Affermano eziandio, che Gianluigi si riducesse circa a quel torno, e non si sa perchè, a Montobbio per consultare la cosa con Giovambattista Verrina, Vincenzo Calcagno, e Raffaelle Sacco: se ciò fu, pensa se coteste consulte avessero a tenersi segrete, nondimanco ci ha scrittori che sanno di che negoziassero, e quali ragionamenti tenessero senza preterire una virgola. Intanto giovi dire chi costoro si fossero: già qualche cenno intorno al Verrina toccammo di sopra: vari i racconti, e più vari i giudizi allora e poi circa a questo uomo; secondo gli scrittori parziali al vivere libero, o sviscerati alla monarchia più o meno tirannica, diventa eroe cascato fuori dalle pagine di Plutarco, o ladro, che per angustia di averi, per appetiti di vizii desiderava sovvertire la città per mettere le mani su quel di altrui; a noi non comparisce degno di tanta lode e nè di tanta infamia; dai pochi frammenti che ci avanzano dei suoi costumi arduo ricomporne figura intera; pure possiamo affermare, ch'ei fosse di nobile schiatta, e lo ricaviamo da questo, che, preso a Montobbio, gli mozzarono il capo assieme al conte Girolamo Fiesco, mentre il Cangialancia impiccarono; ora è noto come la testa tagliata costituisse un privilegio di nobiltà; appendevansi i plebei: appo gl'Israeliti ed in China, all'opposto i maggiorenti strangolano e strangolavano, i plebei decapitarono e decapitano; e' sono tutte opinioni. Tra noi più di un patrizio provò a questo modo la gentilezza della sua prosapia; se il carnefice ne dovesse fare le maraviglie tu pensa, il quale, spiccando un capo dal busto, non si sarà mai creduto dalle milla miglia coniare pei posteri del giustiziato un diploma di nobiltà. Fandonia, ch'ei patisse inopia di averi, accordandosi la più parte degli scrittori com'ei provvedesse il Conte di denari, onde taluno che ciò confessa e pur persiste a sostenerlo misero, ad evitare la contraddizione racconta, che egli gli accattasse dagli amici, e non si accorgono che l'uomo industre, il quale trova credito presso gli amici facoltosi, prima ha da ispirare di sè buona estimazione, e poi, che con questi aiuti di leggieri si cava di angustie: pertanto nobile, e di sostanze per nulla al verde, sembra che piacesse al Verrina promovere sempre le parti del popolo, onde si argomenta, che quanto a lui potesse essere affatto generoso il fine propostosi: abitando egli in Carignano pigliò usanza con Gianluigi, ed avendo agio di trattenersi seco lui domesticamente, vuolsi credere, che questi nei consigli si accordassero: per sua interposizione il Conte potè trattare col popolo cattivandosene lo affetto, mercè le carezze e i benefizi: trovatosi insieme col consolo dei tessitori Sebastiano Granara, volle informarsi intorno allo stato dell'arte, e sentendolo ridotto al verde, scarsi i lavori, i salari grami, e pel caro del vivere parecchi operai versarsi nella inopia, gli raccomandò, mandassegli i bisognosi al palazzo, non già in frotta, bensì alla spicciolata, i quali andati, dopo avergli compianti furono da lui amorevolmente avvertiti a rammentarsi come la casa Fiesca dimostrasse in ogni tempo viscere pel popolo: di presente pigliassero dai suoi fattori grano a credenza; pagherebbonlo a miglior fortuna: alle necessità della famiglia sovvenissero; solo desiderare, che ciò non si divulgasse, perchè Dio non conta la carità ambiziosa, la quale riceve la sua mercede nella superbia appagata: altri all'opposto afferma, ch'ei ne chiamò alcuni pochi in palazzo, e questi tutti sudditi suoi, a cui pose mensa, ed essi mangiarono e bevvero, e poi caldi di vino gli si proffersero largamente: non negano la esibizione del grano, ma accertano, che fu da tutti rifiutata; più bello il secondo racconto, più vero il primo. Insomma il Verrina s'industriò per modo, che Gianluigi venne presto in cima allo amore del popolo. Ci è chiaro altresì che della congiura fu parte principale il Verrina, avendone sicuro riscontro nelle lettere di Raffaelle Sacco che pauroso, il Verrina lo aggravasse nelle sue deposizioni, offre giustificare come costui fosse autore, capo, mezzo, e fine della congiura[11]: uomo costante lo manifestano lo studio di mantenere la parte Fiesca nell'avversa fortuna, la pertinacia a combattere per la causa della libertà, e finalmente la morte incontrata. Di più, per ricerca che mi abbia fatto, non trovai, e dettando storie di più non aggiungo.

