In questa cascò improvvisa la notizia della strage di Alessandro duca di Firenze: morto il tiranno non si spegne la tirannide se il popolo si trovi disposto a servitù; così veramente non era tutto a quei tempi il popolo fiorentino, bensì avvilito dalle battiture sofferte; disposta a servitù era, e molto, la parte che si appella degli ottimati, allora come sempre nemica alla libertà, a patto però di essere chiamata compagna alla dominazione, e tale, o per genio o per virtù del grado, anco Andrea Doria, e già lo avvertii: qui poi dirò com'egli d'accordo col Guicciardino procedessero operosissimi per mantenere Firenze in catene: i suoi offici questi; spedì celere una delle proprie galee a Livorno per sovvenire il Castellano se in fede, se traditore ammazzarlo; scrisse lettere ortatorie al cardinale Cybo (e non ce n'era di bisogno), affinchè perdurasse fermo in pro del signore Cosimino; ad Alessandro Vitelli fece dire, pigliasse la occasione a' capelli per avvantaggiare il fatto suo in grazia della imperiale riconoscenza; confortò il marchese di Anguilar, oratore di Cesare al Papa, ed alle proprie aggiunse le raccomandazioni dello ambasciatore Figuerroa, perchè con 2000 Spagnuoli si accostasse al confine toscano, ed il medesimo consiglio dette altresì al marchese del Vasto; il signor Cosimino ammonì, come giovanetto, a non perdersi di animo a cagione di coteste rivolture, ed il signor Cosimino gli rispose ringraziandolo come padre; e quanto ad animo stesse quieto; si fidasse in lui; e aveva ragione, però che in Cosimo fosse materia da fabbricare quattro tiranni, non che uno.

CAPITOLO VII.

