Ora importa che in succinto vediamo quali le disposizioni di Lucca per opporsi, ovvero per favorire una impresa avventurata in pro della sua libertà. La sua storia ab antiquo pari a quella delle altre repubbliche toscane: colà come altrove il torrente barbarico lasciò una melma di feudatari i quali trebbiavano il servo della gleba come questi trebbiava il grano; se non che un dì avendo il servo fatto tesoro di rabbia ed avendo acquistato senso di forza, si rivoltò e vinse i suoi oppressori: di qui sorse il comune, che per necessità si ordinò da prima a reggimento popolesco, stando lontani e in altre cure involti il papa e lo imperatore, considerati come sorgenti di ogni autorità sopra la terra. Quali per lo appunto gli ordini onde si governavano noi potremmo chiarire, ma a un dipresso furono consigli presieduti da un maggiorente fra i cittadini eletti dal popolo, per più o meno durata sedenti in ufficio; questi, se lo imperatore si faceva sentire (e qualche volta lo sentivano come la mola quando macina), procuravano venissero da lui approvati, se no e con molta contentezza ne facevano a meno; i nomi mutarono, ed ora appellaronsi consoli, tale altra anziani e priori, ma in Lucca per ordinario anziani: Ecco uno degli anziani di Santa Zita, mettetel sotto, come scrive Dante Alighieri. Oltre gli anziani ebbero potestà preposti ai giudizi vuoi civili o vuoi criminali, e capitani di popolo, negli inizi paesani, poi li trassero di fuori, forse per causa di emulazioni procellose e forse per iniqua parzialità: anco si legge del magistrato del sindaco, di cui lo ufficio investigare l'operato di ogni ufficiale compito il termine della sua condotta, imperciocchè tutte le cariche fossero temporanee, ed esso pure si chiamasse da paesi stranieri. I parlamenti del popolo intero rari e solo per approvare, e al popolo ne avanzava, ponendo egli allora in massima parte lo studio della libertà nell'essere governato con amore e con cura del suo vantaggio; e per me credo che a molti, eziandio ai giorni nostri, basterebbe così: invece di assemblee universali, istituirono due consigli, uno maggiore e l'altro minore: in vari tempi il numero di ambedue vario, il primo presiedeva il podestà, che, non pago di eseguire la legge, la faceva, per consueto in compagnia e qualche volta anco solo; al secondo il capitano del popolo: dal luogo dove si adunavano, quello dicevano di San Michele, questo di San Pietro: eravi altresì un consiglio di credenza, non già distinto, sibbene composto di cittadini meglio saputi e prudenti dei due consigli, il quale trattava delle faccende destinate a rimanere segrete. Per un tempo il consiglio minore, scelto fra giovani, sopperiva alla mancanza dei consiglieri del primo, ma dopo ognuno ebbe attribuzioni proprie. I consiglieri traevansi a sorte da due tasche dove s'imborsavano i nomi dei cittadini che a norma degli statuti n'erano degni; più tardi si aggiunse una terza tasca, la quale da capo rimase soppressa.

