La duchessa Giovanna e Andrea, accolto con serena fronte il trombetto, risposero, che per non mandare a male sangue cristiano volentieri avrebbero sgombrato la terra, purchè fosse a patti, e dissero quali: precipuo tra questi la facoltà al duca, alla duchessa, e al Doria di condursi dove meglio desiderassero, trasportando con esso loro quanto si trovavano a possedere di gioie e di danaro e le masserizie più care. Il trombetto, presa la carta, promise tornerebbe il veniente giorno con la risposta, ed in vero non mancò, ma il Doria gli disse come la Prefettessa, travagliata tutta notte da subita infermità di corpo, frutto senza dubbio dell'angoscia dell'animo per aversi a spogliare di cotesto nobile arnese di Sinigaglia, riposarsi adesso sul letto, a cui il trombetto contrapponeva, che a scrudelire l'amarezza della Prefettessa avrebbe giovato vedere che il suo signore delle condizioni apposte alla resa non ne avesse tocca pure una; e di rimando il Doria: certo gioverà, e mi proverò consolarla subito; così dicendo aperse la porta della camera lasciando vedere il letto dove giaceva la Prefettessa, a lato del quale essendosi accostato in punta di piedi fece atto di chinarsi per ispecolare se vegliasse; poichè alquanto si fu così rimasto, si drizzò da capo e col dito traverso ai labbri rifece i passi; giunto sul limitare, additata la giacente, con voce sommessa diceva al trombetto: — ella dorme; deh! non le invidiamo questo po' di refrigerio, che la natura manda ai suoi dolori; sarà per domani. — Al trombetto parendo ostico lo indugio insisteva, ma il Doria rifiutò recisamente destarla. Il giorno dopo tornò il trombetto per tempissimo, e ammesso dentro la rocca domandò della Prefettessa, e fugli risposto, che se n'era ita; volle vedere il Doria, e seppe come anch'egli se ne fosse andato con Dio; il giovane Duca come gli altri, anzi prima degli altri già fu esposto come si fosse cansato a Venezia. Ecco come per gli altri erano passate le cose. La Prefettessa, notte tempo, con una donzella ed un gentiluomo tutti in ispoglie da villani, saliti su tre cavalli, che fulminavano, a traverso del campo dei nemici, i quali non se ne accorsero, si ridussero in Firenze a salvamento; Andrea si rimase per accertarne meglio la fuga, e levare via ogni suspicione al Valentino; al quale intento egli mostrò al trombetto un simulacro di donna giacente, dandogli ad intendere, che fosse la Prefettessa: strattagemma con ottima riuscita praticato nell'antichità da Tito quando, caduto prigioniero di Cleonimo, questi gli chiese pel riscatto la città di Epidauro, e di Apollonia, e ai tempi nostri da Luigi Buonaparte, quando gli accadde scampare dal castello di Ham. Rispetto al Doria hassi a credere gli facesse spalla alla fuga qualche soldato del Valentino amorevole suo.

A Cesare Borgia, si narra, come dolesse meno la perdita di una battaglia, che vedersi vinto nei suoi artifizii, e a diritto, imperciocchè la naturale prosunzione dell'uomo poteva persuaderlo a dare altrui la colpa della fazione perduta, mentre il tranello spettata a lui solo; tuttavolta non se ne mostrò crucciato, e questo senza dubbio perchè molinava nella mente più cupo disegno. Quale questo disegno si fosse, come l'ordinasse, ed in qual guisa lo conducesse a compimento, lo narrò il Machiavello nel modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo, e il duca di Gravina entrambi Orsini, e non importa spenderci altre parole per ora: forse ci torneremo sopra se, Dio concedendoci salute, potremo dettare la vita del nostro sommo politico Niccolò Machiavello.