Solimano, prevalendosi della discordia tra lo Imperatore ed il Re di Francia, piglia Castro e minaccia la Italia intera. — Il Papa si ricorda essere padre dei fedeli. — Congresso di Nizza. — Eremita che intende accordare Dio e il Diavolo, novella narrata dal medico Turini a papa Paolo III. — Tregua di Nizza. — Francesco e Carlo si vedono alle Acque morte. — Parole risentite scambiate fra Andrea Doria ed il re di Francia. Inverosimiglianza della proposta del Doria di trasportare il re di Francia a tradimento in Ispagna intanto ch'egli si tratteneva su la galea. — Anco da questa conferenza non riesce utile alcuno. — Osservazione del Bonfadio, e perpetua stupidità del popolo. — Andrea muove contro il Barbarossa; propone lega ai Veneziani a danno del Turco; non viene accettata, e perchè. — Piccole cose di Andrea e sperticati encomii del Bonfadio. — Lodi di Cesare Fregoso per la sua carità verso la patria. — Scontro alle Melere con poca gloria di Andrea. — Veneziani bisognosi di aiuto ne ricercano il Doria che ostinato lo nega. — Sue insidie per mettere i Veneziani in discordia con Solimano. — Lega del Papa, i Veneziani e l'Imperatore contro il Turco; i Veneziani abbandonati dal Doria rammentano l'antica virtù. — Comune pericolo riunisce i collegati. — Pier Luigi Farnese patrizio veneziano e marchese di Novara. — Assalto della Prevesa. — Andrea vuole rinforzare il presidio delle galee veneziane con fanti spagnuoli, si ringrazia, e non si accettano; donde nuove gozzaie. — In questa guerra tutti fanno il proprio dovere, tranne Andrea, che ne ritrae danno ed infamia. — Tenta Durazzo. — Piglia Castelnuovo. — I Veneziani disgustati dal Doria si accomodano con Solimano. — I Turchi ripigliano Castelnuovo; morte del Sarmiento. — Chi fosse il corsale Dragut; Giannettino lo piglia e lo mette al remo; trova grazia presso Peretta moglie di Andrea, che, per 5000 ducati con molto biasimo suo e danno della cristianità, lo libera. — Imprese del Dragut liberato. — Gand ribellasi allo Imperatore, che per reprimerla si affida passare per la Francia; lusinghe e pericoli; diamante lasciato cadere nel bacile che gli offeriva Diana di Poitiers. — Impresa di Algeri dissuasa dal Doria è statuita; cause che la persuasero a Carlo V. — Apparecchi e primi disastri. — Riunione delle armate ad Algeri. — Sbarco differito e perchè. — Resa intimata e reietta; si fa lo sbarco; scaramuccie durante il giorno e la notte. — Orribile uracano. — I Turchi finiscono i corpi avanzati degl'Italiani; minacciano lo sterminio del campo italiano ch'è soccorso da Giannettino Doria; pericolando egli stesso lo sovviene lo Imperatore. — I Turchi sono respinti e perseguitati fin sotto le mura; sortita di Osfan-Agà: strage dei nostri; valore dei cavalieri di Rodi: sgomento dello Imperatore, che tenta le supreme prove per salvare l'esercito e gli riescono. — Rinforza l'uracano; ruina dell'armata imperiale; superstizione di Carlo V; casi pietosi. — Virtù e costanza del Doria singolarissime; egli manda a dire a Carlo se parte, lo andrebbe ad aspettare a capo Matafus. — Generosità di Ferdinando Cortez, e sua perdita di smeraldi, o come altri dice di una perla. — Consulta se lo esercito deva ritirarsi; Carlo n'esclude il Cortez, e perchè. — Ritirata travagliosa; torrente grosso di acque la impedisce; Giannettino e i Genovesi costruiscono un ponte per traversarlo. — Parole di Carlo al Doria, promette ristorarlo dei danni, e lo fa, ma sottilmente. — Partenza da Matafus, ed eccidio miserabile di cavalli. — Nuova procella e rovina di navi; casi fortunosi della gente sbatacchiata dalla bufera. — Carlo torna in Ispagna a far penitenza, Andrea in Genova a riordinare l'armata. — Ghiottoneria dello Imperatore. — Mutue offese tra Carlo e Francesco. — Insidie a monsignore di Granvela. — Strage del Rincone e del Fregoso. — Nuova guerra tra lo Imperatore e Francesco rotta da tre parti. — Si parla di quella di Perpignano. — Consigli del Davalos a Cesare e superbe risposte di lui. — Provvidenze del Doria. — Solimano in lega col re di Francia manda il Barbarossa nel Mediterraneo; devastazioni sue quando viene. — Carlo per l'ultima volta albergato dal Doria. — Invitato di conferire a Bologna col Papa, Cesare rifiuta; pure consente parlargli a Busseto; il Papa attende a tirarvi l'acqua al suo molino, e non riesce. — Cesare bisognoso di danaro ne trova da Cosimo duca di Firenze. — Guerra d'Italia: assedio di Nizza per parte dei Francesi e dei Turchi. — Arti francesi con Genova non approdano. — Assedio di Nizza. — La Segurana e il Conte di Cavour. — Il Simeoni difende il Castello; Turchi e Francesi danno indietro. — Male parole e peggio fatti tra il Barbarossa e il Polino. — Il marchese del Vasto soccorre Nizza. — Fortuna di mare e perdita di galee del Doria a Villafranca. — Guerra del Piemonte. — Andrea dissuade il Davalos a soccorrere Carignano; ragioni per le quali il Davalos si reputa obbligato a sovvenirlo. — Battaglia della Ceresola. — Curiosi particolari di quella. — Stupenda alacrità di Andrea e dei partigiani dello Imperatore a rifare lo esercito. — Pietro Strozzi alla Mirandola; in Lombardia; rotto alla Scrivia; raduna nuove squadre; va a Montobbio; penetra nel Piemonte e piglia Alba. — Il Barbarossa va via; danni da lui recati all'Italia quando parte; con Genova propone accordi; pure le ruba una nave; immanità sua contro le ossa di Bartolomeo da Talamone: è ributtato da Ortebello; saccheggi e ruine per le terre del regno; se ne torna per ultimo a Costantinopoli. — Si rinfocola la guerra tra il Re di Francia e lo Imperatore, a cui si aggiunge Enrico VIII d'Inghilterra: mentre si aspetta il finimondo segue la pace. — Cause di questa. — Chi fosse il Furstembergo e casi suoi. — Reputazione delle bande italiane per gli assalti delle terre. — Milizie tedesche bestialissime sempre, ed in abbominazione agli stessi propri capitani. — Pace di Crepy, e patti della medesima.

