«Giunta l'aquila al nido, ond'ella uscío
Possiate dir: vinta, la terra, e l'onde,
Signor, quanto il sol vede è vostro e mio.»
Così i poeti; ma Dio, col declinare del ciglio, gli faceva sentire, che, coronati o no, gli uomini sono tutta polvere davanti a lui.
Tra Carlo V e Francesco I, le paci e le tregue erano soste per ripigliare fiato e combattere feroci meglio di prima: pertanto, in guerra fossero o no, non ismettevano le mutue offese mai: a questo modo, avendo Giannettino Doria levato monsignore Granvela, consigliere di Carlo, da Siena per condurlo a Barcellona, i Francesi gli tesero insidie alle isole Yeres, e lo pigliavano, se meno accorto fosse stato il Giannettino, il quale, procedendo sempre, come dicono gli Spagnuoli, con la barba sopra la spalla, spedì innanzi una fregata a speculare i mari, che, retrocedendo in fretta, gli porse avviso del tratto; allora egli tornò a Genova, ed alle due che già conduceva, aggiunse quattro galee di scorta: le francesi erano sette, ma non si rimasero ad aspettarlo. Più atroci fatti si commisero per la parte dei cesarei; Alfonso Davalos, marchese del Vasto, fece ammazzare a tradimento Cesare Fregoso e Antonio Rincone, oratori del re di Francia, uno a Venezia, l'altro a Costantinopoli, a fine di svaligiarli delle commissioni; e fu caso pieno di atrocità. Cesare, nonostante la tregua, consigliava Antonio di passare pel paese dei Grigioni; ma questi, come colui che di persona era grave, preferì per sua comodità scendere il Po in barca, e là, dove sotto Pavia il Ticino mette foce nel Po, ecco uscire di agguato parecchi burchi spagnuoli ed assaltare le due barche degli ambasciatori; restarono morti di colta il Rincone, il capitano Boniforte e il Fregoso: a questo dissero poi arieno voluto salvare la vita, senonchè, menando alla disperata la spada, nè consentendo a cedere, e' fu mestieri ammazzarlo; risparmiarono il conte Camillo da Sessa luogotenente del Fregoso, e i barcaroli, i quali però furono sostenuti in carcere segreta nel castello di Cremona, perchè non si palesasse la scelleraggine; e non ci riuscirono, chè l'altra barca, dov'erano i servitori, le lettere, i danari e i bagagli, facendo forza di remi e secondata dalla corrente, scampò a Piacenza, dove i salvati raccontarono tutto il successo. Di questa immanità se ne dette carico al Davalos, e allo Imperatore; ma allora, come ora, usavano le dichiarazioni e le proteste per purgarsi dalle false accuse e più dalle vere; furonvi anco i giuramenti, ma anco allora, come adesso, tutti questi rifugi si avverano per puntelli, i quali raddoppiansi alla stregua che lo edificio minaccia ruina. Il marchese Davalos, che si affermava inconsapevole fino del passaggio degli oratori di Francia su le terre lombarde, finse cercarli, e dopo molte ricerche (e poteva risparmiare le poche) dopo due mesi, dietro la scorta dei barcaroli, gli rinvenne sepolti sotto poca terra, sicchè le fiere in parte gli avevano stracciati: Cesare Fregoso fu riconosciuto da certa ferita che aveva, in una mano, e la moglie di lui, mossa da pietà non meno che da desiderio di vendetta, questa mano riposta dentro una borsa recò in Francia per infiammare l'animo del Re e della baronia. Non pertanto il marchese del Vasto faceva spargere voce, che senz'altro i malandrini gli avessero morti per derubarli e non gli fu creduto: allora mise fuori lettere dello Imperatore, le quali gli ordinavano che, caso mai ponesse loro le mani addosso, non gli malmenasse per quanto aveva cara la grazia sua, non considerando che per queste lettere si contraddiceva alla pretesa ignoranza del passaggio degli oratori di Francia per le terre lombarde; e come esse non valsero a scolpare lui, così palesarono Carlo partecipe del tradimento, e lo fecero sospettare. Per ultimo, il Marchese ricorse al partito di mandare attorno cartelli che chiarivano mentitore e marrano chiunque gli opponesse cotesto misfatto, e sè parato a provarlo con le solite spavalderie; ma, anco a quei tempi, cominciava a capirsi che una stoccata fa prova della perizia o della fortuna di cui la mena, non della verità del fatto; però ognuno si tenne la fede, che aveva. Quanto a Carlo giurò al Papa, quando fu in Lucca, sè innocente da cotesta strage, e promise cavare vendetta strepitosa dei malfattori, e fossero qualunque, ed in qualunque dignità costituiti, ogni volta che gli venissero scoperti; ma in cotesti tempi ci erano confessori, che dello spergiuro fatto, e da farsi, assolvevano, e si credeva potere il fascio delle proprie colpe mettere sul confessore, come la valigia sopra la groppa di un somiere e dirgli: portalo tu, ch'io ti pago la fatica.
