Di cotesto fatto, allora e poi, si levarono querimonie grandi a carico del Doria; i malevoli ai Veneziani però insinuavano lo mandasse a male il Cappello, per istruzione segreta dei Dieci contrarii alla impresa, la quale era stata risoluta in Senato dai Pregadi; all'opposto i malevoli allo Imperatore bandirono: suo scopo essere stato impadronirsi dell'armata veneziana, mettendo a bordo delle galee di San Marco presidio spagnuolo, e poichè questo tiro non gli era venuto fatto, desiderasse piuttosto la ruina che la riuscita della impresa; non manca neppure chi ne incolpa addirittura il Doria, il quale, secondo la opinione loro, si mosse a questo non per cause di stato, bensì per deferenza al Barbarossa, principali fra essi il Giovio e il Brantôme, e ciò per virtù del proverbio antico, che tra corsaro e pirata non ci ha guadagno, che di barili vuoti: anzi, più oltre arrischiandosi, assicurano che il Barbarossa rendesse poi la pariglia al Doria quando questi in compagnia del marchese del Vasto avendo dato in secco con quattro galee su le coste di Villafranca, ei non lo volle assalire, nonostante la pressa che gli fece dintorno il Paolino ammiraglio francese, allegando per iscusa lo scirocco che soffiava contrario ed era all'incontro propizio.

Tra le discordanti opinioni, dovendo dire la mia, parmi evidente che ce ne fosse pel manico e per la mestola; intendo cioè che la impresa sinistrasse un po' per le insidie spagnuole contro Venezia, e un po' pel sospetto dei Veneziani; e nel processo dei tempi questi umori si palesano in altri fatti, massime alla battaglia di Lepanto. Che il Turco prevalesse così nel Mediterraneo, da minacciare Napoli e Sicilia, lo Imperatore non voleva, ma nè anco garbavagli stremarlo in modo che i Veneziani, non avendo più cotesto freno da rodere, voltassero altrove il consiglio e le armi, molto più che a Carlo coceva ricuperare le terre del Milanese, le quali giusta il suo avviso erano state rapite dai Veneziani all'avo di lui, Massimiliano: ora tenuta bassa, e potendo, tolta di mezzo la repubblica veneziana, non si giudicava impossibile distendere la dominazione spagnuola sopra la universa Italia o immediatamente con la forza, o mediatamente per via d'industrie degli uomini proprii o di principi vassalli. L'Austria successe in questo concetto alla Spagna, e all'Austria, per mio giudizio, se si lasciasse fare, vorrebbe sostituirsi la Francia; la Italia appena vi potrà fare riparo col volere concorde; all'opposto in sè discorde, e co' governanti paurosi, io dubito se potrà uscirne senza scapito. Però nonostantechè la esperienza per ordinario predichi invano, tu che leggi considera collo esempio del Doria, che libertà sia quella che ci lascia la protezione di un potente straniero: oggi la piaggieria ripetuta da tutte le bocche e da tutte le penne in cotesti tempi della Patria affrancata per virtù di Andrea Doria cascò, e sotto di lei comparisce la verità, ch'egli, capitano di ventura al soldo di Spagna, procacciava con ogni via la servitù della Patria, e la propria fama, per compiacere all'imperiale padrone, avviliva.

Il Barbarossa essendosi tratto (come fu detto) quindici miglia accosto a Corfù, parve il facesse in oltraggio dei cristiani: della quale cosa commosso il Gonzaga prese con veemente orazione ad eccitare il Doria, e gli altri capitani a non volerlo patire, e si ebbe promesse in copia, e fatti scarsi; sicchè al Barbarossa venne conceduta abilità di ritirarsi alla Prevesa, prima che dai nostri si fosse pure risoluto movergli contro: tuttavia, parendo anco al Doria, che, tornandosene a cotesto modo in Italia, sarebbe stato con troppa offesa della sua rinomanza, si dispose ad assalire Durazzo; disperato dal Cappello, il quale gli fece toccare con mano mal sicuro il porto, si volse a Castelnuovo, impresa non ardua atteso lo scarso presidio dei Turchi, che lo difendeva; e nondimanco ella andò, non so se io mi abbia a dire illustre o luttuosa per la morte di quel Boccanera, che tanto strenuamente difese la sua nave alla Prevesa. Preso Castelnuovo, il Doria ci mise dentro per presidio quattromila Spagnuoli, di quelli che, dopo avere levato tumulto a Milano, si trovarono al sacco di Roma; di che accrebbero, e con ragione, le querele i Veneziani, come ciò contradiasse ai capitoli della lega, i quali portavano, che gli acquisti della guerra tra i collegati si spartissero; nè si rimasero ai lagni; ma incerti ormai se più avessero a temere dai nuovi amici che dai vecchi nemici, statuirono di botto una tregua di sei mesi col Turco, procurata a mediazione di Lorenzo Gritti, e per gli uffici del Rincone, il quale, oratore del re di Francia presso Solimano, lo raumiliò tutto dandogli ad intendere, i giovani patrizii agguindolati da faccendieri cesarei, avere condotto Venezia in cotesta improvvida lega contra il parere dei vecchi senatori, risoluti ad osservare l'amicizia con la Casa Ottomana; e poichè a Solimano così giovava credere, così credè.