Mentre gli animi di Francesco di Francia e di Carlo austriaco pareva avessero ad essere più inviperiti che mai, e le opere mostravano la superba febbre di superare l'un l'altro, di un tratto gli emuli cagliarono, e ciò perchè la forza non rispondeva al mal volere: ancora, se le feroci cupidità di Solimano sgomentavano Carlo nemico per bisogno, non assicuravano Francesco amico per comodo: in fatti il Turco, dopo avere con molta segretezza raccolto armi alla Vallona, quinci mosso allo improvviso, pigliò Castro in prossimità di Otranto, dando voce che intendeva ridurre la universa Italia in servitù, e siccome Solimano era uomo da fare le cose anco prima di dirle, così vuolsi credere che cotesto modo di aggiustare le liti fra loro non garbasse ai contendenti; e meno che agli altri al Papa, il quale, a vero dire, quante volte ci è andato del suo interesse, si ricordò chiamarsi padre dei fedeli, e l'ufficio suo obbligarlo a procurare la concordia fra i principi cristiani, affinchè si unissero a combattere il Turco, di dì in dì crescente terrore della cristianità; però tutto acceso di zelo egli si diede con messaggi e con lettere a procacciare un colloquio tra Carlo e Francesco: a Nizza la posta: avuta l'accettazione della pratica, si dispose a partire egli prima, sia che così persuadesse la cerimonia o lo sforzasse la voglia, o con lo esempio intendesse tirare gli altri. Non si lodava il partito, anzi in Corte si presagiva sarebbe tempo perso. Al quale proposito non disdirà raccontare un caso, che quantunque lepido forse più che alla gravità della storia non convenga, pure, a mio avviso, dipinge anch'egli stupendamente gli uomini e i tempi.

