Degli studi di Francesco Burlamacchi poco sappiamo: certo, se argomentiamo dai libri che egli aveva in delizia, possiamo accertare che molti e profondi dovevano essere, conciossiachè ci affermino quanti di lui scrissero ch'egli si dilettava maravigliosamente di storie e della lettura continua delle opere di Plutarco: ora le midolle del lione si confanno solo ad Achille e lo nudriscono. Rarissimo nel secolo decimosesto il giovane nato da genitori onesti che fosse alieno dalle discipline gentili, e tu incontravi sovente fra gli stessi artefici in Toscana bei dicitori in prosa o in rima e scrittori forbiti, e male mi conduco a credere che anco nel popolo minuto fossero allora ignoranti di lettere come adesso sono. Se io ricordassi che le ricerche, le quali si chiamano statistiche, ci abbia chiarito come fra le provincie italiane la Toscana sia la più infelice di tutte, e fra le città toscane Firenze, solo allo scopo di palesare un fatto irremediabile, senz'altro meriterei la taccia di maligno, ma io mi vi induco perchè la Toscana e Firenze si vergognino, e, non considerata logora ormai la fama che ci veniva dagli avi, attendiamo a procacciarcene un'altra con la virtù e con le lodevoli fatiche nostre. Per ultimo sappiamo come ponesse amore nel giovinetto Francesco lo zio fra' Pacifico domenicano e lui con diligente cura ammaestrasse. Ora è da sapersi che questo fra' Pacifico al secolo fu Filippo e fratello a Michele Burlamacchi, il quale dimorando a Firenze pigliò usanza con fra' Girolamo Savonarola, e tanto di esso e delle sue dottrine si accese che da lui in fuori non volle avere altro confidente e maestro, per guisa che, vinto da sdegno per le mondane cose a cagione della lacrimabile morte del frate, rifuggissi a Lucca, dove al tutto disposto di dedicarsi a Dio vestì l'abito di san Domenico nel convento di San Romano col nome di fra' Pacifico. In questo fidato asilo meditando continuo da un lato sopra la bontà di frate Girolamo e sopra i concetti di lui, che gli parevano santi, dall'altro su la perversità degli uomini, i quali, come di ordinario succede, non contenti di spegnere la vita di un uomo, pare che non possano vivere se ad un punto non ne spengano la fama, concepì l'ardito disegno di dettarne la vita e la condusse a termine. Quest'opera, più volte stampata ed anco ai giorni nostri letta, fu la prima che comparisse intorno al frate: la si trova scritta in buono stile ed ha fornito agli altri se non tutte, certo la massima parte delle notizie dello infelice riformatore: e come se questo fosse poco, il nostro animoso fra' Pacifico prese senza sospetto nè rispetto alle ire di Roma a difendere la reputazione del Savonarola, al quale fine compose un dialogo fra Didimo e Sofia diviso in più giornate, che si conserva manoscritto nella libreria dei frati di San Marco di Firenze, il quale io confesso di non avere mai letto. La tradizione ci attesta, ed è di leggieri credibile, che fra' Pacifico per costumi severi e carità di opere lasciasse rinomanza di santo: rassegnato ed umile, come colui che, pigliando a combattere una potenza immane, presentiva la lunga contesa e i danni delle battaglie; avventato poi ed acceso, come quegli che presente del pari il futuro trionfo della sua fede. Gli uomini, massime giovani, vaghi di sapere le vicende del mondo assai volentieri frequentavano il convento di San Romano dove fra' Pacifico, dopo avere appagato la curiosità loro, li metteva sopra la strada di ragionare su le romane enormezze e detestarle, non anco eretici, ma ormai non più cattolici. Francesco dal dire e più dal fare dello zio frate pigliava norma a pensare ed esempio per sostenere con costanza i propri propositi; gli ebbe riverenza come a maestro, affetto di figliuolo, e quando fra Pacifico nel 1519 chiuse gli occhi alla vita, egli se ne stette lungamente come cosa balorda nè pareva se ne potesse consolare. Quanti scrissero la vita di Francesco, e sono parecchi, comechè la più parte giacciano manoscritte nelle biblioteche di Lucca, si accordano a descriverlo di bella persona, ottimo parlatore, vivace, nel motteggiare arguto, pieno di sentenze, d'indole repubblicante, donatore del suo, studioso a non offendere, diligente a farsi perdonare la offesa, per natura e per arte dispostissimo a guadagnarsi la benevolenza altrui, lento a meditare i disegni, nel proseguirli tenace, nello adempirli fulmine: della fama oltre il dovere (se questo può dirsi) innamorato, perchè nè cura di sè e dei suoi nè di sostanza nè di nulla lo potesse reggere tanto che non si avventasse precipitoso a conquistarla. Di ventisette anni tolse in moglie Caterina figlia di Federigo Trenta già morto; nobili entrambi, anzi la Caterina dal lato della madre, che fu Caterina Calandrini, procedeva nientemeno che dal papa Nicolò V; nè si sa che ricevesse dote, almeno dal contratto di nozze non comparisce,[8] procrearono insieme dodici figliuoli, sette maschi e cinque femmine, di cui a suo tempo riferiremo le fortune e la vita.
