Genova o piuttosto il Doria si governava col volgare precetto, chi stà bene non si muova. Se egli avesse motivo privato di odio contro i Farnesi prima dello spoglio del retaggio del cardinale Doria che i Farnesi operarono in Roma e della complicità loro nella congiura dei Fieschi adesso non ci è dato conoscere; ma per avversarli a lui bastava che e' volessero ingrandirsi, dacchè ben'egli si adattava a servire per suo interesse un signore potente e lontano, vicino e meno potente ei lo avrebbe combattuto; non pativa emuli, molto meno superiori ricchi di superbia, non già di pecunia: ancora, Andrea Doria, mutata parte, di francese si era fatto imperiale, e Pierluigi si sapeva parzialissimo alla Francia, ossia che colà per naturale inclinazione propendesse, ossia che con essa giudicasse dare miglior ricapito ai suoi disegni, onde Andrea presentiva che di qui, se non provvedeva, gli sarebbe caduto sulle spalle qualche grosso stroppio. Non già che ad Andrea mancasse anima per maggiori concetti, ma ormai, non gli parendo possibile di meglio, si teneva contento ad essere principalissimo vassallo dello impero, padrone e guidatore delle sue armate; in patria in apparenza uguale ai maggiorenti, in sostanza capo, e ciò perchè la sembianza del principato genera invidia, e massime su i primordi ti tocca logorare le forze e vivere in pericolo, mentre, chiamando i tuoi cittadini a parte dei tuoi guadagni, ti ameranno, e, a patto che tu non porti corona, a loro parrà non essere servi e ti obbediranno di cuore. Però Andrea nemico di novità era, e ne aveva ben donde, ma distingui quelle cui poteva dare impulso un principe italiano per ingrandirsi alquanto dalle altre che prorotte da impeto di popolo avessero per fine la restaurazione d'Italia a potentissimo stato: queste egli giudicava inani a tentarsi, impossibili a compiersi; tuttavia è lecito credere, che s'ei le avesse vedute niente niente attecchire, egli ci si sarebbe gettato dentro anima e corpo per condurle a buon fine: almeno in coscienza a me sembra avere a giudicare così.

Venezia fin da cotesto tempo si trovava ridotta alla parte di colui che ripara con la mano il lume per tema glielo spenga il vento; sicuro, il lume allora era di torcia, ma gli speculatori calcolavano di mano in mano si sarebbe ridotto a moccolo: sapienza suprema di regno mantenersi fermi; il moto in certe contingenze nuoce anco per acquistare: la storia della repubblica va illustre per nuovi gesti che aumentano il retaggio di gloria e stremano le forze dello stato: chi solo conserva perde, perchè da per tutto il tempo va dintorno con la forbice, e se non apponi ogni dì, ogni giorno scemi. Questo, a giudicare così all'ingrosso, sembra il fato delle repubbliche aristocratiche: finchè non possiedano tanto che basti tu le vedi adoprare conati stupendi per procurarselo; ma acquistato ch'ei sia, pongono industria e tenacità pari a difenderlo; donde avviene che durano molto. Però durare non significa vivere come a popolo conviene, sicchè non si sa che lode fosse quella che tributava l'Alfieri alla Repubblica veneziana quando scriveva che, o decrepita o inferma o spenta, in fatti ell'era la figliuola più longeva del senno umano, e voleva la Grecia ci si adattasse: anco Titone ottenne durare immortale, ma essendosi dimenticato di chiedere altresì eterna la giovinezza, all'ultimo ebbe di catti che gli dei mossi a compassione lo convertissero in cicala. I Veneziani però non si sarebbero opposti ad un moto inteso ad abbattere il predominio imperiale sopra l'Italia; solo non lo avrebbero aiutato, a cavallo al fosso aspettando gli eventi per regolarsi a norma della piega ch'essi pigliavano. —

Della casa di Savoia non è da parlarsi nè manco; il duca riparava in corte allo imperatore assai male in arnese, privo del paterno retaggio, eccetto Nizza, che sempre gli si mantenne fedele e ne fu rimeritata allorchè recisa dalla patria italiana la buttarono in gola alla Francia, a mo' che i poeti finsero chiunque intendeva trapassare a Dite dovesse gittare l'offa a Cerbero. Emmanuele Filiberto per intercessione della Spagna rientrava in possesso dello avito ducato dopo la battaglia di San Quintino, e subito s'imparentava co' reali di Francia mostrando il viso dell'arme alla Spagna: sicuramente, fra i tanti pregi che illustrano la stirpe sabauda non ismaglia la riconoscenza, ma forse questo è vizio piuttosto del principato che del principe: a giudicarne dagli istinti, un moto di popolo dai duchi di Savoia non poteva aspettarsi altro eccetto odio e, se fosse stato in potestà loro, persecuzione. La repubblica di Firenze certo