Tuttavia il moto sarebbesi rallentato, o per indole della gente alemanna naturalmente gingillona, o per le bindolerie dello imperatore, maestro insigne di queste, se la troppa garosità della corte non fosse venuta a sbraciare il fuoco e ciò accadde perchè, deferita a Roma la causa dello arcivescovo di Colonia, al papa non parve vero di cogliere il destro per ostentare autorità, e quindi di punto in bianco, postergati i consigli, tenuti in non cale gli avvertimenti, ecco emana una bolla che lo spoglia delle dignità ecclesiastiche e, previa la consueta scomunica, scioglie i sudditi dal giuramento di obbedienza a cui erano tenuti. I protestanti s'inalberarono: temendo ognuno per sè, si rinforzò la concordia; tanto più veementi adesso quanto prima avevano ciondolato; al timore del danno si arroge la stizza di vedersi giuntati.

Con tali auspicii si apriva la dieta dello impero a Ratisbona: ci convennero i principi alemanni parziali a cesare, i protestanti se ne tennero lontani mandandovi in vece loro procuratori a rappresentarli: pretesto per non andare le soverchie spese a cui non potevano sopperire stante le angustie dei tempi, causa vera la paura di essere presi pel collo. Dicono che lo imperatore alla dieta di Ratisbona dimostrasse arguzia straordinaria, conciossiachè, invece di scuoprire i propri concetti, li tenesse con bell'arte celati, invitando i principi raccolti a palesare quello che sentissero e volessero, lui chiamarsi parato ad eseguire quello che a loro fosse piaciuto deliberare; a me sembra che questi sieno ganci diritti, dacchè ogni uomo si accorse che la proposta dello imperatore ai principi cattolici rassomigliava alla domanda dell'ospite all'oste: se ha buono il vino; pertanto ad una voce sentenziarono a quanto sarebbe per giudicare il concilio di Trento sacrosanto si avesse a piegare il capo sotto pena di sentirselo tagliare. Molto meno poi si comprende questa astuzia a che cosa approdasse quando ei subito dopo spedì per le poste il cardinale di Trento a Roma per sollecitare gli aiuti del papa, chiamò milizie dai Paesi Bassi, concesse a Giovanni e ad Alberto di Brandeburgo di levarsi in armi per cavare, se loro riusciva, Enrico di Brunswich dal carcere del langravio di Assia tenuto in conto di capo della lega di Smalcalda: sovente si annaspa per non perdere il vezzo di annaspare, e tale loda un atto nello imperatore che nel plebeo flagellerebbe a sangue. I rappresentanti si fecero a trovare Carlo per essere chiariti sopra gl'intendimenti suoi, ed essi domandando erano più che persuasi non ne avrebbero spillato niente che valesse; lo imperatore, rispondendo, fermo ad agguindolarli, se poteva: tempo perso e che tuttavia si perde: forse perchè l'uomo, non potendo esercitarsi nella lealtà, si trastulla volentieri con le apparenze di quella.

