E' parve non senza mortificazione dei fedeli che in chiesa costumasse come in cucina, dove i troppi cuochi sciupano il desinare; perocchè gli animi non si racchetarono, e gli strappi non si rammendarono, anzi tutto si arruffò peggio di prima, colpa di taluni sediziosi che di essere ridotti al canapo non ne volevano sapere; finalmente a mezzo marzo entrò il nuovo magistrato di cui per la prima volta fece parte Francesco Burlamacchi, e questo parve disposto a volerne vedere la fine, e, quasi per fare libro nuovo e conto nuovo, innanzi tratto bandì perdono generale di quanto fosse detto ovvero operato fino a tutto cotesto giorno, che fu il martedì santo: poi cassò la guardia accogliticcia del palazzo, dando ad ogni uomo di mancia un mese di paga perchè potesse rigirarsi e fare i fatti suoi; le chiavi delle porte tornarono a custodirsi nel modo antico, ed ogni cosa parve riprendere la consueta andatura. Avevano ottenuto molto, ma pel giorno della festa della Libertà confidarono di comporre ogni screzio in modo permanente; e questo dì venne: che razza di libertà fosse quella dei Lucchesi e quanta causa avessero di rallegrarsene già vedemmo, ma per ordinario la gente si contenta di poco. Per quel giorno dunque fu ordinata la processione consueta, ma più solenne degli anni passati, dove si portò attorno lo stendardo della Libertà tutto inorato ch'era una maraviglia a vederlo; lo seguivano il senato, i dottori, i cavalieri e dopo gli artieri e per ultimo il popolo in bella ordinanza. Dopo avere girato un pezzo, convennero in duomo, e colà un canonico, il quale non si sapeva bene se più sentisse di dottrina ovvero di santità, ma sentiva forte di ambedue, sciorinò una orazione con la quale dimostrava espresso che la libertà senza pace non si può dare, e pace senza libertà si può dare anco meno; poi, agguantato un Crocifisso con due mani, cominciò a trinciare benedizioni che pigliavano un miglio di paese; venne dopo la messa tra suoni e canti mirabili, e finalmente l'ora del desinare, sicchè la processione uscì dalla chiesa lieta e contenta che ogni cosa fosse riuscita a così desiderabile fine. Ma il demonio non si diede per vinto, chè anco una volta s'ingegnò di ficcarci la coda: onde accadde che, essendo uscite di chiesa le prime regole dei frati, a Giannino di Castelnuovo venisse fatto di vedere un Paolo Antongioli di Camaiore vocato lo Imbroglia, nè si potendo tenere, gli corse addosso con l'arme ignuda gridando: «Ecco uno dei traditori chiamati per mandarci alle coltella.»

Di qui uno scompiglio da non si potere con parole descrivere; svolazzare di tonache di più fogge e colori, ceri e lampioni in fascio, cristi in pezzi, madonne rotte, chi urla e chi piagne, chi bestemmia e chi prega; chi si fa largo giocando di calci e di pugni, chi si rassegna a farsi calpestare mugolando allorchè qualche scarpa ferrata gli ammaccava le costole; donne capovolte in mucchio addosso ai frati, cui cotesta pareva strana novità; dei rimasti in duomo parte si restrinsero come pecore sotto il leccio quando la procella imperversa, parte dalle porte laterali spulezzarono a casa, dove arrivarono a tempo che la minestra non raffreddasse: tuttavia il tumulto rimase lì, e la processione potè ripigliare il cammino; ma la fu una cosa guasta, e ad ogni uomo pareva mille anni di levarsi la cappa e correre a casa perchè le mogli non istessero in pensiero; per tutto quel dì si ebbe una pace torbida, piena di ansietà; la mano dei cittadini, virtù fosse o paura (ma se virtù ci era, la paura vinceva di cento cotanti almeno), ricorreva più spesso al pugnale che alla forchetta mentre sedevano a mensa: finalmente, come Dio volle, per tutto il giorno e per la notte appresso non accadde altro strappo.

