Il Valentino, sotto colore di ricuperare alla Chiesa le terre rapite, comincia da Imola, come quella che, per essere tenuta da una vedova, lo assicurava di sollecita riuscita: senonchè cotesta donna essendo Caterina Sforza, egli si trovò ad avere fatto male i suoi conti: invero, messi prima in salvo i suoi figliuoli, ci si difese con prestanza rara anco negli uomini; per femmina, unica. Espugnata che l'ebbe, il Valentino mandò la duchessa a Roma, donde la trasse co' suoi prieghi Ivo d'Allegry capitano di Francia; e tutti sanno come, tolto Giovanni dei Medici a secondo marito, a lei toccasse suprema fortuna, e suprema disdetta; la prima fu diventare madre a Giovanni delle Bande nere terrore dei Tedeschi, la seconda essere ava di quel Cosimo, primo gran duca di Firenze, a ragione detto Tiberio toscano.
Su Ravenna e su Cervia gittò il Valentino uno sguardo di straforo, ma le lasciò stare, chè, dai Polenta, erano venute in potestà dei Veneziani, e, per allora, gli ugnoli suoi, comecchè allungati, non reggevano il paragone con quelli del lione di san Marco; una tentennata la dette a Bologna, e faceva frutto, se non che il re di Francia gli mandò dicendo: lasciasse stare i Bentivoglio, se aveva cara la grazia sua, e il Valentino, per quella volta, appiccò la voglia allo arpione.
Sortirono ottimo fine le insidie di lui con Guidobaldo duca di Urbino, col quale non piacque romperla alla scoperta, come quello che, benemerente dei popoli, si prevedeva, lo avrebbono difeso a spada tratta: per tranquillarlo, gli menarono buone le pretensioni di certi censi con la Camera apostolica: nella carica di prefetto di Roma, vacante per la morte di Giovanni della Rovere, il figliuol suo Francesco Maria, quantunque fanciullo, confermarono; non gli si contrastò l'adozione a figlio di questo nepote; per di più si mise innanzi un trattato di nozze future tra il garzone, giunto che fosse a convenevole età, con donna Angiola Borgia nepote del Papa. Così, dopo averlo per tante guise abbindolato, il Valentino finge l'assedio di Camerino, e chiede aiuto al duca Guidobaldo di artiglierie, di somieri e di gente; il duca, volendoselo gratificare, lo compiacque di ogni cosa, onde il Valentino gli mandò a dire: da lui in fuori non conoscere altri per fratello in Italia. Licenziato il messo, ordina che movansi subito le fanterie con celeri passi da Fano; egli, dalla parte di Romagna, in compagnia di buon nervo di cavalli, vola per la strada del Sigillo e della Scheggia, imperciocchè non si tenesse contento dove, con lo stato, non arrivasse a torre al tradito Duca anco la vita, e gliela toglieva di certo, se nel mentre, ch'egli stava allestendo i regali da inviarsi al Valentino, i popoli devoti non l'avessero, quasi nella medesima ora, da Cagli, da Fano, da Fossombrone, da Montefeltro, e da altre più parti avvisato della rovina, che stava per cascargli addosso, ond'egli, colto così alla sprovvista, ebbe a somma ventura se, vestito da villano, per calli obliqui potè ridursi a salvamento su quel di Mantova.
Per dare rincalzo al figliuolo, e cogliere, come suol dirsi, due colombi a una fava, il Papa in quel punto medesimo tirava l'aiuolo al cardinale Giuliano che dimorava a Savona, concertandosi col cardinale di Albret, che, nel passare in Francia, sorgesse a Savona, e quivi con suoi accorgimenti tentasse condurlo su la nave: sopra la quale venuto, ritorto il cammino, con voga arrancata lo menasse a Roma. Certo, se il Cardinale di san Pietro in Vincoli a cotesto modo tornava in Roma, era difficile che diventasse papa, come poi gli successe; ma egli, che prete era e genovese, fece il formicone di sorbo, e lasciò che il cardinale d'Albret se ne partisse insalutato, parendogli che, bene avvertita ogni cosa, gli tornasse meglio passare da villano, che trovarsi un bel giorno strangolato.
Preso a tradimento Urbino, si volse il Duca contro Camerino con tutto lo sforzo del suo esercito, e pieno di rabbia; male incolse a Giulio Cesare da Varano a non procedere o più animoso o più cauto, imperciocchè, caduto nelle mani del duca Valentino co' due suoi figliuoli Venanzio ed Annibale, fu fatto indi a poco con esso loro strangolare: Giovanni Maria, scansato per miracolo a Venezia, sopravvisse a rimettere in piedi la casa.