Agl'imperatori poco importò che i feudatari sparissero quando restava il popolo; anzi se, cessati i pastori rimaneva il gregge, guadagnavano un tanto. Bene avrieno potuto le repubbliche toscane affermare con la mano sopra la spada (chè a questo modo unicamente si afferma bene) la propria autorità, ma non vollero, intese per gara stupida a lacerarsi fra loro, o non seppero (perchè e' ci bisogna del buono e del bello per fare capire al popolo che il padrone della terra è lui, proprio lui). Però, quando gli stava per isguizzargli di mano lo imperatore, ei si volgeva al papa; o guelfo o ghibellino, gli era mestieri un attaccagnolo dove appiccare la libertà; per la quale cosa queste repubbliche di proprio diritto non si costituirono giuridicamente mai, e, per tacere di Siena, di Pisa e di Lucca, anco Firenze i giureconsulti dello impero sostennero feudo imperiale allorquando, prima di spegnersi la stirpe dei Medici, l'Austria ne dispose come di cosa sua; difatti Uguccione della Faggiuola in qualità di vicario imperiale tiranneggiò Pisa, e quando per tradimento di Castruccio sorprese Lucca, ci entrò e la tenne con titolo e potestà di vicario imperiale; nè con diverso titolo la signoreggiò poi lo stesso Castruccio, allorchè Uguccione ebbe perduto a un tratto Lucca e Pisa. Pari furono in Uguccione ed in Castruccio le voglie rapaci e la prestanza nelle armi, superiore d'assai lo ingegno nel Castruccio; e due capi dentro una corona non entrano; e poi, per antichi e per novelli esempi, tristo o no il principe ch'ei sia, non perdona al suddito il dono del regno; i doni che si fanno ai principi, se tali da potere essere rimeritati, essi qualche volta rimeritano; se poi troppo grandi, gli hanno in uggia quanto le ribellioni, di vero gli uni e le altre fanno ricompensare dall'ordinario loro elemosiniere, il carnefice; però Ranieri figliuolo di Uguccione rimasto a Lucca, come più garoso del padre, essendo giovane, smaniando fare troppo presto, fece male, perchè, messe le mani addosso al Castruccio stava per mandargli il prete e il boia; e forse era meglio, ma il popolo, che s'innamora di chiunque ha potenza di fargli male, saltò su i mazzi, minacciando romperla se subito non si liberava Castruccio; di che sbigottito Ranieri da un lato s'industria menare il can per l'aia e dall'altro spedisce al padre Uguccione celeri messi a Pisa onde venisse via: ma Uguccione, che assai compiaceva alle turpi parti del corpo, massime al ventre, standosi a mensa rispose che non cascava nel quarto, e finchè non fu pinzo e satollo non si volle quinci rimovere. Intanto a Lucca il popolo armato si versava per le strade gridando libertà, e quando ci entrò Uguccione, il meglio che gli rimanesse a fare fu di fuggire, mentre Pisa, uscito appena, gli si ribellava al grido di: popolo, popolo, e libertà, il quale, comechè, più spesso che non dovrebbe essere, bugiardo, tuttavolta serbò e serba sempre virtù di agghiacciare il sangue del tiranno.

Castruccio fu tale uomo da scavare le occasioni di sotto terra, pensiamo se se le lasciasse fuggire di mano; gli diedero un compagno che subito gli si strusse a canto a mo' di neve, ebbe potestà quanta ne volle, gliel'assentirono tutti, popolo ed ottimati, acclamazioni di piazza e voti di consigli: usarono i Lucchesi libertà pienissima di costituirsi servi, caso che via via nel mondo si rinnuova. Se alle piccole cose è lecito paragonare le grandi, Castruccio legò al carro della sua fortuna Lucca come già Napoleone la Francia, uguali i trionfi, l'ebbrezza e i rovesci; in questo il Lucchese più avventuroso del Côrso, che quegli non vide la malignità del destino avverso, mentre Napoleone l'ebbe a provare vivo; Castruccio vinse i suoi nemici sempre o quasi, mirabile lo celebrarono, e veramente fu per moti celeri, per subiti assalti, per sagaci ritirate, espugnò terre, vinse battaglie nelle storie famose, si assoggettò Pisa, prese e riprese Pistoia, trascorse fin sotto le mura di Firenze e per istrazio ci fe' correre tre palii, uno di meretrici; qual civanzo ne trassero i Lucchesi? Ludovico il Bavaro prima spoglia della signoria paterna i figli di Castruccio e poi lascia su quel di Lucca i Tedeschi quasi belve in pastura, i quali, fastiditi del soggiorno, anelando i patrii luoghi, la mettono allo incanto, la offrono a Firenze che non la vuole, a Pisa che anch'ella la rifiuta; all'ultimo come ciarpa vecchia la comprò un mercante genovese, Spinola, che la tenne poco e male e ci rimise le spese; gli subentrarono uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, Piero Rossi di Parma, lo Scaligero di Verona: venduta e rivenduta, che anco dopo tanto tempo è una pietà leggere, per ultimo cascò nelle mani dei Pisani acerbissimi ed eterni nemici dei Lucchesi, sicchè adesso che hanno perduto perfino la gagliardia dell'odio con mutui dileggi si trafiggono fra loro, tanto è fecondo nel cuore dell'uomo il seme del male! I Fiorentini si ricattarono altresì contro i Lucchesi, e di che tinta! e col cambio resero loro le scorrerie del paese, le uccisioni, i guasti del contado e perfino i tre palii côrsi sotto le mura di Lucca, compreso quello delle meretrici. Vuolsi notare che in mezzo a tutti questi tramestii le forme apparenti della repubblica non mutarono, stettero gli anziani, il capitano del popolo, il potestà ed i consigli; la qual cosa dimostra quanto sieno poca cosa gl'instituti dovo manchi la sostanza.