non andò immune da errori e nè da colpe, ma fu sola a sostenere la causa della democrazia: nella mirabile impresa contro lo impero e il papato, doppia ancora gittata nello inferno, onde la tirannide mantiensi a galla sopra la terra, veruno la sovvenne, molti le nocquero, e primi fra tutti i Francesi, i quali dopo averla tradita la irrisero: allora, come sempre, tirati dallo interesse presente, non calse loro nè di onore nè di fede, anzi neppure del proprio interesse di prossimo avvenire: rinfacciati, inferocirono nella ingiustizia fino ad impedire che i mercanti fiorentini di Lione le inviassero soccorsi di pecunia; potè sguizzare fuori di Francia con qualche scudo italiano Luigi Alamanni, ed indarno, perchè quello che non seppero fare i Francesi, Andrea Borialo seppe, fermando Luigi su quel di Genova, togliendogli di ire più oltre. Siena si professava imperiale, e Lucca altresì, onde esse in sè atrocemente chiudevansi non dubitando neppure che, prevalsi in Italia lo impero o il regno di Spagna, imperatore o re sariensi scosso dal manto coteste repubbliche come due insetti schifosi sofferti per cessata mondizie. Firenze giacque non tanto per virtù di forza nemica quanto per iscoramento della sua solitudine; molto sangue ella sparse su i campi di battaglia, e molto ne andò sperperando nello esilio, ma il peggiore guaio le venne dal rappigliarsi che fece quello che rimase in patria: la più parte dei cittadini si accartocciò sprofondandosi nelle cure di famiglia e nelle industrie private; in taluno l'amore di libertà, pigliata indole religiosa, diventò di operoso contemplativo, scapitando di limpidità intellettuale quanto acquistava di cupezza fanatica. Il popolo sopportò il bastardo di Clemente VII senza rancore perchè, spento un tiranno, ne temè un altro più tristo, come accadde pur troppo; ed anco perchè lo vedeva infierire di preferenza su quelli che lo avevano aiutato a ridurre la patria in servitù; e non il popolo lo trucidava, bensì uno de' suoi, non per amore di libertà e non per odio della tirannide, sibbene del tiranno, e per talento di succedergli; costui chiamò il popolo a libertà, ma al popolo giungeva ignota cotesta voce, e così doveva essere, però che il popolo libero non conosca chi non avendo nè anco il coraggio della strage si unisce per consumarla un volgare scherano, e del suo fatto trema, e lungamente dura lenone per riuscire traditore. A Filippo Strozzi, uomo corrotto fino al midollo, poteva parere Lorenzino dei Medici un Bruto; a noi no: ammazzatore a mezzo, non altro; ed anco a lui procede sviscerato Vittorio Alfieri, il quale su cotesta strage compose una maniera di poema che tuttavia stampano ma non leggono; tratto più da passione che da ragione, scambiando la smania di opporsi coll'amore della libertà, avveniva che il dabben conte pigliasse delle cantonate e di molte. Cosimo successe diciottenne ad Alessandro, ma il tiranno non cresce per età, quale lo trasse dalla pietra natura, tale muore Cosimino; gabbò il Guicciardino, e gli fu agevole, perchè, innanzi ch'ei lo gabbasse, per lo interesse, che assai poteva su cotesto uomo, egli gabbava sè; e di ciò rimangono avvertiti i pusilli incoronati ch'eglino mai arriveranno ad abbindolare un grande intelletto dove questi mosso da passione non faccia prima géttito del suo ingegno. Più tardi quando gli Strozzi, i Valori con altri fuorusciti vennero ai danni di Cosimo, il popolo, levato appena il capo, disse: «La rabbia è tra i cani»; e lo riabbassò. La tirannide vendicava la libertà; dopo avere fabbricato il tiranno, cotesti cervelli balzani repugnavano servire; non vollero dirsi soddisfatti della mercede loro elargita dal principe; parecchi pretesero essere chiamati a parte della dominazione: ma poichè amore e signoria non patono compagnia, il principato, non bastando a quietarli l'oro che loro mise in mano, li saldò con la scure sul collo; e fece bene. Che Cosimo aspirasse al dominio della Italia può darsi, ma fine di regno non se lo poteva proporre; non si prestava la materia; quando l'aquila austriaca spiegava poderose l'ale, a lui era dato appena fare da falco; agguattato a Firenze, quinci rotava intorno a Piombino, a Siena e a Lucca. Piombino acquistò e Siena, ma con tanto consumo di mente e di forze che la carne non valse il giunco. Lucca non ebbe mai; lei salvarono la forma oligarchica, lo spendere a tempo e la devozione sconfinata allo impero; dissi salvarono, se può chiamarsi salute il palpitare del passero fra gli artigli dell'aquila: tuttavia Siena, Lucca Firenze raccoglievano in sè copia di umori per desiderare novità e provocarle.

