Io so bene, che il ricordare poco o molto la inanità delle cose nostre non emenda la superbia umana; nè la stoppa arsa al cospetto del Papa, nè lo scheletro alle mense dei re di Babilonia, nè lo stendardo ai funerali di Saladino furono mai utili predicatori: e tuttavia ufficio è nostro ammonire sempre, quando ne capiti il destro, nella speranza che un dì i semi, non che ad altro, confidati alla sabbia germoglieranno. Qui ora giovi sapere, che la conquista di Tunisi con tanto sforzo ed a prezzo di così larga vena di sangue conseguita, andò perduta in processo di tempo a cagione del divieto chiesastico di cibare carne il venerdì e il sabato! Certo soldato francese, colto in trasgressione, fu preso e spedito in catene al Santo Offizio per esservi condannato: fortuna volle, che le galeotte algerine corseggiando pigliassero la nave dove ei si trovava: condotto in Algeri, come colui che ingegnoso era molto, espose ad Occialy il modo di espugnare Tunisi, indicandogli i lati deboli, e i luoghi acconci a scavarci le mura e le vie sotterranee: onde al Turco non riuscì arduo ricuperarla, il quale per cavarsi dalle mani la scheggia della Goletta la rovesciò dai fondamenti: a questo modo ebbe fine la dominazione degli Spagnuoli nell'Affrica occidentale.
Intanto Francesco Sforza ultimo duca di Milano periva, e Re di Francia e Imperatore, lì pronti a stendere sopra lo Stato di lui le mani ingorde; l'uno e l'altro iattavano diritti per dominarlo; ed erano vani tutti, da uno in fuori; la viltà del popolo che non voleva o non sapeva cacciarli ambedue. La Francia voleva di più, e se lo pigliava, Nizza e Savoia; n'era signore il duca Carlo, zio del re, ma ragione di sangue nei petti umani non mise mai ostacolo all'odio e alla rapina; e poi lo zio ricambiava il nepote, quando gli veniva il destro, a misura di carbone; anzi i principi, quanto più congiunti, tanto più disposti a contendere, però che la parentela moltiplichi le cause dell'interesse fra loro; e poichè il re di Francia aveva trovato il terreno tenero, dopo Nizza e Savoia gli venne appetito (e questo succede sempre) di Susa, di Torino, di Chivasso, e se li pigliò; per questi, innanzi di occuparli, mancava perfino di pretesto a farlo, ma, occupati ch'ei gli avesse, era sicuro che in qualche archivio avrebbe trovato anche il diritto. Cesare Fregoso tenta cose nuove in Genova in pro della Francia, e non riesce; postosi in salvo, lascia dietro gli amici a pagare i cocci rotti; e questi sono conti che si saldano col capo: e così fu per Agostino Granara e Tommaso Sauli; al Corsanico venne fatto fuggire, ma lo raggiunse Andrea, che mandò lui e la nave che lo portava a cannonate nel fondo del mare. Lo Imperatore colto impreparato, per tenere a bada il re Francesco, lo agguindola con non so quali negoziati di nozze, e promesse d'investirlo del Milanese; e Francesco, dando nello impannato, mette campo a Cigliano. Strana cosa questa, che i principi sempre si truffino e sempre si fidino tra loro! Trovarne la ragione è impossibile: si comprende ottimamente che il grande desiderio che si ha di una cosa, metta intorno agli occhi ed agli orecchi la benda, ma sempre, fitto fitto, una volta dietro l'altra è da rinnegarne la pazienza!
Carlo pertanto dissimulò, finchè non giunse a Roma, dove gli oratori di Francia gli chiesero la investitura del ducato pel re; lo Imperatore gli rimandava ad altro giorno per la risposta, il quale arrivato, egli prese a dire, con inestimabile passione, in pieno concistoro, le molte, e molto gravi ingiurie patite da Francesco: chiamò Dio giudice fra loro, e tanto si accese con le parole, che conchiuse profferendosi a definire la lite col suo avversario in singolare certame, con la spada in mano, e ciò per non esporre la cristianità alla ferocia turchesca, disertare tanti paesi floridissimi, ed essere cagione della morte di numero infinito di innocenti. Di ciò era nulla, o poco, ed egli il faceva per lavorare di traforo i principi italiani, i quali, paventando la sua soverchia grandezza, s'industriavano attraversarlo, massime il Papa, a cui pareva proprio provvidenza di Dio, che questi due flagelli d'Italia si dessero a vicenda sul capo, e si finissero; ma Paolo, che delle cortigianesche arti era maestro, finse della passione di Carlo altamente appassionarsi, le braccia stese al collo di lui; se piangesse non dice la storia, ma avrà pianto di certo; lo raumiliò con soavi parole, e impose silenzio agli oratori francesi, che dopo pochi ed interrotti accenti ebbero a tacersi.
