Milano negato al Papa era causa di odio comune contro Cesare e Andrea; lo spoglio del Vescovo di Sagona causa peculiare al Doria, ma Paolo III ne aveva altre speciali contro lo Imperatore, per cui intendeva tenerlo basso non solo a offesa, quanto a schermo della sua prepotenza: lungo troppo raccontarle tutte, bastino queste più cocenti. Carlo V aveva percosso di fiere battiture i Luterani, ma piuttosto in pro della propria autorità, che per interesse di Roma, alla quale egli non gli costringeva umiliarsi, o almeno quanto pretendeva la Curia; non recava minore cruccio vedere come i prelati spagnuoli, rigidissimi in fatto di religione, avversassero a spada tratta le prerogative della Chiesa nel Concilio di Trento. I Papi, da molto tempo in qua, non hanno saputo stare con l'Austria nè senza l'Austria; gli unisce il talento e il bisogno di opprimere, li separa l'agonia di soperchiarsi.
Chiunque consideri lo struggimento dei Francesi a pigliare la roba altrui, oggi ridotti a cedere la propria, o piuttosto, che reputavano tale; e pensi all'odio antico, all'orgoglio umiliato di Francesco re, che le buone qualità e le ree di cotesto popolo in sè raccolse tutte in modo eccessivo, crederà di lieve, che giornaliere, e focose dovessero venire a Gianluigi le istigazioni di Francia per isturbare in Italia le faccende dell'Imperatore: certo era fresca la pace di Crepy, ma tu non andrai errato se immagini, che il re di Francia, mentre intingeva la penna nel calamaio per segnarla, mulinava il modo di romperla. Narrano parecchi come Gianluigi, tuttavia adolescente, gli si profferisse, ed in prova di ciò allegano, che quando Cesare Fregoso fu morto nel Po, il marchese Davalos, tra le altre scritture di Cesare, trovasse un memoriale di mano del Fiesco sottoscritto da parecchi cittadini genovesi, col quale si dichiaravano parati a tentare cose nuove in benefizio del Re; nè il Marchese mancava di mandare le carte al Doria, ammonendolo di tenere la barba sopra la spalla, ma questi gittava il memoriale sul fuoco reputandolo affatto immeritevole di fede e falso, imperciocchè, anco messi da parte la età novella del Fiesco, la indole mansueta, l'affetto, ch'egli doveva portargli come a suo tutore, la reverenza a Cesare, non era da supporsi ch'ei volesse commettersi in balía del Fregoso, vecchio nemico di casa sua, tra le famiglie dei quali erano occorse sempre offese, ed uccisioni, anzi perfino un Fiesco, colpa di un Fregoso, fu tratto già per Genova a coda di cavallo, morte non meno salvatica, che infame: onde spedì lettere al Davalos che del tutto deponesse il sospetto, e si guardasse dal disservire il suo pupillo Gianluigi presso lo Imperatore, e quegli, per contentare l'amico gliel promise, pur tuttavia nel riscrivergli avvertendolo, che se ne pentirebbe.
Novelle tutte, messe fuori per piaggiare, per colorire le calunnie, ed anco per istudio d'imitazione degli antichi, febbre del secolo di cui scriviamo: allora, più che avanzarsi col proprio ingegno, parve bello saccheggiare l'altrui, e comparire scrittori piuttosto eruditi che originali: facile però ravvisare in questo la traccia di Silla, che presente Cesare giovanetto diventerebbe adulto peggiore di due Marii, e ai prieghi altrui non lo uccide, e di Marcello che a Nola, invece di mettere le mani addosso a Lucio Banzio, volle con parole accorte, e co' benefizi amicarsi cotesto ferocissimo; aggiungono altresì che Andrea imitasse Marcello nell'arsione della lista dei congiurati, ma sbagliano, conciossiachè Tito Livio, nel libro terzo della Deca terza, testimoni come Marcello, invece di trascurare la lettura dei nomi dei traditori, ributtato Annibale ne facesse diligente inquisizione mandandone poi meglio di sessanta sotto la scure. Or ora esporremo come il concetto della congiura, di mano in mano, sorgesse nell'animo del Fiesco, quanto dondolasse, e quali argomenti ce lo confermassero: intanto le cose discorse intorno al memoriale rinvenuto addosso al Fregoso abbiansi per invecerie: sta fermo, che la barca dov'erano le carte del Fregoso e del Rincone potè riparare a Piacenza, mandando delusa la brama del marchese assassino.
