Infiniti scrittori parlarono dei tempi intorno ai quali io pure mi affatico, e mirifiche cose ci escogitarono sopra: certo cotesto fu secolo caposaldo dei secoli; per lui incominciò nuovo ordine di cose, che a mio senno non è anco compito, dacchè io creda che innanzi tutto, cessate le conquiste e le sequele di quelle, bisogni che ogni popolo si costituisca gagliardo di propria potenza: allora la forza genererà il diritto, come il terrore ribadì tra tempia e tempia nell'uomo la idea di Dio; dove tu attenda giustizia dallo amore, aspetta prima mirare in branco pecore e lupi a pascere erba; e l'uomo ancora tiene del lupo più che non credi, e il civilissimo due cotanti sopra quello che i diari nostri costumano per vezzo appellare barbaro; non però di lupo, sibbene di volpe, ma bestia sempre. Quando per tanto gli universi popoli si troveranno armati di becco e di ugne, e tra sgraffio e sgraffio non ci correrà divario o poco, fatti e rifatti i conti, conosceranno come sia meglio per essi lasciarsi stare, barattarsi i frutti delle terre e le opere delle mani loro: si ameranno forse (e se senza forse, magari!) ma si rispetteranno di certo, e questo è quello che importa. Per ora non siamo a mezza via; bisogna che molte nazioni si compiano, altre che comincino a farsi: compite, si accorderanno prima per istinto, poi per ragione, all'ultimo per via di trattati, i quali niente altro faranno che ridurre in carta male ciò che avrà creato ottimamente la necessità, e i barbassori di allora, in tutto pari a quelli di ora, per avere scritto la fatale corrispondenza del genere umano reputeranno davvero di averla fatta essi. Così tenendosi per mano i popoli con più o meno celere, ma sicuro ed irrevocabile passo potranno camminare sopra la via del miglioramento umano: dacchè la storia somministri questo insegnamento solenne, che potenza ed intelletto pari creano reverenza ed emulazione, mentre sbilancio o dell'una qualità o dall'altra in un popolo a danno di un altro popolo lo spinge alla dominazione, alla ingiustizia, alla barbarie e con assidua vicenda ad essere preda del predatore: siffatto circolo fin qui agitò il mondo, e sembra che il Machiavello lo giudicasse inesorabilmente eterno: adagio, a giudicare il futuro che sta chiuso nel pugno di Dio; il Machiavello non potè immaginare quali e quanti missionari sieno dell'accordo dei popoli il telegrafo e il vapore; chi sa quante altre scintille sprizzeranno dalla pietra percossa dal ferro: noi che giovani spregiammo la Pazienza, e la Speranza, adesso vecchi propiniamo loro ogni dì nel sacrario della famiglia, votiamo loro i capi a noi dilettissimi e le salutiamo veraci angioli custodi della vita.