Oltre questa, che veramente fu potentissima causa, lo infortunio affricano, le armi turchesche vittoriose in Ungheria, fornivano a Francesco occasione da non lasciarsi passare: onde spedito, per via sicura, il capitano Polino nuovo oratore a Solimano, ed ottenuta promessa da lui, che avrebbe mandato la sua flotta col Barbarossa nel Mediterraneo, ruppe guerra di un tratto allo Imperatore da tre lati, nella Borgogna, nel Brabante, e a Perpignano con tale disegno, che tutti questi campi mostrassero sembianza di riunirsi per fare impressione in Italia, e ciò a fine di sconcertare lo Imperatore perplesso, da qual parte avesse a schermirsi. Di queste guerre raccontano le storie generali: da noi vuolsi toccare quella di Perpignano soltanto, però che in essa Andrea Doria pigliasse parte. Il marchese del Vasto, che stava a buona guardia a Milano, trovandosi a fronte in Torino un condottiere accorto qual fu monsignore di Langé, potè, per credibili indizi, persuadersi come, per allora, i Francesi non pensassero a rompere la guerra in Italia, onde spediva in diligenza un Cicogna a Cesare, per avvertirlo a tenere di occhio Perpignano; ma Cesare lo rimandò indietro, con la commissione di ammonire il Marchese: attendesse a badare il suo governo; dell'altro lasciasse la cura a lui: così persuadeva la superbia a Carlo; ma la sagacia gli fece trovare buono lo avviso, e più lo aiuto del Marchese, imperciocchè Andrea Doria, d'accordo col Davalos, temendo lo sforzo dei Francesi a Perpignano, chiamato a furia Giannettino Doria, che in quel torno stanziava a Barcellona con alquante galee, ed attendeva a costruirne sei delle nuove, gli fece trasportare colà quattro compagnie di Spagnuoli ed una di Tedeschi, valorosa gente condotta dal valorosissimo capitano Pietro da Guevara, distratte dal Marchese dal presidio di Milano. Per altra parte Andrea, sempre d'accordo col Davalos, ordinava ad Antonio Doria, che con le galee di Sicilia e di Napoli conducesse tosto a Savona le fanterie superstiti alla impresa di Algeri, perchè non rimanesse indebolito nella Italia settentrionale l'esercito di Cesare, egli poi non rifiniva da Cartagena mandare nella città assediata polvere, piombo e miccia. È fama che, nonostante la diligenza del Doria e la virtù spagnuola, i Francesi avrebbono terminato con lo espugnare Perpignano, dacchè egregi fatti di arme vi fossero combattuti da Gian da Turino e dal Sampiero Corso, incliti difensori della repubblica fiorentina; anco Virginio Orsino acquistò buona fama, rompendovi coi cavalli italiani le squadre accorrenti dei cavalieri spagnuoli; ma ogni disegno capitò male a cagione delle folli dimore; chè ora si vollero aspettare certi Svizzeri assoldati dal Re, ed ora il Barbarossa, come ne dava sicurezza l'oratore Polino; e, più che per altro, per colpa della superba vanità dei Francesi, la quale vietò, che si accogliesse il consiglio di Giampaolo Orsino, che, contro il parere dell'Annebò, giudicava si avessero a piantare le artiglierie, non già contro la parte meglio munita, bensì contro la più debole della muraglia. Tirando in lungo lo assedio, la baronia spagnuola se ne commosse, e punta di orgoglio, fece capo al duca di Alba, domandando con accesissime parole di essere condotta a combattere col nemico; lo Imperatore, dal canto suo, si era posto in assetto, per dare ai Francesi una battitura tale, che se ne avessero a ricordare per un pezzo; per le quali cose il Delfino riputò buon partito sciogliere l'assedio e ritirarsi più dentro le terre di Francia.