Altri, dissero, contribuirono a dare la pinta a Gianluigi e può essere, come Renata di Francia duchessa di Ferrara, Piero Strozzi, Pierluca Fiesco, Cangino Gonzaga e degli altri si tace; certo quanti seguivano le parti di Francia e quelle dello Impero avversavano, non avranno fatto a risparmio di aizzamenti con Pierluigi e con altri per ispingerli a opere utili alla propria fazione, dannose alla nemica.
Esposte le cause, ragione vorrebbe che io discorressi dei fini o veri o verosimili, che il Conte si propose nella impresa zarosa; i primi rimasero sepolti nel suo petto, che di questa maniera disegni non si mettono in carta: intorno ai secondi, oltre quelli che adombrammo nel favellare delle cause impellenti l'animo del Conte, e' pare che lo movessero l'ambizione di costituirsi signore della città dove si sentiva vassallo; indole maligna, epperò prona alla vendetta non sembra che lo sforzasse, e questo chiarirà la storia; forse lo indusse desiderio di riformare lo Stato con migliore fondamento di giustizia, ma ciò non è certo, a ogni modo con pari imparzialità possiamo affermare sicuro, ch'egli intendesse distribuire meglio gli uffici e lo esercizio del potere tra i nobili del portico nuovo e quelli del portico vecchio, che la cosa condotta a cotesti termini non poteva durare: se, e quanto avrebbe messo la plebe a parte del reggimento non ci è dato accertare: senza dubbio di lusingherie ei non faceva a spilluzzico col popolo, ma questo, secondo il consueto, chi più divisa opprimere più blandisce, e i patrizi, agitati dall'uzzolo di prepotere, costumano sempre, e non di rado pur troppo anco quelli che pure escono dalle viscere del popolo. Però è da credersi che s'egli se ne dimenticava, del popolo si sarebbe ricordato il Verrina. Questo dentro; di fuori non avrebbe potuto per avventura fare altro, che mutare soma alla patria, e di spagnuola renderla francese, e quindi difficile a giudicarsi se di tutto quel tafferuglio la carne valesse il giunco; pure a danni saremmo andati giù di lì; soprusi avrebbero patito maggiori; il guadagno poteva ridursi nella voltabilità dei Francesi, e nel tedio in cui cadono presso loro le cose, che hanno con più ardente brama appetito, mentre la mano dello spagnuolo sembra una grappa di ferro murata sopra le cose che piglia: però essendo Gianluigi di spiriti alteri, e come giovane pieno di baldanza e di cupidità di gloria, fie razionale supporre, che avrebbe colto tutte le congiunture per procurarsi stato e mutare, potendo, anco le condizioni d'Italia: — La quale anco a cotesti tempi fu opera disperata unicamente e di vili: possibile agli animosi se, posponendo il proprio interesse alla Patria, avesse messo a repentaglio per lei gli averi e la vita; e ciò chiariremo con prove in mano più tardi.
