Tali senza dubbio gli svantaggi, nè forse i soli, di quelli che imprendono tardi a scrivere storie, e nondimanco a cui ci mediti sopra si farà manifesto, come non rimangano senza un qualche compenso gli scrittori che vengono dopo.

Di fatti: per conoscere le cause segrete moventi la volontà dell'uomo non basta vivergli contemporaneo, bensì bisognerebbe vivere nella sua intrinsichezza; e poi non è mica sempre sicuro, che gli uomini illustri, lasciandosi talvolta pigliare il sopravvento in casa dalle passioni, non vogliano e non possano contenerle nelle faccende pubbliche: ma, quando anco non ci fosse altro vantaggio, per me giudicherei sufficiente questo uno: che, dopo molto secolo scrutando i fatti altrui, è agevole non lasciarsi tirare dallo amore o dall'odio, mentre, per quanto tu sii di animo saldo, tu non potrai impedire, anco senza addartene, che, tenendo proposito dei viventi, le soverchie lodi, od i soverchi biasimi, co' quali li proseguono i volgari intelletti, non facciano forza alla tua mente.

E vuolsi eziandio considerare quest'altra cosa, che i contemporanei assistono in certo modo alla sementa dei fatti; chi viene dopo assiste alla mietitura; i primi non possono argomentare i resultati se non per via di divinazione, mentre i secondi gli leggono espressi, e però a questi, meglio che agli altri, è dato conoscere se, come, e quanto il personaggio pubblico mescolasse affetti privati nei maneggi dello Stato, per quale modo l'offendesse, e, chiamatolo a sindacato, chiarire se bene o male della Patria meritasse, le opinioni favorevoli come le contrarie profferìte dal senso volgare, secondo giustizia, revocando o confermando. In questa medesima guisa, si ha dalla Storia, i Siciliani ai tempi di Timoleone citarono le Statue dei tiranni a rendere ragione delle cose operate nella vita dal personaggio che rappresentavano, e, trovatolo reo, ne vendevano il simulacro nel mercato pubblico come si costumava con gli schiavi, e tutti li venderono, tranne Gelone, come quello che, rompendo i Cartaginesi ad Imera, liberò la patria dagli stranieri; e meritamente, chè un tanto benefizio molte colpe lava.

Incominciando pertanto, con lo aiuto di Dio, a mettere mano a questa opera d'insegnamento politico e di giustizia riparatrice, io piglio a discorrere della vita e dei gesti di Andrea Doria, di cui la Liguria si onora così, da riporlo tra i più incliti benefattori della umanità.

Circa alla nascita di lui si vuole dire, che, pari alle eccelse, non fu seconda a quella di nessuno in patria nè fuori. Sembra alla più parte degli uomini, che, per nascere illustre, persona meriti lode, e veramente pel solo fatto del nascimento non ne merita alcuna; ma tu hai da considerare come riesca più agevole acquistarci qualche rinomanza uscendo da umile stato, che splendere di propria luce in mezzo ad antenati famosi, e Andrea, gli ebbe famosissimi. Che se al nato in umile condizione la necessità da una parte fa guerra, dall'altra questa stessa necessità gli è stimolo al fianco tanto, che essa fu detta madre d'industria; mentre, pei copiosi di beni, formano gagliardo eccitamento ad oziare le glorie avite, e la molta sostanza persuade il vivere molle e superbo, nemico ad ogni atto gentile.

Corre assai credibile una tradizione, ed anco qualcheduno lo ha scritto, come la casa Doria esca da un Arduino conte di Narbona, il quale, venuto in pensiero di visitare il santo sepolcro, si riducesse in Genova, dove lo accolse ospite in casa sua certa vedova della Volta stata moglie ad un suo fidato compagno di arme: ora avvenne, che, infermandosi il conte mentre qui dimorava, una delle figliuole della matrona chiamata Oria, e per vezzo Orietta tanto amorevole sollecitudine si pigliasse di lui, che il conte prima ne sentì gratitudine, poi, con facile passo, amore; effetti soavissimi di cause soavi, quali appaiono essere la benevolenza, la gioventù e la bellezza. Per lo che il conte restituito in salute, e dopo avere debitamente sciolto il voto in Palestina, tornò a Genova dove si tolse a moglie la fanciulla di casa della Volta. E qui, o gli piacesse la stanza, o a casa sua gli toccasse a sostenere fastidii, o quale altra causa lo movesse, deliberò fermarsi ad abitare: pertanto, venduta ogni sua possessione altrove, nel luogo che oggi chiamano Portoria, comperò terre, e costruì case fino al numero di dugento, i conduttori delle quali durarono un pezzo a pagare il censo ai più remoti discendenti del Conte. La prosapia che ne venne fu chiamata dei D'Oria, piacendo mantenere fuori e in casa presso i cittadini la memoria dell'ava benemerente: ora, non sapendo io se ricercando più oltre si potesse trovare della stirpe dei Doria origine più certa di questa, a questa mi attengo, perchè so che più gentile non verria fatto rinvenirla di certo.

