CONTINUAZIONE
DEL CAPITOLO VII.
Prima di voltargli le spalle, la fortuna qui mandava a Carlo la suprema blandizie, facendogli incontrare da un lato due galeotte turchesche, di cui la prima il capitano Cigala genovese mandò a fondo con le artiglierie, la seconda scampò per miracolo, e dall'altro gli comparve davanti, che giusto in quel punto sbucava fuori del promontorio di Capocassino, l'armata delle galee del Mendozza, con la quale andavano di conserva cento navi, e quasi altrettanti legni minori dagli Spagnuoli chiamati scarzapini; per l'allegrezza grande che sentirono di qua e di là salutaronsi con tante cannonate, che parve un subbisso. Su queste navi, con istupendi cavalli, veniva il fiore della cavalleria spagnuola, nella quale splendeva principalissimo Ferdinando Cortez conquistatore del Messico, e Francesco Ulloa, padre di Alfonso lo storico, in compagnia di parecchi del parentado e figliuoli; capitanava la eletta schiera Ferdinando Alvarez duca di Alba, ed era venuta a proprie spese, reputando mercede bastevole dei perigli l'acquisto delle indulgenze largite dal sommo Pontefice.
Ottimo consiglio sarebbe stato quello di mettere subito mano allo sbarco; ma come i marosi rompevano grossi contro la spiaggia, Carlo temendo ne accadesse sconcio alle navi, e troppo ne avessero a soffrire travaglio i soldati, parendogli eziandio spediente attendere l'armata del Mendozza prima di operare lo sbarco, ordinò ad un tratto, che questo si differisse. Intanto, compiacendo all'uso, mandava un suo trombetto ad Assan agà governatore di Algeri con le solite profferte, e le solite minacce, le quali i codardi non aspettano mai, e i forti respingono sempre. Narrasi che a confermare la costanza dell'Assan agà, il quale fu eunuco e cristiano rinnegato della isola di Sardegna, giovassero i vaticinii di certa vecchia mora, che nei tempi scorsi aveva presagito il naufragio di Diego di Vera, e la rotta di Ugo di Moncada, avveratisi entrambi; se non che poi avendo prognosticato la ruina delle armi imperiali per coteste parti, con esito tanto diverso atteso la espugnazione di Tunisi, si era scaduta di credito; ma costei strillava affermando non avere voluto dire di Tunisi, bensì di Algeri, e lo vedrebbero. L'Assan, ossia che nei vaticinii ponesse fede, o come credo piuttosto simulasse per incorare la gente, fatto sta, che respinse il messaggio con male parole, e subito dopo tratti fuora ottocento Turchi, la più parte giannizzeri, fiore di gente, e molti Arabi, aspettando da un punto all'altro di vedere comparire i terrazzani, e quanti pigliavano soldo dal Barbarossa, a cui aveva spedito celerissimi messi, si dispose non pure a resistere, ma farsi animosamente contro lo Imperatore, e allo aperto combatterlo.
Ottenuta simile risposta, ed essendo calato il vento, gl'Imperiali presero a mettere le fanterie a terra; furono ventimila divise in tre schiere; ebbe ciascuna tre pezzi di artiglieria, nè contrastarono lo sbarco gli Arabi e i Turchi; all'opposto lasciaronli marciare dentro la spiaggia un miglio; quivi i nostri sostarono, pigliando certe alture giudicate luogo acconcio per battere la città, e piantatevi le artiglierie attesero a ripararsi con trincere e fossati.
