Domenico, blandito nelle sue voglie, desiderò tenersi bene edificata la donna, e, presi in grazia i figliuoli e lei, quanto a prezzo non istette su lo scarso, e si profferse largamente per ogni buono officio a fine di bene avviare i garzoni. A questa alienazione del paterno patrimonio con animo rimesso si accomodò Giovanni, non Andrea, cupido per istinto dei gaudii della dominazione, per modo che, salito in furore, si chiuse nella propria stanza, dove limandosi il cuore, e rifiutando ostinato ogni ragionamento, dopo pochi giorni infermò. La madre, la quale a posta sua era assai donna di suo capo, si puntò nei primi giorni a non visitarlo; ma, sentendo poi come il male si aggravasse, si recò nella stanza del giacente, dove trovatolo tutto intorato e a lei non volgente il discorso, nè gli occhi, data licenza ai famigli, ella gli si pose a sedere a canto il letto, e con severa voce così gli favellò:

«La giovanezza, figliuolo mio, per soverchia calidità di sangue, è presuntuosa; immaginando, che col crescere degli anni venga meno l'ardire, ella picchia la mano sul pomo della spada, e baldanzosa esclama: io quanto voglio posso; e non è così: la esperienza della vita t'insegnerà, o Andrea, come più scarsamente, e meno durevolmente l'uomo acquisti con la forza, che con la industria. Ora io ho considerato, che chi appetisce la roba altrui commette peccato, ma se dell'orfano, delitto; e come Domenico palesandomi questa sua cupidità abbia già strappato il primo argine della verecondia: adesso nelle ruine, massime nelle morali, il primo schianto è quello che conta. Contro le voglie del cupido parente, che per poco di contrasto diventeranno disoneste, forse scellerate (e i tempi nostri ce ne porgono copia di esempii luttuosissimi), che posso io povera vedova, che cosa potete voi altri poveri orfani? Le difese forensi salvano dai potenti quanto i corsaletti di bambagina dalle artiglierie, e nondimanco costano care. Confiderai negli amici di casa? Di questi la più parte, come gli uccelli di passo, volano altrove con la rigida stagione; rimarranno pochi; taluni di questi ti conforteranno col fiele, quasi che la ingiuria della fortuna fosse colpa tua, e presto si stancheranno di sostenerti, perchè non ci ha quanto il misero, che venga di corto in uggia; e a te dorrà amaramente avere messo a repentaglio dell'anima e del corpo i pochi risoluti a correre per te ogni sorte più rea; e, se non ti avvenga rimanere oppresso così ad un tratto, ecco schiusa la porta a discordie, a contese, a nimicizie spietate e ad opere di sangue, infamia della nobilissima casa nostra. O piuttosto vorresti, che io mi richiamassi al Senato di Genova perchè si mettesse di mezzo a comporre le nostre liti? O Andrea, va pur franco, ch'ei non se lo lascerebbe dire due volte! ma credi eziandio, che il Senato sarebbe capace di levare a Domenico anco la parte sua, non già a te restituire la tua; e questa è storia vecchia quando si ricorre allo aiuto dei potenti. Però mi parve cosa savia non inimicarci il congiunto, togliendogli la causa di prenderci in avversione, ed all'opposto dandogliela di conservarsi benevolo, e giudico che lo farà; me ne dà pegno il giusto prezzo profferto, il quale dimostra come l'uomo, quando per conseguire il suo intento non si trovi costretto necessariamente a commettere malefizio, anco con qualche suo incomodo si atterrà all'onesto; l'amore, o se ti piace piuttosto la superbia del casato, molto può presso tutti, principalmente nei nobili, dacchè formano parte della potenza e del decoro tuoi la potenza e il decoro della schiatta intera; onde non è da rivocarsi in dubbio, che Domenico si metterà coll'arco del dosso a farti stato, purchè sia fuori di Oneglia, e, quando ciò non avvenisse, aquila sei, e a me tua madre basti curare, che altri non ti tagli i sommoli dell'ale; cresciute ch'elle ti sieno, ricorda che l'aquila dei Doria è usa ai lunghi voli. Ho udito spesso raccontare da tuo padre come parecchi capitani famosi dell'antichità, bruciando le navi, o con altro strattagemma conducessero lo esercito alla stretta di vincere o di perire; e sempre vinsero; io togliendoti la signoria di una parte di Oneglia forse ti apro il cammino per diventare signore di Genova intera.»