Dicesi che lo Imperatore tenesse in Asti, coi suoi più provati servitori, una consulta sul quanto fosse da farsi in Italia; quello che da altri fu consigliato non occorre riferire. Andrea gli toccò tre punti importantissimi; il primo fu che avesse a mutare Don Pietro di Toledo, molte essendo e gravi le querele del popolo contro di lui, il rancore dei baroni profondo; le mutue offese tali, da conciliarsi anco fra piccole genti scabroso, tra grandi a superbe impossibile. Lo stesso Carlo avere sorpreso pure, e trattenuto appena, il marchese di Pescara e il Vicerè con lo stile brandito nella propria corte, che bramavano venire al sangue. Ora parergli questo sicurissimo, che il Vicerè, approfittandosi del tumulto dei prossimi casi che avrebbero impedito di vigilarlo, sarebbesi vendicato; e posto eziandio che per lo addietro le cause delle querele fossero state o poche o lievi, di corto dovevasi temere di vederle diventate molte e gravi; donde, molesta discordia in pace; in guerra pericolo. Circa a Milano, due considerazioni dissuaderlo da conservarlo; l'una, che la Francia convinta della bontà del proprio diritto non sarebbe mai stata ferma da farlo prevalere; l'altra, che i principi italiani sospettosi nel vedere augumentarsi tanto la potenza imperiale in Italia, si sarebbero perpetuamente industriati a scemarla con ogni via: pendere perplesso in questo se ei dovesse o cederlo, o tenerlo; ma in questo altro essere chiaro, che innanzi di cederlo a principe debole, incapace a sostenervisi, lo serbasse per sè, conciossiachè a quel modo non sarebbe per nocergli quando se lo aspettasse meno: ridotto in potestà sua, fôra agevole reggerlo come parte di grande impero; per converso, separato e in mani dei nobili, facile a dare di volta; nè troppo nella bontà della persona preposta confidasse, perchè posto (ed era zaroso) che la persona eletta, anco contro la comodità propria, si mantenesse in fede, chi lo assicurava dei successori di quella? Procuri metterci di presidio un cinquecento uomini di arme, e un trecento cavalleggeri, a cui il popolo, bene inteso, facesse le spese, ma vietisi loro rigidamente vivere di rapina; al contrario sieno pagati, e paghino; così il popolo, vedendosi tornare il danaro in tasca, o non mormorerà di averlo a contribuire co' balzelli o mormorerà meno; anzi qualcheduno se ne loderebbe, perchè nel girare, che la moneta fa, se da un lato si parte o scema, dall'altro va e si accresce: ai soldati preponesse uomo dabbene, il quale col principe di Ascoli Antonio da Leva, vicerè di Milano, in fraterno accordo si comportasse. Quanto alla impresa di Provenza, che lo Imperatore disegnava fare, esortarlo a deporne il pensiero; e in questo avviso concorsero il marchese del Vasto, Fernando Gonzaga, Paolo Luciasco e il Gastaldo.
Lo Imperatore non mutò il Toledo, e Dio sa s'ebbe a pentirsene; lo fece tardi, e quegli si partì da Napoli pieno di sangue, per girsene a Firenze presso il generoso Cosimo, a morirvi d'indigestione di beccafichi[36]. In Provenza s'incocciò ad ogni costo andare, sospinto da voglia ambiziosa e avara di mettere la mano su quello dell'emulo, e dallo assiduo serpentare, che gli moveva attorno Antonio di Leva, il quale, per dargli nel genio, mostrava tirarlo pei capegli colà dov'egli agognava precipitare; rispetto a Milano piacque a Carlo quello che sempre agli uomini, principi o no, piace; tenere. Se Andrea, nel dare cotesto consiglio, coprisse qualche suo recondito livore, è incerto; però fu creduto, e gliene incolse male, come a suo tempo si farà manifesto.