Di Francia uscì il ferro normanno che conquistò la Inghilterra: Normanni contro Sassoni, Danesi ed Angli (dopo tante invasioni gli aborigeni Zimry senza dubbio i meno) furono vipere contro vipere; dopo molte offese si persuasero che sarebbe stato più spediente per loro unirsi a danno altrui e si unirono rivoltandosi contro il nido che le aveva allevate; di qui la guerra inglese, le fiere battaglie onde stette battuta la Francia, un re inglese consacrato re di Francia a Parigi, un re di Francia prigioniero a Londra; ora poichè venga da natura che la reazione sottentri immediata all'azione, al regno di Carlo VII memorabile per codardia di re e per virtù di popolo succedeva il regno di Luigi XI; del quale fu scopo ridurre la Francia in forte e bello arnese prima per difendersi e poi per guadagnare: allora la Francia appariva un cumulo di feudi, di cui i principi spesso pari e talvolta superiori al re; fra loro o contro la monarchia senza requie combattenti; causa perpetua di subbuglio in mezzo a lei, impedimento a costituirsi gagliarda. Questo re adoprò le arti imitate dal Valentino più tardi ma con esito felice: grande lo scopo, la fortuna propizia, le vie praticate, trucissime talvolta, inique sempre: in Francia veruno lo loda, e tutti si avvantaggiano della opera di cotesto re; ipocrisia in contrasto o piuttosto d'accordo con la comodità. A parere nostro vanno errati coloro i quali credono che i casi e gli uomini dei secoli passati abbiansi a giudicare con le norme di giustizia che professiamo adesso noi; arduo del pari è stabilire se la nostra giustizia di oggi sarà giustizia domani; e comunque si pensi, chi ragiona considera i successi in corrispondenza dei tempi e con le qualità di sapere e di sentire degli uomini in mezzo ai quali cotesti eventi compironsi. Non unico Luigi diede mano ai veleni, alle mortali insidie, ai tradimenti; solo fu più avventurato degli altri; continuo allora il gioco col quale invece di una moneta si buttava all'aria una corona esclamando: o morte, o vita: quello che Luigi fece agli altri o emuli o parenti o fratelli, se non lo avesse fatto egli, lo facevano a lui: complice poi e instigatrice di delitti la religione: se, posti da un lato tutti i beni e dall'altro tutti i mali di cui è madre la religione fra i popoli, noi dobbiamo desiderare o no ch'ella cessi, mi asterrò decidere, ma veramente voglionsi addirittura bandire al mondo flagelli di Dio, quelle che come la cattolica nostra insegnano ad aprire un conto corrente con la coscienza dove una partita di bene compensi una partita di male, e bene si reputi la prodigalità ad alimentare l'errore e gli apostoli suoi. Nè ciò che noi da maggiore lume assistiti conosciamo assurdo ed anco sacrilegio, tale appariva a Luigi XI, il quale, pervertito lo intelletto, credeva davvero che la Madonna di Embrun ignorasse i suoi delitti, noti solo alla Madonna di Parigi; così presso a morire, narrano gli storici egli non mostrasse verun rimorso per le tante crudeltà commesse protestando averle stimate necessarie pel vantaggio della monarchia, vale a dire di sè medesimo; solo, mostrando qualche scrupolo per la morte del duca di Nemours, parve un cotal poco pentirsi di aver fatto perire questo amico della sua giovinezza.
Per questa guisa convertito il reame in arnese di guerra per forza di cose era mestieri adoperarlo; i re vincere l'un l'altro con le opere della pace non sanno; figli della prepotenza, da questa in fuori non pongono fede in altro, nè la occasione a cui la cerca e può valersene manca mai, anzi ella viene da sè: affermano gli storici che le Alpi furono aperte alla Francia dalla chiamata di Ludovico Sforza e dalla insania delle due donne, che Dio faccia triste, di Savoia e del Monferrato, ed è vero; però giustizia vuole che si aggiunga che, dove si fossero opposti anco tutti gli Italiani, mal vietate le Alpi sarieno state sempre: di vero prima di voltarsi alla Italia la Francia tastò la Spagna, ma per ben due volte se ne tornò indietro da Perpignano con la testa rotta; onde, volendo fare esperimento delle proprie armi, egli era naturale, che colà le adoperasse dove ne presagiva la impressione più agevole. Il paese più atto a ciò compariva certamente la Italia. Qui unico vincolo di unione fra gli stati nuocere altrui: se taluno accennava levare il capo sopra gli altri, tutti addosso: a cotesti tempi Dio ci voleva male davvero; lo ingegno si adoperava dagli stati a ordire sottili insidie in detrimento scambievole, le forze per affliggersi a vicenda; uno prevalendo su l'altro, non seppe comporre una forte monarchia, ovvero, deposto ogni concetto di primato, costituire una lega capace di opporsi con profitto ad ogni invasione straniera: ci volea poco a prognosticare che questo mosaico di frammenti non legati insieme, anzi discordi, ad ogni più leggiero urto sariasi scomposto; nè questo ignoravano i Francesi, i quali però, chiamati o no, io credo che sarebbero calati dall'Alpi; il consiglio perverso dello Sforza accelerò forse e agevolò la impresa, ma la sua origine hassi a derivare dalla necessità delle cose: e la Francia di certo avrebbe vinto, nonostante il precipitoso retrogradare di Carlo VIII, il quale non ha paragone che con la ruina del suo spingersi innanzi, se frattanto non sorgeva una potenza la quale non pure valse a tenerla in cervello, ma più volte la ridusse a un pelo di andare sbrizzata come tazza di porcellana caduta per terra.
