Contro l'esercito cristiano combatterono non pure gli uomini, ma eziandio gli elementi levati a terribile scompiglio: la pioggia e il vento che per tutto quel dì non avevano mai dato pace, verso sera raddoppiarono di furore: durante la giornata, ora questa, ora quell'altra nave era ita a rompersi sopra la spiaggia, e per quanto lungo si stendeva il lido tu miravi galleggiare tavole, casse, di ogni maniera antenne e funi, e, vista troppo più miserabile, corpi di annegati; tra la furia del mare dibattevansi uomini, donne e cavalli; difficile scampare la morte dalle acque, nè ad ogni modo gli scampati trovavano la vita in terra; imperciocchè i Turchi spietatamente ve li finissero: e su tutti parve infelice un caso, nè si sa come, se pure non si voglia credere, che nell'uomo, messa da parte ogni considerazione di merito o di demerito, faccia più specie la strage di quello, il quale si destina ai piacevoli studi e ai diletti, che dell'altro per professione dedicato alle fortune pericolose: il caso fu questo. Certa cortigiana, giovane e bellissima su quante ne traessero seco loro gli Spagnuoli, cadde in mare vestita com'era di splendide vesti e ornata di oro e di gemme; costei, o l'assistesse la sorte, o in grazia degli sforzi supremi che lo aborrimento della morte persuade alle creature, giunse semiviva alla spiaggia, ma quivi l'attese un feroce, e tale la percosse di una zagaglia nel petto, che il ferro le uscì fuor fuori delle spalle.

Descrivere quanta la desolazione e gli urli e il pianto non fa caso, nè il muggito del mare, nè il fracasso dei legni che o si rompevano urtando fra loro o contro gli scogli come vetri si stritolavano; basti dirne tanto, che centocinquanta navi perirono, e quindici galee: di artiglierie, di munizioni, di armi, di masserizie e di vittovaglie non si parla. In mezzo a così fiera stretta si aspettava un comando dello Imperatore, ma egli si contentò domandare che ora facesse: fugli risposto le ore undici e mezza di notte: dopo tornò a chiedere quanto tempo le galee avrebbero potuto per forza di remi evitare l'investimento su la costa, e gli dissero: forse due ore. Serenatosi a questo, festoso in vista, esclamò: — Pigliate coraggio quanti siete, perchè tra mezza ora tutti i frati e tutte le monache de' miei regni, anzi del mondo, pregheranno per noi! —

Andrea, uomo pio a modo suo, molto raccomandandosi agli aiuti del cielo, si fidava anco molto nella propria virtù: per tutto quel dì egli comparve maraviglioso di opera, di costanza e di consiglio: ai capitani, che disperati di poter reggere all'impeto della bufera, volevano ad ogni costo allontanarsi, dichiarò gli avrebbe tenuti per traditori, e come tali mandati a fondo con le artiglierie; egli poi con la sua armata stette quanto più gli era concesso rasente la costa per sovvenire al bisogno, e ciò con tanto danno e pericolo, che delle quindici galee sbatacchiate alla spiaggia, undici furono sue; nè voglio che questo si abbia per contradizione a quanto scrissi di già; procedere egli cautissimo a cimentare la sua sostanza pressochè tutta investita su le galee, e rifuggire i cimenti se non aveva il pegno in mano di vincere, imperciocchè nei casi ordinarii fosse veramente così, ma nei supremi non badava a nulla gettando allo sbaraglio averi, corpo ed anima: indole questa chè nè manco potrebbe dirsi peculiare sua, bensì comune ai Genovesi; nè antica soltanto, ma, a gloria loro, in gran parte, ai giorni nostri, superstite quaggiù alla malignità dei tempi[3].