Prima però che cotesta tregua si chiarisse, Ariadeno acerbamente sopportando la perdita di Castelnuovo, trasse a soccorrerlo, ma gli stette nemica la fortuna, però che, arrivato in vicinanza alla Vallona, un temporale di subito sorto gli sconquassò la intera flotta, spingendo talune galee e galeotte a rompersi fra gli scogli. Allora i capitani della lega furono da capo intorno al Doria, perchè uscisse a dare il colpo di grazia al Barbarossa così spennacchiato, ma egli alla ricisa negò, dicendo, e non senza ragione, non correre tempo adesso di nuove imprese, se pure non si voleva, che fortuna, pari a quella del Barbarossa, toccasse anco a loro.

Dei fatti dentro quell'anno dal Doria compiti, si mostrò contento l'Imperatore solo; gli altri no, e il Papa stesso certo giorno, stando a mensa, lo punse con queste parole: — che il signore Andrea, andando debitore della propria reputazione alle sue galee, operava da quell'uomo accorto ch'egli era, schivando metterle ad ogni poco a repentaglio. — Ad ogni modo lo acquisto di Castelnuovo durò poco, chè l'anno dopo il Barbarossa lo riprese con la perdita di tutto il presidio spagnuolo parte fatto schiavo, parte ucciso; tra i morti il Sarmiento, che dopo avere fatto mirabili prove della sua prodezza, sparve tra i rottami di una mina; onde quando il Barbarossa ordinò cercassero il corpo per decapitarlo, e mandarne il capo mozzo in dono a Solimano, non lo poterono trovare. Anco della fine miserabile del Sarmiento si diede carico al Doria, imperciocchè, dopo avergli promesso lo avrebbe in ogni angustia soccorso con prontissimo aiuto, altro non fece, che mandargli da Brindisi due navi di grano.

