Il Bonfadio, non senza qualche malignità, proverbiando cotesta voltabilità di principi, scrive nei suoi Annali: essere stata immensa la maraviglia dei popoli nel considerare come dalle gravi e fresche nimicizie loro sorgesse in cotesto luogo di punto in bianco così grande amore, o come fosse possibile, che, dopo così segnalata dimostrazione di benevolenza, facessersi le aspre guerre, che poscia seguirono. Popoli stolti, che si scannavano allora a libito dei principi, e non rinsaviti adesso!
Intanto Solimano fatta massa di gente (dicono 200,000 combattenti) e di naviglio, manda con 250 vele, 1200 cavalli, e 1500 giannizzeri il Barbarossa in Italia; aperta che questi ne avesse la porta, seguiterebbe egli stesso. Il Barbarossa, tentati Otranto e Brindisi, non li potè espugnare, come avvertimmo; entrò in Castro, non per forza di arme, bensì a patti, tramettendocisi mezzano Troilo Pignattelli, ribello dello Imperatore per giusto sdegno contro il Vicerè di Napoli, che gli aveva morto il fratello; tuttavia la capitolazione non venne osservata, che col Turco resistere o arrenderglisi, fare capitoli o non li fare, per ordinario, egli era tutt'uno; e, siccome Solimano aveva Troilo in delizia, e s'ingegnava tenerselo bene edificato, più tardi, non potendo o non volendo riparare al danno, lo vendicò con la strage dei predatori, il che era più spiccio, e costava meno. Andrea, per impedire tanta ruina, si affrettava a navigare in Levante con quante più galee potesse, e legni agili, e presti: al tempo stesso, scrivendo a Lopez Soria oratore cesareo presso i Veneziani, proponeva, che, dove la Repubblica avesse deliberato correre la fortuna di Cesare contro il Turco, egli si sarebbe unito con loro, menando seco cinquanta, ed, al bisogno, anco sessanta galee. I Veneziani, allegando non so quali scuse, tiraronsi indietro: la verità era, che sospettosi di Carlo non meno che di Solimano, desideravano in segreto, che tra di loro si sconquassassero, mentre essi, rimasti interi, fra mezzo potessero dei mutui danni avvantaggiarsi: poveri consigli di Stato che, ormai decaduto, si affida meno nella propria virtù, che negli errori altrui.
Le imprese condotte in quel torno da Andrea fruttarongli poca gloria, e qualche danno: pigliò due galee vuote abbandonate sopra la spiaggia, e del pari a man salva dodici schirazzi turchi carichi di grano, che dall'Egitto portavano al campo della Vallona; questi e quelle, dopo presi, arse, non si trovando gente a bastanza per marinarli. Il Bonfadio da queste piccole imprese piglia argomenti di levare a cielo la liberalità di Andrea, affermando che se molti, come pur troppo pochi, possedeva allora personaggi la Italia simile a lui, non avrebbe avuto a desiderare più oltre i Fabbrizi e i Papiri: esorbitanza di encomio che rivela, per mio avviso, animo piuttosto beffardo che piaggiatore, però che essendo Genova in cotesto tempo da crudelissima fame travagliata, sarebbe stato carità di Patria trovare modo di sovvenirla con quel po' di vittovaglia; lode imperitura si merita piuttosto quel Cesare Fregoso, di cui il miserabile fine dovremo raccontare in qualche parte di queste storie, il quale comecchè in bando da Genova, ed offeso pure, adoperò in guisa presso il re di Francia, che a sollievo della miseria dei suoi concittadini, ottenne per essi la tratta dei grani dalla Provenza.
