La Riforma in Italia fa progressi e minaccia sopraffare il cattolicesimo. — Cause che la provocano. — Spettacolo quotidiano dei vizi del clero. — Santi padri, poeti, storici e letterati grandi tutti addosso a Roma. — Vallesi e albigesi se fossero in Italia e quanto durassero. — Benveduti dal clero nella Calabria e perchè. — Paganesimo della corte romana, da questo rimane indebolita la fede. — Imposture dei chierici e documenti falsi per la goffaggine loro di leggieri scoperti. — Lorenzo Valla e donazione di Costantino. — Versi di Battista Mantovano. — Lione X morendo non potè avere i sacramenti perchè gli aveva venduti. — Studi biblici: traduzioni, chiose e commentari. — Savonarola se possa considerarsi precursore, di Lutero. — Cesare Cantù e suo perfido libro degli Eretici in Italia; sue strane difese della chiesa romana. — Versioni italiane della Bibbia. — Smania di leggere libri dei riformatori. — Opinione stramba di fra Iacopo Passavanti su la traduzione volgare della Bibbia; così non la pensa Sisto V; al fine Roma approva la traduzione italiana della Bibbia, ma come. — Libri proibiti sotto nomi diversi dei loro autori penetrano nel Vaticano. — Curiosa avventura narrata dal cardinale Serafino circa Melantone, che si rinnuova per altri. — Copie di libri proibiti; guadagno e pericolo allettamenti per i librai ed i pirati. — Scoperte, viaggi e commerci nocciono alla soperchianza romana; nocciono altresì le guerre e il mescersi delle nazioni fra loro. — Improperi che si avvicendano. — Imperatore e papa. — Sacco di Roma; meraviglia dei Tedeschi di vedere gl'Italiani sopportare il dominio dei preti. — Spagnuoli ladri e cattolici superlativi. — Tedeschi ladri un po' meno e cattolici punto. — Scede al papato. — Scena accaduta sotto Castello Sant'Angiolo. — Giorgo di Furstemberg venuto dal fondo di Germania per impiccare il papa e i cardinali. — Arringa del vescovo di Bari agli auditori della Ruota Romana. — Ferrara. — Renata. — Modena i Grillenzoni, Ludovico Castelvetro ed altri; in Modena la Riforma si allarga. — Bologna; casi del frate Mollio. — Sparata dello Altieri. Commissione romana per la riforma dei costumi creata da Paolo III, e caso che ne fanno i preti, anzi quei dessi, che la composero. — Le città del patrimonio di San Pietro: disputa ad Imola tra un frate ed un laico. — Venezia mercanteggia di eresia come di droghe. — Progressi della Riforma costà. — I luterani per poco non professano la religione loro pubblicamente; provincie di terraferma in quale stato si trovino. — Milano giudicato da Paolo III. — Vita ed avventure di Curio Secondo. — Valdesio spagnuolo a Napoli svia l'Ochino dal cammino della Chiesa. — Siena città dei santi e degli eretici. — Ochino e donde il suo nome; sue vicende, peripezie e dottrine. — Pietro Aretino e l'Ochino. — La devozione delle Quarant'ore inventata dall'Ochino. — Smancerie del cardinal teatino all'Ochino. — La riforma a Pisa, a Mantova, a Locarno. — Digressione intorno al fanatismo religioso e politico. — Odio contro il papato nella universa Italia. — Donne eretiche in Italia. — Si parla della riforma nella città di Lucca: e cause per aborrire Roma in Lucca antichissime. — Pietro Martire, donde il nome e la patria; suoi studi: predica sul purgatorio. — Vicario di San Frediano a Lucca: suo apostolato costà; amici e studi suoi. — Paolo III a Lucca non molesta il Martire, e perchè. — Cardinale Contarini amico del Martire e tinto di eresia. Carlo V tiene al fonte Carlo padre di Giovanni Diodati volgarizzatore della Bibbia, e papa Paolo lo battezza. — Oscena guerra contro il Martire, perfidissime lettere del cardinale Guidiccioni lucchese alla Signoria di Lucca. — Disegno di Carlo V circa a tôrre la libertà a Lucca riportato dal Luito Balbani non è creduto dal Tommasi, e con poco fondamento. — Un frate è preso; a forza liberato dal carcere, nella fuga si rompe una gamba ed è ripreso. — Il Martire e l'Ochino lasciano la Italia; il primo è eletto professore a Strasburgo. — Chiesa luterana di Lucca percossa non dispersa: che cose le scrivesse il Martire tredici anni dopo la sua fuga. — Lucca donde cava il nome: cause per le quali a Lucca la Riforma più presto che altrove attecchì e più lungo durò. — La Riforma in onta alle apparenze di esito certo e alle paure di Roma venne meno in Italia. — Se ne indagano sommariamente le cause. — Inquisizione; Roma da prima osteggia la inquisizione, e perchè. — Persecuzioni a Modena. — Del Castelvetro e della infamia del Caro buon letterato ed uomo pessimo: nè chi vive in corte di Roma può essere diverso. — Sonetto del Caro contro il Castelvetro mandato a memoria per virtù dei reverendi padri barnabiti. — Confronto delle lapidi sepolcrali di ambedue. — Feroce e moltiplica persecuzione a Ferrara: Olimpia Morato fuggendo scampa. — Commissione del re di Francia alla zia Renata duchessa di Ferrara; sue angustie: messa in carcere, divisa dai suoi; il figlio Alfonso la manda via. — Questi il magnanimo Alfonso di cui canta il Tasso: in che pregio il magnanimo tenesse il Tasso. — Grandezza d'animo di Renata; sue figliuole. — Venezia tira partito dalla libertà di coscienza come da ogni altra cosa; ma poi spaventata dalle minacce di Roma piega: persecuzioni costà. — Terrore cattolico nell'Istria. — I Vergeri. — Caso miserabile di esuli veneziani dannati a morte per eresia. — Quali i supplizi veneziani. — Improntitudine dello inquisitore contro il duca di Mantova. — Ferocie clericali a Faenza ed a Parma; a Faenza il popolo dà di fuori e si sfoga. — Falsità pretine a Locarno; miserie dei Locarnesi spatriati. — Disputa tra il nunzio e le donne di Locarno. — Avventura di Barbara Montalto. — Altre atrocità pretine da clericali moderni, massime dal Cantù, non pure scusate, ma quasi lodate. — Roma avversa a Napoli la Inquisizione di Spagna perchè intende esercitarla da sè. — Lamentabili casi avvenuti in Calabria. — Sansisto e la Guardia colonne infami per Roma. — Corrispondenza tra Roma ed Austria, e poi tra Austria e Francia; digressione intorno alle condizioni presenti d'Italia. Testimonianze cattoliche intorno alle crudeltà sacerdotali da mettere non che ad altri pietà a Nerone. — Bartolomeo Fonzio mazzerato nel Tevere. — Paolo IV invaso da libidine di sangue: popolo romano rompe le statue di lui morto, mentre avrebbe dovuto rompere la testa di lui vivo. — I parziali di Pompeo Di Negri mercè settemila ducati ottengono che prima di bruciarlo lo strangolino: questo il Cantù afferma che i preti facessero senza quattrini: ma per essere creduti dal Cantù bisogna essere preti e carnefici. — Pio V più feroce di tutti: varie stragi a Como, a Torino, a Roma. — Paschali strangolato ed arso alla presenza del papa. — Altre persecuzioni. — Si torna a Lucca; diligenze per estirpare in cotesta repubblica l'eresie. — Lucchesi sciamano a frotte, massime i Burlamacchi: dove si rifuggissero; discendenza ed estinzione della linea di Francesco Burlamacchi.