Questa potenza è la Spagna; divisa in più regni, lacerata dalle fazioni, re in guerra fra loro, baroni in guerra contro i re e contro il popolo; popolo combattente contro tutti; Saracini in casa ormai radicati; occupanti le più belle provincie che essi felicitavano con le arti, co' commerci, con la cultura ed anco co' costumi ad un punto eroici e gentili: pareva non solo strano, ma impossibile che in simili condizioni la Spagna mai si conducesse a formarsi in istato grande: e tuttavia fortuna e senno operarono siffatto portento nel giro di pochi anni. Col matrimonio di Ferdinando e d'Isabella i due regni sparirono; la guerra contro i Mori, oltre ad affrancare lo stato dalla presenza dello straniero, il quale quanto più vuoi industre e cortese, tuttavia straniero era e causa perpetua di umiliazione e di debolezza, giovò a ricondurre i baroni al guinzaglio e, rinforzati gli ordini del governo, a scemare l'anarchia dei comuni: quindi si accese la febbre delle scoperte, onde l'ardimento degli uomini toccò il sopranaturale, e le ricchezze rapite somministrarono abilità di ammannire armi e di soldare milizie; per ultimo le nozze di Giovanna con Filippo il Bello di Austria recarono sul capo del figlio Carlo il retaggio di Austria, della massima parte della duchea di Borgogna e la speranza della corona imperiale.
Ormai la Francia e la Spagna sono salite in grado che, possedendo entrambi orgoglio sterminato e modo di appagarlo, forza è che fra loro contendano: signoria non pate compagnia; per venire in cozzo la casa regnante di Napoli sbattacchiata dalla bufera francese era spagnuola e congiunta dei reali di Spagna; adesso nè manco a fabbricarselo da sè poteva occorrere più santo o più giusto pretesto per pigliare parte a coteste guerre e spogliare i parenti dei loro stati, quanto quello di accorrere a difenderli per impedire che altri ne li spogliasse: vero è bene che Ferdinando e Isabella col trattato di Barcellona aveva pattuito con Carlo VIII, che, mediante la restituzione della Cerdagna e del Rossiglione già ipotecati a Luigi XI, di lasciare in balìa di lui amici e parenti, ma simili contradizioni le sono rifioriture nella politica degli stati e poi ormai la Cerdagna e il Rossiglione erano stati restituiti, e l'appetito viene mangiando. Una sentenza dura occorre nella storia di Ferdinando e d'Isabella dello americano Prescott a carico della Italia, ma come dura non del pari giusta; di fatto egli afferma: la Italia in cotesti tempi scuola magna della infame politica così astuta come vile, fraudolenta ad un punto e sfrontata, onde gli uomini del tempo si mostrano turpi di macchie che per età non si lavano; ma nè Ferdinando di Aragona nè Luigi XI avevano mestieri imparare in Italia, essi erano abbastanza matricolati da loro, e lice a noi dubitare se con altre norme si governino adesso gli stati in sostanza, quantunque il linguaggio sia del tutto mutato e ci si faccia un grande consumo anzi scialacquo di umanità. La fortuna delle armi non arrise ai Francesi, per cui ogni dì si fece più aspra emulazione fra la Spagna e la Francia, la quale giunse al culmine quando comparvero sopra la scena del mondo Carlo V e Francesco I a contendere dello impero: giovani entrambi, entrambi cupidissimi, eredi delle tradizioni dei loro antenati, forse spinti dalla necessità, la quale