La mattina per tempo, radunato il consiglio in cotesti giorni cambiatosi, per opera principalmente di Francesco Burlamacchi, che per la prima volta ne faceva parte, i padri deliberarono si ordinasse che le armi si deponessero e tre dei più facinorosi si bandissero. La mala bestia della plebe presente il morso, per ciò recalcitra con tutte le forze; invano qualcheduno non cieco affatto contrasta, ella lo scaraventa da parte, e buon per lui se non gli passa sul corpo; e poichè il furore della plebe, se non le poni davanti un obietto da abbattere, svapora, sorse una voce che chiedeva aversi a castigare i Buonvisi, i quali prima aizzatori o soccorritori, ora sperimentano nemici, ed era vero: forse li mosse amore di giustizia, ma è da credersi poco, piuttosto io penso che lo studio del giusto fosse in loro mescolato alla cupidità di primeggiare, ed era considerando che su città ruinata altri non regna eccetto la desolazione, però intendevano preservarla; subito con urli selvaggi una frotta di furiosi domanda si atterrino i palazzi dei Buonvisi, tutta cotesta casata si cacci in bando; a questi urli contrappongonsi altri gridi non meno formidabili: «Lascinsi in pace i Buovinsi, a chi tocca loro un capello guai!» Sì, no, e in fondo ai discorsi brevi un lungo rompersi di ossa con pugni e con legni; vinse il partito degli assalitori, i quali per assicurarsi la vittoria andarono a pigliare le artiglierie del palazzo; la forza non valse a trattenerli, meno poi le parole; questi pezzi di cannone trainati a braccia tu vedevi qua e là roteare a mo' di paglie: se non che i Buonvisi non erano gente da lasciarsi cogliere alla sprovvista, anzi avevano fortificato mirabilmente il palazzo e riempitolo di molti uomini fidatissimi ed esperti nelle armi. La plebe, visto il palazzo irto di archibusi sporgenti dalle feritoie, fece come il cane intorno all'istrice, lo girò e rigirò e all'ultimo digrignando i denti andò pe' fatti suoi. Tuttavia, venuta la notte, i Buonvisi, persuasi di cedere al tempo, per amore che la città non s'insanguinasse si scansarono a Monte San Quilico, luogo quasimente su le porte della città.

Essendo impertanto risoluti gli anziani di dar fine ai disordini con qualunque partito, fosse pure insolito e straordinario, intimarono un'assemblea di capi di famiglia dei chiamati o no a formare parte del governo, e perfino preti, per trattare della salute della patria; sommarono i convenuti a 1500, a cui il gonfaloniere rivolto espose: «Non essere giammai corso tempo più calamitoso del presente nè mai la città avere avuto tanto bisogno come ora del consiglio e del soccorso di tutti i cittadini; però invocassero, prima di favellare, Dio, siccome faceva egli esclamando: Domine, labia mea aperies.» — Poi stato alquanto sopra di sè, riprese a dire, e non disse nulla, se togli che la città era condotta al verde, che il medico pietoso aveva fatta la piaga puzzolente e che ci bisognava provvisioni terribili; ma quali avevano ad essere e da quali eseguirsi taceva; invitati e supplicati gli astanti a palesare il proprio parere, uno su l'altro se la sgabellava peritandosi. Strano caso questo e da me come notato sovente, non ispiegato mai: se pigli uomo per uomo, ti accadrà rinvenirlo animoso e sapiente; metti insieme due o trecento uomini siffatti, e peggio se più, e piglieranno per ordinario deliberazioni