Stretti col papa i patti della lega, depositati i danari pei sussidi su banchi di Venezia, convenuto il numero e la qualità dello esercito ausiliario, accordati i capitani, distribuite indulgenze, messe in pronto le scomuniche, promesso che per sei mesi non si facesse pace, e dopo i sei mesi in verun modo senza il consenso del papa si conchiudesse; bene fra loro detto e ridetto e replicato poi scopi della guerra essere due o, per dire meglio, uno distinto in due atti cioè il primo estinguere il veleno dell'eresia, il secondo spartirsi le spoglie degli eretici; uno non si era mai fidato meno dell'altro, però lo imperatore, bugiardo più di due re, bandiva essere trascinato alla guerra pei capelli, non già per causa religiosa, Dio guardi! sacre le coscienze, credesse ognuno come meglio gli talentasse, solo volere richiamare all'osservanza dell'autorità imperiale alcuni tracotanti che se la mettevano sotto i piedi; ciò essere non pure suo diritto, ma obbligo espresso; diversamente, cessato o rilassato il vincolo della confederazione, anarchia dentro, debolezza fuori. Queste cose dava ad intendere Carlo come il pescatore gitta le reti: se chiappano, chiappano; e pel fine di riuscire, potendo, a mettere le male biette fra i protestanti, ed anco secondo le contingenze piantare il papa ed accomodarsi con loro. Il papa stizzito perchè Carlo la trinciasse da furbo in capite, mentre questo posto pretendeva egli (e a diritto, imperciocchè dove lo imperatore volesse per sè il primato delle armi e delle frodi, o che restava al papa?) spiffera tutto l'accordo della lega facendo toccare con mano come lo imperatore mentisse, e scopo principale della lega consistesse nella persecuzione a morte degli eretici: tuttavia chi pensasse che a questo modo il papa procedesse per pura stizza si apporrebbe male, forse la collera non era se non colore per coprire il concetto di rompere il ponte tra i protestanti e lo imperatore, talchè ogni via di accordo fra loro rimanesse almeno per certo tempo irrevocabilmente chiusa. Questi tiri papeschi fruttarono da un lato la presagita rottura, ma dall'altro eziandio augumento di forze ai nemici, imperciocchè svegliatisi proprio su l'orlo del precipizio si assembrassero ad Ulma per provvedere alla necessità della guerra: presto andava la Germania in fiamme: le chiese, le cattedre, i fori, e le campagne echeggiavano del grido popolesco (il quale se durasse quanto è potente, non continuerebbe a strascinare la sua catena il mondo) Patria e Libertà; si arrolano soldati, si muniscono terre, si mandano oratori agli Svizzeri ed ai Veneziani per averli confederati, alla peggio amici coperti o neutrali. I Veneziani scaltriti ricevono gli oratori a braccia quadre, e subito si mettono a zelare gl'interessi dei protestanti con inestimabile ardore: cotesti buoni Alemanni maravigliavansi possedere nei veneziani senatori così sviscerati fratelli; il fatto era che i Veneziani, aborrendo cotesta guerra come pericolosa alla Repubblica e alla Italia, ragionavano così: se cesare vince, mangia il papa e noi; se perde, questi bestioni di luterani inondano la Italia per vendicarsi del papa, e a tutti i principi italiani tocca a pagare i cocci. Per queste cose non mancarono di farne ufficio col papa per parole e per lettere, ma senza pro, essendo ormai tratti i dadi.

I pelaghi di Carlo nella massima parte scorbacchiati qualche cosa fruttarono sempre; se gli si smagliò in parte la rete, fu merito del papa, e se la legò al dito: i principi brandeburghesi di Bareit e di Aaspak pertanto lasciaronsi pigliare; Maurizio di Sassonia per non parere pattuì con Ferdinando re dei Romani che si sarebbe mantenuto neutrale di mezzo finchè l'elettore Giovanfederigo non dichiarasse la guerra allo imperatore; in questa riuniranno le armi, ed assalito e vinto lo elettore, terranno lo stato ai suoi aderenti ed a lui, poi di santo accordo se lo divideranno: consiglio iniquo che partorì pessimi frutti a Maurizio, però che chi comincia il conto con la cupidità ordinariamente lo salda col danno. Cesare si valse eziandio delle nozze, profittevoli sempre alla casa di Austria; di due sue nepoti una allogò in casa di Baviera, l'altra in quella del duca di Cleves; vero è che questa era stata promessa al principe di Navarra, ma l'interesse scioglie bene altri nodi che questi non sono.