Alle Melere Andrea, incontrati i Turchi, gli superò, ma anco questa fu vittoria di scarso onore, e piuttosto di danno che di profitto; conciossiachè le galee nemiche arrivassero a dodici, e ventotto fossero quelle del Doria, cinque ammannite da Giannettino a Genova, le altre provviste dai vicerè di Napoli Toledo; e se da un lato vi rimase morta o prigione grossa mano di giannizzeri e di spachi a cavallo della guardia di Solimano, dall'altra, avendo assalito Andrea prima del giorno i legni nemici, fosse la colpa sua, o dei luogotenenti, lacerò le proprie non meno che le galee turchesche.
Intanto, per inopinato accidente, mutavansi le condizioni dei Veneziani, e con le condizioni le voglie. Alessandro Contarino, sopraccomito veneziano, avendo incontrato sul mare Ianus bey, spedito con due galee ambasciatore al Pesaro in Corfù, gli fece i debiti saluti, e non ottenne risposta; onde, o perchè veramente gli reputasse corsali, o perchè volesse sfogare l'odio contro quei barbari, abbrivatosi loro addosso, con voga arrancata le sfondò; della quale cosa fatto chiaro Solimano, e nutrendo eziandio gozzaia contro la Repubblica, perchè avesse sovvenuto di fodero il Doria, ed accettatolo nei proprii porti, ed anco non senza ragione dubitando, ch'ella lo avesse istruito intorno alle condizioni del suo campo alla Vallona, con altre più cose che lo rendevano sicuro dell'avversione dei Veneziani, a vedergli mettere piede fermo in Italia, deliberò andarsene a dare loro una terribile battitura a Corfù. Il Doria a sua posta, ragguagliato come Solimano gli avesse spedito contra una grossa squadra di navi per opprimere anco lui, cauto si scansava a Messina: qui vennero a trovarlo oratori veneziani, ed anco messaggeri del Papa, perchè si movesse al soccorso di Corfù, ma egli si pose risoluto sul nego, non si lasciando per focosa pressa smovere dal suo proponimento; nè le sue scuse apparivano disoneste; al contrario vere; la stagione troppo inoltrata perchè scorso più che mezzo Settembre, malconci i legni, di provviste scemi, le ciurme per morti, per infermità e per ferite stremate; a tutto questo non potere in altra parte riparare menochè a Genova; però il malo animo ci entrava per la sua parte, che rancoroso egli fu molto, e se fosse vero che dal canto suo non si omise fraudolenza per aizzare i Turchi contra ai Veneziani, fino al punto di scrivere lettere all'ammiraglio Pesaro, con le quali si ragguagliava dello assalto fatto dal Contarino in modo da parerne egli istigatore, e farle poi capitare in mano al Barbarossa, noi lo dovremmo accusare di peggio; ma in cotesti tempi a siffatti tiri non si badava punto, ed anco ai nostri poco. Dopo ciò dubitando, che qualcheduno lo disservisse in Corte, egli spedì Adamo Centurione a ragguagliare lo Imperatore, il quale, uditolo alla presenza del nunzio apostolico e dell'oratore veneziano, uscì fuori con queste parole: — Tutti noi abbiamo mancato; solo il principe Doria ha fatto il suo dovere. —