Algeri, un dì nota col nome di Giulia Cesarea, ha un monte alle spalle, il quale per essere agevolmente difendibile, gli antichi estimarono disperata impresa a espugnarsi. Carlo avvisò assediarla dalla parte di Levante con tre campi, riponendo in ognuno, a scanso di contese, una delle tre nazioni menate seco, Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani; i primi avevano a tenere la cima dei colli, i secondi le falde, mentre i terzi si sarebbono alloggiati per la pianura verso il mare. Poichè gli Arabi non si erano mossi ad impedire lo sbarco, ormai confidavano i cristiani arieno occupato Algeri senza molestia, e s'ingannavano: imperciocchè alloraquando stavano attorno a trarre in terra le artiglierie, e i cavalli, ecco apparire gli Arabi su i monti, e quinci balestrare sassi, e di ogni maniera saettume contro gli Spagnuoli: questi risoluti senza badare al numero messa mano agli archibusi a cavalletto, e a qualche sagro[1] gli ributtarono. In cotesta fazione crebbe in fama di eccellente capitano Alvaro di Sandè, il quale, sgombrati a forza gli Arabi irrompenti dalle alture, le occupò e le tenne; tuttavia, venuta la notte, gli Spagnuoli non trovarono requie, conciossiachè gli Arabi, togliendo a bersaglio i fuochi loro, lanciassero colà nugoli di freccie, onde essi ebbero a spegnerli ed a pernottare su le armi; venuto giorno, i nostri ripigliarono inaspriti a combattere, sicchè di corto con molta uccisione dei nemici si levarono quel fastidio dattorno. Per altra parte, instando il Doria, si faceva fretta a cavare di nave le artiglierie, le vettovaglie e i cavalli, chè il tramonto si avvicinava con segnali sinistri. Il vento di tramontana crescendo di minuto in minuto sommoveva con veemenza le onde, e rotolava nugoloni spaventevoli: appena fu buio, la bufera non ebbe più modo, tra fulmini e tuoni rovesciò su la terra torrenti di freddissima pioggia, onde ne rimasero le vettovaglie guaste, fradicie le polveri e le corde di archibuso, intirizziti i corpi, che per metterli al coperto non si era potuto per anche provvedere, maggiore la ruina sul mare che le navi travolte dallo impeto del vento e dalla violenza dei marosi presero prima a non reggersi su le áncore, poi l'una ruinando su l'altra a sfasciarsi fra loro, o correre a rompersi sopra la spiaggia. Così la notte intera; più atroce il giorno, il quale, rivelando il danno passato, ne minacciava altro e peggiore. Il signore Camillo Colonna aveva di là dal fosso, a guardia del campo italiano, tre compagnie di soldati vecchi; traversava il fosso un ponticello di sotto certi poggi prossimi alla città; ora queste compagnie, esposte senza riparo alla pioggia, fitte nel fango, abbrividite si erano aggomitolate prive di forze; la quale miseria considerando i Turchi, con molto sforzo di cavalli fecero impeto contro di loro, e fu facile vittoria, dacchè i nostri, privi di armi atte a difendersi, in parte fuggirono, in parte caddero trucidati, i secondi però troppo più dei primi: qualche italiano, trovandosi ad avere una picca, si provò a morire non senza vendetta, ma quindi a breve l'arme gli cadde di mano, e anch'essi giacquero spenti. I Turchi e gli Arabi, saliti in baldanza, perseguitando i fuggitivi, si avventarono al ponte, e passatolo, assalirono il campo italiano speranzosi di sterminarlo, e lo facevano, però che le artiglierie per colpa delle munizioni bagnate, e gli archibusi tacevano; mentre pertanto scemi di terreno aiuto si raccomandavano a Dio, la salute venne donde se l'attendevano meno. Giannettino Doria (contrastando allo impeto dei cavalloni tutta la ciurma della sua galea) su le áncore si reggeva appena; pure arando il fondo con le áncore, e via via cedendo, si accostava alla spiaggia: colpito adesso dallo imminente scempio del campo italiano che gli stava su gli occhi, nè lo potendo sopportare, recisi gli ormeggi, si abbrivò ad investire su la costa per sovvenirli con prontissimo soccorso. Non devo tacere però che altri afferma in cotesto suo atto non averci parte elezione; essersi trovato costretto a fare così, perchè altre galee incapaci a reggere gli rovinarono addosso in un mucchio, e lo avrebbero fracassato senz'altro, s'egli a quel modo non evitava l'urto; chi di loro racconti il vero, arduo anzi impossibile a noi giudicare: questo è sicuro, che Giannettino, presso i