Lo Imperatore, dopo respinto l'ammiraglio Cabotto, assediò Torino, ed assembrati da quarantacinquemila fanti e duemilacinquecento tra uomini di arme e cavalli leggeri, per tre diverse strade incamminano tutti a Nizza; la banda più grossa spalleggiata dal Doria per la riviera di Genova, e lungo la costa le galee le portavano bagaglio artiglierie; di vettovaglie la sovvenivano. Come questa impresa capitasse male, a noi non è spediente riferire per minuto: ne basti tanto, che essendo stato deciso dai capitani del re di dare il guasto al paese, perchè il nemico venisse a patire mancanza di fodero, i padroni delle terre e i contadini ebbero piuttosto mestieri di freno che di eccitamento; di che non poteva darsi pace lo Imperatore, parendo a lui che al popolo gregge non dovesse premere se un pastore piuttosto dell'altro lo tosasse; ed aveva torto, imperciocchè il popolo, quantunque non ami il padrone domestico, odii lo straniero; e il proprio si tirò addosso, e soffre, o crede essersi tirato addosso, e sopportare spontaneo, mentre l'altro presume, gli si voglia mettere sul collo per forza: in ogni caso, e sotto tutti i governi, ogni volta ne capiti la congiuntura, piacque al popolo dimostrare con gli atti ch'egli sa e sente essere arbitro in casa sua. Il re di Francia commosso, secondochè raccontano gli storici, dai danni patiti volontariamente dai Provenzali per devozione di lui, attese a guiderdonarli alla reale, cioè esentandoli per dieci anni da pagare i balzelli: dono è di re non torre. Scorrazzata la Provenza in parte, espugnato Tolone dove Andrea surse sbarcando arme, munizioni ed armati, preso Aix, adesso incominciano per Carlo le dimore, che avevano poco innanzi perduto Francesco in Italia; gli effetti pari, le cause diverse ed egualmente fallaci; qui lusinghe di accordi e di nozze, là lusinghe di consegnargli per tradimento Marsiglia; se questo trattato veramente ci fosse, gli storici non hanno saputo chiarire; qualcheduno ne fu incolpato, e tanto bastò, anzi ce ne fu di avanzo perchè i giudici lo mandassero a morte: ma la forca prova pochissimo adesso; allora nulla, chè a quei tempi tenevano la forca non testimonio del vero, bensì arnese cospicuo di regno, onde impiccavano per genio, per terrore, e talora anco per lusso; così vero questo, che lo Imperatore Carlo V, quante volte gli occorreva vedere un paio di forche, cavatosi ossequiosamente il berretto, le salutava; e questa devozione egli possedeva per eredità dell'ava Isabella la cattolica, di cui il cuore piissimo per tenerezza sdilinquiva quando mirava le forche ornate a festa, mentre al buon Sisto V, verace vicario di Gesù in terra, non meno pio di lei, mettevano fame[37]! E quello che apparirà strano è questo, che non solo Carlo, il quale a fine di conto ci mandava, le salutasse, bensì ancora i soldati che ci erano mandati; da tanto i popoli istruiti in quale stupida abiezione valga a ridurli il servaggio, redenti che sieno a libertà, la tengano cara; senza lei degne d'invidia le bestie.
Mentre Francesco ributtava di fronte l'odiato nemico, non meno sollecito attendeva a levargli rumore dopo le spalle; in ciò egli aveva aiutatori segreti i principi italiani, e il Papa stesso: a questo effetto il conte Guido Rangone, Cesare Fregoso e Cangino Gonzaga sollecitavano a fare massa dei soldati alla Mirandola, dando voce volere andare a Torino in soccorso del Padilla; senonchè Andrea Doria, il quale con occhio obliquo li vigilava, e non faceva a fidanza, persuase lo Imperatore a rimandare indietro Antonio Doria con le sue galere, e settecento archibusieri capitanati da Agostino Spinola, perchè guardassero Genova: taluno afferma non essere stata questa sagacia di Andrea, bensì fortuna, chè gliene porse avviso il capitano Lonarcone sua spia: e posto che fosse così, non verrà meno per questo in Andrea la reputazione di solertissimo capitano. Antonio, messi gli archibugieri a terra, gli mandò con Bartolomeo Spinola a Novi, ma n'ebbero subito a sloggiare, imperciocchè, appena giunto, sapesse come la gente della Mirandola, ingrossata con alcune squadre di Bernabò Visconti, e di Piero Strozzi, in tutto meglio di diecimila tra fanti e cavalli, partita da San Donnino senza artiglieria, per la valle della Scrivia si affrettasse a Genova. Celeri stracorridori, spediti da lui, avvisarono la Signoria tenesse le galee in punto a Voltri, dov'egli arrivò trasportato per cotesti aspri colli in lettiga, sendo dalla podagra mal condotto; e la sera dopo entrò in Genova.