Parliamo di Siena. A Pandolfo Petrucci succede Fabio figliuolo, il quale non sapendo governarsi nè con la benevolenza nè col terrore, cade in discredito ed è cacciato; dopo il suo bando accadde grandissima mutazione nel reggimento, chè dove prima si governava mediante tre monti, ovvero ordini di cittadini cioè Nove, Popolo e Gentiluomini, di un tratto, soppressi gli altri, ne rimase in piedi uno solo che pigliò nome di Nobili e Reggenti; di tutto questo tramestio anima Alessandro Bichi figliuolo di Iacopo, che nello assedio di Firenze operò tanti e generosi gesti, il quale si andava destreggiando per soverchiare altrui; nè gli fallì il disegno ponendo a fondamento di sua grandezza l'aiuto di Francia: arduo a giudicarsi se la Francia prospera lo avrebbe soccorso, ma percossa dalla fortuna a Pavia, lo lasciò andare, ond'ei vi perse la sostanza e la vita. Restituisconsi i tre ceti dei nove, del popolo e dei gentiluomini; parecchi dei principali fautori del governo abolito si bandiscono, i quali mandano a soqquadro il contado: una volta con Lucio Aringhieri ed un altra con Giovambattista Palmieri essi congiurano per rientrare in Siena con forza e con inganno, e ad altro non approdano che a far perdere il capo ad ambedue. Data all'esercito di papa Clemente una stupenda rotta, rapite ai Fiorentini e ai Perugini le artiglierie, quietarono i Sanesi ogni apprensione di fuori, ma tornarono a infierire le discordie dentro; perchè i partiti, se un poter forte li soprasti, possono reggere per via di emulazione civile, ma se nulla li tenga al canapo, irrompono in aperte contese; che se tu vedi i signori smaniosi di comando, trovi eziandio il popolo intollerante di qualunque freno; allora la plebe diede di fuora e corse addosso ai noveschi, che troppo bene lo meritavano, imperciocchè questi, componendo una consorteria soverchiatrice e ladra, avessero asciugato quanto danaro avevano reperito nello erario, onde fu mestieri sopperire col rame ai metalli preziosi portati via; e peggio ancora a patto di arraffare e di opprimere congiuravano ad asservire la patria a Clemente VII, il quale, purchè venisse roba, non guardava più alla via diritta che alla storta; anzi un po' di sangue fa fare miglior presa alla calcina con la quale si murano le tirannidi nuove; e Ancona informi; però in questo tumulto la plebe vi pose le mani, ma non pochi nobili e borghesi ci soffiavano dentro per emulazione dei nove. Gli storici gentileschi deplorano la città cascata in mano ai ciompi, e tuttavia miriamo questa gente grossiera e meccanica governarsi ottimamente; munisce la città di mura e di torrioni, provvede alla diffalta della pecunia pubblica, tiene ferma la città in devozione allo impero, la difende dal principe di Oranges e da Pirro Colonna che la insidiavano. I noveschi fuorusciti si mordevano le mani: un pezzo aspettarono che il governo dei ciompi si sperperasse sotto i colpi delle loro scede, ma poichè videro che costoro non se ne davano per intesi, ricorsero ai fatti e, raccolto buon polso di armati, notte tempo avviaronsi a sorprendere Siena: se non che trovarono i cittadini in punto di riceverli secondo i meriti; gli storici affermano che della mossa dei noveschi furono avvisati da Fabio Petrucci venuto a screzio col congiunto Francesco uomo soperchievole e contumelioso. In questa occasione si narra come un giovane dei Trecerchi, non curando pericolo di essere morto dagli archibugi e dai sassi e nè anco di cadere prigione, trascorresse fino alla porta Eugenia o Santoviene[12] e quella percotendo con la mazza ferrata con gran voce sclamasse: «E noi tante volte tenteremo che una basterà per tutte.» La balía popolesca di Siena, vinto il pericolo, pensò vendicarsi, e gli riuscì, pigliando Monte Benichi alla sprovvista, dove assai dei noveschi come in fidata stanza si riparavano; avutili in mano, a varie pene li condannò. Fra gli altri merita ricordanza questo caso: a Ippolito Bellarmati mettono addosso la taglia di mille scudi con questo patto che, dove dentro tal tempo non li paghi, gli verrà mozzo il capo; ed egli antepose perdere la testa che i ducati: dicono che il facesse per amore della famiglia (imperciocchè, sentendosi vecchio e di salute malescio, considerasse che non valeva il pregio mantenersi in vita con la ruina della famiglia), e sarà; ad ogni modo non mancano esempi nella storia che altri a pari fato si conducesse per aspra avarizia, e mi riesce disagevole persuadermi che per mille ducati potesse cascare in tanta miseria la famiglia dei Bellarmati.

