Udito questo, il Puccio, da quel saputo giovane che era, per trattenere la moltitudine ed anco perchè entrando non commettesse disordine, tutta quanta la dispose nel seguente modo: la prima battaglia fu di gente armata di giachi, corazze, celate ed arme in asta, che egli medesimo in capo fila conduceva; poi seguivano dugento archibugi, dopo questi forse altrettanti con armi lunghe di varia ragione; per ultimo copia di contadini, qual con vanga, qual con badile, qual con accetta, insomma muniti di arnesi rustici, i quali secondo la occasione i cittadini avrieno provato guastatori o saccardi: in tutto 1000 e più.

Per di dentro Meuccio Dini e Taddeo Pippi affrettandosi ognuno per la sua via giunsero alla porta San Donato, dove chiamato Lodovico Bernardini preposto alla custodia di quella e dategli le chiavi, intimarongli aprisse, la quale cosa egli fece senza fiatare: a questo modo quei di fuori con quei di dentro mescolaronsi, a braccia quadre si strinsero al petto; i baciari, i dolci parlari non si contano, per cui pativa di tenerezza ci era materia a un diluvio di lacrime. Poichè le liete accoglienze furono reiterate le tre e le quattro volte, si rimisero in cammino: Martino Buonvisi, sapendo come per ordinario la modestia garba al popolo (e dico per ordinario, conciossiachè talvolta incontri più l'arroganza secondo l'umore non già dei popoli ma del popolo stesso dalla mattina a vespro), voleva porsi in disparte, ma non lo sostennero il Puccio e il Pippi in cotesti primi amori stemperati, e lo misero in mezzo alla battaglia accompagnato da una schiera di fior di gentiluomini che gli facevano guardia. Tanti erano i lumi che nelle contrade per dove passavano ci si vedeva come di giorno, le donne dalla finestra sporgevano le lucernine accese a quattro lucignoli, o candelieri, o lumi a mano; e perchè nulla mancasse di quanto serve a chiarire, non lasciarono intatte nè manco le candele che i preti donano alla festa della Candelara per ripigliarsele pel sepolcro la settimana santa: nè gli stessi liberatori s'inoltravano sprovvisti incontro al buio; al contrario chi recava fasci di sarmenti, chi fascine e chi mazzi di paglia intrecciata; i morti pure erano stati messi a contribuzione, però che dalle stanze mortuarie avessero tolto le torcie a vento: breve, tanta era la luce che chi avesse veduto la città di lontano avrebbe giudicato facilmente ch'ella fosse in balía dello incendio. Per le case, per le vie, dalla gente di ogni età e di ogni sesso si alternavano continui altissimi i gridi: Viva la patria! viva la libertà! — Però in mezzo a cotesto baccano il cuoiaio Meuccio non perdeva il giudizio, per modo che, appressandosi al palagio, ordinò che la prima battaglia levasse via tutti i lumi a fine di giungere improvviso, ed anco immaginò un altra astuzia, la quale fu che, mentre la prima battaglia veniva oltre cheta e al buio, gli altri lontani, i gridi rinforzassero e i lumi ravvivassero, confidando così che i chiusi nel cortile, nel supposto che gli avversari loro si trovassero sempre lontani, non abbassassero la corda su gli archibugi con morte e ferite dei primi assalitori; i quali sempre più avvicinandosi, furono ammoniti dal Puccio: «Adesso di rincorsa, ma larghi.» E ciò disse per tema delle artiglierie, che immaginava apparecchiate nel cortile pel palazzo. — Ma la paura davvero fu maggiore del danno; imperciocchè i sediziosi, ridotti nel cortile, vista la grande moltitudine della gente che veniva a combatterli, persero subito il cuore; gli altri intanto cominciarono a grandinare palle così repentinamente che la guardia dei sediziosi posta davanti alla porta del palazzo non ebbe tempo di ripararsi dentro, sicchè in un attimo rimase tutta morta o ferita; dei chiusi alcuni calatisi dalle finestre a tutta corsa fuggirono verso le mura dalla parte del Bastardo, poco innanzi a cagione di vetustà o per quale altro vizio ruinate, e quivi arrampicandosi per le macerie, con fatica non meno che con pericolo, gittandosi alla campagna scamparono la vita. I vincitori non omisero spingere costà uomini armati perchè s'impadronissero dei fuggenti, ma arrivarono tardi, e poi si crede che taluno mosso a misericordia facesse loro spalla memore del detto: che finchè abbiamo denti in bocca non si sa quel che ci tocca; di quei che rimasero in palazzo, parte caddero spenti sull'atto, pochi cercarono lo asilo nelle chiese, invano; dei commessi errori si ebbero il meritato castigo.