A Pisa tiranna di Lucca tiranneggiava il mercante Agnello, che caduto dall'alto si ruppe ad un tratto una gamba e la tirannide; allora sopraggiunse lo imperatore Carlo IV acclamato dai Lucchesi come liberatore, ormai ridotti a tale da stimare libertà il mutamento di servaggio: lo imperatore in primis volle quattrini, e quindi concesse loro le facoltà della zecca, dello studio, di conferire lauree e parecchie altre coserelle a patto che nello impero restasse fermo il diritto di superiorità in tutto e per tutto, compreso l'utile dominio. Degli scrittori lucchesi taluno afferma da Carlo IV derivare la libertà di Lucca, altri sostengono all'opposto ch'ei ribadì le catene vecchie, e mi sembra che questi abbiano ragione: per ora fittaiuoli del proprio paese diventano i Lucchesi; nè dai principi vuolsi aspettare mai libertà diversa da questa.

Tanto vero così che lo imperatore avendo lasciato in Toscana un suo vicario, questi in Lucca si recò in mano la elezione del potestà, ricevè giuramenti, gli anziani non elesse ma approvò, e via discorrendo; ma i Lucchesi si misero alla usanza del ragnatelo a rifare la repubblica loro, ed ora agli anziani reputando spediente preporre un gonfaloniere, lo fecero; poi l'autorità loro stabilirono; pian piano anco di un po' di milizia si provvidero; ricomposero le tasche per la elezione degli anziani; il fitto annuo venne rinunziato; che più? ottennero il privilegio di essere padroni in casa propria, ma come vicarii imperiali o, vogliam dire, rappresentanti di un padrone straniero.

Nella composizione di questo reggimento fu provvisto che vi partecipassero così nobili come popolani; ma a ciò non consentirono i nobili, i quali nella potestà non si chiamando contenti di prevalere, la presero tutta, e sta bene; vissero e vivono finchè possono vita di consorteria i patrizi; tuttavia anco in seno al popolo si formano le consorterie, e allora queste diventano non già forza, bensì cancrena di popolo. Il popolo, dacchè i patrizi rifiutano uguaglianza, li dichiara decaduti dal reggimento e si chiude un nemico nelle viscere: veramente nemici sarebbero stati essi sempre, ma, esclusi a questo modo, i patrizi per necessità dovevano agitarsi irrequieti: tutto ben ventilato, a sperdere le consorterie io non ci vedo altro modo che il bando dei consorti o permanente o temporaneo e fuori dello stato: certo grave partito questo o copioso di danno, pure altro meno nocivo non mi riesce trovare, ed è ruina espressa sopportarli chiusi dentro il corpo sociale: per la quale cosa bene conobbe gli umori di costoro il dabbene cittadino Francesco Guinigi quando per ischermirsi dalle insidie patrizie propose un magistrato di cui unico fine fosse la difesa della libertà, che fu chiamato dei conservatori della libertà e del buono stato; accettarono ed elessero a farne parte lui primo. I patrizi, accortisi della ragia, si diedero moto per istrozzare cotesto magistrato sul nascere e levarono tumulto, se non che il magistrato diede prova di essere nato co' denti, imperciocchè, agguantati quattro, tagliò al primo il capo e la mano destra, gli altri licenziò col solo taglio della testa. A Giovanni degli Obizzi precipio eccitatore del tumulto, trovandosi fuori di città, intimarono stesse lontano; non obbediva, audacemente rientrava, sostenuto con passione diceva: Questa la ricompensa dello esilio sofferto durante la tirannide pisana? questo il compenso della scemata sostanza? Così Lucca ristora i suoi figliuoli del sangue versato per riacquistarle libertà? A cui rispondevano: Or come per mercede della difesa libertà tu vuoi che ti soffriamo tiranno, tu per te combattevi e non per noi, dacchè Lucca in potestà altrui non poteva essere tua. — Tuttavia, oltre al confermargli il bando, da ogni altra molestia si rimasero: costui bestemmiò il popolo ingrato; a me par giusto.