Ora racconteremo la presa del Corsale Dragut così ai suoi tempi famoso. Ei nacque nell'Anatolia, in certo borghetto per nome Carabalac, di condizione oscura; affermano i suoi parenti agricoltori; di forme egregio, l'ebbe in delizia Aron corsale del suo paese, il quale, cedendo alle fervide preci di lui diventato adulto, gli confidò una fusta con la patente di andare in corso; con questo fece parecchie prese, e così, ingagliardito di forze aspirando a cose maggiori, assalta il Pasqualigo nel golfo di Venezia a cui affonda due galee, e tre gliene toglie, fra le altre la Temperanza, galea per varie fortune in questa storia famosa. Poco dopo disfece le galee per difetto di ciurme, tranne la Temperanza, e se ne compose una bella e buona armatetta di nove galeotte, e con questa navigando pel Tirreno, cagionava, così per mare, come sui prossimi lidi, danni pari al terrore. Andrea gli teneva l'occhio addosso per cogliere il destro di schiantarlo di un tratto, e adesso, parendogli venuto, ordinava a Giannettino, suo alunno e figlio di elezione, andasse a distruggerlo; gli commetteva ventuna galee, e gli dava per compagno Antonio Doria, soldato di reputazione; questi cercatolo pei mari non lo rinvennero; in Corsica udirono avere salpato per combattere Capraia; dato di volta alle prue, nell'accostarsi alla isola, tennero averlo nelle mani sicuro, dacchè il vento portasse fino a loro lo strepito delle artiglierie; raddoppiarono le forze dei remi, ma arrivando ansanti, anco di qui lo trovarono sparito, però che dopo avere dato alla rocca una furiosissima batteria, sceso in terra il Dragut, fatta una funata di schiavi, e cacciatili a bordo, anco da Capraia era sguizzato altrove. I Doria pertanto, tornati in Corsica, ebbero lingua, il Corsale essersi visto lungo la costa di Ponente; seguironlo cauti, e lo ebbero a man salva, mentre sceso nel golfo della Girolata, stava in terra spartendo la preda. Taluno storico racconta di battaglia combattuta, e vinta per virtù di certo strattagemma immaginato da Giannettino; le sono novelle, dacchè non l'avrebbe taciuto il Cappelloni, il quale, come avvertimmo, fu segretario di Giovannandrea figliuolo di Giannettino, mentre nella vita di Andrea, dettata da lui, espone il fatto per lo appunto nel modo in che fu raccontato da noi. Se ciò cocesse al Dragut non importa dire; tuttavia fece buon viso alla procella; e messo ai ferri, e al remo mostrò, come la fortuna possa togliere tutto, tranne la dignità, ed al signor Parisot, che poi fu gran maestro di Malta e ci si trovava presente, mentre per consolarlo gli diceva: — senor Dragut, usanza de guierra — egli imperturbato rispose: — y mudanza de fortuna. — Condotto a Genova quasi in trionfo, e imprigionato nella magione di Fassuolo, rinvenne grazia al cospetto di madonna Peretta, cui parve ingeneroso quel superbire della facile vittoria; ond'ella impetrò si mandasse al consorte Andrea stanziato a Messina; il Principe lo donò allo Imperatore perchè lo tenesse a sua posta, ma questi, aborrendo forse pagarlo più che non valeva, rispose, al predatore toccare a disporre della preda: allora Andrea, considerando mal sicuro, e di troppa spesa custodire un siffatto prigione, e dall'altra parte temendo le feroci rappresaglie dei Turchi; nè la propria natura consentendogli a spegnerlo col veleno, deliberò accettarne il riscatto: per avventura così operando compiaceva meglio al genio ligure: dicono lo tassasse di soli tremila ducati, ma saranno stati di più; li pagò il Barbarossa; il Dragut tornato in fiore gli volle restituire; intanto egli, riavuta la libertà, compariva ai cristiani a due doppi più feroce di prima; armato un piccolo legno, con battaglia manesca s'impadroniva della galea del visconte Cigala; e di qui prese balía a ricomporre una squadra di quarantadue vele con millecinquecento Turchi da fazione; con questa disertò le coste di Spagna e d'Italia, Malta, il Gozzo e Rapallo; vinse Castellamare e Tripoli; prese i danari, che dalla Francia portavano su di una galera a Malta; mise a un dito il sovvertimento della incipiente città di Portoferraio, allora battezzata Cosmopoli, ma il nome non attecchì: per ultimo condusse imprese, che nel corso di questa vita ci sarà mestieri raccontare. Per simile fatto grandi levaronsi, così in Francia come in Italia, querele contro Andrea Doria, quasi la Francia non andasse fino a Costantinopoli a cercare il Turco per avventarlo contro la Cristianità, e Andrea la protervia altrui molto bene rimbeccava con questa, ed altrettali ragioni: veramente che lo interesse sia entrato per qualche cosa nella condotta di lui, non vo' negarlo, ed io l'ho detto, ma che solo lo dirigesse, non sembra giusto che si abbia a credere.

Accenno come, in questo scorcio di tempo, la città di Gand essendosi ribellata da Carlo V, egli facesse disegno di reprimerla celere e feroce: ogni altra via difficile, agevole quella per mezzo la Francia, pure avendo bilanciato il prò e il contro, a lui parve bene accettare; e della fede del Re più che tutto lo affidava il senso di avere cotesto negozio comune con esso, imperciocchè sia interesse di tutti i re, che i ribelli, a ragione o a torto, ricevano pronto castigo e feroce: quanto alla differenza di Milano, causa di perpetua lite tra Francia ed Austria, l'Imperatore non pativa difetto di buone parole, ed era disposto ad usarne: nè egli solo, bensì i cortigiani suoi, i segretarii, e i ministri, a cui non lo voleva sapere, dicevano e scrivevano: la cessione del Milanese al re Francesco oramai cosa decisa; inoltre, da quel trincato ch'era, Carlo non omise termine di tenersi bene edificata Diana di Poitiers, baldracca di Francesco, che poi redò con la corona di Francia il suo figliuolo Enrico: e sopra tutte le altre carezze la vinse questa: mentr'ella gli mesceva l'acqua per lavarsi le mani, Carlo lasciò cadere destramente nel cantino un anello del valore di molte migliaia di ducati, e nonostante tali cautele non fu senza angoscia il suo soggiorno in Francia; però che il Re cadde allo improvviso infermo, e caso mai fosse morto, l'Imperatore sapeva il Consiglio ed i figliuoli suoi deliberati a tenerlo; ma passeggero incomodo fu quello, e Francesco sempre più incaponito a credere, che la nuova benevolenza gli avesse reso favorevole il vecchio emulo nella pratica del Milanese, e così sopita per sempre ogni causa di guerra fra loro, si lasciò andare fino a mostrargli le lettere dei maggiorenti gandesi, i quali, rotta la devozione allo impero, si profferivano alla Francia; e Carlo ringraziava ed appuntava quei nomi; entrato più tardi in Gand gl'impiccò tutti; ma Francesco da cotesto tradimento vilissimo non cavò costrutto alcuno, conciossiachè l'Imperatore ora con questo, ed ora con quell'altro pretesto, andasse menando sempre il can per l'aia, nè a fine di conto si venne ad altra conchiusione, che a rinnovare la guerra più nemici di prima.