La plebe, e qui sta il guaio, la quale il bene e il male non comprende laddove non sia rappresentato da una persona, messe da parte la patria e la libertà, prese a gridare: «Viva i Buonvisi!» E poi per la plebe, fin qui, variare principe o principato egli è mutare basto; non così pei maggiorenti, a cui la forma del principato dentro la quale si trovano piace come quella che dà fondamento alle dignità ed agli uffici loro: però, mentre paiono i soli zelatori del bene comune, attendono solo al proprio interesse; e Martino, che sel sapeva, diede subito su la voce ai gridatori esclamando: «Qui null'altro deve acclamarsi eccetto la libertà!» I quali gridi Furono con non poco turbamento uditi dal magnifico gonfaloniere e dagli anziani, quasi augurio sinistro di futuro danno; epperò commossi dentro ma in vista lieti gli si fecero incontro e gli favellarono le seguenti parole, che io cavo dal cronista e tali quali riporto, per la ragione altra volta allegata, che studiandoci su io non saprei come meglio significarle: «Magnifico messere Martino, voi siete il benvenuto quando, come crediamo, vi sia la libertà raccomandata; ecci stato detto che si è gridato in Lucca il nome della vostra casa; ora benchè, crediamo, sia contro vostro volere, pure ci corre l'obbligo dirvi che questo non si conveniva nè era da comportare, epperò sarebbe il caso che voi, unitamente a quelli che vi accompagnano gridaste tutti unitamente: Viva la libertà, per la quale noi siamo pronti a morire quando alcuno volesse contaminarla.» Il Buonviso alquanto trafitto rispose con voce un cotal poco alterata: «Io qui stommi non per altro che per la libertà, come debito di ogni cittadino amorevole della patria; impertanto voi altri gridate pure con me: Libertà! libertà!» E libertà gridarono, e il gonfaloniere se ne chiamò pago, come se libertà si radicasse negli urli; tuttavia questo ripiego venne in punto ad assicurare gli animi mareggianti, imperciocchè non si sentisse altro che acclamare ai Buonvisi, e ciò si temeva che fosse non senza segreto accordo: da cotesta benedetta libertà lucchese erano germogliati fuori tanti tiranni che a temerne uno nuovo non sembrava fuori di proposito. Una volta tranquillati sopra questo, gli anziani largheggiarono in ogni maniera di dimostrazione benevola, sicchè senza dar tempo al tempo con amplissimo decreto dichiararono Martino Buonviso liberatore della patria, autore della pace e padre del senato lucchese.

I patrizi lucchesi dovevano essere nella buona fortuna crudeli, però che si fossero mostrati nell'avversa codardi, e crudeli furono. Radunati in palazzo, proposero e vinsero le seguenti deliberazioni: si cerchino, si sostengano e si esaminino co' tormenti i colpevoli del rumore a San Martino il giorno della festa della libertà, dei tumulti a casa del signore Marzilla commissario imperiale, dello insulto a casa dei Franchi, del trasporto dell'artiglieria contro la casa Buonvisi, in fine dello assalto al palazzo, estimato il più nefario di tutti i misfatti; gli operatori di questo nel decreto appellavansi addirittura traditori della patria; chiunque citato non comparisca, reo di lesa maestà: e' ci correva da questo linguaggio a quello del dì in cui il gonfaloniere piagnendo voleva uscire di palazzo e lasciare lo stato ai cani, e lo avrebbe fatto se un popolano non gli rinfacciava la sua viltà; ma così va la fortuna. Al tempo medesimo, per dare un colpo al cerchio ed un altro alla botte, il perdono del martedì santo si tenne fermo; fu ordinata la guardia delle milizie forestiere al palazzo, intanto i più fidati cittadini lo custodissero; il prezzo del grano, che valeva ventiquattro bolognini lo staio si diminuisse di sei; poi per giunta i soliti fervorini di concordia, di amore di Dio, del prossimo altresì, et reliqua.