codarde e stolte: sembra che a stare in gregge si diventi bestie; onde il titolo di onore egregio, il quale insomma che significa mai, se non fuori del gregge? Il cronista Civitali, da cui desumo questo racconto, forse per trafiggere la dappocaggine dei Lucchesi convenuti all'assemblea, scrive che tacevano aspettando che altri incominciasse a consigliare, e però consigliavano i consiglieri a manifestare primi il proprio consiglio[13]. Allora salì in bigoncia Bonaventura Michele e parve non orasse, bensì camminasse per mezzo alle uova, tuttavia, comechè velato, aperse il concetto che il palazzo avesse a munirsi di presidio capace di opporsi agl'impeti dei sediziosi; gli oratori che gli successero a mano a mano presero cuore e favellarono più aperto; un prete, il canonico Menocchi, riciso: all'ultimo uno avvocato, messere Cesare dei Nobili, il quale con lunga diceria espose che si sarebbe dato alla disperazione se non confidasse nella misericordia divina, la quale avendo tante volte salva la Repubblica, non poteva fare a meno di tutelarla anco questa: e prima di tutto si confessava della colpa di avere favorito le ragioni dei popolari come quelle che gli erano parse giuste, e di questo errore domandava a tutti umilmente perdono; e qui cavatosi dal seno un batolo di taffettà di seta nera, se lo cinse al collo in segno di pentimento, e non fu certo penitenza grave: soggiungeva poi le intemperanze della plebe avere trapassato ogni termine di possibile pazienza, onde l'avrebbe fieramente perseguitata, come prima amorosamente l'aveva protetta; e certo dopo tanta longanimità di perdono altro non restava che adoperare il castigo, al quale si sarebbe potuto dare mano se come avevano il volere così possedessero il potere: dunque qui voglionci armi provate e fedeli che, messe a presidio del palazzo, ponessero il cervello a partito di quaranta o cinquanta tagliacantoni usi a mandare a soqquadro la città per campare di rapina. Conchiusa la orazione, si levò uno schiamazzo di diverse voci, parte delle quali urlava: Non guardia! non guardia! ed altre all'opposto: Buon consiglio! buon consiglio! Ma il Boccella anch'egli popolano ricreduto sopra tutti bociava: E' voglionci un quattrocento soldati forestieri almeno decisi di mettersi allo sbaraglio, e per questo si mandi subito la proposta a partito; anch'io era dei loro, ma il soverchio rompe il coperchio, e questo stare continuamente su la corda non approda all'anima nè al corpo. Tutti gli aderenti suoi, che non erano pochi, gli facevano bordone: onde allora (come sempre avviene che ognuno porta acqua al mare) uno dopo l'altro conchiusero per la guardia; accesissimi a volerla coloro che più avevano palleggiato pel popolo, quasi studiosi di emendare il fallo e di farlo dimenticare: anco gli artieri dopo tentennato un pezzo convennero in questa sentenza; pure non si omettevano i supremi sforzi per contrastarla dai pochi faziosi i quali sentivano come cotesta legge era la corda che doveva stringerli al collo; se non che a sbigottirli e a disperderli valse una parola ad alta voce bandita da certo tessitore di drappi, forse detta per eccitarli a fare di tutto, la quale fu: «Addormentati, destatevi»; e tre volte la ripetè, poi tacque; ai sediziosi sembrò udire quasi la sentenza di morte, gli altri ne presero baldanza per mandare a compimento le deliberate risoluzioni.