Adesso pertanto Andrea, messo da parte se le salmodie delle monache e dei frati avessero partorito profitto, e caso che sì, saria stato tanto di guadagno, con difficoltà infinita mandò avviso allo Imperatore non potersi più reggere in mare; accostarsi alla spiaggia impossibile; andrebbe ad aspettarlo al capo Matafus: egli con subita partita quinci si rimovesse, e per cammino litorano convenisse alla posta. Parve buono il partito, anzi unico; però da non si potere mandare così presto ad esecuzione come avrebbe desiderato, dacchè la gente digiuna e strema di forze non valeva a movere passo, e mettersi in mezzo a notte procellosa per lande impervie non parve prudente: alla vittovaglia lo Imperatore provvide ordinando si ammazzassero i cavalli da traino, ed anco da battaglia; però degli scadenti: a quel modo cibaronsi, chè di legname per fare abbrustolire le carni pur troppo non pativano difetto, ed a quel modo si riconfortarono. Ancora tanto la cura della vita pericolante mette gli uomini in cervello, parecchi studiavano asciugare a cotesti fuochi buona quantità di polvere, che fece poi, come suol dirsi, la mano di Dio.

Nella notte e' fu un gran tempestare fra i capitani imperiali se dovessero ritirarsi o no: quasi tutti opinarono doversi, però che nelle faccende di Stato l'onore stia dove l'utile sta; altri al contrario, e primo tra questi Ferdinando Cortez, il quale disse: per suo avviso non potersi nella contingenza del caso proporre nè anco l'alternativa; imperciocchè pei cavalieri cristiani l'utile fosse l'onore, oltre il quale egli non capiva che cosa fosse Stato, sostanza, patria, nè famiglia, nè nulla, e più oltre accendendosi nel dire, dichiarò con giuramento che, dove lo Imperatore gli avesse lasciato gli Spagnuoli e solo la metà dei Tedeschi e degli Italiani, egli sarebbe rimasto a fare la prova di vincere Algeri od a morire sotto le sue mura. La quale iattanza essendo stata riferita allo Imperatore, fermo a quell'ora di partirsi, fece sì che non lo chiamasse al consiglio, però che Carlo intendesse bene ritirarsi, e ne avesse voglia, che non si potrebbe dimostrare maggiore; ma tuttavia desiderava che la consulta dei capitani glielo venisse a persuadere, e quasi glielo imponesse; onde procurò tenerne lontani quelli che avrebbero mosso contrasto; della quale cosa Ferdinando Cortez, per testimonianza dell'Ulloa, si dolse più che della perdita di cinque smeraldi giudicati del valsente di centomila scudi e più, i quali portando egli addosso, in mezzo a codesta scompigliata battaglia, gli cascarono nel fango e non li potè più riavere. Il Brantôme ricorda il medesimo fatto, ma scrive che non furono già smeraldi, bensì una perla da lui conquistata (per significarlo con parola decente) nel Messico, appo cui quella bevuta da Cleopatra nel banchetto con Marcantonio, avrebbe dovuto reputarsi bagattella, però che ce l'affermi grossa quanto una pera; ma non dice la qualità. Avendoci il Cortez, continua sempre il Brantôme, fatto incidere sopra le parole: — Inter natos mulierum non surrexit major. — Accadde che, mentre lo mostrava ai suoi amici nella rada di Napoli, gli cascasse in mare, non senza permissione di Dio, il quale volle punire a quel modo la profanazione della santa leggenda. Questo poi mi piacque riferire, non perchè io creda vero, anzi anco alla novella dell'Ulloa aggiungo mediocrissima fede, ma sì per la ragione, che a me paiano da non tacersi le cose capaci di chiarire le qualità dei tempi e gli umori degli uomini.