Dopo i detti si mise mano ai fatti: primamente levarono di casa al commissario imperiale, Giovanni Abul di Marzilla catalano, sei cittadini che vi si erano rifuggiti, commettendosi alla fede di lui, il quale gli aveva assicurati stessero di buon animo, avrebbe posto a difenderli ogni sua possa e, occorrendo, la vita; e nondimanco quando gli furono tolti di sotto strillò, tempestò e poi si tacque; indizio certo per me che lo Spagnuolo mangiò a due palmenti, non parendo possibile che i Lucchesi tanto cautelosi, e timidi volessero fare alle cornate con un commissario dello imperatore; come primi presi, così furono i primi giustiziati; i cadaveri loro rimasero parecchi giorni appesi al campanile di San Romano a terrore del popolo; non sembra che i condannati si estimassero rei, nè troppo li spaventasse la morte, dacchè uno di loro, Ludovico Matraini, li confortasse con assai acconcia e fiorita orazione con la quale pigliò loro a dimostrare: «che non è vergogna morire per la patria; patria non è e non fie mai un ordine di cittadini che per forza o per fraude soperchia gli altri.»

Dopo queste prime giustizie confidarono la facoltà di processare e di punire al pretore e ad una balía eletta a tale scopo. Questo maestrato procedè come procedono tutte siffatte falci fienaie della giustizia umana: dodici condannò nel capo; stettero incerti su Bernardino Granucci e per tredici ore fra loro batostarono, poi nel dubbio lo uccisero, chè dichiararlo innocente menava in lungo e non era di buono esempio: della confisca non importa parlare, chè allora seguitava le condanne come l'amen l'oremus: sei in galera a vita, sei a tempo, a perpetuo carcere uno, a temporaneo quattro, sette relegati a vario confino, tre a perpetuo esiglio; otto, per non parere, assolverono. Dei cinquantacinque che citati serbaronsi contumaci, tre in perpetuo bando, gli altri, se tornavano, messi a morte; confiscati i beni a quarantacinque; quattordici ne uscirono illesi o per favore di parenti o perchè anco la giustizia dove la batte la batte. Non la risparmiarono a cotesti due preti, cristianelli di Dio, che avevano trovato a farsi il covo, uno all'altare della Libertà, l'altro alla mensa degli anziani; gli strozzò il boccone, e, siccome allora usava, senza tanti rispetti, notte tempo strangolarono i sacerdoti Giambattista di Daniello e Giuseppe da Matraia dopo averli sconsagrati nelle regole. Essendosi rinfocolati gli odii contro i poggeschi, i quali, dice il decreto, piuttosto come nemici che aspettano luogo e tempo a nuocere che come cittadini grati ai beneficii ricevuti vivevano, privaronli tutti per tre anni degli onori: più avventurati assai dei preti Daniello e da Matraia furono due altri, uno Lorenzo Matraino, il quale, trovandosi prigione dentro una stanza del palazzo insieme a suo fratello Filippo, procurò gli fossero recati parecchi lenzuoli da casa, ch'essi con infinita industria ridussero in fasce ottimamente cucite dai lati, e mercè di quelle nel fitto della notte calatisi inosservati, si ridussero in luogo di salvezza; più strano caso fu quello di Paulino Granucci, a cui furono messi i ceppi, ma trovandosi ad avere così sottili le gambe che sguazzavano dentro, tanto s'industriò che giunse a cavarcele; allora con ardimento da fare rimbrividire chi vide i luoghi saltò giù sopra un tetto e da questo su di un altro, e così via e via, finchè di un salto non balzò in istrada, donde corso difilato alle mura, con un altro salto si trovò in campagna scampando la vita, e troppo bene se lo meritava. Pareva fosse tempo di smettere, ma paura ed ira nella gente patrizia non così tosto si attutano; cessata la volta dei colpevoli, venne quella degli aderenti loro, citandoli a compire, pena la vita; ma essi conoscendo a prova che dal presentarsi al tribunale iniquo ne veniva sicurissima morte, si mantennero contumaci, però banditi tutti a perpetuo esiglio: esclusero solo Bartolommeo Civitali, come quello che giovancello essendo fu assistito dalla legge (e più da qualche suo consorte), la quale presume che nella età tenerissima l'uomo si disponga a misfare non per dolo, bensì per leggerezza. E tuttavia non pareva ai patrizi potere dormire i sonni in pace se non si toglievano dinanzi agli occhi Vincenzo Granucci e gli amici suoi, i quali non sapendo come agguantare, ricorsero al discolato, a cui sottoposero sei nomi; quattro ne resultarono vinti, il Granucci in capo. Nè pur qui finirono le vendette, le quali non cesso riportare fino ad una, onde il popolo apprenda rabbia di ottimati che sia; e non oppongano già che i patrizi mancarono, essi vivono e anelano ricuperare il perduto; questo è perenne desiderio delle persone, più duraturo nei corpi collettizi e negli ordini; onde considera, lettore, quanto poco senno abbiano gli uomini di stato, i quali volendo disfare un ordine di cittadini reputato infesto, gli tagliano i rami e non lo svellono dalle radici; col tempo i rami ritornano ad aduggiare più maligni di prima: o non toccare, o schianta. — Adesso si tenta per via di straforo mettere le mani addosso ai più temuti di essi, i quali andavano pure compresi nel perdono del martedì santo: sostenuti Marchiò, Spinellone e Alfeo testori per causa di stato; questi accusano parecchi loro compagni e da capo la casata Poggio; fine di questo processo fu che a Riccardo del Fornaio mozzarono il capo; gli altri condannati alla carcere o al bando; madonna Caterina Bartolomei di Poggio fu licenziata con pagheria di 3000 ducati; che più? Ribelli e banditi in due volte quelli che scalarono le mura; i primi furono settantadue, i secondi venti.

