonito si caccia dinanzi a tutti, con la voce garrendoli, con lo esempio eccitandoli; i Giannizzeri intesi a vendicarsi danno di volta appartandolo artatamente dai suoi: egli, improvvido, dietro; di un tratto quando nessuno può sovvenirlo gli si serrano alla vita, e lo finiscono con innumere ferite; subito dopo si avventano contro i suoi sbigottiti, ricacciandoli laceri e sanguinosi fin sotto agli occhi degli Spagnuoli, i quali non distesero un passo per soccorrerli, o per vendicarli.

Il conte di Sarno fu pianto da tutti, lodaronlo pochi, che la temerarietà anco dagli animosi, se in mal punto adoperata, piuttosto che valore reputasi follia; grandi poi corsero le querimonie a carico degli Spagnuoli, come quelli che, disamorati ai propri commilitoni, lasciarono menarne scempio sotto gli occhi propri; però indi a pochi giorni toccava a loro di pagarne il fio: perchè sortiti da capo i Giannizzeri fecero con tanta ferocia impeto contro gli Spagnuoli, che questi percossi da inusitato spavento ne rilevarono una dolorosa batosta. Il marchese del Vasto, da quello eccellente capitano ch'egli era, da ciò trasse argomento di conciliare gli animi degli Spagnuoli e degl'Italiani, disponendoli con forze unite a vendicarsi dei danni sofferti, e così per lo appunto successe in capo a pochi giorni, dove le due nazioni, combattendo a gara, penetrarono fin dentro i bastioni nemici, sebbene poi dallo sfolgorare delle artiglierie si trovassero costretti a dare indietro. Intanto essendo stati condotti a termine gli approcci dalla parte di terra, il marchese del Vasto si concertò con Andrea per batterla al punto stesso dal mare. Il giorno di poi sul fare dell'alba di qua e di là presero a tonare le artiglierie; Andrea, tenute ferme le navi su le áncore, e messi cannoni sopra le gabbie, spazzava i difensori dalle muraglie: le galee divideva in tre squadre di venti l'una, le quali, dopo abbassata l'alberatura, di tutta voga passando rasente ai muri sparavano: quindi di là allontanandosi facevano luogo alle sopravvegnenti: durò la bisogna senza intermissione fino a mezzo giorno con tanto rovinío, con tanto e sì pauroso frastuono, che la terra ne traballò, e se ne commosse il mare; il fumo denso, e fermo a cagione dell'aere senza vento, non concedeva la vista dei danni a vicenda cagionati dall'un lato e dall'altro: quando incominciò il fumo a diradarsi parve a taluno fosse sparita la fortezza, e poco dopo si conobbe aperto come tutto il sommo di quella tracollando avesse sepolto con immensa ruina arme ed armati. Salvaronsi pochi, e con essi Synam, i quali pel ponte fuggirono verso Tunisi: a mezza strada occorse loro Ariadeno tempestando; costui, con parole ebbre, uomini malediceva e Dio, ma l'amico Synam pacato ne blandì la rabbia dicendo: — a che monta il furore? Quanto da uomo poteva farsi noi abbiamo fatto; vieni e vedi. — Di vero il Barbarossa accostatosi contempla una macerie di sassi colà dove surse la Goletta, onde subito ridivenuto benigno esclamò: — era scritto! — Ed abbracciato e baciato lo amico, lo ebbe di ora in poi caro due cotanti più di prima.