Pertanto gli anziani, licenziata l'assemblea popolare, convocarono il consiglio degli eletti per ordinare le cose a norma di legge: bene vollero ritenere tutti i convocati e ne li pregarono, anzi ordinarono si chiudessero le porte per impedirne la uscita, ma e' fu indarno, però che dei sediziosi i più spaventati si gittassero dalle finestre per andare ad avvertire i compagni di fuori che per loro era spacciata se la legge della guardia restasse vinta; la quale avvertenza siccome verissima avendoli altamente commosso, si adunarono affannosi in cento forse nella casa Matraini, altri in altri luoghi, ma non gran numero; finalmente fra tutti messa insieme una assai grossa banda, di arme così offensive come difensive ottimamente forniti, si avviarono verso il palazzo decisi di tentare l'estreme fortune; giunti lì presso, cominciarono a bersagliare con gli archibusi: dei cittadini rinchiusi taluni si rannicchiavano come cosa balorda, ma i più, diventati audaci, avrieno voluto rendere pane per focaccia, se non che mancavano le armi; ma a questo provvidero e tosto, chè, fatta aprire al massaio la stanza della munizione, quivi fornironsi copiosamente di picche, di archibugi, di spade, di corsaletti, di rotelle, di celate, insomma di ogni ragione armi. Le leggi temute quasi di rincorsa votaronsi; ormai era fiera rotta. I sediziosi dopo alcuni sforzi si accorsero quanto folle consiglio fosse quello di volere espugnare il palazzo: però andarono ad appostarsi quivi dintorno, sparando un nugolo di archibugiate contro qualunque si avvisasse cacciare il capo fuori dalla finestra: però quantunque nella massima parte i partigiani dei faziosi fossero usciti di palazzo gittandosi giù dalle finestre, pure taluno ve ne rimaneva; fra questi uno Alberto da Castelnuovo, immanissimo giovane, il quale con perverso animo volle e tentò dentro una medesima ruina seppellire città e cittadini, il fatto e la memoria del fatto; ond'è che, approfittandosi del parapiglia degli accorsi nella stanza della munizione, lasciò cascare la corda accesa sopra un bariglione di polvere aperto; s'infiammò la polvere e con veemenza pari al terrore scrollò le mura, svelse il tetto balestrandolo in frammenti lontano per centinaia di braccia; venti infelici ne andarono più o meno malconci di dolorose ferite; e nondimanco così provvide il caso che il fuoco non si appigliò agli altri bariglioni lì presso poco discosti. Il fiero giovane, a cui forse non caleva salvarsi riuscendo, si salvò per essere andato a male il suo disegno.

Conchiuse le deliberazioni e licenziato il consiglio, compresero che, lasciando il palazzo, ci sarebbero entrati senza indugio i sediziosi, e poi, ancorchè avessero voluto abbandonarlo, non saria venuto lor fatto, imperciocchè costoro gli tenessero in certo modo assediati. Allora fu pensato di mandare alla torre per sonare le campane a stormo, onde, avvisati i cittadini del pericolo della Signoria, con le compagnie dei gonfaloni traessero alla difesa del palazzo; il torrigiano, più tristo di uno sbirro degli Otto, rispose che non si poteva fare senza la fede del partito dei Signori; materia di stato cotesta e andarne del capo: sopraggiunti altri cittadini, la fecero sonare per forza. Ai più animosi dei rinchiusi in palazzo sembrava ostico di restare in prigione a posta di una mano di paltonieri; dissuasi da cimentarsi, si tennero un pezzo, poi, non potendo reggere al canapo, versaronsi giù nel cortile; qui si diede principio alla battaglia; poco giovarono alabarde e spade, nulla gli archibugi, e fu guerra a coltello; da una parte e dall'altra morti e feriti, e forse si finivano tutti se a taluno dei sediziosi non frullava in testa il pensiero che, traendo i cittadini al suono della campana, correvano rischio di trovarsi presi in mezzo a due fuochi; quindi saltarono fuori a pigliare gli sbocchi delle strade, lasciando i feriti ad aiutarsi come meglio potevano.

