Intanto maturavano i frutti della nuova riforma, e si chiariva a prova come, per abbattere i Salvi, i popolani ed i riformatori si erano tirati sul collo i noveschi, i quali seguendo l'antico costume usavano ed abusavano del fresco favore della fortuna; per lo che tornarono ad agitarsi peggio di prima, sopra tutti l'arcivescovo Bandini, il quale, a quanto pare, non era farina da farne ostie. Lo imperatore teneva suo rappresentante in Siena lo Sfondrato, che ormai procedendo a carte scoperte favoriva la fazione novesca, nè in ciò era mal visto, sicchè quando di lui si lamentavano per questo i popoleschi in corte egli era come dicessero al muro, Messer Giulio Salvi senza virtù e senza credito cascò come frutto fradicio; chiamato in Fiandra e messo in prigione dallo imperatore, così poco i Sanesi attendevano a lui che la sua prigionia conobbero unicamente dalla libertà concedutagli quando Austria e Francia accordaronsi nel 1544. Poco dopo susurrarono che lo Sfondrato lavorava in pro del papa per grandi promesse che ne aveva ricevuto (e parve vero, dacchè indi a breve, ridottosi a Roma, fu promosso cardinale): allora in fretta e in furia lo imperatore diede il puleggio allo Sfondrato, sostituendogli don Giovanni di Luna castellano a Firenze della fortezza di San Giovambattista. Errore vecchio che dura sempre, senza sembianza di cessare per ora, egli è che per mutare governatore si muti governo: però don Giovanni patrizio, inzuppato di frenesie baronali, che in quei tempi reputavano vangeli, e poi per conoscenza dello umore del padrone, appartatosi dai popolani, si accostò co' noveschi; in questo pari affatto allo Sfondrato, da lui diverso in questo altro, che con don Giovanni Roma si trovò chiusa la porta in faccia; allora non potendo ella armeggiare per via obliqua, venne fuori dirittamente il cardinale Farnese ad arruffare con certe sue liti sopra le castella di Maremma; gli fu risposto che queste liti erano state composte e come all'abbazia di Santo Anastasio, di cui era abbate il Farnese, fosse stato per compenso conceduto il contado di Montresoli; ma la prova della ingiustizia delle sue ingordigie fu sempre l'argomento che valse meno in corte di Roma; lo imperatore informato invitò il papa a non molestare i Sanesi, almeno per ora, ed il papa appese la spada alla rastrelliera per tornare ad usarla a tempo ed a luogo.
Accaddero intanto guerre alle quali i Sanesi talvolta presero parte e tal altra no; all'ultimo ebbero sosta per istracchezza dei contendenti più che per altro e con lo esito ordinario di tutte le guerre; sperpero di anime, sperpero di sostanza pubblica, miseria presente e disperazione futura; chi non perse, i principi adesso parchi perchè, rifatti da capo danari e soldati, potessero continuare il trastullo sanguinoso delle battaglie, gioco anch'egli per loro, dove invece di carte adoperano uomini. In questa stracchezza universale che per difetto di meglio chiamavano pace, don Giovanni venne in pensiero di farsi signore di Siena, e, sinceri o no, lo spalleggiarono i nove a patto di opprimere con lui gli altri monti; di qui la cresciuta insolenza dei nove massime giovani, cui pareva grandigia conculcare i popolani tantochè uno di loro certo Ottaviano Tondi freddò di una coltellata un plebeo vocato il Bianchino; il popolo di subito saltò in piazza urlando: Ammazza! ammazza! e rincorse l'omicida, il quale con la lingua fuori ripara nella chiesa di S. Agostino e poi si nasconde in certe caverne dove non fu possibile trovarlo. I noveschi, atterriti dal nuovo pericolo, si strinsero insieme in forte ed ordinata schiera: onde i popoleschi, considerando che per allora ci era caso da andarne per le rotte, si ritirarono a casa pur mordendosi il dito. Ma i nugoloni abbuiavano il cielo, ed era facile giudicare la procella vicina; onde i noveschi si affaticavano a tutto uomo ad afforzarsi, e sottomano don Giovanni gli aiutava con ogni sua possa; poi, per parere imparziale, avvisava i popoleschi a non lasciarsi cogliere alla sprovista, ed in pubblico increpava ambedue; girandole da furbi gaglioffi per le quali i pretesi uomini di stato arieggiano Bertoldo quando si nascondeva dietro un vaglio; i popolari lo irridevano e si apparecchiavano di cuore ad ingaggiare la suprema battaglia; la plebe stava co' popoleschi inferocita dallo avere un bel mattino trovati appesi agli usci delle botteghe loro mazzi di capestri, e le fu detto in minaccia della sorte serbatole dove mai prevalessero i noveschi: certo è bene che parecchi affermavamo, e non senza verosimiglianza grandissima, cotesto tiro movere dai popoleschi; ma, considerando che il procedere in cotesta maniera si adattava meglio ai costumi