I Veneziani, che cominciano a capire comune il pericolo adesso solo, che loro massimamente percuote, si danno a tutto uomo a procurare lega fra essi, il Papa, e lo Imperatore contro il Turco: certo Andrea a cotesta lega gli spinse, ma è dubbio se fossero a lodarsi i modi che tenne, e più dubbio ancora se commendabile il fine. La lega pertanto si fermò a Roma, ma le provvigioni furono scarse; gli effetti pochi. Andrea, avendo navigato con le sue galee a Messina, quinci per preghiere del Pesaro e del Viturio di passare a Brindisi non si staccò, ora allegando il timore delle galee di Francia, ed ora il bisogno di rattoppare le navi; inoltre con mente peggiore si querelava dei negati soccorsi nella guerra per lo addietro sostenuta, e al Papa, inteso a raumiliare l'animo cruccioso di lui, rispondeva ne avrebbe scritto a Cesare in Ispagna, e frattanto tornavasi a casa. I Veneziani, rimasti soli, ricordarono l'antica virtù, e Gerolamo Pesaro con suprema difesa, ributtati gli assalti turcheschi da Corfù, rimandò Solimano lacero a Costantinopoli: il quale pari allo antico Anteo, che ripigliava vigore dalle sconfitte, indi a breve mandò formidabile armata ad assaltare i due Napoli greci, di Morea cioè e di Malvasia, uniche terre rimaste ai Veneziani sul continente elleno, e dalla parte del Friuli uno esercito punto meno poderoso per rovesciarsi in Italia. Allora anco lo Imperatore cominciò a capire, che il pericolo dei Veneziani diventava comune anco a lui, e la lega, rilassata fin lì, si strinse a scopi fruttuosi. Ne furono i patti principali: si amministrasse con trecento legni, dei quali 200 galee; gli altri di varia ragione navi; 50000 avessero ad essere fanti, 4000 cavalli; Ferdinando re dei Romani assaltasse Solimano in Ungheria: il Papa ogni lite occorrente definisse. Andrea capitanasse le fazioni marittime, Francesco Maria duca di Urbino le terrestri; altri all'opposto afferma Ferdinando Gonzaga[40]. Andrea toccava in quel punto il settantesimo terzo anno della età sua.
In questa congiuntura troviamo, che i Veneziani, in onta alla rea fama, e derogati gli statuti della repubblica, crearono gentiluomo veneziano Pier Luigi Farnese, e lo Imperatore lo fece marchese di Novara con 9000 scudi di rendita annua sopra i dazii di Milano: ciò si nota però che la costui vita d'ora innanzi s'innesti come filo sanguinoso dentro quella del Doria.
E ci ha chi afferma che tutti gli stroppii degli amici non dolgano agli amici; la quale sentenza maligna molto può dubitarsi se vera sempre tra privati, ma nelle faccende pubbliche tienla, senza eccezione, sicura; e il minor male che dalle leghe ti possa venire egli è questo, che sul più bello l'amico ti lasci solo nelle peste: e così accadde nella nuova lega. Quando il Doria navigò in Levante già era rotta la guerra, e i Veneziani avevano respinto Solimano dalla Canea e da Retimo in Candia, mentre il patriarca Grimano, tentato l'assalto della Prevesa con esito infelice, aveva dovuto ritirarsi nel golfo di Arta; tosto giunto a Corfù, egli conobbe di piccolo soccorso sarebbero riuscite le galee veneziane, come quelle che scarseggiavano di soldati; però offerse al Cappello fornirlo di fanterie; ma questi, sospettoso a torto o a ragione, rispose averne abbastanza; tuttavolta se ne rimetterebbe a lui; e Andrea gli rispose avrebbe fatto bene; sopra ogni galea ricevesse venticinque soldati, e il Cappello gli accettava non senza larghissimi rendimenti di grazie, ma poi non li pigliò mai; onde, fosse per questa o per quale altra causa, dovendo Andrea movere con l'armata verso la Prevesa, tolse al Cappello, che pure la desiderava, la vanguardia, pigliandola per sè, preponendoci luogotenente il suo consorte Francesco Doria; la battaglia commise al patriarca Grimano, mandò alla coda il Cappello con quattordici galere, e il galeone del Bondumiero cui rinfrancò con altre cinque galee a modo di bersaglieri: siccome poi il Gonzaga, sentendosi mal destro a combattere sopra le navi, aveva