Nel 1372 ebbe compimento lo statuto della repubblica; le forme repubblicane sempre, ma per così dire l'aria repubblicana non vi circola dentro, dagli uffici esclude i nobili e i cavalieri di parecchie famiglie, gli Antelminelli e i consorti tutti, ma nè anche ammette il popolo in generale e non pochi dei popolani ormai per industrie proficuamente esercitate diventati cospicui. Non è da dirsi se dai desiderosi di novità fosse inviso il magistrato dei conservatori della libertà; e siccome di vero appariva eccessivo, come sono sempre quelli i quali o una grande necessità od un grande timore suggeriscono, così non fu difficile apporgli accuse; ad evitare le quali ne raddoppiarono il numero e provvidero che solo un terzo per anno tenesse lo ufficio: e a questo modo un tempo durò sostenuto dalla bontà grande di Francesco Guinigi, ma egli cesse al fato comune nel 1384; allora tornarono i mestatori a lacerare più perfidiosi che mai il magistrato dei conservatori della libertà, e tanto pontarono che all'ultimo ottennero si abolisse; ai conservatori surrogarono i commissari di palazzo, ma erano altra cosa, imperciocchè lo ufficio di questi stesse unicamente nel vigilare le fortezze e le faccende della guerra: di qui incominciò uno screzio tra i Guinigi e i Forteguerra, cui piaceva l'acqua torba per pescarci dentro, del quale tentò approfittarsi Giovanni Obizzi fuoruscito mandando lettere ai suoi partigiani col mezzo di due frati; il reggimento, che stava a orecchi tesi, n'ebbe odore, e in un bacchio baleno acciuffa, tormenta e fa confessare i delinquenti, dei quali i laici decapita, i chiesastici manda a Roma. Giovanni degli Obizzi si era male apposto; i Lucchesi allora aborrivano moversi non perchè stessero bene, ma perchè temevano trovarsi peggio, sicchè con decreto amplissimo bandirono che le leggi veglianti sopra i consigli e le imborsazioni rimanessero inviolabili nè alcuno si attentasse arringare per riformarle: ma ecco mentre si guardano dalla pioggia sopraggiunge loro addosso la gragnuola.

I Guinigi, massime Lazaro figliuolo di Francesco, reputandosi offesi dai Forteguerra, tra cui primeggiava Bartolomeo dottore in leggi ed estimato uomo d'assai, nella occasione che si aveva a rinnovare la tasca per la imborsazione dei collegi si dimenarono in guisa che poterono escluderne la più parte dei Forteguerra, e Bartolomeo più volte gonfaloniere e anziano fecero noverare fra gli arroti o, vogliam dire, supplenti, i quali costumavasi trarre dai giovani che non avevano mai tenuto maestrato. Buonagiunta Schiezza fece la spia o per levità o per tristizia; Bartolomeo meritamente ne mosse strepito infinito, e seco quanti queste soperchierie detestavano; i quali umori desiderando sopire sul nascere, il senato propose aggiungere una tasca di ducento dieci cittadini dove gli esclusi sarebbero stati imborsati, con avvertenza però che non avessero ad essere tratti se la prima non fosse vuotata: pretesto di simile novità fu che, molti cittadini stando fuori a cagione della morìa o per negozi, importava provvedere affinchè gli uffici non rimanessero scoperti, ma Bartolomeo, invece di quetare, s'incollerì due cotanti, e parendogli che quello non fosse riparo bastevole alla ingiuria, lacerava la turpe pusillanimità del senato; voleva al tutto cassa la imborsazione, i truffatori puniti; sotto sembianza di giustizia la vendetta compita: tentaronsi diversi modi di composizione, e taluni parvero tali da contentare chi ormai non avesse fermo il chiodo di romperla; e questo per lo appunto era l'animo di Bartolomeo, il quale, valendosi della congiuntura di Forteguerra entrato gonfaloniere, ruppe in aperta contesa; gli mandò la virtù, e la fortuna; prevalse il Guinigi, che, espugnato il palazzo, mentre il gonfaloniere repugna a lasciarglielo sgombro, cade iniquamente spento dai seguaci satelliti. In questo tumulto si nota un caso che male s'intende, se pure non si spiega così, che il Guinigi, tutto