Se noi scrivessimo le storie dei popoli faremmo chiari i lettori come causa perpetua di discordia prima, e poi di tracollo negli stati fossero i nobili, o quelli che, per eccesso di censo appartandosi dalla uguaglianza civile, intesero soverchiare altrui con la potenza come con gli averi. I politici antichi, ed anco dei moderni parecchi, reputarono ottimo governo quello, che va composto di un mescolo, dove la democrazia, la monarchia e l'aristocrazia entrano in parti uguali: opinione che per più ponderato consiglio a me sembra piuttosto in apparenza che in sostanza prudente, imperciocchè veruno dei tre ordini stia mai al segno, bensì uno si adoperi a superare perpetuamente l'altro, da prima con leggi, più tardi con le insidie, all'ultimo con le violenze. I democratici fiorentini, invece di estirpare i grandi, gli esclusero dai magistrati; non tolsero già i privilegi per tutti, al contrario, per via degli ordinamenti di giustizia, ed altre di questa maniera provvisioni, ne istituirono molti, ed odiosi in danno di loro, con offese continue li condussero alla disperazione, sicchè quante volte i grandi poterono farlo si legarono con la tirannide domestica, o forestiera, per ripigliare il sopravvento sul popolo; finalmente, accostandosi ai Medici, nel ridurre il popolo e sè in ceppi, reputarono refrigerio, e non fu nè manco vendetta, la comune servitù.
Non so se altrove, ma qui in Italia corre per la bocca della gente un proverbio rivelatore dell'animo dei padri nostri, e pur troppo eziandio del nostro, il quale è questo: male comune, mezzo gaudio. Parve, e pare tuttavia bello a noi Italiani cavarci gli occhi, a patto che gli avversarii nostri abbiano a rimanere orbi. Per converso i Veneziani raccolsero la somma del governo nei patrizii, e nè manco in tutti, ma studiarono diligentissimi che il popolo avesse sicure due cose: pane e giustizia; procedendo in questo, meglio dei Fiorentini, avvisati assai; pure anche lì coll'andare del tempo cotesto sentirsi governato a guisa di mandra, comecchè con amore, rincrebbe al popolo, che, capitatogli il destro, un giorno pensando abbattere solo i patrizii, atterrò loro e lo Stato.
La esperienza ammaestra come la macchina governativa, al pari di ogni altra, quanto più la ordinerai semplice, e più tu proverai perfetta, sicchè ti risponderà meglio quanto meno ci metterai dentro disuguaglianze, oltre quelle che induce la natura, voglio dire di giovani feroci, e di vecchi prudenti, d'improbi e di probi, d'ingegnosi e di ottusi. Ad ogni modo, innanzi che i governi semplici tornino graditi alla universalità, e' ci ha da correre un bel tratto; intanto la lite flagrante, e la fortuna alterna della democrazia e della aristocrazia, mantengono il campo delle offese e dei rancori, donde agli spiriti cupidi si offre abilità di rimestare le faccende per modo, che conseguano lo scopo dei volgari ma utili appetiti.
Nel tempo in cui sono giunto ragionando di Andrea Doria gli ufficii ripartivansi a Genova fra popolo e patrizii con questa ragione, che ai nobili ne toccavano i due terzi, un terzo al popolo: i voti per vincere i partiti si contavano alla medesima stregua. Il popolo pertanto chiedeva riforma, e dirittamente, conciossiachè essendo egli troppo più copioso in numero dei nobili, ne accadeva, che mentre questi quasi tutti esercitavano le magistrature, pochi di lui si trovassero ad averle; allora taluni fra i più savi senatori proposero la riforma in consiglio, ma i nobili superando co' due terzi dei voti respinsero il partito, e ne menarono baldoria secondo il solito dei corpi deliberanti cui pare averla spuntata allorchè vincono con le fave, quando, se prudenti, arieno a tenere la lingua in palazzo, e le orecchie in piazza: e come i tempi erano più feroci dei nostri, alla ingiustizia aggiunsero la prepotenza, facendo fabbricare certe lame di pugnale col motto incisovi su castiga villano, quasi per far capire al popolo di scancío, che, se la legge gli pareva oscura, gliela avrebbero chiosata i patrizii a suono di coltello. Il popolo, che da un pezzo bolliva, dette di fuori gridando: addosso ai nobili; e trovati per via un Visconte Doria ed un altro pure della medesima stirpe, gli ammazzò di botto: allora e' fu un bacchio baleno levarsi dal fianco il pugnale castiga villano, e più che baleno scendere a patti. Il popolo dopo la vittoria non crebbe pretensioni; i patrizii, di superbi divenuti umili, meravigliavano, o piuttosto ne facevano le viste, come mai avessero potuto reputare esorbitante ieri, quanto conoscevano oggi, non pure giusto, ma discreto, onde concessero di leggieri, che la misura dei voti e degli ufficii si rovesciasse; vale a dire, che dove prima i patrizii delle cariche e dei voti avevano i due terzi, e il terzo il popolo, da ora in poi i due terzi spetterebbero al popolo, il terzo ai patrizii.