proposto di scendere a terra con buona mano di fanti per tenere da un'altra parte in soggezione il Turco, il consiglio piacque; però, appena arrivati su la bocca del golfo, Andrea commise a Giannettino si recasse a terra a speculare le coste, il quale andato, dopo breve ora tornò, referendo il luogo pieno di macchie non dare il passo, o darlo aspro e insidioso: allora fu tenuta consulta. Il Gonzaga instava perchè lo sbarcassero; Andrea, per dissuaderlo, oltre le informazioni raccolte da Giannettino gli fece osservare, che per poco crescesse il vento da Levante, che in quel punto soffiava, egli sarebbe obbligato di tirarsi al largo lasciando gli amici in terra in balía della fame e del ferro, imperciocchè il presidio turco del castello si fosse già rinforzato col soccorso delle prossime terre, e si avesse certezza che sarebbe andato di mano in mano aumentando: parergli partito migliore, che il Gonzaga scendesse in luogo più acconcio a foraggiare, e vedere di cogliere alla sprovvista Lepanto, e le altre terre litorane; intanto egli starebbe su lo avvisato, e caso mai il Turco uscisse, egli lo andrebbe a trovare per combatterlo: prevalse il parere di Andrea; però lasciate alquante navi su le áncore, le altre volsero le prue a Calafighera, trenta miglia dalla Prevesa per foraggiare e fare acqua. Era intendimento del Barbarossa non uscire a battaglia conoscendosi inferiore di forze, nè temeva potessero sforzare la imboccatura del porto per trovarcisi il canale stretto così, che due galee di fronte non ci potessero passare, e avendo i castelli tanto di giannizzeri come di artiglierie ottimamente forniti; dove mai la sforzassero, gli sembrava che le sue galee, protette dal cannone delle fortezze, non potessero essere combattute, mentre, andando allo aperto, disperava della vittoria; ma certo eunuco di Solimano, che gli storici del tempo chiamano Monuco, lo garrì come poco animoso, affermando, per quanto grande fosse il numero delle navi cristiane, non sosterrebbero la vista delle insegne del Sultano cacciate via dal terrore del suo nome, con più altre parole eccessive, consuete a cui abbia prosunzione molta e senno poco; onde il Barbarossa, temendo che costui nell'animo di Solimano non lo disservisse, si dispose a mal suo grado uscire. Andrea navigava tardo e male; chè i venti, a cagione dell'Equinozio, voltabili lo sbatacchiavano ora innanzi, ora in dietro; sicchè allo appressarsi della isola di Santa Maura, ecco raggiungerlo alcune saettie greche, ed avvisarlo che l'armata turca uscita dalla Prevesa si era attelata lungo la costa a mancina, nel luogo appunto dove stava poc'anzi il patriarca Grimano, e certo con lo intendimento, che provando la fortuna contraria, potessero salvarsi sul prossimo lido. L'ordine di battaglia del Barbarossa questo: egli con la Capitana in mezzo, nel corno destro Tubac, al sinistro Salecco, entrambi provati in combattimenti innumerevoli: innanzi a tutti, e sopra tutti famoso Dragut, con trentatrè galee, galeotte e fuste. Andrea pertanto, avendo a movere contro al Barbarossa, ebbe a rifare il cammino osservando la stessa ordinanza praticata prima, e siccome pareva che ei non ci andasse di buone gambe, Francesco Doria, accostatosigli con la sua galea, ad alta voce gridò: — Cugino Andrea, non mi pare questa occasione da perdere, chè il vento gagliardo ci aiuta a dar dentro; fa vela, metti mano ai remi; io ti precedo. — Dopo siffatte parole non era lecito ad Andrea rimanersi senza infamia.