Chi si trovò a cotesto caso afferma che pareva il finimondo, e noi, che, se non a quello, ci trovammo presenti ad altri parecchi che gli dovevano come goccia a goccia rassomigliare, c'immaginiamo facilmente lo strepito dello incocciare delle armi bianche, il rimbombo degli archibugi, il correre, il gridare, il minacciare e gli estremi singulti; a questo unisci il rintocco delle campane di tutte le chiese, quasi voce di Dio che si lamenta sopra le iniquità della sua creatura, la quale poteva creare e sarebbe sempre a tempo a ricomporre migliore; lo strillo dei fanciulli, le strida delle donne imperversanti per le vie co' capelli sciolti, gli occhi storti e le mani levate; chi domandava il marito, chi il padre; i vecchi piangevano maledicendo alla sorte che gli aveva mantenuti in vita per renderli testimoni di tanta calamità; a tutti pareva venuta la fine di Lucca, e avrieno dato a patto, della persona un braccio, della fortuna il mezzo per salvare il resto; ed invece proprio in cotesto punto si mutavano le sorti, perchè i cittadini amorevoli del vivere civile si trovarono in tanta copia da sforzare i riottosi, i quali dapprima furono respinti fino nei borghi della porta di San Gervasio, dove fecero testa tentando ricuperare il perduto, massime il cortile del palazzo, essendo stati avvertiti come i difensori, spargendosi in varie parti della città per combattere, lo avessero lasciato vuoto; di vero fatta una punta fin là pervennero e l'occuparono. Gli anziani rimasti in palazzo adesso si trovarono nel peggiore partito che avessero mai provato, dacchè i cittadini ch'eransi divisi da loro per andare ad afforzarsi altrove fossero rimasti d'accordo che in caso di pericolo gli avessero mandati a chiamare; onde avvenne che, non sentendosi ammonire, ognuno attese a raccogliere gli uomini della sua contrada, ad ordinare le bande sotto i gonfaloni e a provvedere difese. In tanta angustia gli anziani vennero a conoscere come i Buonvisi a San Quilico fossero giunti a mettere insieme fra amici e aderenti loro e soldati tratti da tutte le terre del dominio, massime da Camaiore, tanta gente da vincere ben altra impresa che non era quella di levare la ruzza agli scapestrati lucchesi: però la difficoltà stava nello avvisarli, e a questo per buona ventura potè riparare Lunardo Pagnini, il quale uscito dalla città in tempo opportuno, accadde fare in pro' degli anziani due cose parimente utili; la prima avvisando i Buonvisi che stessero avvertiti perchè da un punto all'altro avrebbero potuto essere chiamati, la seconda nel sostenere un contadino spedito dai sediziosi con lettere ortatorie a Regolo da Coreglia perchè venisse via con quanta più gente potesse a fare spalla alle fortune cadenti degli amici. Intanto, giunta la sera, i tumultuanti rimasti a guardia del cortile, non si vedendo da nessuna parte ingrossare, persero l'animo, per la quale cosa, ognuno pensando ai casi suoi, parecchi col favore delle tenebre si dileguarono, rifugiandosi nelle case dei parenti e degli amici come presaghi della prossima ruina, mentre altri all'opposto correva per la terra smanioso per ricondurre gli amici alla tenzone.

Gli anziani ignoravano l'operato di Lunardo, e dove anco lo avessero saputo, non avrebbe approdato a nulla, perchè era mestieri ordinare ai Buonvisi che movessero; e nè anco questo bastava, chè l'osso giaceva nel rimetterli dentro la città. Gittati gli occhi dintorno, non ci videro persona a cui potessero fidarsi; per ventura seppero esserci rimasto Bastiano da Colle, prete, semplice di costume, ma fedele molto e della patria zelatore caldissimo; chiamatolo in camera, gli dissero: «Bastiano, se ti basta l'animo, la salute della patria sta in te.» «Io sono parato, rispose il prete, a dare per la patria quando occorra la vita; però dite su che io mi abbia a fare.» Il gonfaloniere allora: «Tu piglierai questa chiave ch'è della porta di San Donato e farai di portarti in Quoieria, dove trovati Nicolaio Anchiani e Taddeo Pippi conciaioli, dirai loro da parte nostra che s'ingegnino avvisare i Buonvisi a Montequilici che movano tosto con tutta la loro gente, ed arrivati che sieno alla porta, li mettano dentro per condurre a termine la impresa che sanno.» Il prete, esultando di essere reputato capace di apportare un tanto benefizio alla città, si gittò in ginocchione dinanzi al gonfaloniere ringraziandolo umilmente del favore grande che gli compartiva, e perchè, Dio propiziando, potesse riuscire a buon fine il negozio, lui pregava che in nome della santissima Trinità lo benedicesse; nel quale suo desiderio il gonfaloniere affettuoso abbracciandolo e baciandolo lo compiacque; e dicono altresì che gli astanti non potessero per tenerezza trattenere le lacrime.

Prete Bastiano, volendo battere il ferro quando era caldo, messosi la chiave sotto la tonaca, per la via delle mura andò difilato in Quoieria; occorse in Andrea da Decimo, il quale, sospettando fosse ito costà a spiare mandato dai tumultuanti, lo squadrò a stracciasacco, onde egli, accortosi della temperie, con lieta faccia gli disse: «Figliuolo, io me ne vo per cosa di altissima importanza a casa Anchiani, la quale non sapendo dove sia, prego voi che fin là mi accompagniate e me la mostriate.» Arrivato là, per disdetta lo Anchiani non trovarono, il Pippi nemmeno; onde il prete sbigottito, non sapendo come rimediare, si aperse con Andrea da Decimo, cui cotesta parve una grande cosa; però fu di parere consigliarsene con due altri cuoiai, ai quali tutti il prete Bastiano scoperse la chiave raccomandandosi a mani giunte che in tanta stretta non fossero per mancare alla patria. — La fiducia alimenta il fuoco dello amore quando è avviato; onde cotesti uomini grossieri non è da dirsi con quanta alacrità cercassero attorno per trovare il Pippi od altra persona saputa che avesse capacità e autorità per condurre la pratica. Come Dio volle incontrarono giusto Taddeo Pippi, ch'era gonfaloniere della Sirena e persona la quale per coteste faccende valeva oro; onde subito prete Bastiano ristrettosi con lui, con parole concitate gli disse: «Taddeo, una grande fortuna ti capita nelle mani, perchè in te sta la salute della patria e di tanti signori che vanno per la maggiore: piglia, questa è la chiave della porta di San Donato; qui fa di chiamare da San Quilico il soccorso e di qui mettilo dentro; se riesci a tante (e, solo che tu voglia, riescirai), oltre la lode dei presenti e la fama nei posteri, così copiosi pioveranno sopra il tuo capo i favori e le grazie che anco chiudendo gli occhi tu non te li saprai immaginare.» Taddeo prese la chiave e, portatasela con le braccia in croce alla bocca, come si costuma fare co' Cristi, dopo averla di alcuna stilla di pianto bagnata così favellò: «Orsù con noi sia Dio e andiamo tosto, che lo indugio piglia vizio.» Uscito co' suoi, gli venne incontro Meuccio Dini, giovane di gran cuore, piacente e di seguito grande nella sua contrada, inoltre non imperito nella milizia, dove egli aveva fatto brevi ma onoratissime prove; a lui pure teneva dietro una banda di gioventù gagliarda; da ciò tolse argomento il Pippi a bene sperare, sicchè da lontano gli gridò: «Meuccio, questa libertà vi sia raccomandata.» A cui Meuccio di rimando: «Per questa libertà voglio morire.» Allora andaronsi incontro a braccia aperte e baciaronsi in bocca; poi stando lì in piedi deliberarono Taddeo con la sua gente pigliasse la via delle mura riuscendo a porta San Donato, Meuccio co' suoi avrebbe tenuto la strada maestra. Intanto che queste cose accadevano in città, in campagna a Monte San Quilico messere Martino Buonvisi, montato su di un poggiolo, raccolti intorno a sè parenti, clientela, soldati della repubblica e gente del contado che a frotta traeva costà quasi a festa, così favellava; «Le cose di città, compagni miei, le sono andate male, ma le potevano andare anco peggio; imperciocchè, con tante ingiurie, con tanti malefizi, con tante atrocità, gli scellerati uomini che le hanno commesse non hanno potuto impedire che i padri, per virtù loro, non ponessero a partito, e il consiglio non vincesse la guardia del palazzo. Ora però, se noi non aiutiamo i magnifici Signori, egli è come se non si fosse fatto di nulla; essi compirono il debito, adesso sta a noi soddisfare al nostro: essi ci hanno mandato ad avvertire che se noi ci presentiamo alla porta San Donato, ci sarà aperta senza fallo; dunque teniamo lo invito, e Dio provvederà; nè già crediate trovarvi soli alla impresa, chè tanti del contado vi seguiteranno che per me credo vi parranno anco troppi...»