Così cadde la Goletta, e con essa vennero in potestà dello Imperatore centocinquanta pezzi di artiglieria di bronzo, cinquanta grossi di ferro, quarantasei galee, sei galeotte, ed otto fuste ricoverate dentro lo stagno. Allora Muleasse si presentò allo Imperatore, e poichè nel fargli omaggio questi non risparmiò veruno atto di abietta umiltà, persuaso dalle adorazioni orientali, piacque a costui, che gli promise restaurarlo nel regno; anzi, non si sa se più stupido di mente o di cuore, additandogli le ruine di Goletta gli disse: — ecco, questa porta vi ho aperto per tornarvene a casa. —

Potrei astenermi di raccontare il modo col quale Tunisi cesse alla fortuna di Cesare, ma poichè ci accaddero alcuni fatti alla italiana milizia onoratissimi, ed altri (questo importa di più) pei quali questa nostra umana natura rivela la sua origine divina, chi vorrà biasimarci se cediamo al talento di raccontarli? Il Barbarossa ora spediva celeri messi dentro terra per raccogliere gente, e gli riuscì, perchè, se avevano in uggia lui, troppo più odiavano Muleasse, e poi ci adoperò la pecunia, supremo persuasore dei popoli così selvatichi come ingentiliti: in breve furono ventimila cavalli, oltre gli assoldati. Lo Imperatore, colto tempo opportuno, mosse l'esercito contro Tunisi con questa ordinanza: gl'Italiani sul corno sinistro verso lo stagno, gli Spagnuoli a destra presso gli oliveti, i Tedeschi in mezzo con l'artiglieria; il duca di Alba conduceva i cavalli in dietroguardo rinfiancati con parecchie squadre di archibusieri, per timore che venissero sopraffatti dalla cavalleria nemica: inoltre nel presagio dell'arsura, accostandosi ormai il mese di Luglio, i capitani ebbero mente ad ordinare ai saccardi portassero su le carra molti otri pieni di acqua, ed ai soldati si munissero di borraccie di acqua mescolata col vino: com'è da credere, innanzi ch'ei si affrontassero col nemico, le borraccie non contenevano più stilla, ed avendo scorto nella pianura non so quali cisterne essi fecero le viste di scompaginarsi per l'agonia del bere; nè le voci curavano; e la presenza degli ufficiali ormai non valeva a tenerli; fu mestieri si mettesse dinanzi lo stesso Imperatore, il quale posta la mano sul coperchio di una cisterna con gran voce esclamò: — nessuno beva qui, se ama la vita, che queste acque attossicarono i Giannizzeri, e me ne ha chiarito il re Muleasse: osservate gli ordini, che il nemico, cogliendovi alla sprovvista, non vi mandi per la mala via: ogni squadra che starà ferma al posto avrà un otre pieno di acqua. — Fosse vero questo, o piuttosto un suo trovato, giovò, imperciocchè le compagnie, ricredute di potere approfittarsi delle cisterne, stettero in ordinanza.

Intanto anco il Barbarossa si era messo in assetto di sortire da Tunisi: dicevano traesse seco centomila combattenti tra Turchi, Arabi e Mori, e si ha a tenere esorbitanza per fare o più splendido il trionfo o meno turpe la disfatta di Cesare: provava Ariadeno inestimabile fastidio di settemila cristiani suoi prigionieri, chè condurli seco gli pareva male, o lasciarseli indietro anco peggio: strettosi a parlamento con alcuni, che suoi più fidati erano, od egli reputava tali, dopo varie opinioni si fermò in questa: gli avrebbe chiusi tutti dentro la Rocca e a due a due incatenati fra loro; in caso avessero balenato di tentare novità, alcune guardie a ciò commesse, dato fuoco a lunga traccia di polvere, avrebbero fatto scoppiare le mine, onde quanti erano sarebbero stati scaraventati per l'aria. Synam giudeo s'industriò con bellissime ragioni a removerlo dal fiero concetto, ma non fece frutto; e gli diceva: — cotesto sarebbe stato segno di disperazione, dalla quale gli uomini forti davvero aborrono sempre per generosità, e perchè altri non si disperi: perduto uno Stato per virtù o per fortuna altrui, per fortuna, o per virtù propria potersi riacquistare; ma la fama con le nostre mani contaminata