Non sarà troppo arrisicato accertare, che Guglielmo di Bellay, oratore di Francia presso il Senato di Genova, tentando ogni via per nocere allo Stato che l'ospitava (officio a simile razza di gente allora e poi ordinario), commise a Pierluca Fiesco consorte di Gianluigi di dare nelle buche intorno a lui per iscoprire paese; costui avendo conosciuto, che nel terreno tentato entrava non che la vanga anco il manico, tirò innanzi la pratica, e su quel subito venne conchiuso, che Gianluigi si avesse a recare fino a Piacenza dal duca Pierluigi Farnese dove avrebbe inteso il resto; e il Conte andò, parandosegli innanzi giusta causa a colorire il viaggio, qual era quella di rendergli omaggio, per le castella di Calestano, e di Borgo di Val di Taro, il quale, comecchè fosse feudo imperiale, pure dipendeva dal Duca per trovarsi sul Piacentino: negoziando insieme il Duca e il Conte, per dare a questo plausibile copertura di assoldare fanti e raunarli a Genova senza sospetto altrui, si accordarono che il primo venderebbe al secondo le quattro galee ch'egli teneva, o figurava tenere agli stipendii del Papa; però Gianluigi, procedendo col calzare di piombo, volle presentirne Andrea, a cui disse che senza il suo consenso non avrebbe mosso foglia; della quale cosa assai si compiacque il vecchio, molto confortandolo a farlo, però che, torre cotesti legni di mano a gente nemica, da un lato non gli paresse che bene, e dall'altro pensava, che una via per isfogare il giovanile rigoglio bisognava aprire a Gianluigi: così egli a cui non era dato penetrare nel cupo animo del Conte; ma Paolo Panza suo maestro, che ci leggeva aperto, consultato all'uopo dissuase il trattato, ma senza prò. Il prezzo delle galee chiarisce in parte lo scopo dello acquisto, poichè oggi si conoscono i patti di cotesto contratto stipulato a Piacenza il 23 Ottobre 1545 i quali sono: per le quattro galee chiamate la Capitana, la Padrona, la Vittoria, e la Caterina paghi il Conte trentaquattromila scudi d'oro; un terzo subito: un terzo per Pasqua di Natale del 1546: il saldo al medesimo termine dell'anno successivo; in guarentia del pagamento s'ipotecava il castello di Calestano.
Ora, da quanto occorre scritto nei ricordi dei tempi, si giudica che una galea valesse ad un bel circa ventimila scudi; di fatti il Brantôme racconta come si trovasse presente a Malta, quando certo signore de la Rone gentil soldatino di Poitiers, giocatore per la vita, vinse di un tratto a Giovannandrea nipote adottivo del principe Doria diecimila scudi di oro; della qual cosa stizzito Giovannandrea propose di giocarsi una galea di contro a ventimila scudi di oro, e il soldatino accettò, senonchè l'altro, soprastato alquanto, non ne volle fare nulla: — perchè, egli disse, io non vorrei che questo soldato di ventura, dopo avermi guadagnato la galea, andasse vantandosi in Francia avermela vinta con altro, che con le carte. — Anco Cammillo Porzio, avendo occasione sulle sue storie di notare la compra delle galee di Pierluigi fatta dal Fiesco, la chiama grandissimo mercato. Donde non parrà strano tenere, che, senza un secondo fine, il duca di Piacenza s'inducesse a scapitare in quel negozio un quarantaseimila ducati almanco.
Dall'essere state da Andrea staggite coteste galee al Papa, taluno credè argomentare che le non appartenessero al duca Pierluigi, ma fu mala prova, dacchè, volendo Andrea ricattarsi a ogni patto per via di rappresaglia, non istette a guardarla tanto pel sottile; gli giovava credere, che il padre facesse col figliuolo tutta una borsa e così credè. Paolo III sofferse acerbamente l'alienazione delle galere, più che per altro, a causa della consueta avarizia dei preti la quale s'industria a guadagnare sempre a man salva senza arrisicare mai nulla, e ne rimangono testimonianze storiche; tra le altre basti la lettera scritta dal cardinale Farnese al Duca suo padre il nove gennaio 1546, dove si dichiara, quando possa rompersi il contratto col conte Fiesco, l'animo di Sua Santità essere inclinato a compiacerne Lione Strozzi, o meglio l'arcivescovo Santi, il quale, oltre all'offerirne più giusto prezzo, aveva sborsato cinquemila scudi di caparra; ma poi il Papa, fatto capace della cosa, si acquietò; e quando poco dopo Gianluigi trasse a Roma a fine di presentargli il fratello Girolamo per capitano delle galee, di cui tre lasciò al soldo della Chiesa, una si tenne per lui, e da quella via per baciargli i piedi, lo accolse alla grande, così persuadendogli la indole sua fastosa, e la memoria della magnificenza con la quale il padre Sinibaldo lo aveva per lo addietro ospitato nel suo palazzo di Violà.