Chi è venuto leggendo fin qui le rivolture dei popoleschi di Siena e quelle dei popoleschi di Lucca non può astenersi da confrontare fra loro le ragioni del moto, le guise di palesarsi e lo esito, e si maraviglierà come, mentre il popolo sanese si proponesse fini più eccessivi e gli ottenne, ai Lucchesi poi non venisse fatto conseguire meno, assistiti da molta ragione; tuttavolta le cause quasi di per sè medesime si fanno manifeste, e sono, che il popolo sanese, pigliando parte nel reggimento, innanzi tratto sapeva quello che si volesse, ed a che si proponesse portare riparo; era pratico del modo da tenere; da sè si guidava, nè sarebbe riuscito abbindolarlo a persona; al contrario i Lucchesi, uomini grossieri ed operai al salario dei mercanti, si risentono per ingiuria materiale, voglio dire la parvità della mercede; e neppure ella sarebbe di per sè sola bastata senza il caro del vivere; ottenuto quanto appetivano, tornano a casa; aizzati da quelli che esclusi dal reggimento volevano esserci messi a parte, per la seconda volta ripigliano il tumulto per fine che o non li riguardava o poco; rimuginata dal profondo la città, ribollono le ime fecce e vengono a galla con confusione e minaccia di tutti; donde per necessità lo screzio e lo accostarsi dei migliori a chi conserva, i quali, tutti intesi a superare il mal presente, non badano al futuro, e percotendo la licenza uccidono la libertà. Il principato, lo rappresentino uno o pochi, ridivenuto saldo, non ammazza solo i colpevoli, bensì anco quelli che gli fecero paura senza badare se lo abbiano difeso od anco salvato; anzi quanto più potente, tanto più reo. Lo storico Zonara racconta come lo imperatore Basilio cacciando corresse pericolo grande, imperciocchè un cervo avendolo investito ed intralciategli le corna nella cintura lo portasse via di sella, del quale successo un suo fedele turbato trasse la spada e tagliatagli la cintura lo salvò; Basilio in premio gli fece mozzare il capo, avendo la paura vinto la gratitudine; la forma drammatica del caso lo rese famoso, ma con semplicità maggiore alla occasione tutti i principati rassomigliano allo imperatore Basilio.