Anco su Vincenzo Calcagno le notizie ci vennero scarse: nato in Varese, si accomodò prima per paggio con Sinibaldo padre di Gianluigi; morto Sinibaldo, durò col figliuolo in officio di cameriere. Gli scrittori, massime moderni, per aggruppare figure, come i dipintori costumano nei quadri, spiccanti per contrasto, dopo averci ritratto Verrina arruffato, ci danno ad intendere il Calcagno mite e amico del lieto vivere; noi possiamo credere ch'ei col suo padrone fosse un'anima ed un cuore; per lui visse, morì per lui.

Quanto a Raffaello Sacco, egli era, come dice, savonese, e studiò legge; negli Stati del Conte tenne ufficio di giudice; poi Gianluigi se lo tolse appresso in condizione di auditore; egli seguì la fortuna del Fiesco non senza mistura d'interesse privato, chè parteggiò pel re di Francia, un po' perchè col favore di questo sperava salire in grandezza, e un po' pel rancore che ogni Savonese sentiva allora per Genova; costui fu compagno al Conte in Roma e a Piacenza, e intervenendo ad ogni trattato, gli parve che il Conte, sovvenuto da Francia, dal Papa e dai Farnesi, non potesse sinistrare, e s'ingannò; per la morte di Gianluigi non tenne disperate le cose; di fatti nel febbraio del 1547, scrivendo a Girolamo Fiesco a Montobbio, lo confortava a mostrarsi animoso perchè di qua ci hanno molti amici, e metta il tempo a partito per munire e rafforzare il castello; del resto stia gagliardo, che forse, se Dio vorrà, il mondo potrebbe havere un'altra faccia questa state, e farsi vedere uomo valente così con gli amici come co' nemici. Speranze di fuorusciti; andato tutto alla peggio, vedemmo come si sbracciasse a riversare la colpa sopra Verrina, e smanioso che questi possa acquistarsi fede, si rammarica di essere perseguitato perchè savonese; con tali invenie, confidando tornare in grazia agli offesi, o almeno essere perdonato da loro; anco queste illusioni di fuori usciti. La debolezza del Sacco però non vuolsi vituperare come infamia, chè lui scusano la moglie e i figli in miseria, la potenza dei Doria che lo cercavano a morte, e la natura nostra, la quale, pei lunghi infortunii, anco tra i più gagliardi sbigottisce: traditore non fu, al contrario fedele ai Fiesco fino alle ultime prove, poi prevalsero nell'animo suo cure di sè e della famiglia.

Se, dopo questi, altri partecipasse alla congiura io credo di sì; di fatti taluni si rammentano sparsamente in questa storia, e frugando trovo eziandio nominati Gasparo Botto, Francesco Curlo detto Becchino, Benedetto Cirese, Girolamo Magiolo, Francesco Verze, e Pierfrancesco Fiesco, questi di Genova; Scipione Carsetto, Girolamo Sacco e Francesco Macchione questi altri del dominio di Genova; nè certo i soli, però, a parere mio, con questa distinzione, che parecchi la conoscessero nei generali, e la assentissero; nei particolari pochi, e forse i soli tre prima ricordati, e di ciò porge testimonianza lo stesso Sacco quando si confessa in colpa di avere taciuto, non gli parendo ufficio di uomo dabbene sventare cose onde il suo padrone ne avesse a perdere lo Stato e la vita, come anco non lo hanno fatto altri, che pure lo sapevano ed avrebbono potuto palesarle, e non di manco stanno nei loro letti.