Appena si fu messo un po' di lume, lo Imperatore cominciò a ritirarsi, avendo disposto l'esercito in ottima ordinanza; da prima procedeva l'avanguardia sottile, in mezzo, la battaglia composta di feriti e d'infermi, e di chi per età o per sesso appariva meno atto alle armi; veniva ultimo il retroguardo grosso e gagliardo: nè i Mori, com'era da prevedersi, mancarono di farglisi subito sopra a tribolarli, fidati nella velocità dei cavalli; senonchè gli archibugieri, a cui sovveniva in buon punto la polvere asciutta, piantato in terra il cavalletto, li bersagliavano alla lontana, onde, dopo parecchie morti, levarono a costoro il ruzzo di perseguitarli. Così andarono sette miglia, quando ad un tratto trovaronsi trattenuti da un fiume ingrossato dalla pioggia, che il mare burrascoso teneva in collo: tentarono alcuni passarlo a nuoto, ma la corrente li portò via: sovvenne all'uopo Giannettino Doria, il quale, con la ciurma delle galee fracassate, si era messo in compagnia dello Imperatore. Il genovese industre, con maraviglia pari al benefizio dei mal condotti, costruì come per incanto un ponte di legname, donde per tempissimo il dì veniente poterono passare fanti e cavalieri; alcuni però lo avevano valicato nella notte rimontando verso la sorgente, e a questo modo, dopo tre giornate di cammino, giunsero a salvamento al capo Matafus, avendo cessato di perseguitarli i Mori. Quivi Andrea, alacre e vispo, attendeva a risarcire l'armata. Lo Imperatore tostochè vide cotesto vecchio (entrava allora nel settantacinquesimo anno dell'età sua) sul quale pareva che il tempo e la sventura non potessero nulla, presegli ambe le mani, gli favellò queste parole: — Padre mio, poichè Dio non mi ha aiutato in questa santa, giusta e cristiana impresa, bisogna credere che l'uomo non deva tenersi sicuro se non dopo il colpo fatto; — quindi lo consolò per la perdita delle galee, a cui Andrea con serena fronte rispose: — Pazienza! ne faremo delle altre. — Tuttavia lo Imperatore promise lo ristorerebbe, e tenne il patto; imperciocchè quindi a breve gli assegnasse tremila ducati annui sopra le rendite fiscali di Napoli; il pronotariato di Napoli gli concedesse, che poi gli mutò con la città di Tursi, conferitagli per sè e suoi eredi a titolo di marchesato.

Raccolto l'esercito a Matafus, e quivi fermatosi tanto da riprendere fiato, statuirono tornarsene a casa, ma poichè i legni, reliquia del naufragio, non furono riputati capaci a tanta gente, lo Imperatore fece gittarne fuori i destrieri bellissimi da battaglia. Quanto per siffatta determinazione sentissero amarezza i cavalieri, non si può con parole convenienti significare; delle querele loro vanno piene le storie; causa di ciò in parte il pregio, chè valevano un occhio; in parte l'affetto che l'uomo pone negli animali domestici: sicchè troviamo che soldati e popoli poco civili, tra cavalli, cani e femmine non fanno differenza o poca; ma più che tutto, per mio avviso, la causa deve attribuirsi allo spettacolo insolito, il quale percote l'animo più forte del consueto, comecchè più pietoso; e poi perchè il grano che trabocca la bilancia, per essere ultimo, proviamo più grave degli altri. Il vecchio Brantôme racconta il caso con parole sì acconce, che, essendomi provato a far meglio, e sempre invano, ho tolto a riportarle tali e quali, senonchè le volgo nella nostra favella: — E' bisognò buttare via il carico intero, eccetto gli uomini, però che nè anco i cavalli potessero essere salvi vuoi giannetti di Spagna o destrieri di Napoli poderosi, a studio eletti, e feroci e di valore inestimabile; non vi fu cuore, il quale non rimanesse trafitto di angoscia, nel vederli ire a notare per l'alto mare e sforzarsi uscirne a salvamento non mica voltandosi verso terra, bensì a collo teso e a capo levato seguitando, da lontano, finchè reggeva loro la lena, col nuoto e con la vista i diletti padroni, i quali, lacrimando, li miravano, dato il tuffo, uno dopo l'altro scomparire sotto l'acqua. Ho discorso a Genova con vecchi marinari, che mi hanno raccontato come, dopo gli uomini morti non ci fu vista che tanto fendesse il cuore, quanto quella dei cadaveri dei poveri cavalli annegati sopra la spiaggia. —