Pietosissimo caso fu quello di Astorre Manfredi, giovane diciottenne, di forme a meraviglia belle, e prestante in armi; lo riveriva per suo signore Faenza; tentato da prima co' suoi tranelli dal Valentino, non si lasciò scarrucolare. Allora costui ricorse alle sorprese, ma anco qui gli tornarono corti i disegni, chè adoperatosi a scalare notte tempo la città dalla parte del Borgo, ne rilevò un carpiccio dei solenni; così sciupato il tempo atto alla guerra per cotesto anno, impadronitosi di Russi, e di altre castella del contado, vi svernò: a primavera, rifornito di poderosissimo esercito composto di tre nazioni, spagnuola, francese e italiana, tornava allo assalto. Sotto pretesto di onore, l'astuto capitano spinse primi alla espugnazione della terra i Francesi e gli Spagnuoli, ma procedendo essi con poco riguardo, anzi con qualche disordine, vennero agevolmente respinti: dopo tre giorni si rinnovò la battaglia, e questa volta primi a salire furono gli Italiani; li conduceva lo stesso Valentino, il quale tempestando per bollore di sangue innanzi ad ogni altro pose il piede sopra la muraglia: da ambe le parti si fece prova piuttosto di rabbia, che di virtù. Raccontano le storie, che pigliarono parte alla zuffa le donne, e perfino i fanciulli, sicchè il Valentino, per quanto ci s'infellonisse dintorno, non la potè sgarare; al contrario in ultimo fu respinto con la perdita di oltre duemila soldati, tra i quali Ferdinando Farnese, ed altri uomini di conto. Quello però che non poterono le armi lo fecero la disperazione di ogni aiuto e la penuria dei viveri. Le soldatesche allora mercenarie mantenevano fama di fedeli se, astenendosi dal consegnare legato il proprio capitano al nemico, come fra gli antichi gli Argiraspidi costumarono con Eumene, e fra i moderni gli Svizzeri con Ludovico il Moro, combattessero quanto imponeva l'onore della bandiera. Le pertinaci difese rare; gli sforzi disperati si fanno unicamente per la patria e per la famiglia; le milizie del Manfredi avevano adempito oltre misura il debito; nè si stimavano, nè forse erano traditrici se in cotesto frangente provvedevano ai casi loro. Quando esse vennero a favellare di patti, il Valentino non istette sul tirato: veramente non chiesero troppo, ma avessero preteso di più, e più egli avrebbe concesso; col Valentino il nodo non giaceva mai nel farsi promettere, bensì nel farsi osservare. I patti furono questi: ai cittadini le persone, e le sostanze salve; ad Astorre la libertà di girsene dove gli garbasse, conservando le proprie possessioni.
Astorre, ritenuto prigioniero, dopo poco tempo fu chiuso in castello Santo Angiolo a Roma. Storici contemporanei, reputati in pregio di prudentissimi nello affermare, raccontano come al corpo del giovane venusto fosse fatta violenza per opera di tale, che, pure adombrando con parole oscure, danno a divedere fosse colui che ardiva chiamarsi vicario di Cristo in terra: certo poi è questo altro: un anno dopo la sua prigionia fu rinvenuto il cadavere di Astorre nel Tevere con la corda di una balestra stretta al collo, ed appresso di lui due giovani legati insieme per una mano; uno mostrava avere quindici, l'altro venticinque anni, che fu detto essere suo fratello bastardo; oltre a questi, altri corpi, uno dei quali di femmina, ed era di giovane amantissima compagna così della buona come della rea fortuna di Astorre. Quanto tesoro di amicizia e di amore spento ad un tratto!
I signori della Romagna, dal comune pericolo commossi, convennero assieme ad altri loro amici alla Magione, luogo nel contado di Perugia per trovare riparo agl'imminenti pericoli: furonvi Gianpagolo Baglioni, Annibale Bentivoglio, Antonio da Venafro per Pandolfo Petrucci; se il Doria ci si trovasse non è ricordato, ma è certo, che la Duchessa ci si facesse rappresentare dai suoi oratori; oltre a questi (e parve gran che) si accozzarono alla Magione il cardinale Pagolo, e Carlo con tutti gli altri di casa Orsina, Vitellozzo Vitelli e Oliverotto da Fermo; difatti costoro avevano sempre tenuto il sacco al Valentino, e co' rilievi di lui si erano ingrassati. Al consiglio audace tenne dietro lo incerto e lento eseguire, imperciocchè lega sincera, epperò efficace, non possa durare, tranne fra i buoni, e costoro erano la più parte pessimi, ed ognuno di essi intendeva starsi a vedere, che cosa sarebbe capitato all'altro se si scopriva (come se non si fossero scoperti tutti), ed anco era pronto a comporsi col Valentino, per suo conto, a danno degli altri compagni: disegnavano altresì godere il benefizio del tempo, per conoscere come l'avrebbero pensata i Veneziani, ed i Veneziani all'opposto aspettavano a conoscere come la penserebbero essi, e con miglior fondamento, però che, essendo troppo più poderosi di loro, e punto sbilanciati, potevano senza pericolo aspettare: inoltre immemori, che quale si pone allo sbaraglio deve contare sopra l'anima sua e sopra il suo braccio, eccoli a battere le ale intorno alla candela di tutte le farfalle italiane, la Francia; questa poi in quello scorcio di tempo beveva grosso, e se non chiamava le opere del Valentino preordinate a civiltà, chè di coteste parole non ci correva per anco la usanza, pure trovava il suo conto a sostenerlo; onde il Valentino tra per sua industria, con la quale seppe in breve spazio di tempo mettere insieme buona massa di gente, e tra per l'ordine venuto di Francia al Ciamonte capitano del Re d'inviargli speditamente quattrocento lance, e di far opera di sostenere con ogni maggiore reputazione le cose sue, si trovò di corto tanto forte su l'arme da non temere lo sforzo dei nemici: nondimanco al Borgia più della guerra talentavano le frodi: epperò, negli atti e nelle parole rimesso, incominciò a mettere male biette per disunirli; e ad ognuno dei baroni romani, massime a Pagolo Orsini, faceva susurrare negli orecchi: Perchè quei subiti sospetti? A che la diffidenza improvvisa? Come all'antica amicizia sostituito l'odio? A cui mirava egli? A disfarlo? Troppo duro osso per lui, imperciocchè lo sovvenissero il re di Francia e Roma. Potere egli, e forse dovere mettere in oblio l'antica benevolenza, chè la ingratitudine offende Dio e gli uomini, potere e forse dovere pel suo meglio offenderli tutti ad un tratto adesso, ch'ei teneva il coltello pel manico ed era vano resistergli; nondimeno alle nuove cause d'ira anteporre le antiche di affetto; tornassero a migliori consigli; lui proverebbero Cesare non solo di nome, ma eziandio di fatti.