non si ricupera; che il nome nostro inspiri timore, a noi giova; nuoce, se orrore. — Nè raccontando questi casi io dubito, che altri possa pensare da me, per arte, dipinto troppo crudele il Barbarossa, e troppo mansueto il Synam, perchè quanto al Barbarossa importa ricordarci, come nei tempi che i nostri padri videro, il Danton facesse nelle giornate di Settembre ammazzare nelle prigioni di Parigi quanti monarchisti ci si trovavano, non dopo, ma prima che i nemici irrompessero dalle frontiere; non in castigo di fatti operati, ma per paura che gli operassero. Del Synam poi gli storici ci conservano una pietosissima avventura; l'ultima del viver suo, la quale se palesa quanto tesoro di affetto si ascondesse nel cuore di cotesto Corsale, testimonia altresì la profonda amicizia che a lui professava il Barbarossa: ed è ragione, che se nelle forti nature allignano, più spesso che non si vorrebbe, passioni truci, esse, e solo esse somministrano a un punto il terreno adattato alle lodevoli e alle buone. Synam ebbe un figlio giovanetto, il quale caduto nelle mani del signor Iacopo di Appiano, signor di Piombino, venne dal medesimo amorevolmente nudrito, e qui fece bene; volle poi che ricevesse il battesimo, e qui non fece bene nè male; per ultimo supplicato renderlo al padre, previo il consueto riscatto, si rifiutò, e qui commise ingiustizia. Il Barbarossa, tornando nel 1544 di Francia in Levante, sostò a Lungone, donde spediva al signor Iacopo un uomo discreto a proporgli la restituzione del fanciullo; in compenso di che egli prometteva serbare incolume la isola dell'Elba, ed ogni altra spiaggia dintorno. Il signor Iacopo rispose ad un bel circa come il Papa in pari occasione, non possumus; ma il Barbarossa ch'era turco, montato in furore, devastò Capoliveri con tutta la parte della isola spettante al D'Appiano, e più oltre minacciando, prometteva, passato il Canale, di andare a mettere Piombino in un sacco di cenere: io non so se il Papa udita simile antifona si sarebbe intorato nel non possumus; fatto sta, che Iacopo si persuase come, volendo, egli poteva benissimo; onde, senz'aspettare altri danni, rimandò il fanciullo al Barbarossa con parole di ossequio, e con ricchi doni, il quale tornato a Costantinopoli adoperò diligenza affinchè il figliuolo si conducesse presto e sicuro nelle braccia del padre, in quel torno ammiraglio dell'armata turchesca nel golfo Persico. Il Synam, quando prima si vide comparire davanti l'amatissimo capo, mosse ad incontrarlo traballando a modo di ebbro, e nello stringerlo al seno tanta piena di affetto lo assalse, che, prosciolte le braccia, stramazzò morto senza nè una parola nè un gemito.

L'ordine della battaglia, per quanto possiamo conoscere dalle sparse e varie memorie, sembra fosse il seguente: gli stradiotti, o cavalli leggeri, che allora si tiravano di Grecia, e per lo più erano albanesi, passarono dal dietroguardo a badaluccare innanzi le prime schiere: dello esercito si formò una massa profonda a mo' della falange macedone; in capo delle compagnie, di tratto in tratto, si preposero squadroni di uomini di arme, o vogliam dire cavalieri di grave armatura: sui fianchi, sparpagliati, gli archibusieri per non si trovare all'impensata assaliti di scancío. I panegiristi dello Imperatore lasciarono scritto ch'egli primo ingaggiasse la battaglia, e lo bandirono degno della corona civica per avere salvato Andrea Pontico cavaliere di Granata, che ferito si versava in estremo pericolo, essendo rimasto col cavallo morto addosso; la corona gli avranno senza dubbio offerta, ed egli presa, e col sentirsi ripetere quel gesto, forse avrà finito col crederci anch'egli; chè la presunzione è maliarda capace di questi tiri, ed anco di maggiori; ma il vero fu, che lo Imperatore, pei conforti dei suoi capitani, si ridusse al sicuro nella battaglia dei Tedeschi, e la zuffa ingaggiò Ferdinando Gonzaga, anch'egli milite volontario