ed agli interessi dei noveschi, così i noveschi senz'altro incolparono; avvertenza questa della fallacia dello argomento di sospettare colpevole del reato quello a cui giova; in siffatta disposizione di animi basta una favilla a suscitare lo incendio, e la favilla non manca mai; adesso furono le nozze, che belle e magnifiche ammaniva don Giovanni per certa sua figliuola la quale andava sposa ad un barone napoletano: ci si dovevano fare giostre e torneamenti, epperò ordinarono una spianata davanti la casa di don Giovanni; la quale opera considerando i popoleschi, presero a mulinare si stesse costruendo un bastione per impedire loro la entrata nella contrada del Pantaneto, sospetto cresciuto da vedere come i noveschi si fossero fatti forti nella casa di un Mancino dei Tommasi, quasi serrame a impedire che il popolo trascorresse per la Costarella e luogo acconcio così per soccorrere gli amici, che dal Terzo della città intendessero passare per Camollia, come per essere sovvenuti da loro: per altra parte i noveschi, avendosi a nominare in cotesti giorni il capitano del popolo, tenevano per sicuro uscirebbe uno della propria fazione, mentre all'opposto rimase eletto Giovambattista Umidi popolesco: di ciò n'ebbero maraviglia e spavento; quindi da ambe le parti non pure voglia ma necessità di venire a mezzo ferro. Intanto si celebrano le nozze della figlia di don Giovanni, canti, suoni, balli e banchetti splendidissimi; tutto questo pei signori, pel popolo si ammanirono dopo il pranzo abbattimenti condotti dagli Spagnuoli, cose stupende, non mai viste per lo addietro nè da vedersi più innanzi; ne andarono le grida attorno con accompagnatura di tamburi e di pifferi, e il popolo in onta alla smisurata sua curiosità non si mosse, fermo alla posta egli stette con la mano sopra la spada: allora ne tentarono un'altra, e fu di bandire che pel sette di febbraio si sarebbe data sulla piazza una solenne caccia di tori; e sfoggiati allestimenti si fanno i palchi mirabili per arazzi e damaschi, le livree dei giocatori di vari colori, i tori scelti fra i più feroci delle Maremme, le musiche continue, bisognava avere i piedi di piombo per tenerli in casa; e il popolo i piè di piombo ebbe; agevole poi spiegare la insolita immobilità sua solo che tu sappia come atroce disegno dei noveschi fosse cascare addosso del popolo inteso allo spettacolo e menarne strage, e della trama questo avesse pigliato odore.
Don Giovanni, vista la mala parata, il dì veniente mandò pei caporali delle parti contrarie tentando raumiliarli con parole oneste affinchè alla travagliata patria dessero pace, e provò contrasto dove lo credeva meno, vo' dire dal lato dei noveschi; ai quali parendo stare bene in istaffa, non consentivano cedere, onde il giorno otto di febbraio, saltati nella strada in armi, essi presero a gridare: «Imperio, imperio, nove, nove.» Di subito un correr di gente a precipizio; le botteghe serransi in furia, ognuno va per armi; primo dei popoleschi a mostrare il viso un Giuli, ma gli Spagnuoli sparandogli addosso il ferirono; il Turamini investe Annibale Umidi e lo lascia in terra per morto: i popoleschi pronti accorrono alla riscossa e condotti dal Luti e da Landucci vietano ai noveschi irrompere dal Pantaneto. Giambattista Umidi capitano del popolo, come quello che, allevato in mezzo ai trambusti, quando accadevano, invece d'impaurirsene faceva pasqua, ordina sonarsi a stormo la campana grossa del palazzo, appello al popolo della patria in pericolo; di subito tu vedi versarsi un formicolaio di gente armata per le strade, la quale ottimamente condotta da prodi cittadini con irresistibile impeto si avventa contro certa bastita fabbricata dai noveschi in Camollia: in meno che non dici amen la bastita è sfondata, i difensori dispersi, ma non giova loro la fuga, chè raggiunti sono messi al taglio della spada; taluno si rimpiattò, e non gli valse, rinvenuti per le stalle, quivi trovarono la morte. In altra parte sei giovani noveschi più animosi che savi, non potendo starsene addopati ai muri di casa Bonsignori, scendono su la via e si cacciano dentro ai popoleschi, i quali sopraffatti dal furiosissimo assalto cedono terreno, e gli altri incalzano, sicchè pareva ormai che avessero la vittoria in pugno, quando di un tratto una grossa banda di Fontebrandesi li percuote di fianco; per la qual cosa mandati sossopra e respinti verso la casa, ebbero per ventura trovarne la porta aperta per ripararvisi dentro: colà attendevano a difendersi alla disperata, pure aspettando che i compagni del Terzo della città corressero a soccorrerli; ma i compagni, visto il caso buio, cagliarono. In questa il capitano del popolo Giambattista