I versi che Omero pone su le labbra di Andromaca che piange sul corpo del defunto marito durano immortali, perchè del pari sono immortali le sciagure dell'orfano in essi lamentate; però non sembrerà cosa strana nè forte se Andrea, salvato appena Francesco Maria dalle mani del Valentino, lo avesse a sottrarre da quelle non meno rapaci dello zio cardinale. Certo nei petti sacerdotali l'amore dei nipoti molto può, ma troppo più prepuote l'agonia di acquistare le somme chiavi; di fatti il cardinale Giuliano, mirando a farsi poderoso di stati per crescere di credito nel sacro collegio, comecchè in apparenza non omettesse officio veruno di buona parentela verso la cognata, ed anzi mandatala a levare da Firenze l'albergasse a Genova in certo suo palagio, che possedeva fuori della porta di san Tommaso, in sostanza poi ciò operava per poterla serpentare più da vicino, al fine che da lei si commettessero in sua balía le fortezze e le castella del nipote su quel di Napoli, sotto colore, che con la sua autorità meglio si sarieno potute tenere. Quantunque la duchessa, con alterazione non piccola dell'animo suo, udisse moversi la impronta richiesta, pure quanto più seppe mansueta rispose: coteste castella avere ricevuto dal marito in fede di restituirle al figliuolo, ed a questo volerle in tempo debito restituire. Il Cardinale non si tenne mica vinto per tanto, che indi a breve rimandava allo assalto il suo camerario Casteldebrio (quel desso che poi salito alla porpora prese nome di cardinale di Pavia), affinchè con parole sforzevoli la spuntasse; a cui la donna in sensi succinti rispose: — parerle di fare bene a tenerle, perchè da coteste possessioni in fuori non le avanzava altra sicurtà per le sue doti, onde lasciarle senza cauzione non intendeva. — Così fu rinviato senza conchiusione il camerario, ma Andrea, ristrettosi subito dopo con la Prefettessa, le insinuò: badasse bene; tenace la natura dei preti; quello che vogliono vogliono: tenacissima poi quella del cardinale Giuliano. La ressa disonesta significare una voglia accesissima, la quale non si sarebbe così di leggieri attutita; anello forse di qualche occulto disegno concepito nell'animo di cotesto uomo violento; però confortarla ad armarsi di subita provvidenza. Alla donna esperta nei casi della vita piacque il consiglio, onde senza porre tempo fra mezzo pensò ai fatti suoi; e veramente bene le incolse della diligente sollecitudine adoperata, imperciocchè il cardinale della Rovere, personaggio, come ogni uomo sa, violentissimo, di cui la collera si accendeva alla stregua degli ostacoli che incontrava, postergato qualunque rispetto spedì lo stesso camerario Casteldebrio nel regno con due brigantini e copia di danari per corrompere i Castellani ed entrare in possesso delle castella. Il Camerario, arrivato con celere viaggio alla rocca Guglielma, chiese libero ingresso per sè e pei seguaci suoi; domandato se avesse il segno, rispose di no, ma portare seco cosa troppo più importante del segno, la quale era un chirografo in virtù di cui la Prefettessa investiva il Cardinale del possesso delle castella, ed ordinava ai Castellani obbedirgli liberamente. La guardia notò, che la cosa poteva andare in regola, però essergli vietato immettere gente in castello senza licenza del Castellano, nè a lui spettare il giudizio intorno alla autorità del chirografo; entrasse solo il Camerario a conferirne col Castellano; quegli rispose, che molto volentieri l'avria fatto, sicchè due soldati, toltolo in mezzo, il condussero alle stanze del Castellano, le quali aperte, la prima cosa, che gli comparve davanti fu la Prefettessa, che tutta aggrondata gli disse: — Orsù, via, porgetemi il mio chirografo; — e siccome il Camerario, tuttochè prete, vergognandosi non fiatava, ella soggiunse: — Andate, e a cui vi manda dite, che così non costumano i sacerdoti, nè i parenti, anzi nè manco chi desidera mantenersi in fama di uomo dabbene. —

Dopo tante e tante varie fortune, Andrea, giunto ormai al suo trentasettesimo anno, si trovava ad essere più povero di prima, onde sperto, che di rado accade procurarti fuori la comodità, che non sai rinvenire in casa, deliberò ritornarci, confidando che Niccolò Doria, il quale in cotesto tempo militava in Corsica condotto al soldo dello Uffizio di san Giorgio, gli avrebbe aperto qualche via per migliorare le sue sorti.

Che fosse l'Uffizio di san Giorgio, per quale diritto, e come governasse l'isola di Corsica, non torna spediente raccontare adesso: basti sapere per ora, che Niccolò, in procinto di partire, aveva deciso di menarlo seco, ma essendo nel frattempo accaduto uno stupendo rivolgimento di cose per la morte di due papi, Alessandro VI e Pio III, e l'assunzione al pontificato di Giulio II, egli, come assai domestico del Papa, reputò, che gli verrebbe fatto di avvantaggiare le cose sue meglio a Roma che in Corsica, però, chiesta ed ottenuta licenza dall'Uffizio di san Giorgio, gli designò Andrea capace a succedergli, e degno in tutto della fede la quale fin lì avevano riposto in lui, e di fatto era.