senza carico alcuno nello esercito imperiale; egli fu che alluciato un Moro, che alla burbanza degli atti, alla splendidezza delle armi ed al cavallo stupendamente bello appariva maggiormente fra gli altri, gli si avventò contro con la lancia, e tanto la fortuna secondò l'ardimento che di un colpo passatolo fuor fuora lo spinse a rotolare sopra la sabbia: poi tratta la spada saltò in mezzo ai nemici, i quali, sovvenuto dai suoi incorati dallo esempio, ebbe con piccolo sforzo dispersi. Il Barbarossa aveva fatto trainare copertamente dietro le sue schiere tre grossi pezzi di artiglieria, avvisando accostarli quanto meglio potesse alla falange nemica, e lì aperta allo improvviso la fronte scaricarli addosso di lei; sperava con un nugolo di scaglia scompigliarla, e così trovare modo a farci penetrare la furia dei cavalli; ma gli andò fallito il disegno per la viltà dei suoi fanti, di cui le prime schiere ripiegarono sconfitte su le seconde, e queste sopra le altre, sicchè poi tutte rimasero travolte nella fuga; nè il Barbarossa, comecchè giudicasse la giornata perduta, cessava la guerra; all'opposto sperava provare la fortuna migliore al cimento dei muri; lo assicuravano i bastioni antichi della città, ed altri validissimi, che ne aveva fatto fabbricare di nuovi; soprattutto il cassero; ma a lui toccò vedere rinnovato il caso di Uguccione della Faggiuola, il quale lasciata Lucca per ridurre in devozione Pisa sottrattasi alla sua autorità, gli si ribellò dopo le spalle, sicchè invece di ricuperare una città, ne perse due; ed ecco il modo in che successe. Francesco da Medeleno di Spagna, e Vincenzo da Cattaro, entrambi rinnegati, come quelli nei quali molto si confidava il Barbarossa, furono con parecchi altri preposti alla custodia dei prigioni cristiani; udita ch'ebbero la espugnazione della Goletta, si misero a mulinare intorno alla partenza dello esercito imperiale; conobbero la vittoria impossibile, scabroso il resistere; certo, se cascavano in mano dei cristiani, di essere mandati su la forca: allora si sentirono presi da compunzione grandissima per lo peccato commesso, e deliberarono emendarlo; però, avvisati i prigioni dello esizio che pendeva loro sul capo, li fornirono di arnesi per isferrarsi; questo avendo compito acciuffarono con repentino impeto parte dei custodi alla gola, e parte con una grandine di sassi lapidarono: quindi, rotte le porte delle armerie, si misero in assetto, mostrando volere difendere la fortezza finchè loro bastasse la vita. Se questa ventura arrivasse acerba al Barbarossa non importa dire, che sbigottito e smanioso si diè a correre intorno alle mura esortando i prigioni a deporre cotesto periglioso partito; badassero bene; rizzate le scale agevole a lui ripigliare la fortezza di assalto, e allora guai a loro! Gli aprissero le porte; al sollecito obbedire egli avrebbe perdonato l'errore commesso: potevano rispondergli ad archibugiate; non si sa perchè gli fecero la risposta co' sassi, ma anche questi bastarono a chiarirlo, che egli era negozio finito, e che bisognava allontanarsi: di vero la faccenda stringeva, dacchè i prigioni col continuo inalberare e calare delle bandiere si affannavano a porgere avviso agl'Imperiali dello accaduto perchè si affrettassero, e lo imperatore bene avvertiva i segnali, ma che cosa significassero non si apponeva: al fine, partito Ariadeno con settemila Turchi da Tunisi per la porta opposta a quella dove si trovava lo Imperatore, il magistrato della città si fece alla presenza di Carlo, profferendogli e raccomandandogli la terra; e questo fece eziandio Muleasse, e lo Imperatore promise, ma non potè attenere, imperciocchè, entrato subito dopo l'esercito, trascorse, massime i Tedeschi, agli eccessi a cui per ordinario si danno in balía i soldati irrompendo nelle città vinte, anco se cristiane: pensa se turche: contaronsi i morti fino a settemila; delle altre immanità si tace.