Umidi chiama attorno di sè gli Spagnuoli; ma questi essendo stati i primi a menare le mani contro i popoleschi, pensarono che andare adesso a mettersi in mezzo a loro e' fosse come tornare a pigione in bocca al lupo, però ricusarono netto: ora don Giovanni comanda loro escano fuori per accompagnarlo a sedare il tumulto; ma pieni di ardimento contro il popolo inerme e poco, ora che infuria come mare in burrasca, essi ricusano anco più netto. Don Giovanni, non volendo mancare al debito suo, non avendo sotto mano di meglio, si circonda di taluni suoi parziali tra i popoleschi e i riformatori, e con esso loro si accosta alla combattuta casa pregando posassero le armi, non si facessero con le proprie mani giustizia, rispettassero l'autorità, le leggi osservassero; a lui stava multare della meritata pena i colpevoli, di cui il misfatto egli affermava, per testimonianza propria, espresso. Urla e minacce accolsero la intempestiva orazione mentre l'accompagnatura gli spulezzò dattorno: ei non si sbigottiva per questo, anzi sceso da cavallo e solo si recò fino a piè della porta della casa Bonsignori e quivi a mani giunte supplicò grazia pei rinchiusi: qualche popolesco, sendochè gli atti generosi abbiano virtù di commovere sempre fortemente il cuore del popolo, gli disse parole cortesi, ma la più parte degli altri infelloniti, con occhi strabuzzati e accese labbia, gridarongli: «Si levasse loro davanti, chè se no, ce ne sarebbe anco per lui: quanto quivi accadeva era per colpa sua; andasse via.» Don Giovanni non se lo lasciò intimare due volte; levò le ciglia in su a guardare la casa, poi, borbottando un: consummatum est, si ridusse in palazzo, il quale con molte guardie diligentemente assicurò. Avendo intanto il popolo raccolta copia di fascine, disegnava con esse incendiare la porta della casa e così ad un tratto espugnarla, se non che quei di dentro, o per furore di morte vendicata, o per isperanza di vita conservata, dalle finestre fioccavano archibugiate da mettere in cervello anco i più animosi; il capitano Enea Sacchini, vedendo che alla scoperta non riusciva l'assalto a bene, entrò co' compagni nelle case dirimpetto, e quinci riparati dalle finestre fecero un fuoco d'inferno; per la quale cosa gli assaliti sopraffatti cessarono il trarre, sicchè, levate le offese, potè il popolo accostarsi alla porta, arderla ed irrompere in casa. La rabbia del popolo non ha paragone che con quella degli elementi; prece o minaccia ugualmente inutili per lui; in quanti il popolo occorse, tanti scannò; qualcheduno si arrampicò su i tetti, ma quivi raggiunti presero con presentissimo pericolo a correre pei tegoli; e i popolani dietro con non minore pericolo ad agguantarli e, presili, a rischio di rotolare giù insieme avviticchiati, scaraventarli di sotto: le strade andarono lunga ora funestate per pozzanghere piene di sangue umano e per membra ed ossa lacere; nè la età novella salvò dal fato estremo il giovanetto Giulio Orlandini, il quale, per miracolo uscito fuori e passata felicemente una prima schiera di popolani, s'imbattè in una seconda che da parte a parte con le alabarde lo traferì; più avventuroso Giorgio Trecerchi, il quale, tratto a sè l'uscio di una cantina, si nascose nel vano a triangolo che l'uscio si lascia dietro quando tocca la parete parallela, ed i feroci, mentre cercavano da per tutto, lì non frugarono. Nè vi fu casa di noveschi che rimanesse illesa; causa di questo rovistare per ogni angolo la brama di trarre l'arme di mano ai nemici; ma poichè nei tempi andati la medesima causa fu pretesto a taluni di rapina, i caporali bandirono chiunque grancisse pagherebbe del capo; e non solo le case dei noveschi furono perquisite, bensì non andarono immuni quelle dei popolani, imperciocchè il popolo, informato come taluno pietoso gli avessero raccolti, volle rivilicarle, e lì pure trovatili, si difendessero o no, inermi ovvero armati, li trucidò; poi mosse contro il palazzo di don Giovanni brandendo le armi e le faci, e fu mirabile cosa che cotesto Spagnuolo, il quale fin lì aveva dato buon saggio di sè, sfinito di animo non valesse a far contrasto, al contrario ordinasse si aprissero le porte al popolo: questi entrò digrignante i denti e prima che si palesasse il nemico vibrava il coltello; tuttavia, cerca e ricerca, rovista da cima in fondo ogni ripostiglio, non rinvenne persona, conciossiachè, come il Malevolti racconta, i malcapitati noveschi (e pare impossibile!) aggrappandosi su pei pilastri si rannicchiassero sopra i cornicioni delle finestre i quali a sufficienza sporgevano in fuori, e colà stettero parecchie ore in agonia, chè, essendo ormai calata la notte, non furono veduti.