Inalberato pertanto lo stendardo col Crocifisso, segno della battaglia, comandò celeremente ai collegati che, se i Turchi assaltassero lui, essi investissero il nemico di fianco, nel caso contrario opererebbe il medesimo egli. I lodatori del Doria affermano che il vento di un tratto cascò; gli altri storici tacciono. Il Grimani, aggiungono i primi, si allargò in mare, e il Cappello stette in fra due su quello che si facesse; per la quale cosa Andrea, temendo di rimanere solo, si allargò e prese ad aggirarsi intorno le navi, pure aspettando che i compagni avanzassero in battaglia. Altri, nella voglia di scolpare il Doria, mal destro, accusa e scolpa ad un punto il Patriarca e il Cappello, affermando che Dio, mosso dalla strage la quale stava per succedere, levò dall'animo del Patriarca e del Cappello il partito di schierarsi in battaglia: inanità e peggio: a quei tempi non si conoscevano ancora i diarii governativi, ma gli sfrontati ci erano; di fatti, essendosi il Doria riservato la vanguardia, stava a lui appiccare il combattimento là dove non avesse principiato il nemico; e che l'andasse proprio così si ricava eziandio dagli storici del tempo non piaggiatori, i quali rammentano come, dopo Francesco Doria, il Grimano, per torre Andrea dalla intempestiva ordinanza, andasse a dirgli che il manco di vento non lo mettesse in apprensione, perchè se i bastimenti a vela non avessero potuto giungere a tempo, si poteva vincere con le sole galere, sia perchè superavano in bontà ed in numero le turchesche, sia perchè le schermiva il galeone posto quasi baluardo fra loro; e Andrea, senza punto commoversi, gli rispose: stesse di buono animo, si restituisse al suo posto; egli farebbe il debito; attendessero gli altri ad eseguire il proprio, e nè anco potè stare alle mosse il Cappello, chè, saltato in corazza sopra la galera di Andrea, con parole accesissime lo confortò a cogliere la occasione di fare a un punto sè immortale, e incolume la cristianità dalla infamia dei barbari; egli profferirsi parato ad attaccare la zuffa, egli sostenere lo sforzo della puntaglia: nondimeno anco lui rimandò il Doria con blande parole.
Dragutte intanto si accostava guardingo, sospettando agguati, e poichè, speculato il mare, non vedeva apparire causa alcuna di pericolo, pigliava animo di accostarsi bel bello al galeone del Bondumiero, senonchè questi, da quel valoroso uomo che era, se lo lasciò avvicinare a mezzo tiro d'archibugio, e poi, di un tratto, tale gli sparò addosso mirabile copia di artiglierie, che quegli pieno di terrore si ritrasse indietro. Intanto Andrea si allargava vie più, e il Barbarossa, non sapendo che pensare, si peritava, finchè poi, pel soverchio dilungarsi del nemico, avendo conosciuto com'egli schivasse la battaglia, con franco animo si volse a combattere il galeone ed alquante navi rimaste indietro, tra queste quella di Francesco Doria, cui Andrea spedì la più spigliata delle sue galee per levarlo dalla baruffa, ma egli, ributtata la offerta, stette a menare le mani. La pioggia, che sul tramonto del dì si mise dirotta, affrettò il buio, il quale protesse la ritirata cristiana, che ormai, per lo scompiglio, più che per altro, meritava il nome di fuga, e per tale la tenne Andrea, che comandò spegnessero i lumi a fine di non essere scoperti; tuttavia il Barbarossa agguantò ed arse due navi, di cui una fu dello abate Bibbiena, l'altra di Pasquale Mocenigo, entrambi i quali combatterono come chi non chiede patto e non lo attende; l'armata cristiana si salvava inseguita fino a dodici miglia fuori di Corfù; Andrea, malconcio, menò pubblica esultanza; vecchi trovati a dissimulare disfatte, da nessuno creduti e sempre messi in opera. Il giorno appresso due navi che si lamentavano perdute si videro comparire lacere sì non vinte, e questo per la virtù dei capitani Mancino Navarrese e Boccanegra entrambi spagnuoli, e il Bondumiero, tuttochè rimasto solo, difese mirabilmente il suo galeone, e dopo molto contrasto lacero da oltre cento cannonate, rotti gli alberi maggiore, della mezzana e della contromezzana, le vele sforacchiate, infrante le antenne, le traglie e i frasconi, quasi senza avere parte che sana fosse, lo cavò dalle mani dei nemici, i quali quanto più lui commendavano e levavano a cielo, altrettanto la inconsueta viltà del Doria vituperavano.