sebbene composta di argomenti artifiziati urge tuttavia come natura: l'uno e l'altro smanioso della monarchia universale di Carlo Magno, che quegli pretendeva francese, e questi tedesco. Anco nella contesa dello impero prevalse la fortuna di Carlo e fu salutato imperatore. Francesco ci spese attorno una grossa moneta, ma gli elettori si tennero gli scudi, non diedero i voti, e Francesco rimase condannato nelle spese. Senza timore di sentirci smentiti affermiamo la vita di questi due potenti essere stata un perpetuo duello per la dominazione del mondo, e a Carlo parve prossimo il tempo di porre la mano sul dominio del mondo, poichè alla Spagna, al regno di Napoli, al ducato di Milano, alla Borgogna, ai Paesi Bassi, all'Austria, all'Africa in parte e all'America ora si aggiunse l'essere capo dello impero, e collegati con lui da un lato i principi germanici, dall'altro i diversi stati italiani. Ma larghezza non fa grandezza; chi troppo abbraccia meno stringe, un po' perchè la forza manca, e un po' perchè la materia discorde e fra sè pugnace non si lascia agguantare: molte le vittorie riportate da Carlo ed anco dal figliuolo Filippo contro la Francia, e nondimanco riuscì loro impossibile soggiogarla, talvolta invasero le provincie francesi o vuoi dalla parte d'Italia o vuoi dalla parte di Borgogna, ma quindi ebbero sempre a sostare, e ad accordarsi; e ciò perchè quanto più s'inoltravano e più occorrevano in duri intoppi, quali sono la guerra popolesca, la diffalta dei viveri, la desolazione, lo incendio: i danari mancavano, però il bisbiglio sommesso poi il ribellarsi riottoso della milizia condotta al soldo, le malattie ed altri che non si narrano guai: a non ritrarsene correvano il rischio del tarlo che si ammanisce il sepolcro nel buco che scava. Aggiungi due flagelli che minacciavano del continuo lo impero, i Turchi e i luterani. Formidabili i primi, di tratto in tratto con danno pari allo spavento invadevano la Ungheria e minacciavano Vienna, sicchè sul più bello bisognava lasciare in asso le imprese e correre a rintuzzarli se non si voleva che il Turco allagasse in Europa; questo per di fuori, dentro limava l'autorità imperiale la setta luterana; e se si affermasse che a Carlo poco calessero le faccende della religione, non si direbbe il vero; devotissimo cattolico egli era, di ogni pratica osservante; non passava giorno che non assistesse ad una messa, qualche volta a due; si comunicava tutte le feste capitali dell'anno; almanco un'ora il giorno meditava sopra i misteri della fede: può darsi che il diavolo sovente lo tentasse intorbidando le pure linfe della sua devozione con qualche immagine di futuro acquisto, ma la buona volontà ci era; e tutto ciò senza pregiudizio di tenere in carcere papa Clemente VII, di chiudere un'occhio perchè ammazzassero il figliuolo di Paolo II, di minacciare il cardinale di San Marcello, che poi fu papa Marcello I, di farlo buttare nell'Adige se non si rimaneva da sobillare i padri del concilio perchè piantassero Trento, con altre cosiffatte dolcezze. Oltre pertanto quest'odio feroce di beghino, lui moveva con ispinta se non più veemente almeno pari la paura che i luterani sotto pretesto di libertà religiosa gli scalzassero il trono: nè oggimai questo punto rimaneva dubbio, nonostante le proteste e le dichiarazioni in contrario