Andrea Turini medico del Papa, ogni volta che udiva dire di questa andata del Pontefice, tentennato il capo, rideva: richiesto intorno alla causa della sua ilarità, rispose: io penso al romito che volle mettere il diavolo d'accordo con Dio. — Ora essendo state riferite (male comune e delle corti vizio) le parole del medico al padrone, questi volle che gli raccontasse il fatto non avendolo udito prima nè poi. Il medico, chiesta ed ottenuta licenza di favellare aperto, incominciò: — Beatissimo Padre, voi avete a sapere che ci fu un tratto un santo eremita, il quale, non si sapendo capacitare come le creature di Dio non vivessero di amore e d'accordo fra loro, prese ad addomesticare insieme parecchie di quelle bestie che si reputano nemiche naturalmente; bisogna dire, che il dabbene uomo, dopochè se ne furono strangolate talune, e mantenendo le altre in istato permanente d'indigestione, riuscisse nel desiderio oltre la speranza: di qui, fatto superbo, aspirò a cose maggiori; fra cui, massima, quella di accordare il diavolo con Dio: a simile scopo pertanto, trovato un dì il Padre Eterno, gli tenne questo ragionamento: — Satana ti fu rubello e tu il punivi; bene sta; ma avendo consentito ch'egli serbasse potenza oltre il ragionevole, mira un po' quale e quanto strazio meni delle anime con le sue tentazioni, e non senza qualche scapito della tua autorità; ancora, tu, padre di ogni misericordia, senti affetto eziandio per quelli che ti offesero; ond'io argomento, che se un po' di penitenza (s'intende della buona) ti mostrasse Satana, tu saresti disposto a perdonargli. — Il Padre Eterno gli rispose: — proprio la è come tu di', e basta che cotesto figliolaccio, col cuore contrito ed umiliato, recitasse le parole, peccavi Domine, miserere mei — egli lo avrebbe ribenedetto. Lo Eremita, oltre modo lieto, prese commiato, dicendo: — gli è affare fatto! — e di buon passo andò a trovare il Diavolo, a cui, con parole accomodate, espose l'antica magnificenza, la perduta beatitudine, e la pratica delle opere buone, onde l'anima si nudrisce a ben fare, e riamata ama, ponendo cura di mettere tutte queste cose in contrasto coll'angoscia di sentirsi, tormentando altrui, tormentato; cibarsi di odio e di pianto; ardere senza consumarsi mai nel fuoco penace; tornasse, oh! tornasse a splendere nei cieli, luce, dopo Dio, prima; ed altre più ragioni addusse, che non preme riportare; le quali scossero la mente del superbo così, ch'ebbe a dire si sarebbe composto più che volentieri, a patto si trovasse modo di non offendere il suo onore. Il padre Eremita rispose: che di questo non doveva nè manco darsi pensiero; non inesperto del mondo, conoscere le convenienze; secondo il suo giudizio, nel congresso con Dio, opinava dovesse bastare la confessione intera dei proprii torti; anzi per impedire ogni cavillo intorno alle parole, proporsi da lui che si avessero a profferire queste e non altre: peccavi Domine, miserere mei! — Satana fece un po' greppo, ma poi esclamò: — Orsù via per farne un fine, la vada come vuoi. — Allora lo Eremita giubbilante: — hai tu nulla di premura per le mani! — E il Diavolo: — andava appunto per l'anima di una Badessa, ma non ci è furia; tanto l'anima è mia. — Dunque, aspettami qui, riprese lo Eremita, che, in meno che non si dice un credo, io vado e torno con la risposta. — Così dicendo, gli volse le spalle correndo e cantando per la consolazione il Te Deum; però egli non si era dilungato anco venti passi, quando il Diavolo, richiamatolo in dietro, lo interrogava: — e' parmi che un punto sia rimasto dubbio nel trattato, il quale importa grandemente chiarire. — Bada, non mi girare nel manico, lo Eremita ammonì il Diavolo; non ci casca dubbio; tutto rimase stabilito fra noi. — Non è vero, non è vero, esclamò il Diavolo, infatti dimmi un poco chi di noi due, io o il Padre Eterno ha da recitare le parole: — peccavi Domine, miserere mei? — Come! Dio le avrebbe a dire a te? — Ma sicuro, poichè il torto fu proprio tutto suo. — Sei tu che le hai a dire, tu le cento volte, sciagurataccio, e ripetere picchiandoti il petto con una pietra del monte Calvario. — Come così è, non se ne fa nulla, brontolò Satana, e bufonchiando fuggissi via, intanto che si lasciava dietro un fetore di odio e di zolfo da ammorbarne.

E come il medico Turini aveva presagito, accadde; dacchè i potenti emuli, non che si accordassero, non vollero nè manco vedersi; Francesco ricusava udire parola di pace, se non gli si rendeva Milano, e Carlo si turava la orecchie quante volte gli toccassero il tasto di Lombardia; ne uscì una tregua per dieci anni, e non fu poco.

Indi a breve (così appaiono strani o gli accidenti, o gli uomini) occorse, che Andrea, trasportando lo Imperatore a Barcellona, si trovasse ridotto a mal partito a cagione di un fortunale, che si mise per le acque della Provenza, ma temendo di guai si peritava a ripararsi in qualche porto. Il re Francesco, che a caso si trovava per quelle parti, udito il caso, spedì sopra una salda e sparvierata galea oratori a Cesare con profferta di ospizio alle Acque morte, o Fosse mariane: accettato lo invito vi si condusse Cesare, e con esso seco Andrea; poco dopo ci capitò re Francesco in compagnia della consorte, dei figli, e del Cardinale di Lorena; nè basta, che mentre a Nizza stando sul pertinace aveva sempre ricusato conferire con Cesare, adesso di un tratto volto l'animo, scortato tuttavia dalla moglie e dai figliuoli, saliva la sua quadrireme; adoperando con lui, non dirò ogni onesta, ma più sviscerata accoglienza, fino ad abbracciarlo quattro volte e sei. Andrea, che si trovava allora appunto di settantadue anni vecchio, consapevole di che cosa coteste lustre sapessero, si era tratto sopra la estrema punta della prora, riguardando il mare; — Francesco reputò cotesto atto discreto, e cortese molto, tale persuadendogli la regia indole, dacchè i potenti quando ci hanno interesse, ogni dubbio sembiante reputino ossequioso; onde fece istanza presso lo Imperatore, perchè permettesse ad Andrea di andare a complirlo. Andrea, obbedendo al comandamento di Cesare, si condusse al cospetto del Re, il quale, con la fatuità francese, gli disse: — Siamo contenti, ad intercessione dello Imperatore, ritornarvi nello antico luogo della grazia ed amicizia nostre. — E il ligure cui nè il servire lungo, nè i molti anni erano bastati a domare l'anima fiera rispose: — E farà bene, però che, mentre io l'ho servita, non le mancassi mai di osservanza, nè di fedeltà... —