Primi ad imbarcarsi gl'Italiani; seguirono i Tedeschi, ultimi gli Spagnuoli, fosse elezione o fortuna; e lo Imperatore, con la spada ignuda nella mano, vigilava perchè veruno, così amico come nemico, disturbasse lo imbarco; quando tutti ei li vide saliti su le navi, ed assicuratosi bene che anima viva non rimaneva in terra, entrò nella capitana di Andrea Doria. Ma la fortuna, che pareva placata, con subita vicenda tornò in furore così, che prima si compisse lo imbarco, ecco scompigliati da capo il cielo e il mare, di qua di là sbatacchia le navi per modo, che trovandosene alcune in pessimo arnese per le passate burrasche, sfasciaronsi con la morte di quanti vi erano sopra saliti. Due di loro, risospinte indietro, investirono sul lido donde avevano sferrato pur dianzi; Spagnuoli erano, i quali vistisi circuiti da copia immensa di nemici, e conoscendo la resistenza vana, davano ad intendere con cenni volersi rendere salva la vita; di ciò non paghi gli Arabi e i Turchi, presero a far carne; allora gli Spagnuoli statuirono morire come conviene ad uomini di cuore, e con gli archibugi combattendo e con le picche e co' pugnali alla disperata, arrivarono a farsi strada attraverso alla moltitudine: districatisi dalla folta, sempre chiusi in battaglia, incamminaronsi verso Algeri; dove giunti, rinvennero grazia presso Assan agà, e gli Spagnuoli rinnegati che gli stavano attorno, mossi dalla virtù degli uomini, dalla carità della patria comune e dalla fede che avevano riposto nella loro generosità. Più dura sorte incontrarono due altre navi; una, dopo molto sbattimento, si aperse, e settecento vite si sommersero a un tratto: l'altra, per cinquanta giorni, patì fortuna; logorata ogni cosa, comecchè insolita e strana, capace al sostentamento, parte dei naviganti perì; i superstiti, tocca terra, non si potendo in veruna guisa riavere, un dopo l'altro se ne andarono. Tuttavia, e nonostante questi ed altri casi, la massa dell'esercito imperiale e le galere si ridussero a Bugia presidiata dagli Spagnuoli. Certo qui non gli attendeva copia di beni, imperciocchè il presidio perpetuamente combattuto dai terrazzani, non che acquistare contado, facesse assai a difendere le mura; pure ebbero castrati e buoi: gli sovvenne eziandio certa nave genovese chiamata la Fornara, carica di vettovaglia, che dette in secco su codesta spiaggia, e sebbene il biscotto restasse impregnato di acqua salsa pure lo ebbero per provvidenza.

Qui lo Imperatore stette, finchè, abbonacciato il mare, licenziò Ferdinando Gonzaga e le galee della Religione, che dopo avere toccato Utica, dove Muleasse re di Tunisi gli accolse con amorevole sollecitudine, si ridussero ai porti di Sicilia; partiti questi, valendosi di un gagliardo vento di scilocco, si condussero, Carlo prima a Maiorca, poi a Cartagena, Andrea diritto a Genova; il primo per ritirarsi nel monastero di Miorada presso Olmeto, dove, confessati umilmente i suoi peccati, fece penitenza bevendo acqua e mangiando pane: cosa più enorme che grave pel buono Imperatore, il quale fu vinto dalla gola così, che, infermo e presso alla morte, pigliava piuttosto funate da orbo sulle spalle che smettere le leccornie[4]; se il secondo si confessasse dei suoi peccati non sappiamo; sappiamo però che, con istupenda diligenza, dette opera a riparare il danno sofferto dalle sue galee e a fabbricarne delle nuove.

Tale ebbe fine una impresa, la quale sarebbe ottimamente riuscita, se si fosse dato retta ai consigli del vecchio Doria; ma questo è proprio vizio della potenza, che anco messa da parte la piaggeria degli adulatori, colui che può non patire freno alla sua volontà, termina col credere che tutto gli abbia a fare di berretta, anco gli elementi, anco la morte: così, come a Carlo V, incolse a Filippo II suo figliuolo nella Manica, e ad antichi e moderni dominatori; tra i secondi memorando Napoleone per la Russia. Di Carlo così allora cantavano i poeti: