Seguitando le sorti del Prefetto, le Storie ricordano alcuni gesti di minor conto co' quali Andrea, sia negoziando sia armeggiando, diede prova di valore; e tra i primi fu prova di non mediocre sagacia, quando spedito dal Prefetto in Francia a risquotere non so che paghe dovutegli dal re Luigi, egli tornò tosto indietro, e co' denari nelle bolge, essendo i Francesi a cotesti tempi, ormai diventati antichi, tanto solleciti a prendere, quanto duri a restituire o a pagare, dove non fosse per fare baldoria, magari con lo spogliato: come se, dopo averlo fatto piangere, si recassero a coscienza di farlo anco ridere; cosa che, avvertita da Niccolò Machiavello, la tramandò ai posteri con queste parole, le quali paiono, piuttostochè scritte, incise nel metallo: — La natura dei Francesi è appetitosa di quello di altri, di che, insieme col suo e dello altrui, è poi prodiga: e però il Francese ruberia coll'alito per mangiarselo poi, e mandarlo a male, e goderselo con colui a chi lo ha rubato. Natura contraria alla Spagnuola, che di quello che ti ruba mai non cede niente. —
Quanto ai fatti di arme, si nota come la repubblica di Firenze, avendo condotto per suo capitano generale Giovanni della Rovere con dugento uomini di arme, e dugento cavalleggeri, questi mandò Andrea, con parecchie compagnie di fanti, in aiuto dei Fermani, in quel tempo assai tribolati dagli Ascolani, dov'egli, adoperando prudentemente non meno che valorosamente, ebbe in breve tempo posto fine alla guerra, conciossiachè, venuto alle mani con gli Ascolani sul Tronto, egli assai di leggieri gli ruppe, facendovi prigioniere il figliuolo di Stoldo di Ascoli, che pose, secondo il debito, in potestà dei signori di Fermo, ma con tante raccomandazioni pel giovane, e preghiere di piegare gli animi a giusti accordi, che il cuore di Stoldo se ne sentì vivamente commosso, onde, di lì a poco, trattenendosi Andrea allo assedio di San Piero d'Aglio, per mezzo suo appiccò pratica di pace, la quale, con soddisfazione di tutte le parti, venne presto conchiusa.
CAPITOLO II.
Condizioni d'Italia sul finire del decimoquinto secolo. — Andrea Doria è fatto tutore del duca Francesco Maria della Rovere. — Quali i concetti di Cesare Borgia. — Imola presa, e di Caterina Sforza. — Tradimento fatto al duca di Urbino. — Insidie di Alessandro VI al cardinale di san Pietro in Vincoli riuscite invano. — Strage del duca di Camerino e dei figliuoli suoi. — Pietosissimo caso di Astorre Manfredi. — Congresso dei Baroni Romani alla Magione. — Andrea Doria scansa le mortali insidie del duca Valentino, e salva il duca e la duchessa di Urbino. — Maria manda a vuoto le trame del cardinale Giuliano della Rovere per le castella del nipote.
Chiunque piglia a narrare dei casi umani, poca contentezza si riprometta per sè e per altrui, però che perpetua gli si svolga dinanzi agli occhi una tela di dolori, a cui appena si può contrapporre qualche gioia rada ed annebbiata; le baldorie del popolo non contano; il più delle volte provano, che o egli ha perduto, o che gli vogliono far perdere il senno; e nondimanco, tra i tempi cattivi, pessimi per la Italia correvano quelli: per insania di uno sciagurato, che fama ebbe di astuto, e della quale a preferenza di ogni altra si dilettava, da un lato era schiusa la Italia ai Francesi, mentre dalla parte opposta si chiamavano gli Spagnuoli, e così gl'Italiani, nella fiducia di rivendicarsi in libertà co' soccorsi stranieri, si trovavano oppressi da doppia servitù; eserciti ladri e affamati, discorrendo su e giù del continuo per le terre d'Italia, come se le volessero arare per seminarvi dopo la fame, la peste e la guerra: viluppo stranamente mutabile di uomini e di cose, di leghe e di nimicizie: avverso oggi chi ti si professava amico, ed aveva combattuto al tuo fianco ieri; da ogni dove nobilissimi ribaldi, i quali non erano fatti impiccare dai giudici per la sola ragione che essi erano potenti a impiccare loro; per converso però bene spesso dai famigliari, dai fratelli, dalle mogli, dai figli perfino, o dai padri avvelenati o spenti a ghiado: nulla venerato, nè sacro; non sangue, non sesso, nè età; tiberiesche libidini, ma più sfrontate assai, conciossiachè Tiberio, per non so quale rimasuglio di pudore, si nascondesse fra gli scogli di Capri, mentre ora, lasciando degli altri, a Roma, nel Vaticano, il papa stesso con la madre, e con la figliuola generata da lui si mescolasse; a questa, prima provvedeva mariti; poi gli ammazzava: negl'incestuosi amori aveva concorrenti due fratelli e figliuoli suoi, un duca di Gandia e un Cardinale, e questi era Cesare Borgia, che, geloso del fratello, una notte gli tese insidie, ed, ammazzatolo, lo gettò nel Tevere. Non mai l'umano consorzio rassomigliò come allora in Italia ad un bosco di assassini, e bisogna dire che la necessità del vivere insieme stringa gli uomini prepotente davvero, se a cotesta prova la società non si disfece tornando a vivere ognuno vita bestiale.
