Continuazione del Capitolo VII — [Pag. 5]
Capitolo VIII. Cause dei successi umani molteplici. La scuola storica italiana è sperimentale: a questa bisogna attenerci. Cariatidi, che sieno e donde ci vengono. Nobiltà, stato e condizioni del conte Gianluigi Fiesco. Calunnie in obbrobrio di lui. Di Catilina, e parallelo tra questo e Gianluigi. Cause vere e finte dell'odio di Gianluigi contro Giannettino Doria. Giannettino Doria e sue qualità. Umori dei cittadini; patrizi, popolo grasso e popolo minuto. Tessitori di Genova. Paolo III e i Farnesi incitatori della congiura del conte Fiesco. Cause di odio dei Farnesi contro lo imperatore e contro Andrea Doria. Negozio della eredità e del vescovo imperiale Doria. — La ruota romana giudica contro Andrea. Andrea piglia al Papa quattro galee a Civitavecchia e quello che ne segue; il Doria per ultimo ottiene intera la eredità del Vescovo. — Cause speciali di nimicizia tra Roma e Carlo V. — Francia, smaniosa di rifarsi, eccita il conte a tentare novità. — Novelle intorno al tempo del proponimento di Gianluigi di tramare la congiura. — Smania d'imitazione del secolo decimosesto. — Dei fini della congiura veri o verosimili. — Il duca di Piacenza vende quattro galee al Fiesco, e a quale scopo: patti della vendita: quale il prezzo delle galee. — Se il Papa sentisse volentieri questo negozio. — Palazzo del Fiesco. — Il Fiesco a Roma s'indetta col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi, inverosimiglianza delle capitolazioni fatte tra loro. Supposta consulta tra il Fiesco e il Verrina. — Pretesa consulta di Montobbio. — Chi fosse Giovambattista Verrina; chi Raffaele Sacco; chi Vincenzo Calcagno. — Diploma di nobiltà largito dal carnefice. — Sebastiano Granara e i tessitori genovesi. — Larghezze del Conte al popolo. — Verrina principale autore della congiura. — Se il Sacco fosse uomo codardo. — Quali i complici della congiura rammentati dalla storia e dai ricordi del tempo. — Gianluigi in grazia della gente Doria. — Domanda licenza ad Andrea di mandare in corso una galera e ne ha repulsa, ne richiede Giannettino e l'ottiene. — Il Conte mette gente in città. — Il duca di Piacenza tiene 3000 fanti ai confini pronti a entrare su quel di Genova. Di ciò avuto indizio il duca di Firenze, ne avvisa invano l'Imperatore. — Si esamina se sieno verosimili certi partiti che si suppongono proposti di ammazzare i Doria. — La notte del 2 Gennaio destinata ad eseguire la congiura. — Arti del Fiesco per ingannare Giannettino, e lo inganna. Avvisi del Gonzaga e del Figuerroa al principe Andrea che non gli attende. — Gianluigi visita Andrea infermo, e lo inganna. — Altri avvisi di Giocante Corso, e quello che ne segue. — Gianluigi tentato si schermisce. — Perchè Andrea s'ingannasse a giudicare il conte Fiesco. — Forza di animo del Conte e suo giocare col cavallo sotto i balconi al Doria. — Operosità di Gianluigi; raccomanda la moglie al Panza; ode i rapporti del Calcagno; si acconta col Verrina; manda a invitare gente a cena; vanno e sono chiuse a chiave; suo discorso ai convenuti. Tutti si chiamano parati a seguitarlo tranne due; chi dice tre; vogliono ammazzarli, il Fiesco non lo patisce. — Si presenta alla moglie e le svela la congiura; parole che ha con lei; si parte crucciato; dopo vestite le armi si presenta ai congiurati, che lo accolgono plaudenti. — Si movono, ma prima il Conte torna alla moglie, che non si conforta. Augurii contrarii; singolare insistenza del suo cane. Quale strada ei tenesse. Cornelio piglia la porta dell'Arco; Ottobuono quella di san Tommaso; Gianluigi al ponte dei Cattanei trova la galea incagliata; è tolta d'impaccio; tenta avere la porta della Darsena per frode e non riesce; occupa a forza di arme quella del vino; dalla galea e dalla porta si versa gente in Darsena. — Girolamo spedito a levare a rumore la città. — Le ciurme tentano rompere la catena, la plebe corre a saccheggiare le galee; pericolo estremo; accorre Gianluigi al riparo; passando di galea in galea casca, sopra lui tre soldati a rifascio; muoiono tutti. — Sacco delle galee, galeotti affricani rotta la catena si salvano su la Temperanza invano inseguita da due galee del Mendozza; galeotti servi della pena irrompono in città: orribile tumulto. — Madonna Peretta, desta al rumore, avvisa Giannettino, che, ito a speculare, rimane morto alla porta di san Tommaso; chi lo ammazzasse. — Se Gianluigi bramasse sangue. — Tristizie di mali scrittori per torgli il merito della generosità. — Costanza di animo del vecchio Doria unica; monta a cavallo e arriva a Sestri; lì conosciuta la morte di Giannettino spedisce corrieri a Cosimo duca di Firenze e al Gonzaga vicerè di Milano; poi per mare a Voltri, donde si chiude a Masone. — Taluni patrizii dei più animosi convengono al palazzo; chi fossero; ci si trovò anco lo storico Bonfadio. — Figuerroa oratore di Cesare vuol fuggire, è trattenuto dal Lasagna che lo conduce in palazzo. — Chi fosse il Lasagna e natura della