Grande fondamento poneva altresì il Burlamacchi negli umori religiosi, i quali dove più dove meno andavano allargandosi in Italia, ma però con tanta perseveranza da persuadere ogni uomo avvezzo a speculare che la Riforma sarebbe senza fallo prevalsa: di fatti veruna contrada della cristianità compariva come la Italia disposta alla Riforma, però che qui cadesse quotidiano sotto gli occhi lo spettacolo della contaminazione della gente chiesiastica; e sebbene di molta autorità fossero i santi padri che così in Italia come fuori rampognavano la chiesa romana delle sue abominazioni, pure, se non più credito, certo maggiore pubblicità di loro ottenevano i poeti, i filosofi, i politici e di ogni maniera letterati, imperciocchè i successi che imprimono carattere ai popoli prima di diventare fatti sieno idee, e queste partonsi dalla mente agitatrice del mondo. Gli è vero che lo scherno e la rampogna cadevano sopra vizi personali, ma tanto si dilatava il numero dei contaminati che gl'innocenti erano eccezione; e poi Roma, studiosa del profitto presente, così aveva ravviluppato le persone con le cose, la forma con la sostanza, che districare male si potevano allora, adesso peggio, ond'io sinceramente credo che, percossa la curia romana, abbia a toccarne la Chiesa.