Per ordinario nei rivolgimenti politici si viene agli accordi, quando questi non hanno virtù di accordare più nulla. La potestà che cede diventa a un punto screditata e vile; il popolo che sforza insolentisce, però che la temperanza, di cui fa prova nei primi bollori, non derivi già da cuore nella sua grandezza pacato come quella di Scipione, bensì da un certo peritarsi, ch'egli, sempre uso a toccarne, prova nello adoperare la vittoria, che presto perde. Così dopo questi patti il popolo non si astenne dalle offese nella persona, e negli averi dei nobili, le quali traboccarono indi a poco per modo che i nobili, paurosi di peggio, tolsero uscire dalla città, riducendosi la più parte di loro a vivere in Savona.
Intanto il popolo si sbracciava a raccogliere in sè la somma del governo, e non rinveniva il bandolo: odiava il Senato, ma al punto stesso lo riveriva così, che non gli bastò l'animo di levarlo di mezzo; creò all'opposto il Tribunato per contrastarlo; e due poteri principi, di facoltà indeterminate, uno protervo per la fresca vittoria, l'altro iracondo per la patita sconfitta, inabissavano le Stato. I Tribuni fra tanto arrolarono 2500 fanti, i quali, a seconda dei voleri del popolo, spedirono nella riviera di levante per torre le castella a Gianluigi Fiesco; e gliele tolsero; tornati a casa mulinavano imprese maggiori a danno degli altri nobili, che inaspriti dalle offese vecchie, e disperati per le nuove, si adoperarono a tutt'uomo per tirare il re di Francia dalla loro, e con parole accese lo andavano serpentando dicendogli: Genova stare in bilico per uscirgli di mano dove non provvedesse presto, e forte: appetirla lo Imperatore, aocchiarla il Papa, se non per tenerla, per appianarsi la via allo acquisto del Milanese tanto agognato da lui: entrambi questi due potenti sarebbero venuti a capo della plebe piaggiandola; egli dovrebbe prevenire il pericolo opprimendola. Questi maneggi sortivano effetti contrari dei presagiti, chè il Re spaventato si mise a procedere col calzare di piombo, e volendo condurre il buono per la pace, comandava nobili e plebe si accordassero fra loro le terre prese restituendo, la riforma approvassero, e gli uni agli altri le offese si rimettessero.