di Lutero e de' suoi, le quali in simili congiunture sempre si fanno, non si credono mai, e tuttavia sempre si rifanno; onde, l'eresie ogni giorno più impigliandosi in Germania, crescea per Carlo la necessità della guerra germanica, se pure non volesse sopportare con pazienza che l'autorità imperiale illanguidisse, e con essa mancasse la suggezione delle provincie dell'Austria: e tuttavia Carlo si trovava travolto nella più acerba guerra che avesse mai assunto con la Francia; nè le lusinghe per continuare mancavano; facile come sempre la prima impressione in cotesto paese, arduo inoltrarsi. San Desiderio ei prese, ma per inganno non per virtù: la stagione iemale gli stava addosso; l'annona scarsa, l'erario vuoto, l'esercito in procinto di ammotinarsi; male da questo lato, peggio dall'altro tanto che Francesco scorato esclamava: «O mio Dio come mi fai pagare cara questa corona che sperava tu mi avessi conceduta senza spine!» e ormai ai voleri del destino si rassegnava; però ognuno dei combattenti, secondochè succede, sapeva in qual punto lo affliggesse la scarpa; onde di un tratto ne surse la più strana pace, quella di Crepy, che mai si fosse vista: per essa la Francia ottenne vinta quello che appena le sarebbe stato lecito sperare vittoriosa; le conquiste fatte da entrambe le parti si restituissero; Carlo accordasse per moglie al duca di Orléans o la figlia propria o quella di Ferdinando suo germano; se la figlia, portasse in dote i Paesi Bassi, se la nipote, il ducato di Milano; con altri più patti che al nostro assunto non preme ricordare; però lo imperatore, astutissimo uomo, in virtù di cotesta pace ottenne in prima la sicurezza che non lo avrebbe il re di Francia molestato pel reame di Napoli nè per le Fiandre; non soccorso il re di Navarra, quantunque congiunto, per lo appunto come aveva costumato Ferdinando il Cattolico dirimpetto al re di Napoli; e' sono tutti di razza; per ultimo o per via di pace o di tregua Francesco tolse il carico di assettarlo col Turco; dall'altro lato Carlo lasciava Francesco ad accapigliarsi con Enrico re d'Inghilterra per causa di Bologna, sicurtà di fatti assai più efficace che di parole anco giurate: nè qui finirono i vantaggi; chè in virtù di patto segreto tra loro convennero instare affinchè il concilio si radunasse, e le mutue forze mettessero insieme per isradicare la eresia, minaccia della tirannide così in Francia come in Germania.
Poichè agli uomini dispiacciono o piacciono le cose secondochè loro apportarono o presumono riportarne utile o danno, così questa pace fu giusta simile stregua o celebrata o ripresa; nè fra gli strani solo, sibbene anco nelle famiglie delle parti contraenti; al delfino seppe mal di morte, onde, venuto in iscrezio col fratello D'Orléans, se ne temevano guai: sicchè quando più tardi di un tratto cotesto principe scomparve i cortigiani l'ebbero per provvidenza, volendo essi servire sì, ma servire tranquillamente. Gli stati d'Italia seguaci delle sorti di Carlo vivevano di pessima voglia presentendo scemata la propria autorità e il giorno di non lontana ruina: all'opposto i parziali di Francia aprivano la mente a superbe speranze o almeno quali era dato concepire allora alla degenerata razza latina: opprimere di seconda mano brani di popolo strappato di bocca al maggiore padrone straniero.