Opera da folle sarebbe seminare e non raccogliere; e tale non era certo il senato di Lucca, che per non perdere tempo mise fuori una legge in virtù della quale si escludevano da tutti gli uffici e maestrati così di onore come di lucro coloro che solo da dodici anni in qua stanziavano in Lucca, nè unicamente essi, bensì i figli eziandio e i discendenti loro in avvenire; da ora in poi chiunque venisse non potesse per lungo domicilio acquistare diritto alcuno, eccetto quelli di cittadinanza, ed anco non dai primi domiciliati, ma dai discendenti loro in secondo grado: a questo modo i patrizi si apparecchiavano a instituire la burlevole e nondimanco feroce oligarchia che per tanto secolo mortificò Lucca; nè, a quanto sembra, mettevano troppa cura ad infingersi; cotesta legge fu panno che mostrava aperto la corda. Però gli oligarchi si trovarono sul punto di naufragare in porto, nè si poteano lamentare, dacchè paia naturale che dove molti congiurano a opprimere un popolo scappi fuori uno che s'industrii opprimere tutti. Viveva in corte di Carlo V un cittadino lucchese nominato Pietro Fatinelli, uomo di maneggio, procacciante e armeggione, il quale, mettendo ora il piè da un lato, ora dall'altro, come costumano gli spazzacamini, erasi inalzato assai su per la cappa della corte: anticamente appellavansi venditori di fumo, e vi aveano leggi che li punivano; adesso lasciansi stare, o perchè troppi, o perchè non reputino più misfatti gli arzigogoli loro; e di vero fra i deputati del nostro parlamento italiano io ce ne conosco parecchi, nel senato qualcheduno. Ora siccome da lontano ogni cosa che riluca par di oro, così i Lucchesi assai si valevano dell'opera sua, rimunerandolo di buone mance e commendandolo molto; ond'egli invanito fuori di misura stimò devozione le facili lodi di cui è largo ogni uomo cui prema, comechè mediocremente, tenersi bene edificato un altro uomo: bolli bolli, al fine egli venne nel pensiero di rendersene assoluto signore, sicchè, côlto la congiuntura che l'imperatore si riduceva a Lucca per conferire col papa, gli tenne dietro; dove giunto incominciò subito a mettere mano alle sue girandole: ignoro se lo conoscesse prima o se imparasse allora a conoscere il capitano Baccigalupo di Chiavari, persona arrisicata ed usa a mettersi in simili cimenti; fatto sta che con lui si accontava, e, riscaldandosi scambievolmente il cervello, credevano la impresa bella e fornita; se non che, considerandola più da vicino, conobbero com'essi si versassero nell'assoluta deficienza di tutte le cose a questo fine necessarie, onde deliberarono tenerne motto al conte Agostino Lando di Piacenza, persona di scarriera, in fama di traditore e rapace; nè la fama apparve bugiarda, come si comprende pel caso che sto per narrare e per l'altro più truce della strage proditoria di Pierluigi Farnese. Costui pertanto non respinse la profferta, finse al contrario accettarla, volle essere posto a parte di ogni particolarità, poi, pattuito segretamente il premio col senato di Lucca, gli mise in mano tutti i fili della trama: allora tesi i suoi archetti, il senato si pose a uccellare, ed essendo capitato a Lucca il capitano Baccigalupo, tosto il sostennero e sottoposero alla tortura, di cui gli spasimi non potendo egli sopportare, confessò pianamente ogni cosa ed ebbe per non perdere tempo mozza la testa; subito poi fu spedito dal senato a Carlo V perchè gli desse modo di tagliarne un'altra. Carlo, che di congiure era vago come il can delle mazze, fece alcune lustre per non parere, in fondo poi egli aveva maggior premura di consegnarlo che gli altri non avevano avuto di chiederlo: glielo dava con riserva di volere rivedere il processo prima di venire al taglio. Il senato la data fede osservò, lo imperatore trovò tutto fatto a pennello: testa più testa meno non monta; e per salvare un capo italiano davvero non valeva il pregio leggere un processo. Al Fatinello e al Lando furono pagate le debite mercedi, al primo col ferro, al secondo con l'oro.

Per tutti questi eventi di leggieri si comprende come Lucca andasse piena di umori, per cui la massima parte e la più manesca dei cittadini sentendosi offesa e temendo di peggio, doveva argomentarsi inchinevole a qualunque rivolgimento che mirasse a sottrarla a questo miserabile stato di cose: nè basta, le nuove dottrine religiose più che altrove serpeggiavano in Lucca e presentavano ottimo punto di appoggio per dare la leva alle varie vacillanti dominazioni d'Italia.

CAPITOLO V.