A perpetuare il tumulto ecco giungere nuova che le battaglie del duca Cosimo si appressavano ai confini, già si sa, per tutela delle persone e per la quiete dello stato (che a cotesti tempi la causa della civiltà non era stata ancora inventata.) La balía, e i popolani dando nei lumi sbuffavano e non provvedeano. Giovambattista Umidi capitano del popolo allora mandò alle terre del dominio perchè tosto spedissero i loro uomini armati alla città; nella notte da Valdichiana e da Moltalcino ne vennero mille, e gli altri dietro come onde del mare; entrarono, circondarono il palazzo di don Giovanni, gli voltarono contro due cannoni e si ammanirono a farne un falò. Don Giovanni atterrito domandava al capitano: «Ed ora che novità è questa?» E il capitano a lui: «La novità è che questa gente di qui non si muove se le battaglie del duca di Firenze che voi avete chiamato ai danni della città non sieno tornate prima nei loro alloggiamenti.» Don Giovanni s'ingegnò di fare l'albanese messere, protestando di non saperne nulla e che scriverebbe ben egli di buon inchiostro al duca che badasse ai fatti suoi e non si desse pensieri del Rosso. Il duca, avvisato che non tirava buon vento, ritirò le battaglie e spedì persona apposta per ragguagliare a modo suo lo imperatore dello accaduto; non meno solerte di lui il capitano Umidi inviava in diligenza un suo fidato al marchese Del Vasto affinchè la città dalle calunnie dei malevoglienti difendesse. Dato a tutto questo recapito, popoleschi e riformatori si assembrarono nello arcivescovado per vedere un po' quali provvisioni si avessero a pigliare; il Palmieri, che passava per testa forte e dottore era e sputava tondo, disse che per opinione sua bisognava stare alla riforma del Granvela (che universalmente si credeva consigliata da lui) e di più tenersi bene edificato don Giovanni, il quale commosso della attenzione avrebbe speso di buone parole presso lo imperatore per giustificare il popolo. Messer Antonio dei Vecchi, guardatolo un cotal po' alla trista e tentennando il capo, rispose: «che rifar carte dopo aver vinta la partita la era cosa che costumavano i giocatori nelle taverne, non già gli uomini di stato nei pubblici negozi. Perpetui nemici i noveschi, perdonati più volte sempre più infesti di prima, adesso di nuovo vinti ed a stento si sradicassero così che non potessero più mettere il tallo nuovo sul vecchio: rispetto a don Giovanni sappia messer Palmieri che gli oppressori di prima o di seconda mano non perdonano mai chi abbia loro incusso paura, e se nol sa o non lo voglia sapere, dia a rimpedulare il cervello.» Parole veramente di oro in oro e accette all'universale. Però fu approvato i noveschi, come soperchiatori incorreggibili e di ogni legge intolleranti, si levassaro dal governo dello stato e, pena la vita, cessassero di portare arme così in città come in contado. Don Giovanni, rotti gl'indugi, prese il largo recandosi a Firenze e quindi a corte, dove citò a comparire parecchi dei maggiorenti cittadini, i quali non gli dettero retta. Dopo la sua partenza cassarono la guardia spagnuola, paltonieri che mangiavano il pane dei cittadini a tradimento, quando non lo intridevano nel sangue loro; a questo modo il reggimento rimase spartito in tre ordini di cittadini: popolani, gentiluomini e riformatori. — Qui le cronache e gli istorici ricordano un fatto il quale molto conferisce a chiarire la nostra storia, vo' dire che i Lucchesi inviarono a Siena due oratori, Bernardino Medici e Nicolaio Liena, i quali in pubblico assai si dolsero dei trambusti che avevano conturbato la città, in segreto poi esortavano i reggitori di mettersi tutti d'accordo insieme per mirare se ci era verso di sottrarsi all'abborrito dominio spagnuolo.