La consulta di Montobbio è riportata da quasi tutti gli storici, ed in taluni comparisce amplificazione rettorica, in altri (questi più parziali pei Doria) un misto di rettorica e di malignità. Quegli immagina al Verrina oppositore il Sacco spaurito e tremante, questi, meglio avvisando, dacchè il Sacco, compagno di Gianluigi nelle sue pellegrinazioni politiche, doveva ormai essere domestico così nella congiura da non sentirsi venire la pelle di oca a favellarne, mette da parte il Sacco e gli surroga il Calcagno, uomo che, dal padrone in fuori, non vedeva più in là, a' cenni del quale teneva affilate anima e spada: naturalmente i consigli del Verrina s'immaginano tutti immani: secondo lui agevole cogliere la città alla sprovvista presidiata da soli duecentocinquanta soldati, di cui almeno venti sudditi suoi; le galee in darsena custodite da poca guardia; le armi chiuse nell'arsenale del Doria. Il Sacco (così messer Cappelloni segretario di Giovannandrea figliuolo di Giannettino) rispondendo comincia col dire che gli tremano le gambe sotto (e se fosse uomo da tremargli le gambe lo dimostra la lettera scritta al conte Gerolamo a Montobbio), parere facili i partiti rischiosi, ma poi tal bove crede andare a pascere e va al macello; i Genovesi amare la libertà, ed essi volerneli privare! Da troppe cose doversi essi guardare, dalla fedeltà di Genova per Andrea, dal nome, e dalla solerzia di lui; superati questi pericoli, dalla esecrazione universale, e dalla pubblica vendetta: impossibile che principi, o vogli italiani o vogli forestieri, consentissero ingrandire il Fiesco: inoltre doversi porre mente allo erario disperso, al banco di San Giorgio messo a ruba, alla iattura della pubblica e della privata fortuna, rotti i commerci, guaste le industrie, nabissata la città; e, posto ancora che tutto andasse in filo di ruota, e come presumeva il Conte che il popolo genovese lo acclamerebbe padrone? — Questo dabbene segretario ebbe avvertenza a ogni cosa; come vedete non lasciò tasto senza toccarlo. Verrina allora si fa piegare da lui a partiti più cauti, non però meno feroci, e s'immagina che suggerisse nella massima parte le provvidenze ammannite dalla sagacia dello astuto Conte.

Le quali furono: innanzi tratto tenersi bene edificati Andrea, Giannettino e l'altra gente Doria con gli ossequii e i blandimenti; e questo Gianluigi potè con tanta efficacia conseguire, che Andrea, ormai vecchio di ottantun'anno, e malescio, nella conversazione del giovane trovava non mediocre sollievo: Giannettino altresì gli aveva posto amore; tanto vero questo, che avendo il Conte chiesto ad Andrea licenza di armare la galea tenuta fuori della condotta col Papa per mandarla in corso, nè questi potendoglielo consentire a cagione dello Imperatore, che intendeva la tregua pattuita col Turco si osservasse, egli turbato per credersi guasto il disegno di raccogliere senza sospetto gente in Genova, ne mosse querimonia a Giannettino, il quale baldanzoso gli disse: «non mancasse armare la galea, e spedirla in Levante che poi per la strada si aggiusterebbero i basti.»

Anco per questo fatto che non sembra potersi rivocare in dubbio, rimane chiarito di che sorta libertà godesse Genova, dove un cittadino non poteva mandare fuori legno in corso senza il beneplacito di Andrea; e quanta la superbia di Giannettino, che tale faceva caso dei voleri, non che di Andrea, dello stesso Imperatore.