Voleva dire di più, ma lo interruppe un grido dei volonterosi, cui pareva mille anni essere condotti ai muri, ond'egli, invece di spingerli, ebbe adesso a sforzarsi di trattenerli: andassero cauti per Dio, procedessero ordinati se pur non volevano che succedesse loro come ai pifferi di montagna; frattanto il Pippi, rassegnata alla meglio la sua compagnia, si accosta alle mura con lo stendardo e dà il segno agli amici di fuori, il quale avendo visto Bernardo Sinibaldi, che stava in vedetta vicino ai fossi, corse via sulla sponda del Serchio chiamando con alte grida il Buonvisi il quale dall'altra banda del fiume si tratteneva; ma Lunardo Pagnini si cacciò col cavallo nel fiume per portarne più tostano avviso, però, come avviene, la pressa prolungava lo indugio, che, intralciatosi per le vetrici del fiume, mal sapeva sbrogliarsene, onde a sua posta con gran voce chiamò Silvestro Trenta, il quale per ventura lo udì; e quivi recatosi e sentito il caso, persuase la sua compagnia a guazzare il fiume, e avvegnachè avessero trovato rotto il canape della barca, per impedire che la corrente li portasse via, piantarono forte parecchie alabarde in fondo al fiume alle quali agguantandosi senza pericolo passarono; e ciò con tanto maggiore animo essi impresero in quanto che, quasi per aizzarli, innanzi ch'entrassero nell'acqua, Martino con certo suo piglio soldatesco disse loro: «Figliuoli, chi non si sente capace non si metta in ballo nè a rimanere si périti, chè buona prova può fare restando qui con Ludovico a guardarmi la casa.» E' non ci fu caso, allora vollero guadare tutti di stianto: a casa Ludovico rimase co' vecchi e co' malati. Precedeva a tutti Martino, ma, giunti a tiro di archibugio, Vincenzo di Puccio non patì che a quel modo andasse più oltre volendo ad ogni patto mettercisi egli medesimo, e così camminando, arrivato presso il torrione di Santa Croce, sostò alquanto per consultare il modo da seguire, caso mai pigliassero a sfolgorarlo le artiglierie; il Pissini opinava si avesse attendere che fosse più imbrunita la notte per poi passare oltre rasentando le mura, ma il Puccio di riscontro: «O che vuoi tu aspettare, sii benedetto? o non odi che suona l'un'ora di notte? avanti, avanti, che il nemico avvertito potrebbe rinforzarsi da questo lato; avanti.» E così di corsa arrivarono alla porta San Donato, dove trovarono meglio di quattrocento uomini quivi precorsi senza consiglio, ristretti come pecore; e, più grato del pari che utile incontro, vi rinvennero alcuni giovani sperti in arme e di gran nome, i quali, tornando dalle cacce delle marine, nulla sapevano dei trambusti di Lucca, e, presane notizia così alla lesta, si proffersero partecipare alla impresa capitani o soldati. Tuttavia la porta non si apriva, sicchè cotesti giovani impazientiti sentivano scottarsi sotto le suola il terreno; onde taluni procedendo con tumultuario consiglio decisero portare in fretta paglia e fascine e con esse abbruciare la porta; tali altri all'opposto rigettavano cotesto partito come troppo lento e perchè avrebbe chiamato agevolmente a sè l'attenzione del nemico; proponevano invece accostare alle mura lunghi pioppi con piuoli traversi ed a questo modo scalarle, il che sarebbe stato ancora più lungo: non attecchirono entrambi e, smesse le vie pericolose, spedirono gente che con celere corso si affrettasse a prendere lingua fino alla porta San Pietro, dove venne detto loro tornassero addietro; pazientassero un poco, chè senza fallo si sarieno aperte le porte di San Donato.