borghesia. — Provvidenza della Signoria; gente mandata a pigliare lingua a san Tommaso percossa e messa in fuga; ripara in casa Centuriona; torna a mettersi in cammino, dalla porta di san Tommaso è respinta malconcia. Il Lomellino preso si libera. — Altre provvidenze della Signoria per difendersi. — Il conte Girolamo a san Siro; gli annunziano la morte del fratello; deliberano egli prosegua la impresa in terra; il Verrina torna alla galea per vigilare il porto, e tenere aperto alla salute uno scampo. — Signoria manda deputati a intendere la mente del Fiesco; atterriti tornano addietro; il Riccio ammazzato allato al cardinale Doria. — Seconda deputazione; corre pericolo essere messa alle coltella; rimane Ettore Fiesco, il quale favellando con Girolamo scopre la morte di Gianluigi; udite le proposte di Girolamo va a riferirne in palazzo. La Signoria ripiglia cuore. Sul giorno Girolamo non vedendo comparire risposta si avvia ad assalire il palazzo, dove capita Paolo Panza: commissione che gli dà la Signoria. Il Panza offre perdono intero ed a tutti, purchè sgombrino dalla città. Girolamo accetta, e si ritira a Montobbio. Verrina, Ottobono e Calcagno su la galea si salvano a Marsiglia. — Fine della congiura. La Signoria manda a richiamare Andrea, che torna in sembianza misericordioso; ma si smentisce presto; vuole il cadavere di Gianluigi appeso alle forche: dissuaso da' suoi, gli nega sepoltura cristiana; lasciato a marcire là dove cadde, dopo due mesi sparisce. — Condoglianze e congratulazioni del Papa e di Pierluigi Farnese; il Doria si allestisce a dimostrare all'uno e all'altro la sua gratitudine. — Trattati tra Agostino Landi e il Doria per ammazzare Pierluigi. Il Farnese e il Gonzaga giocano di scherma per ingannarsi a vicenda, e non fanno frutto. — Lo Imperatore manda il Mendozza per condolersi col Doria, e fintamente anco egli. — Provvisioni di Cosimo duca di Firenze per soccorrere il Doria, le quali furono sincere perchè gli scottava ogni moto per la libertà vera o finta che fosse. Danni del Doria; piglia danari in accatto da Adamo Centurioni; prepone Marco figliuolo di Adamo alla condotta della armata. Quanta parte delle spoglie dei Fieschi si appropriasse Andrea; e quanta il duca Farnese e quanta il Papa. Singolare offerta di un Giulio Landi. Ogni rimanente sostanza di Gianluigi Fiesco va divisa fra la repubblica di Genova, Antonio e Agostino Doria ed Ettore Fiesco. Lo Imperatore ripiglia Pontremoli. Valditaro, prezzo di sangue, all'ultimo tocca ad Agostino Landi. La tradizione sola indica il luogo dove sorgeva il palazzo di Vialata. — Il conte Girolamo munisce Montobbio e vi convengono per le difese Verrina e Calcagno. Andrea insta perchè al Fiesco, e agli aderenti suoi, non si osservi la fede e non l'ottiene. — Proponesi dal Senato a Gerolamo Fiesco la cessione di Montobbio per cinquantamila scudi, che viene rifiutata; allora si dichiara la guerra. Assedio ed espugnazione di Varese e di Cariseto; il castellano Nicelli notte tempo scampò co' terrazzani e i soldati. Provvisioni grosse per la guerra; quali li ufficiali eletti; timori del Senato genovese. Si descrive Montobbio; l'assedio va male; si pende a smetterlo, ma la morte di Francesco I re di Francia, e i soccorsi di Firenze e di Milano confermano gli animi; si ripiglia l'assedio; estreme fortune degli assediati; ributtansi i patti. Nuovo esempio di che sappia la protezione dei reali di Francia. — Gli assediati si arrendono. — Strage per impeto e sono le meno infami. — Ragioni per mettere fine al sangue; lettera pietosissima di suora Angiola Caterina Fiesco. — Il Figuerroa oratore di Cesare sollecita dal Senato lo sterminio del Fiesco e degli aderenti suoi, e la spunta. S'instituisce come si suole un infame simulacro di processo; i condannati si appellano; i giudici domandano al Senato, che cosa si abbiano a fare, e il Senato spedisce la risposta col boia. Girolamo Fiesco e Giovambattista Verrina hanno il capo mozzo; il Cangialanza è impiccato. Di Cornelio Fiesco ignorasi il fine. Unico risparmiato dalla fortuna nemica Scipione Fiesco. — Ottobuono Fiesco è preso a Porto Ercole; consegnasi al Doria, il quale lo fa mazzerare. — Infamia di scrittori. — Ritratto del Doria in sembianza di percotere un gatto e perchè. — Immaginazioni di romanzieri e di poeti intorno alla Leonora Cybo moglie di Gianluigi Fiesco; sposa in seconde nozze Chiappino Vitelli soldato di Cosimo duca di Firenze; alloga danaro a interesse sul banco di San Giorgio. — Se la congiura di Gianluigi potesse riuscire; cause per le quali gli scrittori parziali al Doria negano; si esaminano queste cause e si confutano; primo a balenare nell'amicizia verso il Doria sventurato fu l'imperatore Carlo V. Amicizia di re che valga; ragione di Stato, che sia, e quello che diventi l'anima dei principi ai fieri rudimenti di questa — [Pag. 63]