Oltre la naturale garosità, due cose rendevano così arditi i Sanesi: la prima e principale le fortune difficili in cui Carlo si trovava rinvolto nella Germania, la seconda la commissione dal medesimo Carlo affidata al marchese del Vasto di assettare le cose di Siena. Il marchese poi si giudicava dai Sanesi svisceratissimo loro, ed infatti era, ma di amor di tarlo, che rode i crocifissi; sicchè correva comune opinione che se il marchese veniva in Siena, di lì a poco se ne sarebbe fatto signore, cosa a molti molesta, ed a Cosimo dei Medici fuori di misura ostica, come quello che si vedeva furare le mosse: onde, che è e che non è, il marchese, mentre a Vigevano stava in procinto di partire, in mezzo a fieri dolori di ventre periva: in cotesti tempi corse voce che Cosimo gli avesse fatto propinare certa sua acquetta la quale per mandare al Creatore era un desío; ma io, se togli che Cosimo di questi tiri era piuttosto innamorato che vago, e forte e grande lo premeva lo interesse perchè il marchese sgombrasse dal mondo, e la solenne sufficienza sua in fabbricare veleni, non ho altro riscontro per confermare cotesta voce.
Dopo la morte del marchese, con vece alterna incominciò a dechinare la fortuna dei popoleschi; lo imperatore in Germania prendeva alquanto di respiro, sicchè gli fu dato di volgere un poco il pensiero all'Italia, e questo fece per riagguantare quanto si era lasciato ire di mano, e per ciò che spettava a Siena ne rimise subito la pratica al Granvela; allora i noveschi si limano a mettere su questo ministro, che non ne aveva bisogno, perchè di propria indole odiava il popolo, e gli sapeva male che avesse, composta appena, lacerata la sua riforma; di più quella licenza della guardia spagnuola molto diceva nel presente e più lasciava intendere nel futuro; don Giovanni dal canto suo non rifiniva da far fuoco nell'orcio, però meno per danneggiare altrui che per magnificare sè stesso, esoso al popolo pel danno che gli aveva arrecato, contennendo ai noveschi pel verun bene che poteva fare e loro non fece, servitore sempre ma coll'occhio aguzzo al proprio vantaggio, modello eterno dello impiegato di tutti i tempi e di tutti i luoghi il De Luna.
Non ci fu più verso di venire a capo di nulla con lo imperatore; indarno, oratori sopra oratori rifrustando su e giù le strade, egli impose che i citati da don Giovanni a comparire davanti alla sua corte, rimasti contumaci, andassero in confino. Questi furono tredici in tutto, distribuiti per diversi luoghi: a Lucca mandarono tre dei principali, messere Marcello Landucci, Giovambattista Umidi e messere Antonio Del Vecchio, gli altri a Milano; ed essi obbedirono, eccetto uno Francesco Savini, il quale non si potendo dar pace di avere a lasciare patria, casa, la diletta consorte, il figlio unico e le sostanze, preso d'angoscia, dopo pochi giorni se ne morì. Quanto agramente dallo universale si sopportassero le novelle asprezze imperiali si argomentò da questo, che, tenendo il defunto le cariche di capitano del popolo, di priore dei magnifici signori e di capo dei Dieci, dopo averlo con amplissimo funerale associato al sepolcro e predicato dal pulpito, riunito il consiglio, tutte le cariche esercitate da lui conferirono al suo figliuolo Enea, comechè appena l'anno vigesimoquinto annoverasse.