Non si comandano le paci; e poichè la plebe prevaleva a quei giorni, Tarlatino da Castello, condottiero preso al soldo della repubblica, si restrinse con lei; anzi per gratificarsela vie più si profferse parato a conquistare Monaco: pretesto della guerra era la recuperazione dei diritti sopra cotesta rocca, che si asserivano usurpati dai Giustiniani; causa vera stiantare il nido nel quale i nobili solevano rifugiarsi, dove potere, come da luogo sicuro, tendere insidie a Genova. Per la quale cosa i nobili vedendosi con grande stringimento di cuore in procinto di rimanere privi di cotesto fidissimo asilo nei casi di fortuna, tennero consulta assieme per sovvenirlo, ed avendo richiesto Andrea del suo parere, questi rispose: andando a Nizza egli, dopo considerate diligentemente le forze del popolo, essere venuto nel parere che contro cotesto sforzo non si potesse fare riparo, là dove non si accorresse gagliardi alle difese: tre partiti, per suo avviso, profferirsi adesso ad aiutare Monaco con frutto: in prima il soccorso dei Francesi, ma questo, oltre al comparire lento, si sarebbe rinvenuto altresì interessato; il secondo consisteva nel mettere insieme danaro del proprio, e con questo fatta massa di gente difenderlo alla scoperta; per ultimo avrebbe per avventura giovato richiamare a Genova Ottaviano Fregoso in buona vista del popolo, ed usando il benefizio del tempo attendere a guadagnarsi coi denari e con le promesse qualche capo della plebe, indebolendo per via di scismi la parte contraria. Dei tre partiti piacque l'ultimo come quello che non metteva la mano sopra la borsa. Andrea andò a conferirne con Ottaviano a Bologna, il quale si pigliò assai lestamente il carico di acconciare le faccende, ma la plebe avendolo tolto in suspicione non lo volle nè manco vedere, ond'egli trattenutosi, non senza timore e pericolo grandi, tre giorni in Genova, se ne tornò sconclusionato a Bologna. Allora i nobili da capo a muovere ressa al Re, che fare co' propri danari, come forse appariva più sicuro, e certo era più generoso, così tornava più ostico di tutti: ai legati patrizii tennero dietro i plebei; udironsi i primi, i secondi no, i quali trovarono chiuse non solo le orecchie del Re, ma perfino le porte del palazzo regale: atroce insulto, e meritato, e questo accadeva perchè il re di Francia essendosi a cagione della morte di Filippo re di Castiglia sciolto da ogni ritegno, pensò fare a meno della moderazione: abito importuno a cui costuma produrre la propria volontà per legge; ed oramai deliberato a mettere mano nelle faccende di Genova si accostava ai patrizii, tiranni, quando possono, per conto proprio, quando non possono, aiutatori della tirannide altrui.
Il popolo offeso pei reietti oratori, e infellonito pei minacci contro di lui, prorompe di un tratto negl'impeti maravigliosi: di colta si arrampica sul Castelletto e sul Castellaccio, li piglia, e ne caccia malconcio il presidio francese: poi si elegge a doge Paolo da Novi tintore, e sceglie bene, secondo il solito, quando non gli corrompono con la calunnia la mente e con la pecunia il cuore. Qui non ha luogo raccontare quello che Paolo operasse; basti sapere, che operò molto e retto; vinse, fu vinto, in ultimo tradito da un Corsetto, che lo vendè ottocento scudi al re di Francia, il quale da Pisa fece trasportarlo a Genova, e quivi decapitare e squartare. Il capo di lui, prima passeggiato confitto su di una picca, poi messo dentro una gabbia attaccata al ballatoio della torre dogale, insegnamento non nuovo, e replicato anco dopo, e sempre invano, di quello che si acquista a rincrescere ai re per gratificarsi i popoli. Nè la finiva qui; qualche ventina di popolani al capestro, a un Giustiniani si dava della scure sul capo, e ciò per privilegio del patriziato: così a quei tempi il boia dispensava, o confermava la patente della nobiltà, e forse in qualche lato in Europa continua anco adesso. Gli ordini dello Stato si rimettevano come prima, anzi secondo il consueto con qualche giunterella in peggio; la città (per non distinguere gli amici dagli avversarii) multavasi in trecentomila ducati: la moneta eziandio da ora in poi doveva coniarsi con lo stemma di Francia. Fin qui le providenze per aggiustare i conti del passato; venivano poi quelle del futuro; ed erano, che, oltre il Castelletto e il Castellaccio, i Genovesi, per mettersi nella bocca sfrenata una briglia con le proprie mani, fabbricassero la fortezza del Faro, volgarmente detta la Briglia, e tale veramente fu, imperciocchè assai duro morso l'avessero a provare i Genovesi. Così, ed anche questa è storia vecchia in Italia, una setta avendo, per dominare su l'altra, chiamato lo aiuto straniero, rimangono entrambe ridotte in servitù.