Cessato un travaglio, ecco sottentrarne un altro due cotanti più fiero. Il Barbarossa con centodieci galee, ed un nugolo di fuste, uscito dal Bosforo sul finire dello Aprile, giunge in Sicilia ed arde Reggio. Diego Gaetano, con settanta Spagnuoli nella Rocca, resiste; in grazia della figliuola bellissima gli si perdona la vita, e quella, menata seco il Barbarossa, ebbe cara così, che indi a poi tenne piuttosto in grado di consorte, che di schiava. Andrea obbedendo ai comandi dello Imperatore, parte con l'armata per Barcellona, dove imbarcatolo insieme con alcune insegne di fanti e di cavalli, lo conduce a Genova, non incontrata per via cosa al loro andare molesta, sia per parte dei Turchi o dei Francesi, e questa fu l'ultima volta che l'Imperatore albergò nel palazzo Doria, dove stette otto giorni: e vi convennero a visitarlo il marchese del Vasto, Ferrante Gonzaga e Pierluigi Farnese. A Pierluigi che gli diceva: il Papa aspettarlo a Bologna per conferire insieme intorno alle faccende della cristianità, rispose: quanto alla pace con Francia non volerne intendere parola; su le altre pratiche negozierebbero per via di ambasciatori; a tale acerbezza lo moveva il rovello che veramente nudriva profondo contro il re di Francia, ed anco il rancore contro il Papa, non avendo visto per parte di lui, nè dei suoi, segno alcuno di parzialità nelle guerre ch'egli aveva sostenuto contro i Francesi in Italia; la quale cosa essendo stata udita con angustia grande dal Papa, operò sì, ch'egli spedisse incontanente il cardinale Farnese, che con parole blande raumiliando lo Imperatore, lo persuase ad abboccarsi col Papa a Busseto, luogo di Gerolamo Pallavicino. In cotesto parlamento con fervorose preci instava il Papa, affinchè la pace fra i principi cristiani si fermasse: toccò della necessità di conferire il ducato di Milano a principe italico, remossa ogni ingerenza austriaca, e ciò conforme alle capitolazioni della lega di Napoli: propose investirne Orazio Farnese suo nepote, col quale tratto si verrebbe a torre di mezzo ogni pretesto alle diuturne pretensioni di Francia, ed ai sospetti dei governi italiani, mentre dall'altra parte se lo confermava in certo modo nella sua potestà; però che Orazio suo nipote, essendo a un punto genero di Carlo, veniva ad essere una stessa cosa con lui; per questo modo il duca di Savoia sarebbe stato restituito nei suoi dominii; e così composte le faccende della cristianità in assetto durevole, poteva darsi opera, con isperanza di esito prosperoso, alla lega dei principi cristiani per purgare la Europa dalla infamia dei Turchi; quanto a danaro, vivesse sicuro, egli gliene prometteva tanto da bastargli a qualsivoglia impresa per grandissima ch'ella fosse. Non si conchiuse nulla; che lo Imperatore si mostrò intorato a volerla sgarare ad ogni modo con Francesco, andandone in questo, secondochè egli diceva, la sua reputazione come Carlo, e quella dello impero come Cesare: ai danari provvide accomodandosi con Cosimo duca di Firenze, che gli pagò dugentomila scudi a patto lo mettesse in possesso delle fortezze di Firenze, di Pisa e di Livorno.