La gente di Francia, sboccata da Seravalle nella Polcevera, si attendava a San Francesco della Chiappetta gridando: Fregoso! e Libertà! I contadini traevano al grido di Fregoso, un po' per odio contro ai patrizi, e molto contro gli Spagnuoli: di libertà non intendevano: quinci i Francesi andarono a Cornigliano, donde, partiti in due schiere, mossero ad assalire la sommità di Granarolo e la torre dello Sperone. La città attendevali munita presto e bene: Agostino Spinola si tolse il carico della difesa di San Benigno e di Fassuolo; Suarez oratore spagnuolo, con mille fanti tirati fuori di Alessandria, si postò su le mura del Bisagno; Antonio Doria, con duemila fanti, a Pietra Minuta e a Carbonara, Melchiorre Doria vigilava con le galee nel porto. Respinto l'araldo, venuto ad intimare la resa, si mise mano alle armi; la squadra condotta dal Rangone scala la torre dello Sperone, dove, ostando invano i militi volontari di Genova e certo capitano Corso, si arrampica con inestimabile ardire un alfiere, che pianta subito la insegna di Francia su la muraglia: pochi dei compagni lo seguono perchè alla prova trovarono corte le scale fabbricate in Polcevera; pure tra quelli che la volevano sgarare, e questi che inferociti si ostinavano a ributtarli, s'ingaggia una zuffa terribile; a farla finita ecco arrivare Agostino Spinola, che di colta abbatte la insegna, e alfiere e assalitori scaraventa a rompersi le ossa su i macigni a piè della torre. I nemici sbigottiti tornano colà donde erano venuti. Liberati da questa fortuna i Genovesi, tengono dietro le solite feste, e i soliti supplizi; ma di pochi e oscuri; ai Polceveraschi perdonano, allegando avere fabbricato le scale corte; e parve la scusa buona per non mandarli alla forca; a me sarebbe sembrata idonea per mandarceli, se si fosse potuto, due volte; la prima per avere fabbricato scale contro la Patria; la seconda per averle fabbricate con inganno; due tradivano, e a due stendevano la mano.
Marsiglia non solo seppe resistere per la virtù dei Francesi, e molto eziandio per quella di Giampaolo Orsino, ma sortite alcune bande guascone ed italiane, a tale stretta ridussero con subito assalto Cesare, che si trovò in pericolo della persona, nè si salvava, se Marco Emilio veronese, con certi altri cavalieri italiani che stavano attorno, non gli avesse alquanto respinti. Tornandogli avversa ogni cosa, lo Imperatore, invece di assediare, si trova assediato; sicchè il suo esercito, per procurarsi un po' di vettovaglia, aveva bisogno di mettere ogni dì a saccomanno il paese: non trovando di meglio, e questo parendo ottimo, i soldati presero a empirsi di frutta, e di uva, donde una dissenteria maligna, che menò scempio nel campo. Lo Imperatore, avendo rassegnato lo esercito sul finire dello Agosto, lo trovò scemo della metà: per sè, ed anco pei superstiti atterrito deliberava rientrare in Italia, ma non lo avrebbe potuto, se il Doria non lo sovveniva di vettovaglia e di trasporti. Ora da capo la improvvida pigrizia sloggia dal campo di Carlo per girsene a pigliare stanza in quello di Francia; tornava destrissimo per un po' di sforzo, che ci si mettesse, fracassare gl'imperiali sgomenti, e pure i Francesi si peritarono: solo vennero alle mani più volte ricambiandosi dolorose botte due capitani Ferdinando Gonzaga, e Giampaolo Orsino: entrambi italiani erano; quegli per Austria; questi combatteva per Francia: per la Patria nessuno! che ormai la gravavano i fieri tempi nei quali ogni atto di valore dei propri figliuoli ribadiva un anello della catena di lei.
Carlo tornato a Genova alberga nel palazzo Doria; quivi andarono a congratularsi con lui i vassalli, per elezione o per necessità condannati alla perpetua lode del padrone, se il nemico vinto, per la vittoria contro lui, se vincitore per averlo contenuto di stravincere: e poi lo Imperatore non poteva perdere nè errare: chi fallì fu Antonio da Leva, il quale gli suggeriva il mal consiglio: scrivono ne morisse di dolore; per me dubito sia morto anch'egli per soverchio di frutta mangiate; ma strane sono le passioni degli uomini e strani i casi che partoriscono: comunque sia, la sua morte fu giudicata pena condegna allo avere tratto lo Imperatore al passo disastroso; nessuno lo compianse; a lui, consigliandolo il Doria, Carlo si affrettò dare nel viceregno di Milano il marchese di Pescara per successore[38].