Giannettino non favellò a sordo, che Gianluigi, senza lasciarla freddare, prese a introdurre in città gente avvezza a fazioni arrisicate, in parte suoi vassalli, in parte fornitagli dal duca Farnese; furonci anco di quelli, che rimasti senza soldo, cessata la guerra di Smalcalda non sapevano, per così dire, che cosa farsi dell'anima loro: a stornare ogni sospetto, parte di questi entrò sfilatamente in veste rusticana, riducendosi di nascosto al palagio di Vialata, parte ci furono tratti alla scoperta in catene come forzati; a questo modo ne radunò trecento. A sostenere il moto appena fosse avvenuto, indettaronsi Gianluigi col duca Farnese, che questi avrebbe tenuto su le mosse ai confini tremila fanti, la quale proposta molto volentieri fu dal Duca assentita, come quella che avrebbe potuto aprirgli la via a tenersi Genova per sè. Gli storici toscani ricordano di tali maneggi avesse fumo lo scaltrito duca di Firenze, che per opera dei suoi fidati pose mano su certa lettera in cifra del Farnese, la quale mandò con la chiave in diligenza allo Imperatore, che non ne fece caso, perchè divertito allora in negozi più urgenti, o perchè così voglia la fortuna, che volge i casi umani. Sul proposito dei tremila fanti tenuti pronti dal Duca, gli scrittori parziali al Doria aggiungono: che, mentre il popolo si sfogava a mandare a ruba le case dei cittadini, e a far carne, dovevano essi introdursi in città, e parte occupare le porte, parte spingendosi oltre, impadronirsi del palazzo, dove su quel primo bollore chiamato il popolo, il Verrina, senza tante concioni, avrebbe posta sul capo al Conte la berretta ducale; gli schiamazzi del popolo sarieno stati tenuti in conto di universale acclamazione; se taluno contrastasse, gli avrebbono tagliato ad un punto parola e gola. Tanto basterebbe al diritto, se fosse bastato a sostenerlo la forza. Anco qui calunnia, e imitazione classica, arieggiando il trovato a Marcantonio che presenta nei lupercali il diadema a Cesare. Dopo questi apparecchi noti, e i troppi più che ci rimasero sconosciuti, chi scrisse in infamia della congiura racconta essere stata prima proposta del Verrina, che nella congiuntura delle nozze del marchese Giulio Cybo cognato di Gianluigi con la Peretta sorella di Giannettino, egli convitasse a banchetto Andrea, Giannettino, i figliuoli suoi, il Figuerroa ambasciatore cesareo, e quanti più potesse caporali della terra, e a tavola tutti senza misericordia trucidassersi; su l'avvertenza di Gianluigi che Andrea per la sua decrepitezza non andava a mangiare fuori di casa, Verrina rispose; ciò non mettere inciampo, imperciochè egli si faceva forte entrargli in casa con due suoi fratelli, e otto o dieci a lui devotissimi, e quivi scannarlo. Al Conte non piacque il partito, e siccome mostrava raccapriccio al troppo sangue, Verrina riprendeva che in simili faccende non aveva mai visto che il troppo sangue guastasse, bensì il poco. Così il Capelloni che s'industria a torre, o almeno ad attenuare nei Doria la macchia di fede tradita. Più di lui immaginoso il Sigonio, non potendo dissimulare come sarebbe stato troppo semplice supporre, che un vecchio di ottantun'anno si fosse condotto da Fassuolo fin sul Carignano pel diletto di assistere a conviti, dà ad intendere che Andrea ci sarebbe stato chiamato non per questo, bensì per sottoscrivere, come tutore dei Fiesco, non so quale strumento in virtù del quale il conte Girolamo cedeva certe sue giurisdizioni; e non avverte, che se a questo modo poteva forse chiamarcisi Andrea, non si comprende come ce lo dovessero accompagnare Giannettino e i figliuoli, molto meno i maggiorenti di Genova. Di fatti egli afferma che a cotesto disegno non fu dato seguito, proponendosi invece di ammazzare il principe Doria ad una messa novella che si doveva celebrare in santo Andrea, il quale concerto del pari rimase senza conclusione, perchè presentirono, non vi avrebbe assistito il Principe nè Giannettino, bensì vi sarebbe andato il conte Filippino a farvi la solita offerta per la parte di Andrea. Questa pure imitazione, non però classica ma moderna, delle congiure dei Pazzi, e dell'Olgiati, e ad arte imaginata per rendere la cosa più abbominevole coll'orrore del sacrilegio.