Quasi giovanetto Francesco prese ad esercitarsi nelle magistrature, sicchè appena trentenne fu anziano; nel 1529 lo elessero deputato insieme con Girolamo da Portico al principe Oranges al campo sotto Firenze perchè le sue milizie osservassero i confini della Repubblica e dovendo pure traversare la campagna si astenessero da fare danno; nel 1530 poi andò ambasciatore insieme a Gherardo Macarini a Carlo V per congratularsi della vittoria del suo esercito contro la Repubblica di Firenze, e con qual cuore adempisse cotesto carico ognuno sel pensi; nel 1533 lo promossero a gonfaloniere pei mesi di gennaio e di febbraio; nè mai da quel tempo in poi si rimase senza essere adoperato. Gli onori e gli oneri pubblici non cercò, quelli che gli vennero compartiti accolse[9]; uno solo si diede con infinita diligenza a sollecitare e l'ottenne, come quello che si attagliava ai suoi occulti disegni, e fu il commissariato delle milizie della montagna; intorno al quale ufficio importa sapere come la Repubblica di Lucca in mezzo a tre repubbliche, Pisa, Genova e Firenze, tutte più potenti di lei e tutte cupide di allargarsi a danno della meno forte, stava a buona guardia, e se consideri la piccolezza sua stupendamente apparecchiata su le armi. Sei cittadini tenevano lo ufficio della munizione, di cui era perpetua cura che nei magazzini pubblici si conservassero tanti grani e altre biade che ai casi ordinari non solo, bensì anco agli straordinari sopperissero; ed altri sei andavano preposti allo uffizio delle armi, i quali attendevano alla provvista della munizione da guerra, alle artiglierie ed alle altre armi così da fuoco come da taglio, e per attestato del Baroni si ha che nell'armeria se ne custodissero sempre in copia bastevole per trentamila soldati. La città tanto pei fini della difesa quanto per gli altri che ai giorni nostri si chiamano amministrativi e politici andava divisa in terrieri, e ognuno di questi in quattro gonfaloni o stendardi, i quali a loro posta avevano sotto di sè quattro pennoni o caporali, e così in tutto quarantotto pennoni e dodici gonfaloni. La bandiera usavano comune, bianca e rossa, di seta, se non che ciascheduna portava per arroto in mezzo certo segno proprio del suo gonfalone; San Paolino, ch'era il terziero dei Burlamacchi, nel primo gonfalone faceva il segno della Sirena, e però anco i Burlamacchi (e fu avvertito) usavano di questa immagine per cimiero su l'elmo, come si può osservare in molte armi antiche di cotesta famiglia; i quattro pennoni che sotto il gonfalone della Sirena si riunivano avevano nome San Masseo, Santa Maria Cortelandinghi, San Giorgio e San Tomeo. Ad ogni gonfalone era assegnata una parte dei baluardi perchè la vigilasse e la difendesse, e su i cantoni di ogni strada occorrevano segnati i nomi sia del baluardo, sia del gonfalone preposto a difenderlo, per guisa che al rintocco della campana che sonava accorruomo seimila uomini potevano trovarsi in assetto di difendere la muraglia. Nè meno solleciti accadevano l'avviso alle milizie del contado e lo assembrarsi di lei alla custodia delle torri sparse qua e là per la campagna, chè dalla gran torre del palazzo di giorno si facevano le fumate, e durante la notte il segno si dava con le fiammate: le milizie di tutto lo stato sommavano a meglio di ventimila uomini ottimamente ordinati da uffiziali di buon nome, i quali tiravano il soldo dalla Repubblica.