inteso a vincere, fece di ogni erba fascio per procurarsi satelliti, i quali poi inferocirono per proprio conto, chè la mala compagnia grava sempre non solo le spalle, ma bensì anco l'anima e la fama: parecchi vinti al furiare della plebe ebbero asilo nelle case del Guinigi e furono salvi; i fratelli Serangeli, lo stesso Bartolomeo Forteguerra rimasero spenti a ghiado; dopo passato il Rubicone che avanza a Cesare? Diventare imperatore o morire trafitto; a Lazaro occorsero ambedue i fati: fu principe assentendolo unanimi gli sbigottiti cittadini; pochi emuli bandì, fra questi Gherardo Burlamacchi antenato di Francesco, agli altri concesse perdono. A dire il vero, ei si mostrò mite tiranno, ma delle arti tiranniche si valse con inestimabile studio, condusse armi straniere, poche e fidatissime le paesane, profuse grazie ai complici meno per gratitudine che per allettamento a mantenerseli fedeli, si circondò di guardie, anzi diede loro stanza nel suo proprio palazzo. Non diverso dai prudenti tiranni, le forme del reggimento lasciò illese, e tuttavia giunse ad alterarne la sostanza, conciossiachè ridusse lo stato nelle mani dei borghesi, istituendo, per così dire, una oligarchia d'interessi, da cui escluse i dottori di leggi, i medici, i lettori di studio, insomma chiunque per dignità di dottrina o per eccellenza d'ingegno presentisse dovergli un giorno procedere avverso; nè può negarsi che secondo l'ordinario andamento delle cose umane ei si apponesse. In odio agli emuli Lazaro tutto quello che da loro emanava distrusse; perfino lo statuto penale stesso nella massima parte da Bartolomeo Forteguerra in codesti tempi lodato, cui fece vie più desiderare il nuovo sostituito e che all'ultimo venne richiamato in vigore con plauso di quelli che lo composero: infine, perchè cotesta antica soperchieria in tutto e per tutto alle nuove e alle nuovissime rassomigliasse, con solenni apparecchi si resero grazie a Dio, quasi per renderlo complice del reato. Dio pur troppo alle miserie nostre non attende o non le cura; chè, se così non fosse, e dove meglio potrebbe adoperare i suoi fulmini quanto a incenerire colui che, tradendo la fede del popolo, se ne fa con violenza tiranno? Il vendicatore fu Antonio Sbarra nipote ai Forteguerra: costui per condurre a fine il disegno si fece famigliare di Lazaro, gli entrò in grazia, ne sposò la sorella, e covata la vendetta sette anni, certa sera mentre Lazaro si stava senza sospetto di lui a suono di pugnalate lo ammazzò. Nè a lui nè alla patria giovò la Nemesi, ch'egli n'ebbe mozzo il capo, e quella non ricuperò la libertà; i cittadini bollirono un cotal po', ma non diedero di fuori; della quale ventura e della pestilenza che allora infieriva approfittandosi, i Guinigi riserrarono gli ordini oligarchici riducendo il reggimento in dodici del consiglio con balía suprema sopra tutte le cose, da durare finchè non cessava il contagio. Il contagio cessò, ma costoro non ismisero la balía: allora i cittadini ripigliarono a brontolare e accennavano a peggio; li prevenne Paolo Guinigi, che sostenuto dai soldati mercenari si costituisce tiranno; cupido e avaro lo dice la storia e a tutta prova codardo; eccetto questi meriti, altri non gliene sappiamo, ma l'avere accolto Gregorio XII con gentilezza ed undici cardinali gli fruttò la rosa d'oro, dono solenne dei sommi pontefici largito ai sostegni della Chiesa: di viltà in viltà, dopo avere patteggiato co' ladroni del suo paese, giunse allo estremo di tutto, che fu negoziare la vendita di Lucca ai Fiorentini; e poichè tanta infamia non seppero tollerare, i Lucchesi, accontandosi insieme, gli fanno impeto addosso e presolo lo giudicano: dichiarava lo statuto che il magistrato reo di avere manomessa la libertà della patria pagasse del capo; gli risparmiarono pietosi troppo il patibolo, sì bene lo consegnarono al conte Francesco Sforza, che lo mandò a Milano, donde trasportato a Pavia, quivi miseramente morì prigione.