Dopo ciò messer Francesco Grasso, una maniera di sbirro togato di cui non fu mai inopia nel mondo, venne da Milano a Siena per dire ai Sanesi che rimettessero i noveschi a parte del reggimento al tutto come nel modello di riforma del Granvela, e si stanziassero i danari per quattrocento fanti spagnuoli che lo imperatore intendeva ci avessero a stare di presidio. I Dieci risposero cotesta essere materia da deliberarsi in consiglio, e frattanto preso tempo inviarono oratori per chiarire che la città non poteva sopportare l'aggravio della spesa di quattrocento uomini; lo imperatore scrisse che se non poteva pagarne quattrocento, ne pagasse cinquecento e si ammanisse a riceverli se pur non volevano che campassero di busca: inverecondi! però che, avendo gittati via centocinquanta mila fiorini di oro per le feste dell'Assunta, i quali molto meglio sariensi spesi pel soldo delle milizie e a murare un castello, adesso gli venissero innanzi a far marina; e poichè gli oratori umilmente gli dichiaravano in primis che, avendo speso danari in onore di Maria santissima, non pareva loro averli gittati via, nè così doveva parere a lui, ch'era quella cima di cattolico che tutto il mondo sapeva; e poi tra pagare soldati stranieri e operai paesani ci correva un tratto, conciossiachè i soldati stranieri intaschino la moneta e la portino fuori, mentre gli operai nostrani la mantengono in casa con augumento delle industrie loro, le quali poi formano parte della ricchezza pubblica; onde lo imperatore, sentendosi stretto, per conchiusione ordinava gli si togliessero dinanzi e cinquecento invece di quattrocento Spagnuoli accettassero e pagassero. Allora i Sanesi, mirando che il capitano del popolo non era stato eletto, si avvisarono di esercitare il proprio diritto nominando il duca di Amalfi, sempre ben veduto da loro; e lo imperatore lo cassò di rincorsa, notificando che a questo ufficio da ora innanzi voleva provvedere egli: per ventura fu lasciato confermare l'Orsucci lucchese nella carica di capitano di giustizia. Per tutti questi umori dal Burlamacchi ottimamente conosciuti, massime se pensi alla antica amicizia tra Siena e Lucca, ai medesimi pericoli ai quali esse andavano incontro, ai vicendevoli servizi, allo scambio dei magistrati continuo fra loro, ai fuorusciti Sanesi confinati a Lucca, alla fortezza che come un freno in bocca ai Sanesi minacciavano Cosimo duca di Firenze e don Ferrante Gonzaga, comprenderai di leggeri come Francesco nostro dovesse fare assegnamento su loro per sussidio dell'altissima impresa ch'egli si era recato addosso. Ora di Lucca, e non fie grave a chiunque, levandosi dallo spettacolo delle miserie presenti, voglia riconfortarsi nella contemplazione degli ardimenti antichi: prima con poco o si vinceva o perdendo acquistavasi desiderabile gloria, ora con grandi apparecchi o si perde o si acquista infamia immortale.
CAPITOLO IV.
Stato di Lucca nei tempi medii pari a quello delle altre terre toscane: i servi si ribellano contro i feudatari e costituiscono il comune. — Imperatore e papa, considerati fonte di autorità nel mondo, talora facevano approvare dallo imperatore gli eletti dal popolo, talora no. — A Lucca i supremi magistrati appellavansi anziani: potestà, capitano del popolo e sindaco che fossero, che facessero, quanto durassero, donde si traessero. — Se ai consigli partecipasse il popolo intero. — I consigli erano due in Lucca e da cui presieduti. — Consiglio di credenza che fosse. — Le tasche dove s'imborsavano i cittadini eligendi quante fossero, e chi vi mettessero. — Agl'imperatori non cale la cessazione dei feudatari a patto di redarne i diritti a carico del popolo. — Lo impero sostenne fino all'ultimo feudi imperiali le repubbliche toscane. — Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani vicarii imperiali a Lucca. — Motto acerbo dell'Alighieri, contro Uguccione. — Digressione intorno a Castruccio, e quante miserie nella sua prosperità apparecchia alla sua patria ed alla sua discendenza. — I Tedeschi lasciati da Ludovico il Bavaro mettono Lucca allo incanto: la compra lo Spinola mercante genovese, che la tiene poco e male; subentrano al dominio di Lucca uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, i Rossi di Parma e gli Scaligeri, finalmente i Pisani nemici acerbissimi ai Lucchesi. — I Fiorentini si vendicano su Lucca delle