Stringevasi intanto la lega di Cambraia, dove quel Giulio II, che gode presso il volgo ignorante fama di nemico pertinace ad ogni straniera dominazione in Italia, confederavasi con Francia ed Austria ai danni dei Veneziani; nè con quelle solo, ma per isgarare meglio la prova, con Ungheria, Spagna, Savoia, Mantova, e Ferrara altresì. La storia che, registrando i fatti mal si accomoda a piaggerie antiche nè a moderne, dichiara che, come papa Giulio non rifuggiva dallo spartire la Italia con lo straniero per istrappare a Venezia Ravenna, Cesena, Cervia, Faenza, Rimini ed Imola, così il duca di Savoia si accontava col Papa, e gli altri ai danni d'Italia per aspollare il regno di Cipro[2]. Durarono i collegati uniti, come suole, finchè non ispogliarono: spogliato che ebbero tornarono nemici. Il Papa un dì più acceso di tutti a collegarsi con la Francia, adesso voltandogli faccia, tempesta avvampato a cacciarla d'Italia, e smania per restituire Milano agli Sforza, e liberare Genova dalla dominazione straniera: agli ossequi succedono le ingiurie ed anco plebee, dacchè il Cristianissimo non si trattenesse da chiamare addirittura papa Giulio briacone: di vero costui del bere si compiaceva più, che non convenga, non dirò al Vicario di Cristo, bensì a qualsivoglia uomo dabbene. Le prime batoste toccarono al Papa sicchè s'ei ne sbuffasse non è da dire: la guerra temporale rinterzando con la Spirituale, egli scomunica il re di Francia; questi non potendo scomunicarlo, a sua posta se ne richiama al Concilio, e lo Imperatore assentendo, lo convoca a Pisa; il Pontefice per contrapposto ne intima un altro in san Giovanni Laterano, i cardinali tragiogati pei lembi della porpora non sanno a quale partito più sicuro appigliarsi. Intanto per la memorabile rotta di Ravenna le fortune del Papa parevano spacciate, ma così sperimentiamo incerti i giudizii umani che per questo appunto tornarono a germogliare più vigorose di prima, imperciocchè per la morte di Gastone di Foà, strenuissimo condottiero dei Francesi, spento in cotesta battaglia, e per le contese del cardinale Sanseverino e la Palissa circa il comando dello esercito, da un lato la prosperità francese illanguidiva, mentre dall'altro ai disastri egli riparava irrequieto tirandosi in campo gli Svizzeri con molta pecunia e con infinite speranze. In questa Giampagolo Baglioni, rinforzato di gente, calava giù nel Veronese pel Trentino, e tale appariva in vista, che alla Palissa non sovvenne migliore disegno di quello, che mettere il Po fra mezzo a sè ed ai suoi nemici.
Il Papa sembrava che da qualche tempo si fosse risovvenuto, ch'era sua patria Genova, e sè nato di parte popolare; però col dirsi parziale alla democrazia, collo accogliere in corte gli emuli della Francia, da una parte sbracciando promesse grandi, dall'altra consentendo che anco i maggiori se ne pigliassero, in somma con le arti tutte dei Principi quando hanno bisogno del popolo, fomentava a Genova novità in danno della Francia, e siccome non manca mai chi si lasci ire all'amo per buona natura, ed anco per trista, dacchè la voglia di essere pescato inuzzolisce in alcuni, quanto in altri quella di pescare, un Giovanni Interriano ed un Domenico di San Piero tramarono insidie al Governo del Re, e con mal pro di entrambi, che scoperti di corto, il primo, perchè nobile, morì di scure, al secondo, plebeo, bastò il capestro: adesso poi, soffiando il vento in filo di ruota, messe da banda le frodi, si adoperava la forza. Giano Fregoso, con piccola mano di fanti e di cavalli, forse seicento in tutti, se pure ci arrivavano, s'indirizza con celeri passi a Genova, e quanti gli occorrevano per via gli si cacciavano dietro o partigiani suoi, o vaghi di garbugli: giunto in vista della città mandava arditamente un trombetto al Senato, intimandogli che riponesse il governo in mano al Fregoso. Il Senato tentennava, il Vicario del Re tempestava, e se togli la smania di volere impiccato il trombetto e subito, nè manco egli sapeva che si facesse. Il Senato, secondo l'ordinario di tutti i Senati, non patì che il trombetto s'impiccasse, perchè le cose della Lega pigliavano buona piega, e neppure chinò a riporre il governo nelle mani al Fregoso, perchè le fortune del Re potevano risorgere; tenne la via mezzana, e rimandò il trombetto con la risposta, che trattandosi di materia gravissima, si sarebbe costituito il solito magistrato per consultarci sopra; e con questa conclusione si partirono soddisfatti come se avessero salvato la patria.