Coloro che hanno scritto dei gesti di Andrea Doria per adularlo vivo, e per piaggiare, morto, la famiglia di lui, scivolano assai lestamente sopra questa parte della sua vita, stringendosi a dire, che in breve tempo egli seppe con la sua virtù assettare le faccende scomposte dell'isola; ma la storia ricorda come Andrea vi si comportasse avaro e spietato. Che nelle storie della Corsica, scritte dal Filippini, un po' di passione ci si sia intromessa, potrebbe darsi, pure ei le dettò mentre Genova dominava l'isola, nè sembra, ch'egli odiasse la repubblica o fosse odiato da lei; e fama ha di verace pei fatti accaduti ai suoi tempi; ed anco, posto questo da parte, i Genovesi, massime quelli dell'Uffizio di san Giorgio, mercanti erano, i quali governavano come trafficavano, voglio dire col fine di cavare dal proprio danaro il maggiore pro, che per essi si fosse potuto, e l'interesse della moneta a quei tempi batteva tra il diciotto e il venti per centinaio, donde accadeva che, non curate onestà e carità, anzi neppure efferatezza e tradimenti, si estimassero ottimi i partiti più spicci e meno costosi; ora, siccome le guerre, oltre a tirare in lungo e costare un tesoro, compaiono anco di esito incerto, così preferivano gli assassinamenti come più sicuri e di maggiore risparmio.

Arte di governo dei Genovesi in Corsica fu questa: spiantare la stirpe dei baroni, fiera gente, e a maneggiarsi difficile, ma generosa, e ciò si ottenne suscitando scisme tra loro, e poi sovvenendo i deboli per opprimere i potenti; anco talora pigliarono le parti del popolo contro i baroni, e sperarono venire a capo eziandio con questo come di belva, che la perdita del sangue rende tutta mansueta. Certo alla Corsica non so se molta pecunia, ma senza fallo molto sangue costò la dominazione di Genova; questa però nello uccidere altrui ferì sè stessa, e, resa la Corsica cadavere, ebbe a consegnarla alla Francia perchè la seppellisse. La Francia tentò prima di venderla, e ciò nè manco dopo due anni dal tanto appetito acquisto, ma, non trovando compratore, se l'ebbe a tenere; adesso finalmente dopo tanto secolo la va ravvivando; però non ispero ch'ella possa mai più rifiorire a quella prosperità di cui ci porgono testimonianza credibili storici: se poi più tardi mi avesse a smentire il successo, l'avrò per grazia.

Dispersi prima i baroni da Leca toccava adesso a quei della Rocca a sparire; per metterli a segno l'Uffizio di San Giorgio aveva mandato Niccolò Doria commosso dal pericolo di perdere la isola per virtù di Ranuccio, il quale, tentando rientrare nel possesso dei suoi beni, ne aveva messo sottosopra le parti occidentali; Niccolò incomincia col citare Francesco e Giudice della Rocca, congiunti di Ranuccio, a comparirgli davanti: andava Francesco, più cauto; se ne astenne Giudice; ma se al primo nocque la fiducia, all'altro non valse la prudenza, imperciocchè a Francesco egli facesse mozzare la testa, e Giudice trafiggere con ferro assassino; giunse eziandio a mettere le mani addosso ad un fanciullo figliuolo di Ranuccio, ed anco questo spense a fine di empire l'anima paterna di terrore e di sgomento. A tale cognato, ad opere siffatte subentrava Andrea, nè tralignò. Ludovico XII re di Francia, diventato signore di Genova, sia che per naturale inclinazione sentisse pietà per cotesto gentiluomo, sia, come credo piuttosto, che lo movessero i conforti del Cattaneo consorte del Ranuccio, intendendo salvare cotesto sciagurato dalla estrema rovina, spedì in Corsica due uomini a posta per offerirgli l'ordine cavalleresco di san Michele con buona provvisione, a patto che, deposte le armi, si riducesse a vivere in Francia. Ora Andrea avendo considerato, che se la guerra terminava a quel modo veniva a cessare la sua condotta coll'Uffizio, e certo perduti i premi della vittoria, finse credere falsa la commissione dei messi, e le patenti regie, comecchè apparissero munite del suggello del re, e sotto pretesto di chiarire il vero ritenuti i messaggeri, mandò il suo cancelliere a Genova perchè maneggiasse a stornare il trattato, come di vero gli accadde. Allora così ferocemente attese a perseguitare Ranuccio, che questi, derelitto da tutti, si ridusse, solo, a vivere vita ferina su pei gioghi di un'aspra montagna, dove lo affetto di qualche suo vecchio vassallo lo andava aiutando, con mortalissimo pericolo, di un tozzo di pane. Andrea, contati i giorni che bisognavano per farlo morire di fame, avendo saputo, che in capo a quelli durava sempre vivo, nè per quanta diligenza vi adoperasse riuscendogli scoprire da quale dei villaggi circostanti si partisse il suo soccorritore, li distrusse tutti, ardendone le case, tagliando gli alberi, disertando i vigneti, e disperdendone gli abitatori; così fece prigione Ranuccio, e come a morte certa lo mandava a Genova, dove, se il governatore del re di Francia non era, avrebbe miseramente finito sotto la scure. Come ai tempi dei Romani, così a quelli dei Genovesi, e così sempre quando i tiranni prevalgono, pace ed ordine chiamano la solitudine e la morte.