Io mi passerei volentieri del poco degno ufficio di narrare quali fossero i maggiori di Andrea, dove mi fosse mestieri svolgere copia di pergamene, ma, poichè tu trovi scolpiti i gesti dei suoi padri sopra tutta la facciata marmorea della chiesa gentilizia di San Matteo di Genova, e meglio assai nelle pagine della Storia, non fie grave a me scrivere, nè ai miei lettori leggere di qualcheduno di loro. La Storia e i marmi pertanto ricordano un Ansaldo Doria consolo di Genova, che con 65 galere e 160 vascelli espugnò Almeria; e Nicolao, inclito nelle arti della pace quanto Ansaldo in quelle della guerra, imperciocchè, col suo ben fare, seppe rimettere in accordo i reali di Napoli co' Genovesi. Oltre all'Ansaldo acquistarono terre per la repubblica, o le recuperarono perdute, Obertino espugnatore della Canea, Lucchetto e Michele, i quali tornarono in devozione di San Giorgio quella parte di Corsica ribellata per virtù del Giudice della Cinarca; Corrado vincitore delle torri di porto Pisano e di Ghio; Filippo conquistò Negroponte; Antonio, Carpena in Catalogna. La Meloria compartì infausta, e nondimanco perenne gloria a Uberto, che vi mise in fondo la fortuna di Pisa; e, dieci anni dopo, nelle acque sicule, egli sfidava a pari duello a morte i Veneziani, che non tennero la posta. Lamba e Pagano percossero di fiere battiture i Veneziani; all'ultimo di questi toccò l'onore di pigliare lo stendardo di Niccolò Pisani, e lui prigione; nè riuscì a Venezia meno infesto di loro Luciano, come quello, che, mentre le procedevano più afflitte le fortune, le sconquassò 15 galere e le fece 2400 prigionieri. Sei volte i Doria fin al 1528 tennero il dogato, compresa la discendenza di Lamba Doria. Basti degli antenati di Andrea averne esposto tanto, che dirne tutto riuscirebbe sazievole e non espediente allo assunto.

Del padre suo chiamato Ceva poco ci dicono i ricordi: sappiamo solo, ch'egli possedè parte della signoria di Oneglia, non però la maggiore, con Domenico Doria; e come dalla moglie Caracosa pure di stirpe Doria gli nascessero due figliuoli, il primo dei quali taluno chiama Giovanni, tal altro David, e forse ebbe entrambi i nomi; il secondo fu Andrea, quel desso di cui ho preso a discorrere. Questi uscì al mondo in Oneglia la notte di santo Andrea, 30 Novembre 1466.

Le terrene cose avendo commesso Dio alle disputazioni degli uomini (le sacre carte lo affermano), ella è fortuna espressa se caschino sopra un argomento due diversi pareri soltanto; però mentre taluno pensa gli abiti nostri sequela unica della educazione, non deve recare maraviglia se altri si ostina a sostenerli derivati dalla natura; e forse la verità è tra due: però male si negherebbe, che Andrea, fino dalla infanzia, mostrasse ingegno audace, mani pronte e mente vaga di avventure: di fatti, ora con lo smarrirsi, ch'ei faceva errando lontano da casa, ora col tornarci malconcio, spesso col dovere andare in traccia di lui, ed una volta perfino a cavarlo per forza di su una galera genovese donde non voleva più scendere, tanta perturbazione apportava nei parenti, che certa zia, donna assai tenera delle cose dell'anima, paurosa che Andrea, dandosi come pareva alla milizia, avrebbe messo a repentaglio la sua eterna salute, ordinò nel suo testamento, che, dov'egli perdurasse in cotesti appetiti guerreschi, avesse a perdere quanto ella gli aveva legato.

Il padre Ceva, morendo, lasciò raccomandati i figliuoli giovanetti alle cure della moglie Caracosa, donna, a quanto apparisce, d'ingegno sottile, di corpo non sana; chè il parente Domenico, considerati la natura umana sempre cupida dello altrui, e i tempi infami per rapine commesse con violenza e con frode, anzichè di conforto aveva empito di affanno gli ultimi momenti di lui. Invero i presagi paterni si avverarono di corto, imperciocchè Domenico, passati appena i primi giorni del lutto, incominciò a mettere parole alla lontana, come una femmina male potesse tenere signoria di terre, e quelle difendere dai nemici così interni come esterni; sembrargli profittevole che, spogliandosi ella da codeste cure e da codesti pericoli, attendesse intera a bene allevare i figliuoli. La donna, che capì per aria, lo ringraziò del consiglio, anzi gli disse: egli averla prevenuta con le parole, non già con la mente, conciossiachè tale si fosse per lo appunto riposto nell'animo di fare; però non potrebbe a verun patto sofferire che altri, entrando a parte della signoria di Oneglia, cagionasse a lui Domenico fastidii, contenzioni e intoppi forse peggiori: pigliasse tutto egli, non consentisse, che il retaggio dei Doria andasse diviso: quanto al prezzo, rimettersene alla generosità sua: pensasse i figliuoli di Ceva essere di un medesimo sangue con lui, e poveri, e da quella parte di signoria in fuori non possedere altro assegnamento nel mondo.