Trovandosi pertanto comandante generale di tutte le milizie lucchesi Giovambattista Boccella, personaggio di molta autorità in casa sua, propose al consiglio della Repubblica che, avendosi a nominare i tre commissari delle battaglie del contado, uno fisso e gli altri due a tempo, per commessario fisso si eleggesse Francesco Burlamacchi, e di leggieri fu vinto; molto a cagione del concetto di uomo capace e zelatore del bene pubblico in cui lo teneva l'universale, e molto eziandio per la ressa grande che Francesco ne fece tanto presso il Boccella quanto presso i singoli cittadini componenti il consiglio; però non è consentaneo al vero quello che occorre in parecchi scrittori, voglio dire che Francesco si lesse a procacciarsi a tutt'uomo questo ufficio in prossimità del tempo in cui sinistrò la sua impresa, imperciocchè egli l'occupasse fino dal 1535 insieme con Gherardo Penitesi, al quale fu confidato il presidio del passo al Ponte di San Pietro, mentre il Burlamacchi prese a difendere la frontiera dalla parte di Nozzano; del terzo commissario ignorasi il nome, solo si conosce che le altre ordinanze stanziavano ai ponti di Moriano, dei Colli e di Camaiore; e nè manco sembra vero che tutte queste battaglie sommassero a duemila fanti; il Dalli, che lo poteva sapere, ci avverte che arrivavano fino a sei mila, tutta buona e cappata gente.[10]
Di certo il Burlamacchi per la molta sufficienza sua si acquistò il primato sopra non solo i compagni, ma altresì sopra il suo superiore comandante generale, per modo che a lui deferivano: di vero egli non ometteva veruna di quelle cose che fanno il capitano amato e temuto, grazioso con tutti, vigile custode della disciplina, giusto ad un punto e severo, più con lo esempio che col comando ordinatore ai soldati, facile a rendere servizio, pronto a sovvenire del proprio, onde in casa i suoi lo riprendevano spesso di questa soverchia liberalità, e non è dubbio alcuno che in ciò spendesse con detrimento delle proprie sostanze.[11]
Questo è quanto sottilmente ricercando abbiamo potuto rintracciare intorno alla vita di lui fino al 1545; potevamo aggrupparci non pochi particolari, se non veri nel senso che si trovino attestati da pubbliche o da private scritture, certo verosimili, ma gli abbiamo omessi con deliberato consiglio desiderando che quanto verremo raccontando si tenga, diremo così, in concetto di religioso e di santo.
Ora poi, a fine di conoscere lo ingegno dell'uomo, vuolsi indagare quale fosse lo stato della Europa e più specialmente della Italia nostra; che cosa si sperasse e si temesse, quali gli umori sia per ciò che tocca le faccende politiche, sia le religiose: dacchè giudicammo (e da questo giudizio punto ci rimoviamo) che per lodare ovvero per riprendere l'uomo che sé ed i suoi avventura ad una impresa zarosa bisogni, senza attendere l'esito, esaminare se la era a conseguirsi probabile e se proporzionata all'intelletto e alla potenza dello agente, se utile allo stato, se onesta e se giusta; imperciocchè se tutte queste cose si appuntino nella impresa, allora riuscendo a bene ne avrai lode e vantaggi, e quando venga a sinistrare, non fie per mancarti in ogni caso la lode che sempre accompagna la virtù infelice. La fortuna senza consiglio appo i sapienti nulla vale; pel volgo sì, ma di un tratto ella muta, e allora non basta nè manco all'ufficio dei panni, i quali, secondo il dettato popolesco, rifanno le stanghe; caduta la fortuna della mal pensata e disonesta impresa, null'altro ti avanza eccetto il vituperio e il pregiudizio: a questo modo Focione ateniese avendo dissuasa la guerra lamiaca, punto si commosse allo annunzio dei prosperi gesti di Leostene capitano preposto alla impresa, ed a coloro che per istraziarlo gli domandavano se avesse egli desiderato di compire coteste strepitose azioni rispondeva: «Certo sì, ma tornerei pur sempre a consigliare come feci.» E i lieti inizi si convertirono poi in tristi lutti, perchè all'ultimo la guerra andò perduta, e Leostene rimase spento; ma ciò non rileva: lo esito buono o misero nè cresce lode nè la toglie, semprechè prima di recarti addosso un gesto, tu avverta a tutte quelle cose di cui abbiamo tenuto proposito qui sopra.
