Quanto al vecchio Andrea dirò, che i Genovesi per ordinario sentono e spesso non immeritamente di sè, la quale estimativa io penso che in lui la sperienza lunga, i partiti quasi sempre riuscitigli utili, e la fortuna piuttostochè diminuire crescessero, onde in grazia di questa prosunzione vediamo come l'uomo rimanga preso quasi sempre, perchè sè troppo reputa capace, e altrui troppo semplice o imbelle. Il giudizio nuoce talora in altra e diversa maniera, imperciocchè, argomentando che le azioni altrui devano essere sempre condotte con discorso pari al tuo, mentre spesso commettonsi in balía della insania, e dell'avventatezza, avviene, che ti colga inopinato quello, che ad ogni verso ti pareva impossibile. Se poi Andrea s'ingannasse per estimare troppo o troppo poco Gianluigi, non posso chiarire; prudentissimo, anzi trincato egli era, e un giovancello lo vinse: di qui, a cui preme guardarsi, prenda insegnamento a bene operare lo ingegno.

Merita che da noi si riferisca un caso su cui si accordano parecchi storici ed è, che Gianluigi, uscendo di palazzo Doria, poichè fu montato sopra un suo giannetto briosissimo, prese a farlo corvettare sopra la piazza sotto i balconi di Andrea ostentando la sua perizia nell'arte del maneggio; cosa che dimostra quanto impero avesse su l'anima sua cotesto uomo: nature forti, che apparendo quasi sempre fra popoli prima di tracollare nella servitù, sembrano quasi gli ultimi tratti della spirante libertà. Smesse le corvette se ne va difilato a casa, muta veste, e chiamato a sè Paolo Panza, gli raccomanda che tenga compagnia alla Contessa, con qualche lieta lettura, o gioconda novella la diverta; la visiterebbe più tardi; ode dal Calcagno i rapporti, e con nuove istruzioni lo licenza, poi, tolti seco dieci uomini, scende da capo in città, e si acconta col Verrina, che forse l'aspettava; gli dice niente essere mutato; nella notte si strigherebbe il fatto: raccolga congiurati, e glieli meni a casa; veda condurci anco gente la quale, quantunque non partecipe della congiura, pure egli sappia di animo avverso al governo, e ai Doria: perchè i chiamati non sospettassero, e venissero volentieri, dica loro egli convitargli a cena: ci sarebbe una grande adunanza, non mancherebbero dame, andarono degli uni e degli altri chi dice ventotto, chi trenta, chi più, e ordine era dato alla guardia lasciasse entrare tutti, uscire nessuno: i convenuti poi, condotti da servi discreti dentro una sala, quivi erano lasciati chiusi a chiave: di veglia non videro apparecchio, bensì udirono romore di arme, e la misteriosa frequenza che palesa qualche grave successo, o che sta per accadere; chi era a parte non istupiva, gli altri sì, e temevano; pure tutti, è da credere, aspettassero pieni di ansietà la fine della strana avventura. Di un tratto ecco spalancarsi le porte, e comparire Gianluigi pallido in faccia e aggrondato; egli si fece a capo di una lunga tavola; rimane in piedi e con ambo le mani si agguanta allo spigolo; le due candele che sole ardevano colà si mette a destra e a sinistra; intorno alla tavola si dispongono curiosi i convenuti, secondo il digradare della luce più o meno rischiarati; taluni al buio; allora egli con voce commossa, per testimonianza dei presenti, è fama, che favellasse così: — Amici, e compagni miei, io vi ho tratti qui con lo invitarvi a cena, nè mi disdico; e la cena, che io intendo imbandirvi fia tale che da lungo secolo non fu mai vista in Italia: io vi ho invitato a liberare la patria e voi dalla tirannide di Andrea Doria, e da quella imminente e più grave di Giannettino, il quale, è noto, poco innanzi recatosi dallo Imperatore in Ispagna, avergli chiesto con l'accordo dei nobili del portico vecchio, potersi dopo la morte dello zio scoprirsi addirittura padrone della città, e tanto essergli stato di leggieri concesso; però che fausto ai despoti sorga quel giorno in cui mirino spenta una repubblica. Di ciò porgergli sicurissima notizia il signore duca Pierluigi Farnese con le lettere ch'egli metteva loro davanti (e qui buttò su la tavola un fascio di fogli), le leggessero, le ponderassero, e si chiarissero. Giannettino (e a parecchi di loro doveva essere noto), consapevole com'egli Fiesco non sarebbe stato per patire questa cosa giammai, s'industriò con ogni via levarlo di mezzo con veleno o con ferro, nella quale scelleraggine se non era riuscito, averne debito alla fedeltà altrui, ed alla sua buona fortuna; adesso poi sapere di certo, Giannettino avere commesso al capitano Lercaro, che appena morto Andrea (al quale per essergli aggravato di molto il male rimanevano più pochi giorni di vita; forse ore) lo finisse; onde amore di patria prima, e poi cura di sè, che arma i più imbelli tra gli animali, costringerlo a troncargli i disegni...