Di fatti la Francia tanto s'innamorò di cotesta pace che si mise coll'arco del dosso a negoziare l'accordo fra lo imperatore e il Turco, nè questo potendo ottenere, strappò una tregua, di un'anno prima, poi di cinque. Chiunque non avesse perduto il bene dello intelletto avrebbe conosciuto espresso che Carlo scarrucolava Francesco: tuttavia questi non se ne voleva accorgere; quello che gli talentava doveva essere, e i cortigiani tacevano: non si ha a sturbare il sire, nè pure coll'annunziargli la necessità suprema della morte imminente; però quasi sempre gli casca addosso come il nibbio che abbia chiuse le ale. Al nostro assunto non preme riferire il diuturno inganno; basti solo che la Francia alle ingiurie austriache quando potè non seppe o non volle apportare riparo, quando poi o volle o seppe ella non potè. —
Carlo, assettatesi a questo modo le cose dintorno, prese ad attendere alle faccende di Germania come uomo che vuole venirne al chiaro; e davvero n'era tempo, perchè lo indugio pigliava vizio, e di che tinta! Cesare aveva convocato la dieta a Vormazia con questo intendimento, che quivi si deliberasse la necessità di un concilio dove si avessero a definire le quistioni religiose, e poi al giudicato si stesse; che insomma era lo adempimento di quello che due anni prima fu stabilito alla dieta di Spira: ma da ora a quel tempo gran tratto ci correva; imperciocchè allora facendo mestieri a cesare tenere quieta la Germania, anzi cavarne sussidi per la guerra contro la Francia, con editto imperiale aveva conceduto che fra tanto e finchè il concilio si convocasse i protestanti senza molestia la religione loro liberamente professassero; la quale concessione appellarono Interim, che appunto nello idioma latino suona frattanto. Ai protestanti, che allora non si sentivano abbastanza gagliardi, non parve vero quel po' di respiro, e non istettero a guardarla tanto pel sottile: adesso poi, sentendosi forti da sostenere l'assunto repugnavano mettere ogni cosa in compromesso, considerando come Carlo non avesse più bisogno di piaggiarli, all'opposto mirasse a finirli, e come nonostante i passati e i recenti rancori ei si fosse accontato col papa ai danni loro, nè si sapesse se il concilio da Trento in qualche città germanica si trasportasse, e pareva che no, dacchè dopo il primo scalpore mosso da cesare per siffatta decisione del papa, ei se n'era rimasto cheto, onde a molti era entrato in sospetto che cotesti formicoloni di sorbo facessero le forche. In fine convocato il concilio l'Interim veniva a cessare: per le quali cose tutte dal concilio rifuggivano come il can dalla mazza; e avevano ragione da vendere, imperciocchè a Giovanni Hus il salvocondotto imperiale tanto non gli fece scudo che i padri del concilio di Costanza non lo pigliassero e ardessero; bene il medesimo salvocondotto salvò Lutero quando si commise alla dieta di Vormazia, ma, oltrechè il salvocondotto di Lutero fosse garantito da tutti i principi germanici i nuovi convocati non si sentivano dell'umore di lui, il quale dissuaso dall'andare coll'esempio di Giovanni Hus e di Girolamo da Praga rispose incollerito: «Levatemivi dinanzi, che io ci vo compire ad ogni modo, quando anco ci avessi a trovare tanti diavoli quante sono le tegole sopra le case.» E poi in conchiusione, quando pure volessero correre rischio del salvocondotto imperiale ora tutela, ed ora insidia, Ferdinando fratello di cesare che faceva per lui, di dare sicurezza non voleva saperne, onde si rendeva manifesto, ch'essi andavano a mettersi addirittura in bocca al lupo. Ferdinando secondo l'usanza vecchia e rinnovata sempre da cotesti messeri, e quello che maraviglia di più, creduta sempre dagli uomini, i quali nonostante perfidiano a volere essere chiamati animali ragionevoli, dava apparenza onesta, anzi santa, a fini fraudolenti, e diceva: il Turco stare sul collo alla Germania, sbrigatosi della guerra persica tornerebbe più terribile che mai ai danni dei cristiani: durante la brevissima tregua aversi a provvedere arme ed armati per dare buon recapito a questo flagello di Dio: alla necessaria concordia per conseguire tanto fine fare ostacolo le dissidenze religiose, difficili a comprendersi, impossibili a definirsi, cagione di guai interminabili a disputarsi: qui più che altrove essere mestieri che un consesso augusto quanto autorevole dichiarasse le norme a cui i cristiani tutti avessero a stare, ed a quelle si stesse; però finchè i Turchi non fossero dispersi, ciò si mettesse da parte; ne parleremo a causa vinta. — I papisti che sapevano o indovinavano la ragia esclamavano; «perfettamente;» ma i protestanti di contrasto: «No davvero, prima andiamo d'accordo, e poi saremo con voi: patti chiari amicizia lunga:» alla meno trista si stabilisca subito una dieta, e finchè non vi si decidano gli screzi sia prolungato l'Interim; bene inteso però, che la si dovesse tenere in qualche città dello impero, nè il papa la convocasse, molto meno la presiedesse egli, giudice e parte. — Da un lato l'imperatore puntò i piedi, i protestanti dall'altro i piedi e le corna; la ragione più da questa parte che da quella; la pertinacia pari in entrambe; si sciupò tempo; parole a fusone, e, come di ordinario accade, non conchiusero nulla.