Taccionsi le guerre combattute da Carlo contro i Turchi, e nè anco si ricordano le altre contro i Francesi fuori d'Italia; stringendomi ai fatti, nei quali s'innesta la vita del Doria, dirò, che l'armata turchesca, rasentando le coste d'Italia, senza recare altro danno si condusse a Marsiglia, dove dopo essersi unita alla francese, che comandava monsignore di Enghienne, ed ora forte di ventidue galee e diciotto navi grosse, mosse ad espugnare Nizza. Il Re in vista di torsi da dosso od attenuare la infamia dello avere chiamato i Turchi ai danni della cristianità, fece significare ai Genovesi non temessero di nulla; i Turchi, dal dare una mano alla espugnazione di Nizza in fuori, non dovevano fare altro, e non lo avrebbono fatto, e per meglio procacciare fede alle parole, avendo ottenuto dal Barbarossa che liberasse parecchi Genovesi tenuti al remo sopra le sue galee, gli rimandò a Genova cortesemente senza riscatto; nè mise minore studio a ristorare gli uomini di San Remo delle prede fatte sopra di loro; carità e cortesie di cui il diavolo ride, imperciocchè avessero per iscopo di staccare i Genovesi dalla devozione dello Imperatore o per lo meno renderglieli sospetti; e siccome nè l'una cosa nè l'altra poterono i Francesi conseguire, così ruppero in querimonie grandi contra la ingratitudine dei Genovesi, ma essi ne rimasero con le beffe e col danno; che dei Francesi è antico il vezzo bandire ladro cui non hanno potuto rubare.
Il capitano Polino non mancò d'intimare la resa ai Nizzardi minacciando sperpetue: questi, non curato lo esterminio, vollero correre ogni più rea fortuna per mantenersi in fede al duca di Savoia; e fin qui fecero bene; poi, trasportati da eccessivo zelo pel diletto signore, presero a colpi di archibugio il Grimaldo spedito dal Polino a cotesto fine e lo ammazzarono; e qui fecero male, anzi pessimamente. Certo se i Nizzardi avessero potuto presagire, che, dopo tre secoli, sarieno stati dati per giunta, non avrebbono fatto prova di tanto ardore: ma natura dispose, che i popoli si governino sovente col cuore, i principi sempre con lo interesse: di pretesti poi e di parole belle per onestare cose bruttissime non si patì mai penuria; e ci ha sempre uomini parati a farle, ed uomini altresì che le lodano, e con ischiamazzo pervertono la coscienza pubblica: più tardi sopraggiunge il giudizio severo della storia; senonchè questa ai mali compiti non ripara, e agli avvenire poco, essendo il comune della gente o incurioso, o accidioso.