Piacquero le parole al giovane Andrea, il quale, rasserenato tutto nell'animo, ammirò la prudenza della madre proseguendola con le lodi che seppe maggiori, e comecchè molto per lo addietro lo amasse, le crebbe affetto così, che da quel giorno in poi, non desiderò altra compagnia, parendogli, come pur troppo era, che nè più amorevole, nè più copiosa di utili ammaestramenti potesse rinvenirla altrove; e quando poi, con inestimabile amarezza, la vide intristire di salute, e poco appresso infermare di male di morte, non le si mosse mai da lato, raccogliendo, piuttostochè con pietà filiale, con religione, le parole, i baci ed i sospiri estremi di lei.

Qui cade in acconcio confermare per via di esempio quella sentenza esposta nel proemio, che dice, i contemporanei o per troppo amore o per troppo odio non parere i più idonei all'ufficio di storico verace. Infatti messer Lorenzo Cappelloni, che scrisse la vita di Andrea Doria nel 1562, e la dedicò a Giovannandrea figliuolo di Giannettino, ci racconta come tali e tante fossero l'aspettazione e la benevolenza dei sudditi Onegliesi riposte in Andrea, che offersero ricomperare la sua parte di Signoria per poi restituirgliela, e così non rimanere privi del suo dolce imperio, e lo facevano, se non lo impediva egli medesimo. Ora, posto da parte che la Caracosa s'induceva a cotesta vendita non già per bisogno ch'ella ne avesse, ma sì per compiacere al parente, e pretermesso eziandio, che, non si sa come, Domenico si sarebbe lasciato scappare di mano uno acquisto tanto appetito da lui, avvertiamo: che i popoli acconsentano essere venduti, questo si è visto e quotidianamente si vede; ma, che si ricomperino al fine di mantenersi in servitù, passa il segno di ogni incredibile viltà; e se ciò fosse, tornerebbe, per opinione mia, poco ad onore nascere uomini, imperciocchè le bestie nè fanno, nè sanno immaginare così miserando abbandono. Dicono altresì, che Andrea desse opera ai buoni studii, ed in essi riuscisse eccellente, la quale cosa non ci venendo dimostrata da documento alcuno che si parta da lui, ci stringeremo a non impugnarla, confessando, che in esso fosse abbondanza di eloquio efficace, come certo possedè astutissimo ingegno.

A ventisei anni, se non povero, almeno non troppo copioso di averi, ma ricco di speranze e di concetti, uscì di casa a cercare sua ventura pel mondo. Innanzi tratto capitato a Roma, per favore di Niccolò Doria capitano delle guardie del Papa, fu accolto uomo di arme al servizio d'Innocenzo VIII di casa Cibo: veramente non erano cotesto luogo nè officio da fare grosso civanzo, imperciocchè uomo di arme si appellasse a quei tempi il soldato nobile che militava senza esser sottoposto ad altri che al Principe per cui combatteva; e nondimanco Andrea ci si era messo proprio con la speranza, che il Papa, per essere genovese, avvantaggiasse le cose sue; tuttavolta ei non potè per allora sperimentare i beneficii della corte di Roma, che in quel medesimo anno papa Innocenzo passò a miglior vita, succedendogli nella cattedra di san Pietro Alessandro VI Lenzuoli.

Andrea, o che conoscesse la temperie mutata (costumando ogni Papa portare le sue creature, e papa Alessandro era spagnuolo), o le immanità di costui presentisse vergogna non solo del sommo sacerdozio, ma della nostra specie; senno insomma lo assistesse o fortuna, egli stimò prudente pigliarsi il puleggio da Roma, e ridursi in corte di Guido da Montefeltro duca di Urbino. Quanto costà ei si fermasse non rammenta la storia, ma fu piuttosto soggiorno che dimora, e se è lecito affermare fatti per via di congetture credibili, sembra che il suo cuore restasse tocco da amorosa passione, come meglio dal processo di questa storia verrà dichiarato.

Da Urbino Andrea recossi a Napoli, vivendo tuttavia Ferdinando il vecchio che lo prese nella sua guardia, ma anco questo principe dopo pochi giorni per subita infermità si partiva dal mondo. Quantunque però pei rumori di Francia, e pei casi di Milano incominciassero a turbarsi le faccende del regno di cui i popoli si mostravano infelloniti contro la razza arragonese, Andrea stette in divozione di Alfonso, erede del regno e degli odii del padre suo, il quale, inteso a provvedere alla fortuna pericolante, mandò Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo con buon nerbo di armati, e Andrea Doria tra questi, a tentare novità nel Milanese contro Ludovico il Moro, o almanco per impedire il passo in Romagna a Carlo VIII. Il terrore delle armi Francesi, la ferocia loro non mai più per lo innanzi usitata in guerra, la gente imbelle, e le anime avvilite in Italia, la perfidia dei confederati, il rancore dei popoli resero ogni provvedimento vano. Senza fare opera di valore, al giovane Ferrandino toccò dare indietro a Faenza, a Roma, a san Germano, a Capua; da per tutto. Andrea sembra rientrasse in Napoli prima delle sorti estreme del duca di Calabria, dacchè ricaviamo dalle storie ch'egli accompagnò il re Alfonso sopra l'ultimo lido del mare, dove si disse parato a seguitarne la ventura; ma il re, porgendogli grazie, dopo molto abbracciarlo lo persuase a rimanersi col figliuolo Ferrandino, al quale pochi giorni prima aveva risegnato il trono.