Egli è da credersi che i protestanti avrebbono lasciato passare tre pani per coppia se lo imperatore col mutare dei tempi non avesse mutato animo dandolo a divedere troppo apertamente, ma ora premendo a costui lusingare il papa contro i Protestanti schizzava veleno: più di ogni altro valse a metterli in sospetto il caso dell'arcivescovo di Colonia: questi, insigne per pietà e per dottrina illustre, prese a tedio i romani errori, si piacque propagare nella sua diocesi le credenze dei protestanti giovandolo in questo zelantissimi coadiutori Melantone e Bucero, i quali trovarono non che atto il terreno, disposto; nemici solo ed infesti i canonici della cattedrale, nè già per amore di dogmi, bensì per moltissimo amore delle dignità e delle comodità loro, i quali, subodorato il vento e conosciutolo favorevole, si appellarono al papa come superiore chiesastico, allo imperatore come superiore civile; questi senza dare tempo al tempo, timoroso che il papa non gli preoccupasse il sentiero, tosto da Vormazia, dove allora si tratteneva, mandò un decreto ai canonici perchè vigilassero la fede della chiesa di Colonia e bandissero ribelle chiunque le contraffacesse, allo arcivescovo perchè dentro trenta giorni si presentasse a Brusselle per iscolparsi delle accuse messegli addosso. Oltre questo esempio, spaventavano i novatori la persecuzione dei loro correligionari nei Paesi Bassi, il divieto di salire sul pulpito ai predicatori protestanti a Vormazia, la balìa ai cattolici di tirare a palle rosse dalle bigonce e dagli altari contro i luterani.
Intanto si apriva il concilio di Trento; e lo imperatore, da quello svelto ch'egli era, voleva menare il cane per l'aia per pigliare tempo a compire gli armamenti e al punto stesso tranquillare i protestanti per coglierli alla sprovvista, e quando pure si avessero a mettere subito le mani in pasta, si cominciasse dalla riforma dei costumi e degli abusi della Chiesa: ai dogmi si penserebbe più tardi: accetta ai protestanti la riforma dei costumi, era agevole prevedere che nella trattativa dei dogmi sarebbesi incontrato l'osso. Il papa dal canto suo strologava per cavare il concilio da Trento, o se questo non poteva conseguirsi indilatamente, si definissero gli articoli della fede. Nonostante però quel fare alle braccia fra imperatore e papa, o per cacciarsi sotto l'emulo o non esservi cacciato, insieme poi ordivano fitto contro il comune nemico; in questa moriva Lutero, i cattolici ne menano gazzarra, i luterani si accosciano, e a torto entrambi: le necessità dei tempi si creano mano a mano come l'orologiaro fa l'orologio; compito ch'ei sia, rimarrà eternamente fermo se taluno non dia impulso al pendolo; all'orologio del tempo chi dia lo impulso non manca, imperciocchè per uno dei moventi che caschi ne subentrano dieci; e non lo trattiene scapito espresso anzi neppure la morte: quindi erra chi pensa che creasse il moto colui che si trovò a imprimergli l'ultima spinta; antichissima la materia del luteranesimo, Arnaldo, Savonarola, Giovanni Hus, Girolamo da Praga ed altri parecchi lo avevano ammannito, ma non ne vennero a capo, e per poco la fiamma che arse i corpi loro non ne abbruciò la memoria; a Lutero arrise la fortuna, però da lui si noma la riforma: da tutto questo se ne inferisce che la cosa messa su lo sdrucciolo per via va senza mestiere che uomo la spinga dietro; quindi la riforma procedè senza Lutero, come Lutero, caso mai avesse mutato partito, non avrebbe potuto farla stornare un'oncia: chi desta lo incendio non può spegnerlo poi.