ingiurie di Castruccio: in mezzo a questi tramestii le forme repubblicane non mutano: forme politiche non rilevano se manchi la sostanza della libertà. — Carlo IV vende la libertà ai Lucchesi; a quali patti ed a che prezzo. — I Lucchesi diventano fittaioli dello impero; poi con diuturna industria anco vicarii. — I nobili non vonno compagnia nel governo della repubblica, e il popolo li caccia via dai maestrati non già dalla città: rimedio unico per purgare gli stati dalle consorterie. — Legge proposta da Francesco Guinigi buona o trista secondo i tempi e gli uomini, e tuttavia necessaria. — Giovanni degli Obizzi e come rintuzza la improntitudine sua. — Statuto del 1372 nè libero nè tiranno, e seme di rancori. — Il maestrato dei conservatori della libertà prima si riforma, poi per la morte del Guinigi si cassa; gli surrogano l'ufficio dei Commissari di Palazzo, ma ad altro fine. Principia lo screzio fra i Forteguerra ed i Guinigi; moto dell'Obizzi spento nel sangue. — I Forteguerra esclusi dai maestrati. — Il senato s'industria rimediarci e come. — Bartolomeo Forteguerra viene alla prova delle armi; è vinto. — Il gonfaloniere Forteguerra da Forteguerra messo alle coltella. — Lazaro Guinigi si fa tiranno: instituisce una maniera di governo oligarchico d'interessi materiali. — Lazaro è ammazzato dal nipote di Bartolomeo Forteguerra, ma i Guinigi non cascano, anzi Paolo Guinigi si fa tiranno assoluto: sua viltà e sua avarizia; pure ha la Rosa di oro da Roma. — I Lucchesi lo combattono, lo vincono, lo condannano a morte; poi lo mandano prigione a Pavia, dove muore. — Riforma dello stato. — Pietro Cenami gonfaloniere, procedendo rigido più che non conveniva, è ammazzato: vendetta che ne pigliano i Lucchesi. — Nuove congiure. — Michele Guerrucci per non avere con che pagare le multe è decapitato. — Legge del discolato che fosse: ragione dei provvedimenti straordinari che gli stati pigliano nelle vere o credute necessità; e quando giovino, e quando no. — Condizioni della signoria di Lucca di faccia allo impero: privilegio di Carlo IV, impronta pitoccheria di Massimiliano I in contrasto con l'avara tenacità dei Lucchesi; per ultimo Massimiliano sbracia privilegi; Luigi XII anch'egli vuole quattrini per non far male. — Carlo V, e nuovo mercato per Lucca dovendo le concessioni imperiali finire con la persona che le fa. — Caso festevole avvenuto fra Massimiliano ed i Lucchesi per cagione di 1000 scudi. — Lucca reputata sempre feudo imperiale. — Nuovi tumulti provocati dai Poggi: origine prima del tumulto il benefizio di Santa Giulia; l'Orafo creatura dei Poggi malmena la famiglia del vescovo. — I Poggi ammazzano il gonfaloniere Vellutelli, feriscono Piero e Lazaro Arnolfini; vogliono imporre gonfaloniere Stefano da Poggio, gli anziani rifiutano. — Cittadini armansi a sostenere gli anziani; questi, per tôrre capi ai sediziosi, li perdonano, contro gli altri procedono; diversità tra Genova e Lucca in proposito, se e quanto meriti lode per questo. — Tumulto degli Straccioni e perchè chiamato così. — Cause del tumulto. — Oligarchia borghese e suoi scopi miserrimi; esclusione dei cittadini dalle magistrature; riforme intorno allo statuto dell'arte della seta ed angherie ai tessitori; comincia il subbuglio: gli anziani, come suole, non cedono poco in tempo per cedere troppo inopportunamente. — Adunanza popolare nel convento di S. Lucia; e quello che ci si discorse: che cosa si deliberasse di domandare. — Cenami gonfaloniere ben disposto a concedere le cose richieste. — Feroci parole di Fabbrizio dei Nobili rimettono in compromesso la pace. — Di nuovo il popolo si aduna, ma non ingiuria persona. — Anziani mandano pacieri, e sono accolti male, i tumultuanti domandano pane; pure si viene a patti, e sembra composto lo screzio. Chi soffia dentro perchè lo incendio rinfocoli. — Cagioni di querele manifestate. — Si riforma il reggimento, nuove concessioni al popolo, e non si conchiude nulla; ne sono cagione i giovani scapestrati, principalmente quelli che avevano cessato il mestiero delle armi. — Malefizi dei giovani insofferenti di ogni freno. — Partiti larghi sono vinti dal consiglio per calmare gli spiriti, che non si quietano, ormai ostinati a vivere licenziosamente. — Congiura di cittadini a Forci presso i Buonvisi per occupare la città alla sprovvista e restituirci, come oggi si direbbe, l'ordine, e