Di giorno in giorno crescono le offese. Il langravio Filippo, foggia di Aiace germanico di forma gigante, armato da capo a piedi di piastra e di maglia, andava iattando bastargli l'animo dentro tre mesi rincacciare lo imperatore fuori dei confini germanici; insieme uniti i principi collegati mandano intorno un bando: veruno si attenti pigliare soldo sotto principe che il proprio naturale non sia; la sentenza di cesare contro l'arcivescovo di Colonia (della bolla papale non si parla nè manco) dichiarano irrita, nulla e come non avvenuta; straziano di scede la corte romana e il vescovo di Augusta e, meglio di tutto questo, fanno massa di gente in Augusta e in Ulma: maravigliosi il numero delle milizie accorse e le cause tanto diverse che le mossero ad assembrarsi sotto le bandiere dei protestanti; il vincolo dei vassalli ai baroni tuttavia gagliardo in Germania, l'esercizio lungo nelle armi avendo da quasi mezzo secolo combattuto ora dalla parte di Francia ed ora di Austria secondochè la passione agitava o l'interesse persuadeva, la pace di Francia con l'Inghilterra conchiusa in cotesti giorni, per la quale di parecchi soldati, i quali dal menare le mani in fuori altro non sanno fare, stavano disperati a qual santo votarsi; ci era poi dove più dove meno la rabbia religiosa, che ubbriaca più trista del vino assai: per ultimo il naturale istinto dell'uomo, che lo spinge a ribellarsi contro la forza, finchè non arrivi il tempo, e arriverà tardi, dove da un lato l'amore, dall'altro la conoscenza compartiranno alla persuasione l'autorità che adesso usurpa la forza congiunta con la frode, o no: insomma corre fama che nel giro di pochi giorni si radunassero 70000 fanti, 15000 cavalli, centoventi pezzi di artiglierie, ottocento cariaggi di munizioni, ottomila somieri, seimila guastatori: il più bello e fiorito esercito che fosse stato riunito fin lì, e bada che lo avevano posto insieme i soli principi di Sassonia, Assia, Vurtemberga, Analto e le città imperiali Augusta Ulma e Strasburgo. Se i collegati, rotti gl'indugi, avessero di subito assalito lo imperatore rinchiuso in Ratisbona città luterana, epperò tentennante, con soli attorno tremila Spagnuoli e cinquecento Tedeschi, non ha dubbio che lo avrebbero facilmente oppresso; e tuttavia nol fecero o perchè tardi per natura, o perchè sentissero una tal quale esitanza a percotere prima una istituzione così venerata come il sacro romano impero, o per qualunque altra causa a noi ignota. — Gingillaronsi i protestanti a scrivere certa lettera a Carlo, la quale non sarebbe stata accolta quando mai avesse contenuto proposte discrete; figurarsi se piena di enormezze come cotesta era! Chiedevano la pace generale della Germania, un concilio nazionale, e sia pure a Trento a patto che a loro sia libero andarvi o no, e si componga di padri o teologhi per metà cattolici, per metà luterani; siedano giudici lo imperatore con gli altri principi laici di Germania, ed altre più cose assai. Ghignò di rabbia Carlo al ricevimento di cotesto messaggio, conciossiachè, sebbene con parole onorate, egli insomma contenesse la proposta di renunzia alla corona, atto che per allora egli non si sentiva voglia di fare; onde contro suo solito, ordinariamente circospetto, non curando il pericolo dentro cui si versava, postergato ogni obbligo di consultare la dieta, di propria autorità metteva al bando dello impero l'elettore di Sassonia, il langravio di Assia e chiunque si accontasse con loro, i vassalli sciolti dal giuramento, chiunque avesse loro corso addosso per ammazzarli ed usurparne i beni, invece di pena, avria conseguito grazia e favori. Di rimando i protestanti spedirono al campo imperiale un araldo il quale con tutte le solennità che ordinavano i tempi gli dichiarava i principi collegati non riconoscerlo più per imperatore, e chiamare a decidere cui di loro avesse torto giudice Dio: protestare contro il bando perchè a quel modo decretato era atto tirannico e sovversivo delle libertà del corpo germanico. — Carlo accommiatò l'araldo incombenzandolo dire ai suoi signori: «simile protesta prima della battaglia non valere un bagattino, e dopo anco meno, perchè la forza legittima ogni cosa.»

Pertanto la guerra era dichiarata: secondo i giudizi umani lo imperatore si credeva l'avesse dovuta perdere; in ogni caso sarebbe andata per le lunghe, ed entrambe le parti ne sarebbero rimaste offese sì che quando anche ne fosse riuscito vittorioso Carlo, per parecchio tempo non gli sarebbe rimasta balìa da levare un dito. La occasione offeriva il ciuffo a chi volesse afferrarlo: il Burlamacchi voleva e sapeva.

CAPITOLO III.

Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato, nè la storia li dichiara tutti; quanti stati il padre gli procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi; se avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri. — Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche aristocratiche; durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile. — Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino. — Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità. — Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato; mutazione del reggimento verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi. — Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni. — Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta di Santoviene, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. — Caso del Bellarmati o di suprema virtù o di avarizia suprema. — I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità grande che avevano per andare cauti; pure screzio tra nobili e popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. — Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi: invia a Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. — Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. — Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez, e viene a patti. I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti. — Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che, inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi. — Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione; ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse, si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per parte degl'Imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. — Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari, che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne, mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce il papa, è licenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna, che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena, per interposizione dello imperatore lascianla stare. — don Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena: tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto. — I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè concorra alle feste, e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. — I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi. — Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.