Nella guerra di Firenze per la libertà i Fiorentini mandarono oratori a Siena per istringersi in lega. Siena tentenna e si destreggia, parendole essere arguta; approfittando della occasione, cava di sotto a Clemente papa ottimi patti; nè questi stava su lo spilluzzico, chè, premendolo il bisogno non istava a guardare il nodo nel giunco: agevole co' principi farsi promettere in bosco, farsi poi mantenere in città gli è un altro paio di maniche: anco romperla coll'impero tuttochè impegnato in guerre zarose per Siena la era faccenda da pensarci due volte; molto più, che i noveschi in corte non rifinivano di tafanare Carlo V perchè mettesse con le spalle al muro cotesta plebe turbolenta; non desse retta alle sue lustre di devozione, così costretta di fare perchè non poteva mordere; ella per istinto nemica ad ogni potestà, mentre essi per diverso istinto erano alla potestà naturale puntello, e dicevano il vero, ma predicavano al predicatore che Carlo sapeva meglio di loro che col popolo non si può fare a mezzo, perchè nelle repubbliche democratiche il popolo governa ed è governato, mentre nelle oligarchie gli è come proprio istituto dei signori, prepotenti ad un punto e servili, abiettarsi da un lato per superbire dall'altro. Nondimanco vuolsi rammemorare che un oratore fiorentino durante l'assedio presso i Sanesi sempre stette, e narrano di più che ci spendesse un tesoro per tirarli a legarsi con Fiorenza; e sarà, eccetto il tesoro, chè, sendone strema in casa, mal si comprende com'ella lo potesse sbraciare di fuori; fatto sta che il popolo, il quale si governa con la passione, voleva ad ogni costo sovvenire i Fiorentini, mentre gli altri, usi a procedere col compasso in mano, con ostinazione punto minore contrastavano, donde nacque tumulto, e per poco stette che il Fantozzo plebeo non ammazzasse Gianfrancesco Severini. Posto fine alla guerra di Firenze, lo imperatore comincia ad allungare gli ugnoli contro la democrazia sanese, mandando a Siena col modesto titolo di agente Lopez di Soria perchè così alla sordina e di scancío procurasse ricondurci i nove; costui trovati sordi al suono di cotesta campana i Sanesi, Carlo ci inviò don Ferrante Gonzaga, che era in fama di piacergli le cose spiccie, e perchè le ruote girassero meglio, i nove ci versarono dentro un quindicimila scudi; allora il Gonzaga sorprende Lucignano e lo piglia, poi prosegue in Pienza e quivi minaccioso stanzia; dei Sanesi chi teme, chi va su i mazzi, ma i primi sono i più e prevalgono i partiti peritosi, sempre esiziali: insomma il Gonzaga rimette i nove in Siena, li restituisce nelle sostanze e negli onori; la città non in tre ma sì in quattro Monti si divide, Popolo, Gentiluomini, Riformatori e Noveschi; il Lopez ai soldati nostrani surroga spagnuoli, da prima pochi, poi mano a mano gli augumenta fino a 400: all'ultimo tanto si armeggia per parte dei noveschi che è data licenza ad Alfonso Piccolomini duca di Amalfi, capitano del popolo e reputato zelatore della parte popolesca. I noveschi, sentendosi il vento in filo di ruota, ambiscono a cose maggiori; chiedono le armi, e il maestrato, invece di tôrle a tutti gli ordini dei cittadini, le concede anco a loro; il capitano Giambattista Borghese, che vedemmo nella vita del Ferruccio combattere infelicemente in Volterra contro l'eroe fiorentino, ne fa incetta a Firenze e le manda ai noveschi, poi tiene loro dietro: il popolo inasprito da quotidiane ingiurie si rovescia per le vie provocando i noveschi, i quali bene in