CAPITOLO III.

Disuguaglianza civile causa perpetua di ruina negli Stati. Dei governi misto e semplice, e quale dei due il più sincero. Rumori di popolo; castiga villano; due Doria ammazzati; nuova spartizione degli uffici tra popolo e patrizii. — Accordi politici non durano; i patrizii sopraffatti esulano a Savona; e ogni dì inaspriti ricorrono alla Francia. Il Re distratto altrove tepido paciere. Guerra del popolo contro i nobili, e consigli di Andrea. Mutate le cose di Francia il Re entra non più paciere, ma vendicatore dei nobili. Paolo da Novi doge popolano decapitato e squartato: altre stragi: rimettonsi le cose come prima. Lega di Cambraia. Fama di Giulio II usurpata; sue contese con la Francia; il Papa promove novità a Genova; i congiurati scoperti hanno mozzo il capo. Giano Fregoso con forza aperta toglie Genova alla Francia. Andrea Doria prefetto del mare. — Gesto nobilissimo di Andrea sotto la Briglia dove rimane ferito. — Prosperando le cose di Francia Andrea si ripara con l'armata a Portofino. — Sconfitta dei Francesi a Novara. — Torna Ottaviano Fregoso doge in Genova, e il Doria con esso. Guerra turchesca, l'arcivescovo di Salerno geloso di Andrea si adopera a torgli l'ufficio di prefetto del mare, e non riesce. Gesti di Andrea a Gianutri e alla Pianosa, dove si combatte aspramente. — Carlo V disegnando prevalere in Italia tenta pigliare Genova alla sprovvista e non riesce; l'anno dopo la piglia per forza, e la saccheggia. — Tragedia di Monaco non senza sospetto di partecipazione del Doria. — Andrea in corte di Francia persuade soccorrersi Rodi e invano; difende le coste di Provenza, durante la invasione degl'imperiali in Provenza; e cattura Filiberto principe di Oranges; piglia Savona e Varagine; vince il Moncada ammiraglio di Spagna e lo fa prigioniero. Francesco I rotto a Pavia. Dal consiglio di Francia vuolsi, che Andrea metta in pegno le sue galee pel sicuro trasporto del Re in Ispagna; nega, e si proferisce liberarlo per virtù di arme: non è atteso; mal soddisfatto dei Francesi, spirata la condotta, si accomoda col Papa. Lega santa per frenare lo Imperatore. — Andrea contro la patria, tenta Portofino, ed è ributtato. Le cose della lega vanno a rifascio, il Papa si stacca dalla lega, e Andrea va a Civitavecchia; rimandato a combattere la flotta spagnuola la disperde nel mare ligure. Di un tratto il Papa si scosta da capo dalla lega, e si accorda col Colonna e col Moncada; il Borbone non mena buoni gli accordi. — Sacco di Roma. — Potere temporale del Papa minacciato dall'Austria, difeso dalla Inghilterra. Andrea da capo al soldo della Francia, e da capo contro la patria sua. — Dopo varie fortune piglia Genova; dissuade il re Francesco a metterci doge Cesare Fregoso, e ci va governatore Teodoro Triulzio. — Piglia moglie. — Suoi amori. — Sua parsimonia. — Codicilli singolari del suo testamento.