Dopo ciò, pensate qual cuore avesse ad essere quello del Prefetto, quando si sentì sorpreso dal male di morte, con la moglie anco giovane, e il figliuolo, il quale poi col nome di Francesco Maria della Rovere salì in fama, tuttavia infante! Acconciate le cose dell'anima, dettò il suo testamento, dove elesse tutori al figliuolo pupillo il Senato veneziano, il cardinale Giuliano della Rovere, che più tardi fu papa Giulio II, e Andrea Doria; ma presso alle ultime recato, stringendo la mano di Andrea, gli bisbigliò sommesso dentro le orecchie, rammentasse stargli il Senato lontano e il Borgia vicino; il fratello innanzi tratto prete, di cui è natura, morendo, lasciare ai nepoti, ma, vivi, i beni di Dio volersi godere tutti per loro; in lui porre unicamente fede; a lui solo con tutte le viscere raccomandare il figliuolo e la donna; nè in migliori mani, come vedremo, li poteva fidare.
Molti, secondochè ci porge la Storia, furono quelli, che fecero disegno di ridurre la Italia a nobile e grande stato, costituendolo a monarchia ovvero a repubblica; ma ora i tempi mancarono agli uomini, ora gli uomini ai tempi: talora la facoltà apparve impari troppo allo ardimento; e spesso la cupidità, disgiunta dai magnanimi concetti, demeritò (come si ha da credere) l'assistenza di Dio. Oggi sembra che i tempi sieno venuti conformi agli uomini e viceversa: pare che finalmente ci abbia chi sappia, e voglia, e possa: si confida nell'altezza del proposito, nella prestanza delle armi, nella generosità dello animo: insomma si tiene per certo, che adesso concorrano in copia tutte le condizioni più capaci a restituire la Italia alla vetusta dignità sua, ed anco noi speriamo così, troppo angustiandoci il pensiero di chiudere gli occhi senza una dolcezza al mondo: pure la mente, usa alla sventura, si perita a commettersi intera alla lusinga.
Fra quanti concepirono il concetto magnanimo, il più indegno di condurlo a fine comparve, senza dubbio, Cesare Borgia duca di Valentino, imperciocchè s'egli fece mai disegno (e sembra che lo facesse) di restaurare la potenza d'Italia, e' fu col bramito della belva, che vuole per sè la preda, ossa e carne, intera. Costui, sostenuto da una parte dal Papa, dall'altra dal re di Francia, s'ingolava i signori di Romagna ad uno ad uno; tentò anche Firenze, ma ci trovò l'osso duro, chè la repubblica teneva la barba sopra la spalla, e poi, per guardargli alle mani, gli spedì Niccolò Machiavelli, sicchè, andando tra loro la cosa fra galeotto e marinaro, e' non ci corsero, che i barili vuoti.
Arti del Valentino furono: un mentire ferreo, una sfrontatezza da levare l'alito, e lusinghe continue, ed un mostrarsi in vista più mansueto di Gabrielle, che dica: ave; su le labbra la fede sempre, il tradimento sempre nel cuore: una mano stesa ad amichevele stretta, nell'altra lacci, veleno e stile: nè più, nè meno di ciò che si costuma in questo secolo di schiavi tremanti, e dai carnefici salutato civile, con questa discrepanza però, che allora si adoperavano più i sicarii, oggi più i giudici: ancora, a cotesti tempi, per via degli assassinamenti, il sangue si versava a spizzico, ai nostri, con le guerre, a fiumane: e poi nei secoli decimoquinto e decimosesto la rabbia era tra i cani; l'ucciso, più iniquo due cotanti dell'uccisore, sicchè il popolo, per ogni morte successa, ripigliava fiato; nel secolo diciannovesimo, ai nostri Dei infernali il sangue tanto più accetto, quanto più puro. Maraviglia è però, come, di tutti gli animali, il meno educando appaia l'uomo, sicchè la esperienza dal seminare i suoi insegnamenti sul granito ne caverebbe maggiore costrutto che predicandoli a lui. Di questo avendo ricercato un sapiente, ci rispose; che come dai tempi di Adamo in poi i pesci pigliansi con gli ami e non se ne sono anche accorti, così gli uomini si pigliano e piglieranno sempre con le bugie e co' giuramenti falsi, e a questo modo pensarla anco Lisandro, per quello che ne riporta Plutarco; e questo perchè o la ignavia, o lo interesse mettono le mani loro su gli orecchi e su gli occhi degli uomini, sicchè essi non possano vedere, nè udire.
Con ingrato animo pertanto pigliamo a narrare così per iscorcio alcune sanguinose fraudolenze del Valentino, come quelle che si riferiscono al nostro soggetto. Per mandare a compimento il disegno di sottoporsi la Italia, pensò incominciare da quelle cose, che gli parve avessero da riuscirgli più facili, e tra queste, per suo giudizio, era la ricuperazione delle terre di Romagna; imperciocchè un possesso lungo, e la pertinacia della corte Romana a sostenere, che le furono o da Costantino, o da Carlomagno, o dalla contessa Matilda donate, facessero considerare ch'ella a giusto titolo le tenesse, ed i signori che poi vi s'introdussero gliele avessero usurpate. Vero è bene, che la Chiesa, se usurpazione ci era, l'aveva in certo modo purificata, conferendo le terre in enfiteusi, e risquotendone solertissima ai tempi debiti i censi; ma se ai potenti di ugna non fu mai penuria di pretesti per pigliare l'altrui, pensate se possano venir meno quando si tratti di ripigliare quello, che credono proprio, e col tempo sieno tornati a crescere loro gli ugnoli!