arnese si stanno a riparo dei propri palagi, per lo che imbaldanzito il popolo si caccia in parte dove dinanzi e dietro ha nemici; preso come dentro alla morsa, poteva di leggieri opprimersi, e questo voleva, questo ad alta voce domandava il capitano Borghesi, ma anco qui prevalsero i consigli, i quali vergognando di mostrarsi vili pigliano sembianza di prudenti, ond'egli incollerito esclamando: «Poichè voi non volete vincere, gli è chiaro come l'acqua che volete perdere, e questo non voglio io», se ne andò via senza pure chiudersi l'uscio dietro. E così fu, perchè indi a breve, incamminandosi don Ferrante fuori del dominio sanese, e stando l'animo dei popoli sollevato, accadde che un vento impetuosissimo, diverte certe impannate, le sbatacchiasse sopra la tettoia di talune botteghe del Chiasso largo; dal quale strepito il popolo commosso saltò su a dare la caccia agli aborriti noveschi, di cui taluno ammazzò, molti manomise, nè si rimase finchè non gli ebbe del tutto spogliati dell'arme con tanta pertinacia volute e con tanta baldanza ostentate: intendeva altresì mandarne a sacco le case, ma, abbonito da personaggi autorevoli, ne depose il pensiero, non intieramente così che qualche cosa a taluno non rimanesse appiccicata alle mani.

Don Ferrante, uso a volere le sue parole e più i suoi fatti, appena udito il caso, tenendosi scornato, rifece i passi macchinando vendetta; se non che, avvertito dal Lopez che si giocava di grosso a partita mal sicura, si fermò a Cuna; quivi di un tratto furono a trovarlo i noveschi con querimonie infinite; anco il Lopez lo metteva su, e non ce n'era di bisogno; ond'ei fece intendere che se la città non si fosse rimessa in lui interamente, guai! E quello che egli pretendeva era la intera alterazione degli ordini della città, e poichè conferendo assieme con gli oratori di Siena sovente scappava fuori in improperi contro parecchi orrevoli cittadini sanesi, Mario Bandini e Achille Salvi, sentendosi fra i vituperati, presero il morso ai denti e recaronsi a don Ferrante dicendogli le proprie ragioni con maggiore avventatezza che forse non conveniva. Don Ferrante rispose cacciando entrambi in prigione, e ciò non solo per ira quanto perchè gli accertava il Lopez che, levati di mezzo cotesti due potentissimi non meno che turbulentissimi, il popolo aría dato le mani vinte. Pigliare il popolo a contrappelo gli è come giocare ad asso o a sei: qui don Ferrante fece asso; i Sanesi montarono in furore e con senno e celerità mirabili strinsero il comando in mano a pochi, chiamarono le milizie del contado, ne condussero nuove, eglino stessi con le armi assunsero disciplina di soldato e dalle vigilate mura fecero prova che contro al mare del popolo che vuole misera cosa è sempre un esercito regio, rigagnolo di plebe o compra o cappata a forza alla quale si pretende dare ad intendere che sia gloria per quattro quattrini al giorno ed un pane di cenere apprendere l'arte di ammazzare gli uomini senza saperne come senza curarne il perchè. Intanto il Bandini, rotta la inferriata del carcere, fatta fune dei lenzuoli, calandosi giù se la svignava; al Salvi indi a poco il Gonzaga per meno tristo consiglio rendeva la libertà, scapitando e non poco di reputazione anco per questa parte, dacchè all'autorità dello imperio male si provvede con la ingiustizia, ma se chiarisci poi che come hai l'animo di commetterla ti mancano le forze per sostenerla, allora di odiabile diventi contennendo, e il disprezzo del popolo è l'agonia del potere.