CAPITOLO II.
Se una legge fissa governi le cose morali e politiche come le fisiche: difficoltà di rinvenirla. — Scienza politica fallacissima e perchè. — Quante volte nei suoi presagi politici sbagliasse il Machiavello; esempio solenne di giudizio errato accaduto ieri. — Burbanza e vanità delle cicalate che appellano Filosofia della storia; sistemi a vicenda divoransi. — Secolo XVI secolo caposaldo; comincia epoca nuova non anco compita: a qual patto i popoli cesserano le guerre. — Ciclo perpetuo dei medesimi eventi presagito dal Machiavello non è fatale: nuovi semi partorirono e partoriranno sempre nuovi frutti. — Speranza e pazienza veraci angioli custodi della vita. — Stato di Europa nel punto della storia nostra: conquiste normanne in Inghilterra; Inglesi conquistano la Francia. — A Carlo VII succede Luigi XI che compone il reame di Francia in arnese di guerra. Prosunzione dei giudici moderni; con quali norme hassi a giudicare dei tempi e degli uomini passati. — Come la religione diventi flagello del consorzio civile: colpe del cattolicesimo pervertitore di morale e impedimento al migliorare della stirpe umana. — Luigi XI morendo non si pente, anzi crede di aver ben meritato della monarchia e di Dio. — Se Ludovico il Moro e le donne di Savoia e di Monferrato fossero unicamente cause che i Francesi calassero in Italia, e sembra di no. — Stato d'Italia per colpa dei suoi principi dispostissima ad essere invasa. — I Francesi l'avrebbero conquistata e tenuta se non era la Spagna; la quale in breve per virtù e per fortuna si costituisce in potente reame. — I reali di Spagna; consentono a starsi in mezzo neutrali perchè Carlo VIII spogli gli Aragonesi di Napoli, poi sotto pretesto di soccorerli vanno a spogliarli essi. — Dura sentenza del Prescott contro la Italia e non giusta. — Tra il re di Francia e il re di Spagna cresce l'odio per la contesa dello impero: prevale la fortuna di Carlo, ch'è assunto imperatore; Francesco I è condannato nelle spese e perde la causa. — Larghezza di stato non fa grandezza. — Lo imperatore non arriva mai a soggiogare la Francia; se ne assegnano le cause diverse interne come esterne. — Carlo V come politico sommette ogni considerazione all'interesse, pure pende per natura al beghino. La libertà di coscienza in Germania si desiderava davvero, pure serviva a colorire il fine della libertà politica. — Pace inopinata di Crespy; in apparenza la Francia ne ha il meglio; vantaggi grandi che ne cava Carlo V. — Opinioni contrarie sopra cotesta pace: anche nelle famiglie dei contraenti genera dissidi. — Misero stato d'Italia. — La Francia procura tregua, non potendo pace, fra lo imperatore e il Turco. — Carlo scarrucola Francesco, e questi non se ne vuole accorgere. — Carlo si volta intero alle cose di Germania: convoca la dieta a Vormazia per istabilire il concilio, il quale abbia a definire le questioni religiose. — Interim che fosse, e quando, ed a quali fini si concedesse. — I Tedeschi cresciuti di forze repugnano a mettere in compromesso il presente loro stato: e poi non hanno sicurezza recandosi a Vormazia: salvocondotto imperiale da non se ne fidare: quando salva e quando no; perse Hus e Girolamo da Praga; difese Lutero ma perchè: parole animose di Lutero recandosi a Vormazia. — Ferdinando re dei Romani sotto apparenze sante nasconde fine scellerato pel quale convoca la dieta a Vormazia. Altri fatti donde i protestanti desumono prova di animo ostile dello imperatore contro di loro; e segnatamente dal caso dello arcivescovo di Colonia. — Si apre il concilio di Trento; con quali intenti di Carlo. — Morte di Lutero; allegrezza dei cattolici e sbigottimento dei luterani; a torto entrambi; le cose apparecchiate, protratte per necessità di tempi poco si offendono per la morte di un uomo. — Paolo papa mette le mani nel negozio dell'arcivescovo di Colonia per arruffare la matassa allo imperatore. — Lo imperatore apre la dieta a Ratisbona; i protestanti vi si presentano per via di mandatari. — Se meriti lode di astuto il contegno tenuto da Carlo in cotesta congiuntura. — Trattato dello imperatore col papa, e patti della lega: girandole di Carlo e stizza del papa che si vede rubare il mestiere. — La Germania va in fiamme: apprestansi armi a combattere. — I Veneziani dissuadono il papa di porgere aiuto allo Imperatore, e buone ragioni che ne danno, ma invano. — Tradimento di Maurizio di Sassonia a carico del suocero e del cognato. — Conchiudonsi nozze, come sempre, favorevoli a casa di Austria. — Iattanze del langravio: numero stupendo di milizie raccolte. — Dannose dimore e peggio che inutili proposte dei luterani a Carlo; il quale, montato in furore, senza consultare la dieta, gli mette al bando dello impero. — I principi mandano l'araldo a intimare la guerra contro lo imperatore ed a protestare contro il bando. — Così le armi dello impero ingaggiate in guerra piena di pericolo, ottima la occasione per tentare novità in Italia, il Burlamacchi poi uomo da volere e sapere cogliere la occasione.