Dev'essere la libertà gaudio divino, dacchè una sembianza di lei o un grido che la chiami bastino a empire di dolcezza un popolo intero. Le campane sonavano a gloria, sulle torri, dai balconi sventolavano le bandiere, le pareti comparivano ornate di drappi stupendi per oro contesto e per seta; di liete voci intorno echeggiava l'aere, i cittadini frequenti per le vie abbracciavansi e piangevano e tutto questo perchè s'invocava il nome della libertà. Si adunarono cento padri di fediglia, i quali, dopo avere dichiarato che repubblicani volevano morire siccome erano nati, elessero dodici cittadini cui diedero balía di riformare lo stato, fra questi Pietro Cenami, della ruina del Guinigi massima parte, che poi crearono gonfaloniere: ma rei tempi soprastavano a Lucca, la quale non valse a districarsi da guerre infelici e dalla più desolata carestia: bene accolse dentro le sue mura vincitore Nicolò Piccinino e mostrò rallegrarsene come si può per vittoria la quale non ti porta benefizio ed è vinta con armi non nostre; ella abbattè le mura della cittadella Augusta, arnese di tirannide, stimando che distrutto il covo fosse spenta la bestia; i beni dei Guinigi confiscò, scarso compenso dei danni patiti; ai suoi discendenti interdisse la terra, dove sarebbero tornati non figli ma lupi; e poichè tristi cittadini, o per lo effetto dei loro mali pensieri ovvero ad istigazione altrui, non posavano di macchinare in iscapito della repubblica, si restituiva il magistrato per la custodia della libertà ed in danno dello sciagurato Cenami, imperciocchè, detestando gli scapestrati il rigido gonfaloniere, notte tempo entratigli in quattro nella stanza dove ei dormiva dietro la scorta di due anziani colleghi di Pietro che li guidarono, di mille punte lui inerme ferirono e misero a morte. Il defunto con esequie spontanee onorarono; i principali operatori della strage di lui decapitarono; e la storia con dolore registra complice del misfatto un Giovanni Burlamacchi, anch'egli dei maggiori di Francesco, e però condannato a carcere perpetuo. Da ora in poi solertissima la vigilanza dei custodi della libertà: onde il doppio tentativo di Ladislao Guinigi figlio di Paolo per sorprendere Lucca riuscito a vuoto; del pari scopersero la congiura di Michele Guerrucci, il quale, comunque anziano si fosse, rifuggì legarsi con uomini di piccolo affare per sovvertire lo stato in mezzo alla solennità di santa Croce; condannato nel capo, ottenne grazia per intercessione del duca di Milano a patto che si riscattasse con diecimila fiorini d'oro da pagarsi in due rate; arrivata la scadenza della prima, non pagata la moneta, pagò col capo: di ciò sendosi dolto il duca di Milano, come quello a cui parve non si avesse avuto debito riguardo, i Lucchesi mandarono oratori per iscusarsi; se ne sarebbero astenuti un'altra volta, per cotesta ormai non ci era più rimedio.

Per ischermirsi da tante e siffatte insidie, a questi tempi venne fuori la legge detta del discolato, da taluni come ottima difesa, da altri come pessima lacerata: su la quale è da avvertirsi che necessità non ha legge e che per insulso culto della libertà non si devono lasciare le mani libere, e peggio poi armarle, ai nemici di lei perchè la trucidino: la questione sta nell'adoperare i partiti straordinari lealmente in pro' del vivere libero, e tanto si ottiene quando lo stato si governa davvero a libertà; in caso diverso tu somministri i flagelli per isferzare i buoni a vantaggio de' rei: a questo modo avvenne nel nostro regno d'Italia due volte, perchè nè retti nè reggitori amano, sanno o vogliono la libertà: di libertà a noi le veci e il sembiante, ai figli nostri la sostanza. Ora ecco la legge del discolato che fosse: di tratto in tratto i consiglieri erano chiamati a segnare una nota di cittadini reputati perniciosi alla repubblica; tutti quelli che nello squittinio occorrevano scritti in due terzi delle note si mettevano da parte e si sottoponevano da capo alla votazione del consiglio se avessero a bandirsi; dove si trovasse che in tre quarti dei voti erano per bandirsi, durante tre anni cacciavansi fuori di stato.