Carlo, e con Carlo tutti i principi, non sapendo come uscire d'impaccio, richiamato il Gonzaga, gli sostituiva il marchese del Vasto; al Lopez il duca di Amalfi, accetto al popolo: ad ogni differenza fu messo buono assetto; solo lo imperatore tentò far passare che la balía si eleggesse dal suo rappresentante, e non l'ottenne; allora avvisò un altro tiro, e fu, che la città votata di milizie nostrane la presidiassero 500 Spagnuoli, e l'ottenne, se non che il senato invece di 500 ne ammise 400, riputando follemente col tosare la moneta avergliela barattata; però quello che non fece il senno operò l'avarizia, dacchè, essendo stati stanziati al duca di Amalfi scudi 6000 all'anno per sostentamento dei 400 pedoni, egli ne teneva su soltanto 100 e degli altri 300 sgallinava le paghe: antico male la flussione delle unghie, e a rari non si attacca. Quando lo imperatore nel 1532, affrancatosi della guerra del Turco, venne a Bologna per passare in Ispagna, non mancarono i noveschi di fargli calca dintorno mostrando voglie prontissime a servirlo di coppa e di coltello in ogni suo desiderio, solo alquanto gli sovvenisse a riaversi in casa, dove si trovavano ad essere trattati poco men peggio di schiavi alla catena; ma il marchese Del Vasto e il cardinale Piccolomini, attestando la loro malignità ed il considerarsi servi se non insolentivano oppressori, resero innocui i lamenti, ed anco la cura di negozi gravissimi e la prescia di Carlo di portarsi in Ispagna fecero sì che per allora riuscissero inani.

Dopo avvennero vicende grandi così in casa come fuori che non importa narrare per lo scopo nostro, basti saperne tanto che, lo imperatore essendo tornato in Siena, i noveschi inviperiti più che mai anfanarono a mettere male biette perchè calpestati gli altri ceti di cittadini desse loro braccio per comportarsi da tiranni; ma l'imperatore aveva altro a pensare in quel torno, chè il Turco entratogli in Ungheria minacciava Vienna; però appena uscito, le fazioni dei popolani e dei riformatori deliberarono vendicarsi colle armi, le quali consentirono a posare solo col patto che un magistrato eletto a posta ricercasse sottilmente la cosa e venutone in chiaro i colpevoli multasse nel capo; e così come vollero fecero; quattro deputati segreti, messe la mani addosso ad un Alfonso di Pietro, torturaronlo e dopo la confessione del reato imputatogli gli fecero mozzare il capo: uno pagò per tutti, imperciocchè le fazioni sboglientite aprissero l'animo a senso di misericordia, consentendo non si andasse più oltre nel sangue. Le fazioni o vogliam dire i monti di Siena congiunti per domare la insolenza dei noveschi dopo la vittoria, come sempre avviene, partironsi, e ciò perchè la prosperità paia proceder nemica alla modestia; e nè anco fu colpa di fazione, bensì di persona, la quale si chiamava Giulio Salvi, che s'ingrandì con la plebe; costui, potente di numerosa famiglia (i suoi fratelli sommavano ad otto, tutti prestanti nelle armi), forte di aderenze, cupido, povero, magnifico, di persona piacente, alle femmine grazioso, prese a comporre intorno a sè una nuova consorteria di soperchiatori (tiranno non si fece, perchè gli mancò lo ingegno o la potenza); sicchè in breve non poterono sopportare i soprusi loro non dirò gli avversi, ma gli stessi parziali; offese nei cittadini, violenze in femmine, furti in città, latrocinii in campagna, omicidii da per tutto, e tanto era diventata infame la contrada che il papa e il duca Cosimo provvidero i procacci per a Roma, tralasciata la via attraverso il dominio sanese, per altra passassero; oltre a ciò infestavano i Turchi, la carestia angustiava, insomma un subbisso. I reggitori, sfidati di ogni terreno aiuto, correvano al cielo; processioni, giubilei, indulgenze e la Madonna avvocata dei Sanesi in giro; i frati di ogni risma in ballo, neri, bigi, bianchi e colore marrone; cantilene a iosa: ma intanto che si consumavano torchietti non si trovava grano; per arroto nella notte uscivano fuori i battuti che si davano di sconce battiture sopra le spalle ignude, e ciò importava consumo di cerotti, non già acquisto di pane. In questa occasione compariva in Siena sua patria Bernardino Ochino rigidissimo frate e per dottrina teologica preclaro: fu prima minore osservante, poi della riforma dei cappuccini, ch'egli con sommo ardore promosse; poi con pari zelo, anzi maggiore, si voltò contro Roma e di fiere battiture la percosse. Roma lo scomunicava eretico, e se gli avesse potuto mettere le mani addosso, lo avrebbe illuminato acconciandolo dentro una catasta di legna, ma egli non si lasciò cogliere nè illuminare; e noi non lo potendo salutare filosofo, lo celebriamo come uno dei più poderosi demolitori della oggimai sazievole menzogna della religione cattolica romana.