Giunto a questa parte del suo ragionamento il Fiesco si spaventò nel considerare come gli astanti, parte sorpresi dalla novità del caso, e parte atterriti non si commovessero, ond'egli allora parlò di forza:

«Ora quali sembianti sono questi, che mi mostrate voi? O che volevate mutare le sorti della città e le vostre a suono di querele? Pensavate forse, che le congiure stessero nel consultare sempre, e venire all'atto delle mani mai? Non volete essere meco? Doveva aspettarmi siffatta fede da voi? Così premiate me che intendo farvi liberi?»

Si riscosse a tanto uno dei raccolti, e rispondendo per tutti disse: — pigliate animo, Conte, che noi non saremo per mancarvi mai. —

Ma Gianluigi, non si mostrando pago di cotesto gramo consenso, aggiunse con ismania crescente: «no, io vo vedervi in faccia, io vo sentirmelo dire da tutti ad uno ad uno; nè, se voi ricusate seguirmi, io vo sforzarvi, solo scongiuro, che taluno di voi impugni questo pugnale — e trattoselo da lato lo gittò su la tavola — e mi ammazzi: meglio è che muoia per mano degli amici, che dei nemici miei: ciò mi fia manco dolore assai. — »

A questo modo gli agguindolò, li vinse; in molti prevalse eziandio la paura di essere messi in pezzi contrastando. Così il vero mescendo al falso, i piaggiatori del Doria felice, per interesse o per sospetto ai tempi suoi, e dopo perchè la potenza anco svanita induce ad ossequio; all'opposto il Campanaccio, meno servile, ne accerta, che i convocati, udendo coteste pietose parole, lo levassero a cielo, profferendosi parati a seguitarlo in ogni più fortunosa avventura, e così poco gli abbindolò con gli artificii, o con la violenza li costrinse, che due di loro, Giovambattista Giustiniano, e Giovambattista Bava, altri ci pone un Cattaneo, si ricusarono a mettersi al cimento.

Gli altri, crucciosi del rifiuto, gli appellano traditori e li vogliono morti: ciò non patisce il Conte; bensì ordina, che come prigioni nel palagio fino al termine della impresa custodiscansi: sembra però che i mentovati patrizii non dissentissero mica dalla impresa, bensì per manco di animo si tirassero indietro dalla baruffa. Comunque sia, ordinate per tal guisa in questa parte le cose, fece portare vivande e vino, ed eglino presero, così in piedi alla soldatesca senza apparecchio, a riconfortarsene. Mentre i congiurati trattengonsi nella commessazione, il Conte sale in camera alla moglie Eleonora e sì favella: — La dama, che io corteggio da tanto tempo con sì acceso affetto, di voi punto men bella, oggi si è disposta a darmisi del tutto in balía...

E siccome la Contessa allo strano discorso si affannava, Gianluigi, consolandola, le scoperse cotesta donna essere Genova, e la tramata congiura, e la esecuzione imminente; di questo Leonora sentendo infinita paura e con esso lei il Panza, presero entrambi a scongiurare Gianluigi a mettere giù il pernicioso disegno, mescolando i pianti con le persuasioni, le carezze co' terrori. Fors'egli si aspettava ad altro, imperciocchè sbuffando gridò, se avessero più caro che Giannettino lo scannasse. — Siccome il Panza rincalzava. — coteste senz'altro essere calunnie di gente trista; egli soggiunse averne prove in mano: ad ogni modo ormai, anco volendo, non potersi più tirare indietro; pigliassero pertanto in buona parte quanto stava per accadere; dopo ciò, malissimo soddisfatto, fece per quinci partirsi, e mentre sta per voltarsi, un grossissimo cane da lui avuto in delizia, si levò diritto mettendogli le zampe davanti sopra le spalle quasi per trattenerlo; della quale cosa crucciato a un punto e commosso, se lo scacciò dattorno ordinando lo incatenassero giù nel cortile.

Senza perdere altro tempo, ito in camera, si chiuse nell'arme da capo a piè, e con la rotella in braccio e la picca in mano tornò ai congiurati, che, al vederselo comparire dinanzi a quel modo prestante, applaudirono. Distribuite poi picche, e spade ai congiurati disse: andiamo. Voleva non rivedere più la sua Leonora, ma la passione lo vinse, sicchè tornò a lei per raumiliarla con dolci parole, e la pregava di starsi di animo lieto; non gli levasse al maggiore uopo il coraggio: manco per questa volta egli non ne cavò costrutto, perchè, tanto ella come il Panza, nello udire per casa strepito di arme, tremavano a verga, e gli risposero: — non che potere dare coraggio altrui, impossibile procurarsene a sè, pensando al cimento in cui si metteva, di ammazzare o di essere ammazzato, e se Dio non rimediava, vedevano chiaro ch'egli si andava a buttare giù nel precipizio. — Allora risoluto Gianluigi concluse: — orsù, Leonora, fate forza all'animo vostro, domani od io sarò morto, o voi meco Signora di Genova. —