Nello assedio di Nizza fu notabile questo: i Turchi, dopo abbattuto con le artiglierie un bastione murato di fresco, salirono su le macerie e vi piantarono una insegna; i Francesi, qualunque ne fosse la cagione, non andarono essi, bensì mandarono i Toscani condotti da Lione Strozzi priore di Capua ad emulare i Turchi, e vi salirono anch'essi; ma poi Turchi e Toscani, dalla virtù dei cittadini, vennero duramente respinti; dei Turchi in cotesto scontro ne restarono morti un cento, e ci persero con l'alfiere la insegna; dei Toscani da venticinque, e un gherone della bandiera: i feriti non si contano. Se di siffatta ventura ne arrovellassero i Turchi, massime i Giannizzeri, non importa dire; basti che, prima di andare a giacersi, deliberarono rinnovare pel giorno seguente più che mai furiosa la batteria; ma il Polino, cui gravava forse la infamia propria, e quella del suo signore, s'intromise perchè il Barbarossa tirasse su le navi i Giannizzeri, presagendo che, in caso di presa della terra, per opera di queste bestie sarebbe corso sangue come acqua. I cittadini resisterono al secondo assalto con virtù pari e diversa fortuna[5]; onde meritarono lode dal nemico stesso, il quale, comecchè inferocito, pure gli accolse in fede a nome del Re con le medesime condizioni con le quali vivevano sotto il duca Carlo: però se a questo partito si trovò costretto Andrea Odinet conte di Monforte governatore della città, diverso consiglio tenne Paolo Simeoni della casa Balbi da Chieri, cavaliere di Rodi, castellano della Rocca; il quale, comecchè ci avesse dentro donne e fanciulli, e per essere già stato alla catena del Barbarossa[6] sapesse quanto terribile uomo fosse costui, tuttavolta statuì resistere, finchè l'anima gli bastasse. Turchi e Francesi, di uguale ira infiammati contro il virtuoso cavaliere, presero a tempestare la Rocca con le artiglierie; e mirabili apparvero i Turchi per l'aggiustatezza dei tiri, i quali scoronate le muraglie e sfondate le volte, resero lo affacciarsi ai parapetti mortale, pericoloso ogni ricovero altrove: qui accadde, che i Francesi, mancanti di polvere, ne mandassero a chiedere in prestito al Barbarossa; il quale, con mal piglio e peggiori parole, gli rampognò, come non vergognassero patire inopia di munizione a casa loro per modo che avessero faccia di mandarne a levarla a lui, che ce l'aveva portata fino da Costantinopoli; non essere però stato da loro messo in dimenticanza il vino, di cui avevano piene le stive delle galee; si provassero ora con quello a dare la batteria alle mura di Nizza. Le parole tra esso e il Polino crebbero per questo accidente così riottose, che il Barbarossa, abbracciatolo per la vita, stette a un pelo che non lo scaraventasse nel mare; pure alla fine si placò e dette la polvere. Ripigliata la batteria, il Simeoni non si lasciò sgomentare dalla grandine delle palle, nè dai pianti, nè dagli strilli della imbelle moltitudine raccolta dentro la rocca, per certo questi meno dannosi di quelli, non già meno sconfortanti: anco la seconda prova fu sostenuta con successo prosperevole; tentarono minare la rocca, ma indarno, come quella che era fondata sul macigno. Intanto, mentre si affaticavano intorno a coteste opere, vennero intercette lettere del marchese del Vasto promettitrici di pronto e valido soccorso, della quale cosa tanto rimasero sbigottiti i Turchi e i Francesi, che in fretta e in furia tirando indietro le artiglierie si levarono dallo assedio; e con grande ansietà durarono tutta la notte vigilando e accendendo fuochi per sospetto di sorpresa: alla domane, non vedendo comparire persona, arrossirono della paura, ed attesero a ripigliare l'assalto; non lo concesse il tempo, chè la pioggia dirotta impedì tenere il campo, onde l'armata turca si ridusse ad Antibo, la francese a Tolone. Poco dopo sopraggiunse Andrea Doria, che trasportava su ventidue galee la gente del Davalos; però la impresa di Nizza doveva tornare funesta per tutti; imperciocchè sopra la costa di Villafranca si levasse un subito gruppo di vento, che, dopo avere sbattuta l'armata di Andrea, spinse alla spiaggia parecchie sue galee, le quali si ruppero con la perdita di tutte le artiglierie: nondimanco il marchese del Vasto soccorse Nizza, saccheggiata dai Turchi innanzi che sgombrassero, in onta alle supplicazioni del Polino; onde il Marchese, non potendo con altro, la sovvenne dì belle parole. Andrea, colto il destro, sguizzò a Genova, evitando di mettersi al cimento così sconquassato com'era; sicchè Lione Strozzi e Salì capitano del Barbarossa, andatigli dietro, non poterono cavarne altro, che ripescare con gli argani le artiglierie andate a fondo lungo la spiaggia di Villafranca, trofei della fortuna, non della virtù[7].