Poichè la gente si accôrse che il cielo badava ai fatti suoi, ella avvisò cercare rimedio in terra. Parecchi cittadini dei principali convennero a Crevole coll'arcivescovo per pigliare partito, i quali dopo molto discutere, non ci trovarono altra via che abbassare la superbia del Salvi con le armi, e a tale effetto recaronsi in varie parti del contado per raccogliere gente ed avviarle a Siena; ma la cosa non potè tanto tenersi celata che non la spillasse il Salvi, il quale, a sua posta riuniti gli aderenti, si capacitò che di côlta sono buone le sassate, epperò chi prima assalta ha un punto di vantaggio su lo assalito; quindi subito mano alle armi, e così come dissero fecero; gli emuli, côlti alla sprovvista, resisterono con ardimento supremo, ma si vedeva chiaro che all'ultimo ne avrebbero tocche, se non che di un tratto ecco versarsi per le strade il duca di Amalfi col presidio spagnuolo per iscompartirli, e vi riuscì adoperandoci amorose parole e picchi da orbi; se questi vincessero in virtù quelle, e se quelle questi, non ci è noto; basti sapere che entrambi valsero per allora a sedare il tumulto.

Lo imperatore di queste discordie cittadine non si pigliava pensiero o poco, e forse anco che così fosse gli giovava; ma quando avvenivano cose che toccassero i propri interessi, egli ed i suoi mostravano i denti. Ora accadde che la fazione dei Salvi andasse di dì in dì declinando, non già per solerzia altrui, bensì per vizio proprio; chiunque intenda prevalere, se venuto a contesa non vince, perde; impattarla non giova, gli è come persa. I Salvi si sentivano mancare il terreno sotto e non si rendevano capaci delle cause; questo però si faceva loro sempre più chiaro, che senza aiuto non potevano tirare innanzi, e da parte dello imperatore se non erano anco inimicati alla scoperta con lui, tuttavia di là miravano addensarsi la procella. Per mala ventura loro capitò in Siena uno armeggione chiamato Ludovico delle Armi, il quale si mise a sobbillarli: non dessero tempo al tempo; scostandosi dallo imperatore si gittassero in balía della Francia, che gli avrebbe accolti a braccia aperte; sotto la protezione di cotesto potente reame si sarebbero potuti dire veramente e sicuramente primi; e poi o che volevano mettere la generosa natura del re di Francia con la crudele taccagneria di Carlo? Intanto ecco egli mandava loro danari, ed essi gli agguantarono; inoltre promesse a carra, ed essi le crederono, perocchè gradevoli fossero ed accomodate ai fatti loro. Già anco condotte tra prudenti e pochi le congiure vengono per ordinario a scoprirsi, pensiamo poi se tra giovani che si portino il cervello sopra la berretta; però l'oratore di Carlo V a Roma, ammonito partitamente della cosa, scrisse una lettera terribile al duca Alfonso addossandogli tutta la colpa di coteste rivolture. Al duca erano graditi i Salvi, ma i propri comodi troppo più dei Salvi; onde non è da dire con quanta e quale squartata mandasse sottosopra messer Giulio; che sbalordito non negò la pratica, ma l'appose al fratello Matteo e intanto diede opera che Ludovico si cansasse; se non che, per questo fatto tempestando il duca, costui con nuovo tradimento fece in modo che Ludovico fosse prima sostenuto a Montevarchi, poi consegnato al duca Cosimo, il quale avutolo nelle mani e chiusolo in castello, senza mestieri tormenti, ritrasse da lui l'ordine della congiura; gli è ben vero che Ludovico non si rimase da vituperare il Salvi per traditore doppio, ma per allora il negozio rimase sopito: però ben la segna chi la nota, e quinci a pochi mesi, essendo tornato di Francia Girolamo Luti soldato di conto negli eserciti del re, i nemici del Salvi furono agli orecchi degli agenti imperiali aizzandone il sospetto e l'acre zelo del servitore pagato: ma per quanto imprigionassero il Luti e con tormenti lo dirompessero, pure da lui innocentissimo non poterono cavare riscontro al sospetto. Messere Giulio e il duca, per ischermire il colpo, recaronsi in poste a Milano, dove era pur dianzi giunto lo imperatore, ma questi li rimandò per la udienza a Lucca; colà gli udì e con esso loro gli emuli, e concluse commettendo al Granvela il negozio della riforma del reggimento