Forse una legge governa con ordine eternamente fisso così le fisiche come le politiche e le mortali cose; ma se riesce arduo a scoprirla nelle prime, disperato è poi nelle seconde e nelle terze; nulla fu senza grande di vita travaglio concesso ai mortali; anco la natura materiale s'inviluppa per entro veli impenetrabili, che a stento ella si lascia strappare da dosso o per grande amore che porti, o per grande violenza che altri le faccia. E lasciando la morale da parte, per toccare della politica, ti si fa manifesta la difficoltà di rintracciarne la legge da questo, che nonostante la molta scienza dei passati eventi e la molta pratica delle faccende quotidiane, male puoi presagire lo esito dei negozi prossimamente futuri, peggio i lontani, ossia perchè ti avvenga di scambiare per causa quello che insomma altro non è che effetto ossia che la sequela di ragione indotta dal giudizio vada esposta a trovarsi scompigliata da altre cause nè prevedibili nè prevedute; di questo somministrano esempi in copia le antiche e le moderne storie; il nostro Giuseppe Ferrari ci chiarisce come e quante volte s'ingannasse l'arguto ingegno di Nicolò Machiavello sia giudicando la potenza dei Medici, o le sequele della riforma, o il pericolo d'invasioni svizzere e turche in Italia, e via discorrendo: di tanti recenti ne basti uno solo a noi e d'ieri; per le superbe tumidezze francesi e per le procaccianti burbanze prussiane l'universale bandiva prossima la guerra; l'acqua è in terra, dicevano da per tutto, e pure i nugoli si sono tirati in su, ed abbiamo veduto succedere alla temuta procella una quiete torbida che salutano pace in mancanza di meglio.
Ma ciò che sembra più strano a concepirsi si è, che nè manco degli eventi ormai compiti ed antichi ci riesca addurre ragione certa. Di vero s'impadronì delle storie una maniera di argomentatori, e chi tirandole da un lato, e chi dall'altro, chi sbattendole con ala che a taluno pare di aquila e ad altri di pipistrello, se ne serve di materia alle fantasie proprie o agli errori: di qui i sistemi filosofici, i quali nati appena, come i guerrieri dai denti del dragone di Cadmo, si combattono a vicenda e si uccidono: onde il secolo, che inclina al positivo, comincia a mettere passione nelle scienze fisiche da vantaggio che nelle filosofiche, nè a torto; imperciocchè nelle prime quantunque poco avanzo egli ci faccia alla giornata, pure questo poco mette da parte nel salvadanaio; così mano a mano crescendo di capitale, noi lo vediamo adesso possessore di quello stupendo patrimonio che tanti maravigliosi portati ha partorito, pure promettendone altri più mirabili ancora. Dalle metafisicherie si diparte; non già, che le odii, dacchè, agitando le braccia, se l'uomo non vola, ei fa esercizio utile all'agilità dei nervi, ma sì per questo, che al chiudere delle tende gli pare a modo del dio Odino avere perseguitato sopra le nuvole un cervo di nebbia sopra un cavallo di nebbia.