Ora pertanto, esposte le false trame, discorriamo le vere, o almeno quelle che ci sono meglio accertate. Pareva opportuna la notte precedente alla elezione del nuovo Doge, che doveva farsi il quattro di gennaio; ma il Conte, temendo lo indugio non pigliasse vizio, volle precipitare gli eventi: i trecento fanti già in casa, gli altri tremila pronti ai confini: il popolo minuto disposto, i nobili malcontenti, vogliosi di vederne la fine; la galea venuta da Civitavecchia la vigilia di Natale aveva dato fondo sotto Sarzano. Andrea il primo dell'anno si mise a letto travagliato di forte doglia al braccio, il due gli entrò la febbre accompagnata da emicrania. Gianluigi a vespero si fa a trovare Giannettino, e gli confida avrebbe durante la notte imbarcata la ciurma su la galera, e spedita subito in corso, che a tenere tanta gente su le spese non ci era da cavarne troppi avanzi; da Sarzano l'avrebbe fatto tirare innanzi al ponte dei Cattanei; caso mai udisse rumore nella nottata, non pigliasse sospetto, ed acchetasse Andrea, se sveglio o destato se ne adombrasse; più tardi sarebbe ito a visitarlo a casa, e Giannettino improvvido forse lo ringraziava. In questo mentre non erano mancati, nè mancavano avvisi ad Andrea, Ferdinando Gonzaga, subentrato nel governo di Milano al marchese del Vasto, giusto poco prima defunto, vigilando sottile gli andamenti del Duca per debito di ufficio, e per odio antico, come prima seppe della massa dei tremila fanti raccolti ai confini, spedì lettera a Don Gomez Suarez di Figuerroa oratore cesareo a Genova perchè desse la sveglia al Principe, nè questi se ne rimase, anzi narrano che lo faceva appunto nel momento in cui Gianluigi entrò in camera al Principe per visitarlo, e con fervide parole instava perchè in grembo a cotesto giovane non si addormentasse. Il Conte, ingenuo e mansueto, dopo riverito a mo' di figliuolo Andrea, prese a informarsi a parte a parte del suo male, e a mostrarsene dolente, lo consolò con parole tutte amorevoli; onde il vecchio se ne sentì come ricreato; ciò fatto, recatisi su i ginocchi Giovannandrea, Pagano e Carlo figli di Giannettino, li vezzeggiò, li baciò, con varii giochi li divertì, sicchè egli era un ridere festoso, un'allegria; della quale cosa pigliando Andrea maraviglioso diletto, chinatosi verso il Figuerroa, gli susurrò nell'orecchio se gli paresse il Conte uomo da fraudolenza e da sangue. Che cosa rispondesse lo Spagnuolo s'ignora; forse gli avrà dato ragione un po' per piaggeria, e un po' persuaso. Declinando il giorno, Gianluigi tolse commiato, e capitatogli dinanzi Giannettino, gli raccomandò ad ordinare, che per quella notte tenessero aperta la bocca del porto, e quegli il promise. Giocante della Casabianca, alfiere della guardia corsa, nella prima ora della notte venne ad avvisare Andrea come, ito ai quartieri per cavarne i soldati a rilevare i posti, avesse trovato mancarne parecchi, e tutti sudditi di Gianluigi, della quale novità pigliando Andrea non lieve alterazione, Giannettino reputò spediente non tenergli più oltre nascosta la licenza data al Fiesco di mandare in corso la galea, a patto che di notte l'armasse, e di notte la facesse uscire di Genova, affinchè il Turco ignorandolo, non ne venisse danno alla città; senz'altro il Conte essersi valso dei soldati sudditi suoi per tenere in rispetto su la partenza le ciurme: di qui tra Giannettino e Andrea corsero diverbii, volendo quegli che la parola data ad ogni modo andasse innanzi, ed a scusarsi, può credersi, facesse valere come la repulsa data da Andrea si attribuisse a invidia ch'egli portasse a Gianluigi, anzi i commettimali avere sparso voce com'egli, andato in Ispagna, avesse disservito il Conte presso lo Imperatore, ond'egli aveva voluto a quel modo smentire l'addebito. Quanto allo Imperatore poi, difficile gli arrivasse agli orecchi; e sapendolo gl'importerebbe poco: ad ogni modo premere assaissimo alla gente Doria tenersi bene edificati gli amici di casa[12].

Forse cotesta fu baldanza di animo gagliardo, e può darsi che invece fosse orgoglio di mente superba; tuttavia che Giannettino mancasse di tenere l'occhio addosso a Gianluigi non è da credersi, ma, per sua opinione, aveva tanto in mano da reputarsi sicuro. Nelle lettere del Sacco, già da noi citato, occorre ricordare come il giorno stesso della congiura, di buona ora, persona che non nomina, fosse a trovare il Conte in Carignano, e gli proponesse farlo signore della città; di che il Conte la sgridò forte, e se la cacciò via davanti, mentre ella non rifiniva di serpentare, che tanto con quel governo erano risoluti di romperla, e ch'egli buttava la fortuna fuori della finestra. Il Fiesco ed i compagni suoi tennero cotesta persona per ispia; dove mai l'avesse inviato Giannettino a fare le forche, dal rapporto dello accaduto potè trarne argomento per aquetare il sospetto, caso mai gli fosse sorto nella mente.