non riesce. — Pericolo che corre la città: i popolani spartisconsi; chi vuole sangue, chi no: nel contrasto non si fa niente, pure bisogna piegare davanti la volontà dei popolani; provvisioni su le chiavi della città. — Guardia alle porte dei più avventati. — I cittadini abbandonano la città: bandi per impedirli; i popolani pigliano le merci e i beni che tentano scansare dalla città. — Il maestrato propone uscire di palazzo e abbandonare lo stato: pietà di siffatto partito; un popolano si oppone, e rimette il cuore in corpo agli anziani profferendosi difenderli a tutt'uomo. — Preci solenni e processione statuita per ricondurre gli animi alla concordia; singolarità della processione; i preti tirano l'acqua al loro mulino. — Dio pei preti è trino in cielo e quattrino in terra; gli aiuti divini o si fanno aspettare troppo o non giovano. — Signoria nuova, di cui fa parte Francesco Burlamacchi; partiti risoluti che piglia. — Festa della Libertà; la manda all'aria un popolano: conseguenze di cotesto scompiglio. — Nuove risoluzioni della Signoria proposte dal Burlamacchi; la plebe si ribella, che di un tratto si avventa alle case dei Buonvisi per abbatterle; parte di plebe contrasta, ne seguita una terribile zuffa: prevalgono i demolitori, che vanno per le artiglierie; i Buonvisi mostrano i denti alla bordaglia, che li lascia stare; nella notte però essi lasciano la città. — Assemblea universale per provvedere ai bisogni presenti; donde venga che gli uomini talvolta sono sapienti e animosi stando da sè soli, messi in mucchio diventano stolti e codardi: deliberazioni gravissime dell'assemblea vinte per virtù di popolani appartatisi dai licenziosi. — I partigiani dei ribelli, impediti di uscire dalle porte gittansi dalle finestre per avvisare gli amici, i quali corrono alle armi e tornano ad assediare il palazzo. — Gli assediati resistono. — Le leggi contro i sediziosi sono vinte. — Alberto da Castelnuovo vuol mandare all'aria il palazzo e non riesce per miracolo. — Gli assediati inviano a sonare a stormo perchè le compagnie delle bande cittadine traggano a liberarli; ma prima che vengano ingaggiano battaglia con quei del cortile: li finivano tutti, dove i sediziosi per tema di essere presi tra due fuochi non uscivano a guardare gli sbocchi delle strade. — I sediziosi cacciati dagli sbocchi, i difensori della Signoria si sparpagliano per la città; di ciò i sediziosi accortisi, fanno testa e tornano ad occupare il cortile: trista condizione degli anziani rimasti in palazzo; i Buonvisi fanno massa a monte San Quilico, ma gli anziani non sanno come avvisarlo; per devozione di Lunardo Pagnini sono avvertiti i Buonvisi; il difficile sta nello introdurli a Lucca. — Fede di prete Bastiano da Colle che si profferisce portare la chiave di porta San Donato affinchè sieno intromessi: avventure e disdette di prete Bastiano; finalmente trova Taddeo Pippi e si apre con lui: favore del Pippi, che si acconta col Dini, e per diverse vie si accordano di far capo a porta San Donato. — Orazione di Martino Buonvisi prima di muovere per Lucca. — Casi che ritardano e imbrogliano il cammino: il fiume con non poco travaglio è guazzato. — Consigli diversi di scalare le mura, o di ardere le porte: vanno a pigliare lingua a porta San Pietro, tornano assicurati si aprirà tantosto la porta san Donato. — Prestanza di Vincenzo da Puccio, finalmente schiusa la porta, il Buonvisi co' seguaci suoi sono intromessi. — Modestia del Buonvisi. — Descrizione dello ingresso. — Argutezze di Meuccio cuoiaio. — La sedizione vinta. — Fuga di alcuni sediziosi e morte di altri. — Acclamazioni al Buonviso; e grave riprensione del gonfaloniere, a cui egli risponde umanamente. — Crudeltà esercitate dai vincitori; condanne di morte, carceri ed esilii. — Il commissario imperiale tradisce i commessi alla sua fede. — Due preti giustiziati. — I poggeschi di nuovo perseguiti; altri preti più avventurati scappano. — Nuove vendette patrizie. Parallelo fra i rivolgimenti di Lucca e di Siena, e si adducono le ragioni per le quali compariscono diversi fra loro. — È mortale la paura che fai al potente comechè in suo benefizio. — Leggi predisposte a instituire la oligarchia lucchese. — Congiura del Fatinelli e del Baccigalupo: loro supplizio. — Stato degli animi di Lucca inchinevoli a novità, epperò a favorire il moto del Burlamacchi.