suoi medesimi nemici, ebbe fama di capitano diligentissimo fra quanti allora vivessero, e risoluto così, che deliberata appena una impresa la eseguiva[2]. Quantunque però egli co' suoi Genovesi combattesse pertinacemente, tuttavia, sopraffatto dal numero, si versava in estremo pericolo, quando lo Imperatore lo notò da lungi, e non gli reggendo il cuore che tanto uomo capitasse male, mandò il colonnello Antonio d'Arragona a trarlo d'impaccio con tre compagnie cappate di archibusieri italiani. Si rinfrescò la battaglia, e comecchè i nostri ammazzassero parecchi cavalieri mori, massime di quelli che per combattere più destri erano smontati da cavallo, pure non la potevano sgarare; allora Camillo Colonna e Ferrante Gonzaga, divampanti di furore, accolti intorno a sè gli uomini più valorosi, e concitando le squadre dello Spinola, si precipitarono nella mischia, e oppressi i nemici, vinsero; nocque ai fatti loro la voglia dello stravincere, imperciocchè si cacciassero dietro ai fuggitivi per finirli, e tanto da cotesto empito lasciaronsi trasportare, che arrivarono quasi sotto le porte della città; i pochi fuggiaschi, sperti dei luoghi, per via di tragetti scomparvero come per incanto dinanzi ai loro occhi, lasciando esposti gl'inseguenti al fulminare delle artiglierie piantate su le muraglie. I cristiani per tentare lo assalto mancavano di arnesi e di balía; e poichè la sosta fruttava morti, le quali non potevano nè manco vendicare, deliberarono ritirarsi, e fu il consiglio tardo, chè Assan agà, raccolti intorno a sè i più prodi tra i Turchi e i Giannizzeri, li percosse forte irrompendo fuori delle porte, e gli sgominò così, che non se ne sarebbe salvato neppure uno, se non erano i cavalieri di Rodi, i quali, a piedi, con la cotta pagonazza sul corsaletto, drappellando il gonfalone con la croce, ultimi fra tutti combatterono disperatamente; nondimanco dal balenare che facevano, si poteva prevedere come non fossero per durare, e di momento in momento la morte ne diradava le fila. Lo Imperatore, sebbene uso ai pericoli, si aggirava sgomento pel campo vestito di un manto bianco, con pietosa voce sclamando: fiat voluntas tua! fiat voluntas tua!
Lo esempio dei buoni cavalieri di Rodi punse di vergogna e di compassione i loro compagni di arme, i quali fatta testa da capo con ordine promiscuo, soldati e capitani accorsero alla riscossa: molti uccisero, molti rimasero uccisi; ma la virtù non vinse il numero, molto meno potè supplire al difetto delle armi, però che degli archibusi, come notai, non si potessero valere, o poco; di partigiane e di picche non avessero fatto provvista, mentre i Turchi combattessero con le balestre a cocca, da poco tempo, e non senza repugnanza, lasciate dalle milizie cristiane, massime francesi, a cui madama Luisa di Savoia, dopo la battaglia di Pavia, impose l'obbligo di armarsi di archibugio, ed essi lo fecero, per obbedire, non già per servirsene, però che durassero parecchio tempo a preferire le balestre. Ora dalle balestre i Turchi sferravano verrettoni capaci di passare le più salde corazze; con gli archi comuni ammazzavano a furia di freccie, dalla lontana, le milizie scoperte di difese. Lo Imperatore, mosso dal pericolo, rannoda e spinge tre compagnie di Tedeschi, animandole con le parole più ardenti ch'ei seppe; e queste pure andarono e combatterono finchè bastarono loro le forze e la vita: ormai pareva fatale la rotta; pieno il campo di soldati uccisi; dei capitani più famosi chi giaceva spento o urtato da impeto irresistibile si ripiegava indietro, quando parve a Carlo per la salvezza del campo, per onore di Cristo e per la sua stessa fama mettersi con la persona allo sbaraglio; per tanto prepostosi all'ultimo battaglione tedesco, stretto in ordinanza si ficcò nel mezzo della battaglia. Contro questa massa di ferro vennero una dopo l'altra a rompersi le onde dei cavalli turchi e mori; i nostri sbarattati ebbero agio a raccogliersi; i capitani, visto lo Imperatore al cimento, non curate la spossatezza e le ferite, tornarono alla zuffa; fu lungamente e duramente combattuto; all'ultimo parve la fortuna si vergognasse, perchè i nostri poterono rincalzare i nemici, i quali a posta loro spossati ritiraronsi non già in sembianza di vinti, bensì come gente, che tenendo la vendetta in pugno, la differisca a tempo più opportuno.