Ella è una molto terribile storia quella del re Alfonso accaduta sopra cotesta terra, dove pure avrebbe dovuto attecchire come ricordo per dare esempii salutiferi ai regnanti che vennero dopo; il che non avendo fatto, quasi punto per punto, ed in virtù delle medesime cause si rinnova in questi giorni.

Morto Ferdinando il vecchio, subentrava nel trono Alfonso, di padre reo figlio peggiore, il quale propiziò il suo insediamento facendo trucidare quanti rinvenne baroni nelle carceri di Napoli destinati dal re Ferdinando a miserie ineffabili, ma pure sofferti vivi: erano tra questi, come porse la fama, il duca di Sessa e il principe di Rossano, messi in ceppi dal 1464, nonchè i ventiquattro fatti prigionieri nella guerra d'Innocenzo VIII, e dei baroni malcontenti parecchi. Prode in armi, come ne dette saggio nelle guerre contra ai Turchi, i quali passavano allora per la prima milizia del mondo, Alfonso non si sbigottì per la presagita calata dei Francesi in Italia, e finchè si trattò combattere nemici stranieri fece buon viso alla fortuna; quando poi l'impeto delle novità dette gridi di dolore e di minaccia così ai vivi come ai morti del regno, ch'egli aveva convertito in cimitero, non valse a resistere a sè stesso, nè ad altrui; non agli altri, imperciocchè non avesse saputo restare capace come il popolo ardisse rompere il muto spavento in cui gli pareva averlo impietrito, ed ora, sentendolo mormorare a guisa dei fuochi sotterranei del suo paese, e fargli sotto traballare la terra, il tremante era egli; a sè poi valse a resistere anco meno, chè i suoi rimorsi, assunta forma non pure nei sogni, ma nella veglia, gli davano guerra con fantasmi terribili. A colmo di terrore ecco sopraggiungere il cerusico di corte e dirgli essergli comparso tre volte in tre diverse notti lo spettro del re Ferdinando, che con fiere minacce gli aveva imposto, andasse da parte sua ad Alfonso, e lo chiarisse inane ormai opporsi alle armi di Francia, essere scritto nei cieli, non solo che la sua stirpe ruinasse giù dal trono, ma rimanesse altresì tutta travolta nel sepolcro; causa di ciò l'ira del Signore accesa dalle scelleraggini sue, particolarmente da quelle che furono commesse pei mali consigli di lui Alfonso, che gli bisbigliò negli orecchi ritornando da Pozzuolo nella chiesa di san Leonardo a Chiaia. Le dovevano essere coteste colpe grosse davvero, conciossiachè Alfonso, appena udito tanto, si chiuse in fretta ed in furia nel castello dell'Uovo, dove senza compire l'anno del regno (chè solo due giorni mancavano) risegnò con riti solenni la corona a Ferrandino suo figliuolo, giovane di ventiquattro anni, e subito dopo, notte tempo, fuggì, a mo' di ladro, a Mezzara città di Sicilia, portando seco tra roba e danaro, il valsente di meglio trecentomila ducati: colà si ridusse nel convento del monte Oliveto, confidando ottenere nella solitudine la pace che ci trovano quelli soltanto che ce la portano. Colà, dopo dieci mesi, moriva del male dello etico, alla quale infermità si aggiunse una postema nella mano, colpa di umori del tutto corrotti nel corpo di lui.

Siccome vi hanno poche cose, che valgano tanto ad accostarci a Dio quanto la miseria propria, ed anco di rimbalzo l'altrui, però è da credersi, che l'aspetto di queste miserabili vicende fosse la causa, la quale condusse in quel tempo Andrea a pellegrinare in Gerusalemme, dove i frati del Tempio lo crearono cavaliere. Chi cotesti frati fossero, e con quale ragione equestri insegne compartissero, a noi non cadde il destro di trovare, nè ce ne curammo; però nè lo ingegno, nè la età balda erano tali da ispirare sconforto in Andrea; buffi di vento che ben fanno inclinare la nave fino sotto ai marosi, ma non la torcono dallo impreso cammino; ed in vero, avendo pigliato lingua come i Francesi, secondo la vecchia loro natura, prontissimi a stendere le mani, non si mostrano del pari capaci a tenere, già balenassero nel regno di Napoli, qui con celeri passi tornava.