Lo Imperatore che lo vide alterato, temendo di peggio, lo interruppe invitandolo a baciare la mano al Re, ma questi non volle, e sorridendogli blando lo prese pel braccio e gli chiese in cortesia che volesse mostrargli parte a parte cotesta sua quadrireme giudicata per quei tempi stupenda: qui fu che Francesco, notando un grosso cannone con le armi di Francia, gli domandò come gli avesse servito. — Al che Andrea rispose: — Bene! — Il Re allora gli disse: — Adesso ne fabbrico di lega migliore al servizio vostro. — E Andrea di rimando: — Sarà! ma io mi contento di quelli dello Imperatore, che hanno lega più salda, e non mutano mai; tuttavia, salvo il servizio di Sua Maestà, per quanto sono e posso mi profferisco intero alle voglie di lei. — Il Re, senz'altro aggiungere, lo lodò della sua ottima mente, e tornato a poppa disse allo Imperatore: — Per certo Vostra Maestà possiede il più raro ed eccellente capitano di mare che mai sia stato: sappiatelo conservare[39]!

E intanto si era industriato levarglielo. Affermano altresì, come in simile congiuntura, e per lo appunto quando Carlo accostatosi al Doria, lo induceva a fare atto di ossequio al re Francesco, ei gli bisbigliasse negli orecchi ad afferrare la fortuna pei capelli, la quale gli profferiva modo di finire a un tratto le liti col nemico, trasportando lui e la sua famiglia a furia di remi a Barcellona, ma lo Imperatore non volle. Questo fatto si ha da rigettare addirittura per falso, imperciocchè, essendo corso fra due, non può essere stato scoperto dal Doria come quello a cui tornava in disdoro; e nè anco si deve credere lo rivelasse Carlo d'indole circospetta e chiusa; e quando pure fosse vero ch'ei lo avesse rivelato, io per me terrei come cosa sicura, ch'egli lo affermasse per iattanza o per certo altro suo meno lodevole scopo. Il Brantôme, il quale eziandio lo riferisce, non ci crede, ed è gran cosa, mostrandosi corrivo a prestare fede a tutto quanto torna in aggravio ai nemici di Francia; ai pratichi delle storie si fa manifesto come la sia novella calcata sul caso di Pompeo il giovane, il quale, avendo tratto i Triumviri a banchettare sopra la sua trireme, in siffatta guisa ammoniva il luogotenente, che chiamatolo a parte gli proponeva scostarsi dal lido con voga arrancata per menarli tutti prigioni: — Questo dovevi fare, non dirmelo. — E forse anco il caso di Pompeo fu novella, o sua millanteria per comparire onesto al paragone degli emuli, come fra i tristi per ordinario costuma quando hanno lasciato passare la occasione di avvantaggiarsi con la ribalderia.

Da cotesto congresso, nonostante l'aspettativa mirabile, non uscirono a gran pezza i benefizii sperati, o sia, come penso, che i popoli giudichino, e male, le azioni dei principi mosse sempre da cause di Stato, mentre le governano, come per gli altri mortali e più degli altri mortali, infelicissime passioni, e sia, secondochè opinano gli storici, Carlo lusingasse il re Francesco con migliori speranze sul Milanese.