Fin qui di Europa; adesso più peculiarmente d'Italia; innanzi tutti del papa. Dopo il concilio di Trento con menzogna onesta i figli dei preti appellaronsi nepoti, prima addirittura figliuoli; nè questo era il peggio, chè il maggior danno consisteva nello sbranare un lembo di stato per gittarlo sopra le spalle ignude di costoro; ai quali lembo, invece di attutire la fame, cacciava addosso la smania di arraffarne un altro; per uno, avuto in dono ne rubavano quattro; l'appetito viene mangiando; e tuttavia nè anco questo si considerava il pessimo, e pessimo veramente appariva quel buttarsi che facevano i papi in abbandono dei figliuoli quanto più rei ed infami: e tale apparve Pier Luigi Farnese figlio di Paolo III; di lui narra la storia nequissimi fatti non meno che turpi, i quali negare è vano quanto indecente ripetere, e pure sembra che qualcheduno dei più tristi ella ne taccia, imperciocchè nelle storie di Benedetto Varchi occorra scritto come il marchese Del Vasto lo cassasse con ignominia dalla milizia, nè per quanto io mi sia dato cercare, mi venne fatto scoprirne la causa. A costui pertanto, scerpandolo dal patrimonio della Chiesa, il papa diede Castro; poi instò con focosa ressa perchè lo imperatore gli concedesse il marchesato di Novara, e lo ebbe, piccolo sorso a tanta sete! Allora il papa torna a schiantare il retaggio di san Pietro, che povero e pescatore dalle reti e dalla barca in fuori altra sostanza non ebbe nel mondo, e scissene Parma e Piacenza, ne compone un ducato in prò del suo diletto Pierluigi. È noto come a questo sperpero della sostanza chiesastica si opponesse tenace il cardinale Caraffa, che, assunto papa, fece peggio di lui: ma il papa toccare questi beni in sollievo della comunità cristiana non può, può toccarli e sprofondarli in vantaggio degl'indegni congiunti: si conosce eziandio che tali donazioni non avvengono senza fingerle permute utili, ed anco si dà ad intendere che le siano proprio vendite: a turpe causa non fece mai difetto pretesto degno, massime nella curia romana; ma fin qui non nacquero le mani per contare il prezzo pagato dai figliuoli dei papi per la terra acquistata dalla Chiesa.

E sempre intento Paolo ad ingrandire la famiglia, fantastica conquistare Napoli contro allo impero, poi sollecita importuno e irrequieto lo imperatore affinchè investa Pierluigi del ducato di Milano, insidia Siena; a tal fine elegge il cardinale Farnese abbate dell'abbazia delle Tre fontane su quel di Siena, meno per crescergli il censo che per mettergli in mano il filo a ingarbugliare le cose. Cotesto tramestío dei Farnesi aborrito dai principi italiani o per astio o per istudio di concorrenza o per paura: contrastavano loro Siena Cosimo e forse il marchese del Vasto, Milano Ferrante Gonzaga e Andrea Doria, donde le mortali nimicizie contro di lui, le mutue ingiurie, come esposi nella vita di Andrea, e per ultimo la parte presa dal papa nell'omicidio di Giannettino e la parte di Andrea nella strage di Pierluigi. In casa, il papa odiato perchè a sè tutto ed ai suoi a scapito dello stato; a Roma forse meno che altrove, anzi da parecchi riverito come quello che a molta gravità, alla pratica lunga dei negozi ed al sapere accoppiava la grandezza romana; nelle provincie secondo il solito esecrato, chè Bologna, Perugia, Ancona ed altre città non poche membravano nel loro segreto le violenze e i tradimenti onde tolte dal vivere o libero o autonomo erano state poste sotto al romano giogo, che solo i preti chiamano soave. Lo dissi altrove e lo ripeto qui, tentando pure che replicato venti volte gl'Italiani l'abbiano ad intendere una: narrano che i Lacedemoni costumassero in guerra paludamento vermiglio, perchè pugnando o non vedessero o si accorgessero meno del sangue e non isbigottissero; se vero, è incerto: certissimo poi che i preti elessero la porpora perchè altri non li mirasse imbrodolati del sangue dei popoli e non li maledisse. Pertanto negli stati del papa molte e vecchie e nuove le cause per desiderare novità, oltre la eterna e distinta da tutte della naturale irrequietudine dell'uomo che lo sospinge a non contentarsi mai dello stato presente; provvidenza o fato, donde la inanità dei farabulloni, i quali di tratto in tratto bandiscono chiusa l'era delle rivoluzioni: anco la morte è inizio di nuova rivoluzione.