Senza dubbio le Storie, e Niccolò Machiavello, che se ne intendeva, ci ragguagliano come il Valentino fosse maestro di agguindolamento solenne; tuttavolta non si comprende il modo col quale egli, così screditato, arrivasse a condurre alla mazza uomini mascagni quanto lui, dove non si avverta da un lato la incredibile presunzione nostra che c'inganna sempre dandoci ad intendere, che il fraudolento o per reverenza, o per paura non ci vorrà mettere in combutta con altrui, e dall'altro le nostre sorti governare un fato meno difficile a negare, che a sfuggire, il quale guida gli uomini volenti; i repugnanti strascina. E poichè l'argomento nostro non ci concede allungarci troppo nel racconto di questi maneggi, basti tanto che al Valentino non solo riuscì in breve disfare quel fascio di nemici, ma ne persuase taluno a continuargli compagno nella opera di disertare i novelli confederati; al quale scopo, dopo avere messo in ordine le soldatesche a Cesena, che fingeva artatamente minori di quello che in vero si fossero, e per colorire meglio la cosa, aveva licenziato le quattrocento lance del Ciamonte, che se ne tornarono su quel di Milano, comandò a Pagolo Orsino, al duca di Gravina, a Oliverotto, e a Vitellozzo si trovassero alla posta sotto Sinigaglia, donde aveva fatto disegno di cacciare via la Prefettessa e il duca Francesco Maria.
Essendo stato di ciò avvertito Andrea Doria col mezzo di solertissime spie, egli stimò ben fatto non aspettare le risposte di Francia, dove aveva spedito lettere ortatorie al re, con le quali gli raccomandava di prendere in protezione la vedova e l'orfano di Giovanni della Rovere, persuadendo di leggieri la prefettessa Giovanna a cansare il figliuolo a Venezia. Affermano all'opposto taluni storici, che lo zio Giuliano lo inviasse in Francia, ma commettono errore, però che, mostrandosi il re Luigi XII, fuori del giusto, tenero per Valentino, ciò non sarebbe stato conforme alla prudenza del Cardinale; e il tiro che i Francesi gli tentarono a Savona di già abbiamo narrato; dall'altro canto se i Veneziani studiavano conservarsi benevolo il Valentino, avendolo perfino scritto per segno di onore sul libro d'oro, ch'era l'albo della nobiltà veneta, si sapeva ch'elleno erano lustre per parere, e allora, e prima di allora coteste mostre si costumavano per celare meglio il concepito rancore, e, come suole, qualche volta attecchivano, qualche volta no. Le risposte di Francia vennero mentre il Valentino si trovava già sul contado di Sinigaglia, e provarono quanto bene avesse argomentato Andrea ad armarsi di previdenza, imperciocchè con esse il re, dopo avere rampognata acremente la Prefettessa per essere convenuta all'assemblea della Magione ai danni del duca Valentino (come se colpa fosse premunirsi contra le mortali insidie di lui), conchiudeva coll'abbandonarla alla sua fortuna: però Andrea, comecchè gli rimanesse un filo di speranza sopra la protezione di Francia, prima di mandare le lettere, nel presagio che gli potesse venire meno, commise, che da Venezia gl'inviassero una nave, la quale, ferma su le ancore in Ancona, aspettasse il comandamento di quanto avesse da fare; ma la tempesta avendogliela spinta a secco gli ruppe i disegni, ed il giorno stesso che gliene giungeva la notizia, un trombetto per la parte del Valentino si presentava al ponte levatoio per intimargli la resa della rocca.