Nè manco ci occorre discorrere le guerre in quel torno operate dalle armi cesaree in Ungheria, e nella Germania: ci basti dire com'egli adesso statuisse valicare in Affrica per la impresa di Algeri: da ciò molti, massime Andrea, lo distoglievano: anzi questi gli scrisse lettere ortatorie dove, come soleva, più volte lo appellò figlio, e lo ammoniva non parergli spediente, ora che il Turco aveva preso Buda, mettersi attorno a gesti difficili; inoltre la stagione (eravamo in Ottobre) piena di pericolo attese le procelle equinoziali, e la qualità della spiaggia persuadevano a differire; non pertanto Carlo s'intorò a farlo, sembrandogli, che a primavera, pei rumori di guerra che la Francia disegnava movergli, non gliene sarebbe offerto il comodo, e poi perchè assai gli premeva compiacere agli Spagnoli, smaniosi di torsi di su gli occhi quel nido di corsali, che infesto prima, era cresciuto per la sopravvenienza dei Turchi cacciati da Tunisi; i commerci ne rimanevano malamente offesi, e pareva peggio che ostico, ai devoti Castigliani, che mentre il Re loro non finiva di travagliarsi per Germania, Italia e Fiandra, lasciasse manomettere i regni paterni; per ultimo Carlo ambiva, in difetto di meglio, potere mostrare che sul Turco si era rifatto; e fu povero consiglio, imperciocchè in ogni evento, Algeri presa, non avria compensato Buda perduta, e Vienna chiusa in assedio; nè il Barbarossa in Affrica era da mettersi a paragone con Solimano in Ungheria.

Immenso lo apparecchio della impresa. Napoli somministra seicentomila ducati di sussidio, o come allora dicevasi, di donativo, che il Governo metteva per forza: Sicilia centomila. La religione di Malta mandò le sue galere; la Spagna, oltre le venticinque mantenute dal governo cui soprastava l'ammiraglio Bernardino Mendozza, ne allestì altre non poche a spese di mercanti e di baroni. In Italia assoldaronsi seimila fanti sotto i colonnelli Agostino Spinola, Antonio Doria e Cammillo Colonna, quattrocento uomini di arme eletti e cavalleggeri, i migliori che mai si fossero visti; Andrea, cui toccava l'obbligo di trovarsi alla impresa con venti galee, ci andò con ventidue, tuttavia dicendo, che se tornava con mezze, gli sarebbe sembrato di fare un bel civanzo, e parve indovino. Messo in punto ogni cosa, lo Imperatore s'imbarcò menando seco Ottavio Farnese nipote del Papa, e suo genero novello; trentacinque furono le galee con le quali sferrò dalla Spezia drizzando il corso verso Maiorca, dove aveva dato la posta al Mendozza, che ci si doveva trovare; dinanzi a lui veleggiavano navi cariche di bene undicimila fanti tra Tedeschi ed Italiani.

Quasi a diffidarlo, la fortuna gli fece provare, appena messo in cammino, il tempo nemico: sbarattate le navi dalle galee ripararono a San Bonifazio in Corsica, dove lo Imperatore le raggiunse a fatica: qui ebbe accoglienze piuttosto immani che barbare, dacchè trovo registrato, nei ricordi in Corsica (e l'ho già detto), come certo isolano accomodasse lo Imperatore di un suo stupendo cavallo, al quale poi spaccò con un colpo di archibugio il cranio esclamando: che dopo avere portato lo Imperatore non meritava si sottoponesse ad altro uomo del mondo. Levate le áncore da San Bonifazio, ecco nuova procella scompigliare i mari, e dopo vari errori spingere navi e galee a Minorca; quinci recossi a Maiorca, dove gli occorsero Ferdinando Gonzaga con le galee sicule e le navi in numero di cinquanta con fanti, cavalli, copia di vettovaglie e artiglierie. Da prima intesero aspettare il Mendozza con la rimanente armata; senonchè Andrea, avvertendo che l'ammiraglio spagnuolo di faccende marinaresche peritissimo, approfittandosi del tempo favorevole, doveva senza dubbio aver tirato di lungo, persuase a rompere gl'indugi, cosicchè col mare sconvolto, non però burrascoso, arrivarono alla vista di Algeri.