Capitolo IX. Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire la Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il Papa prima per interesse si oppone, e poi per interesse acconsente; lo tenta due volte invano; alla terza contrasta un Bozzuto poi arcivescovo di Avignone ed in ultimo cardinale; il Vicerè ricorre alla forza, ed è vinto. I rispettivi si mettono tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e persuadono i Napolitani di mandare deputati a Cesare, e rimettersene al suo giudizio. — Principe di Salerno eletto deputato domanda parere; consigli del Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di Torquato Tasso del Piacere onesto su questo proposito. — Giannone giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del Doria e di Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito mette le mani addosso a cinque giovani nobili, e i giudici ricusandosi condannarli, il boia decapitarli, ne fa scannare tre da un suo moro affricano. — Popolo dà nelle furie; lo quieta Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione della Somma e come; i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo. — Giustizia dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della paura. — La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara la vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca chiarirsi ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea pigliasse parte nella congiura contro Pierluigi Farnese e quanta; prima pratica appiccata dal Doria col Landi; seconda pratica con Girolamo Pallavicino; strana persecuzione di Pierluigi contro questo barone, e strano caso, che mostra potenza di femmina a che arrivi. — Don Ferrante Gonzaga presentito dallo Imperatore scredita il trattato di Andrea, e lo assume per sè. Particolari sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III; legittimato per concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama Orsina; milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo eccidio della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia. — Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il Varchi confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial caccia di un giovane famigliare del cardinale di Ferrara. — Astutezza di Pierluigi, e modi da lui praticati co' suoi segretari; — è fatto duca di Castro, e gonfaloniere della Chiesa; poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe procurargli la signoria di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo scrivono sul libro di oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di Camerino per darlo al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro fortuna; il Papa propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in concistoro le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa civilmente, promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii; suoi ordinamenti. — Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. — Sua corrispondenza con lo Imperatore; ed esquisite fraudolenze di lui. — Pierluigi con incredibile celerità costruisce la cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza del Gonzaga con lo Imperatore, il quale accetta la congiura; solo raccomanda non si mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga interpetri la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori nuove pretensioni; si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero di Carlo visita il padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura. — Il Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati intendono ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al duca dal Caro, dal Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo avvertisse il Papa; questi il dì che gli trucidavano il figliuolo si vantava felice più di Tiberio, Plac, Cabal e Prope. Il gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare Pierluigi; con esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e vuole il Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuor di finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù anco lui. — I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno a salvare Parma; i congiurati, dato il segno con le artiglierie, il Gonzaga muove da Cremona per occupare Piacenza. — La città si protesta incolpevole, e manda lettere al Papa a profferirsegli devota; per prepotenza poi è costretta a dichiarare che si sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse al Duca sepoltura cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e per quali cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e come lo concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. — Filippo II rende Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio Filareto segretario del Duca col vice-segretario sono sostenuti e messi al tormento; quali le cagioni. — Annibal Caro altro segretario del Duca con buono accorgimento si salva. — Come il Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo: novelle degli scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori degl'imperiali; quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere Parma alla Chiesa scopre nemici tutti i suoi; e Ottavio in procinto di legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si accuora e muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi; s'è vero, che rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa, che questi gli aveva scritto in occasione della morte di Giannettino. — Giannettino compare di Pierluigi. — Sospetti di Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio Cibo: cause di discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo Giulio; questi usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo ripiglia sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina lo restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. — Insidie di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova ai Francesi; nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e fatto in due tocchi a Milano. — Considerazioni su questo caso. — Ipocrisie di scrittori venali. — Carlo V disegna fabbricare una fortezza a Genova; pratiche dell'oratore cesareo col Doria. — Ai nobili vecchi la proposta piace e perchè, — e Andrea ci acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e non crolla più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova: accorte provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei costumi spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I cortigiani straziano Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli finge non avvedersene. — Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile che Cosimo duca di Firenze partecipasse alle insidie, e se, partecipandovi prima, vi persistesse poi; perchè non andasse a Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci mandasse il figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. — Filippo tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, e risposta di Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare Genova, il Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni; — sdegno di Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a Ventimiglia, tocca Savona, arriva a Genova. — Menzogne di scrittori venali. — Tumulti di Genova per le soverchierie degli Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa Filippo: viltà antica e moderna. — Caso del Fornari; e nuova insistenza del Gonzaga su la fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano Prescott su i giudizii dei politici italiani, massime del secolo decimosesto. — Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di cattiva diventa pessima — [Pag. 163]
Capitolo X. Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. — Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. — Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per onestare la disfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gli scrittori di varie nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimo dei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile per rimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. — Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli piglia la città e la rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moria; — il Thermes e il Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè Côrsi gli mette al remo. — I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha da levarsi dalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche — [Pag. 254]
Capitolo XI. Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. — Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e fantasimi della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi stati, meno lo impero; sua diceria in cotesta occasione solenne. — Differenza tra la renunzia di Carlo V e quella del Washington: magnanimità delle cause che mossero quest'ultimo. — Lettera dello Imperatore al principe Doria; gli raccomanda il figliuolo. — Andrea manda in dono a Carlo V una carta marina. — Incertezza storica: affermano che Carlo, prima di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al fratello e non è vero: — affermano che risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose mondane, e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il danaro pel suo sostentamento, e non è vero; che celebrasse l'esequie a sè vivo, e non è certo; che non potendo accordare due orologi insieme irridesse la sua presunzione di volere che tutti i suoi sudditi pensassero ad un modo su le cose di religione, e non è certo: certo il pentimento di non avere ammazzato Lutero contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto la sua ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra di Roma contro Paolo IV, e a quella di Francia. — Andrea raccomanda a Filippo II non sottoscriva la pace di Castello Cambrese, se i Francesi non si obbligano a restituire la Corsica; e si tenga San Quintino in pegno dello adempimento del patto, ed è esaudito: — grave di 92 anni si ritira dal comando, e Filippo accetta per suo luogotenente Giovannandrea figliuolo di Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa gentilizia di San Matteo. — Il gran maestro di Malta propone la guerra contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di Medinaceli vicerè di Sicilia, e il re Filippo accoglie la proposta: diligenze e provvedimenti suoi. — Il duca di Medinaceli è creato capitano della impresa; Andrea Doria approva la impresa purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo di tutta la flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli per la parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano. Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le galee di Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano i soldati alle navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e gli altri mancano le paghe: ammottinamento sedato; disastri sul principio del viaggio: la nave Spinola rompe sul lito con perdita di uomini e di robe. — Quanta fosse l'armata, e quanto l'esercito. — Ospitale militare in questa guerra ordinato come non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un vescovo. — Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. — Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta; naufragio di una galea del Doria; va a Malta; poi ne parte e torna indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e fatti gravi che ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda navi mercantili; come le prede spartiscansi, ma non osservati gli ordini si fa un raffa arraffa: non si attenta assalire due galeotte turche su le quali andavano i doni del Dragutte a Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo invio dell'armata turca. — I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci con lo esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo, volendo fare acqua con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa sconfitta. — Il mare e il vento procellosi respingono l'armata da Tripoli; — moria fra i soldati e le ciurme; dopo molte consulte l'armata dal Secco del Palo torna alle Gerbe. — Battaglia aperta coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali così increscono agli Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si dà mano alla fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non si fa frutto. — Granmaestro di Malta avvertito della prossima venuta della flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma vergognando poi ne rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a sollecitare il compimento del forte, accade tumulto tra Mori e Spagnuoli, con morte e ferite di una parte e dell'altra; si riconciliano; cerimonie e patti della dedizione dell'isola al re Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. — Avvisi spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede ai rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea corrono parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non vengono accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione Doria, commesso a speculare la notte, per paura non si allarga, sicchè al far del giorno la flotta turca prima che vista casca addosso ai Cristiani. — Soldati e marinai cercano scampo col buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata fede arrivati al lido gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di Tunisi mandano avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. — Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento se ne impadroniscono i forzati, poi casca in potestà dei Turchi. — Perdita di galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù del commendatore Maldonato: — parole egregie di questo valentuomo. — Morte di Flaminio dell'Anguillara. — Virtù del suo buon paggio innominato. — Al duca di Medinaceli vanno tutte le cose alla rovescia. — La notizia dello infortunio arriva ad Andrea Doria; sue terribili ansietà. — Giovannandrea si salva in terra; adunati a consulta i rimasti propone partiti estremi; il Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare durante la notte su di una fregata la flotta nemica; ma in molti sorge veementissima l'agonia di seguirli: nobiltà di animo di Don Alvaro Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove fregate tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più avventurati la seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni di Alfonso Ulloa scrittore della monografia di questa impresa. — Stato di Andrea Doria: arriva un corriero, vuole leggere da sè le lettere e non gli riesce: saputo lo scampo del nipote si leva maravigliosamente in piedi, e ringrazia Dio. — Cade sfinito; si acconcia dell'anima; consigli che manda a Giovannandrea; sue ultime parole; ordina essere trasportato alla sepoltura senza pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica. — Sue qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime considerazioni — [Pag. 317]
Nota del Trascrittore
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