di Siena: questi, non si sentendo abbastanza informato per pigliare una risoluzione, licenziò tutti dichiarando sarebbesi egli medesimo recato a Siena per assettare le faccende; tuttavia come segno di vicino fortunale fu ordinato al duca di Amalfi che, lasciato in asso il capitanato delle armi di Siena, si riducesse nei suoi stati. Intanto giunse in Siena il senatore Sfondrato per pigliar lingua degli umori e per indagare i fini ed i costumi degli uomini: grandi anzi maravigliosi i conati delle emule fazioni per tirarlo a sè, e segnatamente dei noveschi, a cui venne fatto indurre il papa a pigliare in mano la difesa loro; ma egli, abbottonato fino al mento, non lasciava trapelare nulla delle sue intenzioni: per ultimo venne il Granvela, le accoglienze pari o forse maggiori di quelle che a cesare, imperciocchè segno di speranze e di timori immediati egli fosse: aperto disse sè essere mandato a moderare la città, ormai pel governo pessimo, per la fellonia di taluni tristi e per non represse iniquità venuta in uggia così ai prossimi come ai remoti; dal mattino poteva conoscersi il giorno, tuttavia il capitano del popolo a fargli di cappuccio e ringraziarlo di tanta degnazione; lui facesse, disfacesse lui; fin d'ora grata ogni cosa ed accetta purchè tornasse nella massima esaltazione di S. M.; — breve, con più le altre formule di cui trovi copia nel grande dizionario della umana viltà. — Allora il Granvela squaderna il modello di riforma accompagnandolo di ragioni santissime come sempre si suole in simili occasioni: il magistrato avere ad essere copioso come quello che, pigliandovi parte molti, si contenta maggior numero di cittadini, e poi allontana il pericolo della tirannide; dunque la balía si componga di 40 cittadini, 10 per monte, n'elegga il consiglio 32, egli ne nominerà 8; duri due anni in carica; v'intervenga il capitano del popolo; quanto al criminale si riformi così; gli sia preposto un capitano di giustizia, il quale per quattro anni presenterà lo imperatore: in capo ad ogni anno l'amministrazione di lui si sottoponga a sindacato. Queste con altre cose di minor conto ordinò la riforma, che davvero non aveva bisogno di essere ponzata tanto; un fine, e, per quanto si dice, presagito dal Palmieri dell'ordine popolare, lo ebbe, e fu di abbattere la soperchianza del Salvi, ma pose capo anco ad un altro che da lui non era presagito nè voluto, perchè i noveschi ne ripigliarono gagliardia, e i popolani ne rimasero avviliti. Ciò fatto, il Granvela disegna fabbricare un castello come calcio in gola ai Sanesi; si rinforza con milizie spagnuole chiamate da Firenze; per ultimo crea la balía; quanto a sè per gli otto di sua elezione nomina altrettanti cittadini apertamente avversi ai Salvi e al duca di Amalfi. Opere prime della balía furono chiedere al consiglio che in lei la suprema autorità si trasferisse e che le provvisioni di danaro stanziate pei pretesi meriti ai cittadini si cassassero: la prima proposta come eccessiva rigettasi, la seconda no; onde i Salvi e gli altri con ripetío e querimonia infinita rimasero di un tratto privati di quelle che fruivano, e non erano poche. Difficile è dire dove sarebbe giunto il Granvela, se in questa perpetua altalena delle umane cose non fosse avvenuto un caso il quale temperò e di molto il vino fumoso di lui; e fu lo immenso disastro dello imperatore davanti Algeri. Allora, ripiegando le vele, egli appiccò all'arpione la voglia del castello, renunziò a inquisire pei reati commessi, insistè a volere confinati quattro dei Salvi, ma, per non parere, confinò di riscontro quattro noveschi. La balía entrò in carica e da prima operò bene; granata nuova spazza bene tre giorni; vietò le armi a tutti e le conventicole notturne e l'andare per la città la notte senza fanale; poi temperò lo smodato lusso delle donne, perpetua e vana cura degli uomini, onde per disperazione all'ultimo e per non dichiararsi vinti hanno bandito che il lusso è manna nel consorzio civile, e ognuno faccia quello che meglio gli aggrada; e proibì le maschere con abiti da frati e da monache, che, argomento di sceda tre secoli fa, oggi presumevasi da intelletti guasti ritornare in venerazione degl'Italiani.