Andrea, desideroso che la vittoria fosse piena, commise ad Adamo Centurione, che tolte seco quattordici galee, andasse a dare la caccia al Barbarossa, ma costui, scoperto ch'ebbe alla lontana come i ponti delle galee nemiche andassero gremiti di Giannizzeri, reputò prudente astenersi da venire a cimento con disperati, donde il Brantôme nel concetto, che il Barbarossa fosse francese, e non potendo mettere giù la gozzaia contro il Doria, afferma che all'opposto il Barbarossa fu quegli, che dette la caccia al Centurione, e non istà così: Andrea non sapendo come con l'Ariadeno fossero andati settemila Turchi, immaginò poterne avere facile vittoria, e fu per questo, che gli spinse dietro le galee mezzo vuote di presidio; chè i soldati essendosi dispersi per la cupidità del sacco non ci fu modo di radunarne su quel subito molti, nè i migliori; quando poi seppe dal Centurione, che bisognava ammannirsi a duro scontro, tosto si mise convenevolmente in ordine, e mosse a combatterlo, ma il Barbarossa non attese a dondolarsi, e quanto prima potè riparava in Algeri. Il Francese, sempre nello intento di scemare la gloria di Andrea, e crescere, l'altra del Barbarossa aggiunge, che, partitosi da Tunisi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto, andò a saccheggiare Minorca, e a pigliare porto Maone, ed anco qui, sia malignità od ignoranza, erra, però che il Barbarossa scampasse da Tunisi sul finire del 1535, ed alla impresa di Maone non si attentò prima della partenza di Andrea, nè la condusse già per virtù di arme, bensì con inganno, facendosi mettere dentro con mentite bandiere; per cui i Maonesi riputandoli amici rimasero distrutti. Lo Imperatore restituì il regno di Tunisi a Muleasse omicida di diciotto fratelli e di tutti i nipoti; oltre a ciò legittimo erede compariva essere Roscette, non egli; così operando forse avvantaggiò la fede cattolica, non certo la carità cristiana, nè la giustizia, senza la quale gli è un fabbricare su l'arena.

Gli storici ci fanno sapere, come il magnanimo Carlo altro tributo annuo non imponesse al nuovo re di Tunisi tranne quello di sei cavalli e dodici falconi; ma il magnanimo Carlo, non nato austriaco invano, le cose sue sapeva assettare meglio di quello che non immaginino gli storici; di fatti, oltre allo avere assicurato il quieto vivere dei cristiani a Tunisi, lo esercizio della religione liberissimo, e i commerci, volle, che se ne cacciassero via i Corsali, ed aveva ragione; poi i nuovi convertiti di Granata e di Valenza, e fu sospetto iniquo, che non si fossero convertiti di buono; tutta la costa e le città litoranee sue; sua la Goletta con dieci miglia di contado dattorno; egli ci terrebbe presidio spagnuolo, lo pagherebbe il Muleasse; le pesche del corallo spettassero a Carlo: per osservanza dei patti, desse statico il re, in mano dello Imperatore, il suo primogenito. Se Carlo adoperava così con gli amici, fa ribrezzo pensare come conciasse i nemici. A celebrare questa impresa furono stanche un dì le trombe della fama; poesie, prose panegiriche a rovesci; i ranocchi abbondano alla stregua del pantano; ecci anco un poema epico La Tunisiade, parto della Musa di un vescovo tedesco; e un dì ne lessi non so che brani tradotti; a cui piglia vaghezza li troverà nell'Antologia di Firenze: poi feste, falò, gazzarre, e Tedeum come costumano oggi (i Tedeum un po' meno) e costumavano ieri e costumeranno domani. Tanto agita potente il cuore umano la religione delle grandi opere, che mille volte delusa sul pregio di quelle, mille volte crede, che la vera opera magna sia l'ultima applaudita. Coniaronsi anco medaglie, e Andrea non si rimase da coniare la sua: questa da un lato lo rappresenta ignudo fino alla cintura, e più, con un remo in braccio appoggiato all'arbore della galea; nel rovescio si mira inciso lo emblema, ch'egli fece ricamare nello stendardo, e drappellò sopra la quadrireme conduttrice dello Imperatore da Barcellona a Tunisi, e da Tunisi a Palermo; il quale emblema mostra una stella radiata circuita da otto dardi: vi si legge dintorno: Vias tuas, Domine, demonstra mihi.