E adesso dov'è ito questo palazzo di cui il Bonfadio scrive, che soprastando a Genova pareva, che ne domandasse il principato? Invano tu ne cercheresti la traccia: tuttavolta, se il Bonfadio non avesse con mal suo pro' dato a pigione anima e penna, avrebbe potuto riflettere che se il palazzo del Doria posto in bassissimo livello su la estrema sponda del mare non domandava il dominio della città, egli era perchè già lo teneva. Questo palazzo di cui non fu lasciato pietra sopra pietra, illustre per tante memorie, ornato di ogni maniera di spoglie, famoso per le immagini di numero infinito di personaggi per dottrina o per prodezza eccellenti, sorgeva sul poggio di Carignano a manca di cui guarda la basilica dell'Assunta, da un lato ha il mare, dall'altro la valle del Bisagno, a oriente la costa si stende sino a Portofino, a occidente di promontorio in promontorio tocca l'estremo capo di Noli. Con molti e diversi nomi lo troverai appellato dagli storici, come Violato, Violà, Violacio e Violata: il volgo chiama tuttora quei luoghi Viovà; il vero nome del palazzo fu di Via lata però che quivi appresso, in antico, un canonico Fiesco della collegiata della chiesa di Santa Maria in Via lata di Roma, facesse per sua devozione fabbricare sul medesimo poggio, più in piccolo, una immagine della basilica romana; questa chiesa protetta dalla religione dura anco adesso, ma non ha guari ebbe mozza la cuspide del campanile o per timore di ruina, o per altra causa a me ignota.
A Roma Gianluigi si accontò col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi, il quale senza dubbio lo avrà con efficacissimi discorsi inanimito alla impresa; quali essi fossero io ignoro; altri sasseli, beato lui! Ma certo, che il Cardinale, come altri immagina, ricontasse al Conte la storia di casa sua non parmi che fosse, imperciocchè sarebbe stata perdita di tempo espresso dandomi a credere che Gianluigi la dovesse sapere un poco meglio di lui. Ai retori succedono, più trista genia, i calunniatori, i quali dopo averci ritratto il Conte di ambizione e d'ingegno sfasciato, ora ce lo affermano in balía della Francia, a patto che al fratello Girolamo si commettesse la condotta di sei galee; a lui quella di duecento uomini di arme pagati per la difesa di Montobbio, e il comando di non so quanti cavalli col soldo di dodicimila scudi l'anno: aggiungono però si riservasse a ratificare il contratto dopo il suo ritorno a Genova, e parrebbe per conferirne assieme ai suoi fidatissimi; tuttavia non la contano così, e ci dicono, che tocca appena Genova, approvò addirittura ogni cosa mandando Antonio Foderato a Roma co' capitoli sottoscritti; così, dopo avere reso vana ogni consulta, per opinione di cotesti strani storiografi, egli se ne aperse col Verrina, e lo ricercò del suo parere; questi lo ripiglia severo; turpe ammazzare il nemico e fuggire; gli stessi Francesi, come uomo di animo feroce e codardo, lo avrebbono tolto in dispregio; che Giannettino si trucidi sta bene, e con esso Andrea, Adamo Centurione, il suo figliuolo Marco e i maggiorenti della terra, ma col braccio del popolo ha da rifare uno Stato a modo suo, ed egli mettersene a capo; in Genova nè Spagnuoli, nè Francesi: quanto a lui non intendere mutare soma, bensì volere libertà. Dopo questo discorso, fingono, che Gianluigi si pentisse dei capitoli sottoscritti, e mandasse in fretta un servitore su le traccio del Foderato per chiamarlo indietro. Stupide cose abboccate da uomini stupidi non meno che tristi. Sappiamo di loro, e fermiamoci a tanto, che il concetto del Conte, non anco bene disegnato circa alla sua estensione, per ora non si stringeva a meno, che a sostituire sè nella signoria di Genova; poi da cosa nasce cosa, e il tempo la governa.