Ancora, seminii di rivolta e di opposizione occorsero sempre in Italia; antichi sono fra noi gli albigesi e i valdesi calati dalle Alpi in Lombardia e quinci allargatisi per la universa Italia fino alla remota Calabria, nonostante le trucissime persecuzioni dei papi e degl'imperatori, da Gregorio IX e Federigo II in poi legati a piantare anco a mo' di stile la dominazione loro nel cuore dei popoli e poi nemici implacabili a strapparsela di mano, nel secolo decimoquarto duravano in Italia sovvenuti dai Boemi e dai Polacchi; in Calabria erano l'occhio diritto dei preti cattolici e più dei frati; non già che questi sul principio non avessero mostrato loro il viso dell'arme, come quelli che li temevano venuti a soppiantarli, ma provatili in seguito obbedientissimi a pagare le decime, e queste rinvenute grasse a causa della stupenda industria posta dai medesimi nella coltura dei campi, si erano adattati a vivere con essi in pace su questa terra, salvo a mandarli allo inferno nell'altro mondo. Oggimai corre notizia comune che gran parte della religione di Giove entrasse in quella di Cristo, e questo travasare di fede come si fa del vino dall'una all'altra botte, mentre nuoce alla prima, non approda alla seconda; e peggio poi quando nella corte di Roma si palesò piuttosto il furore che la passione per la favella e le antichità romane. Già fino dalla fanciullezza di Lione X, allora Giovanni, il Poliziano si stizzava con la madre sua perchè con la lettura del Salterio lo imbarbarisse; promosso pontefice, la Chiesa comparve ingombra di una moltitudine di scrittori e di artefici pagani a tale che non la casa di un pontefice, ma l'aula di Augusto per lo appunto sembrava. Il Sadoleto con ciceroniano stile fulminava la scomunica contro Lutero, il Bembo dettava forbitamente elegante la bolla delle indulgenze; per lui non erano morti gli dii vetusti, anzi nei suoi versi rivivevano Lucina ausiliatrice dei parti, gli dei mani ed anco gl'inferi; alle cortigiane senza tante cerimonie ponevansi per le chiese statue e monumenti, dove si avvertiva, mediante solenni epitafi ciò farsi appunto pei meriti acquistatisi nei meretricii esercizi; e simile culto alla maniera dei pagani dispose gli animi a credere poco, a deridere molto, dissolvere col dubbio e apparecchiare la filosofia. Veramente quando noi consideriamo i casi umani, soprattutto desidereremmo che nè la tirannide mai nè lo errore fossero mandati a contristare la terra; pure, dacchè un fato ce gl'invia, dobbiamo altresì confessare che ci vengono accompagnati col germe della loro distruzione in corpo: così quando Cosimo I volle spegnere ogni aspirazione di libertà, procurando rimbambire le menti con le baruffe grammaticali, ritemprò invece la lingua, anello di unità fra i popoli italiani e pegno di futuro risorgimento. Arrogi le immani falsità impunemente fabbricate dai preti ingordi nei secoli d'ignoranza ed ora col nuovo lume degli studi conosciute e derise; primo e infestissimo fra questi critici molesti Lorenzo Valla, il quale mentre rende argomento di sceda la donazione di Costantino corre rischio di essere bruciato vivo; fine che non poterono fuggire Girolamo da Praga e Giovanni Hus, peggio di Cristo traditi da masnadieri che ardivano affermarsi vicari e sacerdoti di lui:

Venderecci fra noi gli altari e i templi

Ceri, incensi, preghiere e sacerdoti,

Venale il cielo, se lo paghi, e Dio.

come si lamentò Battista Mantovano nel suo poema Della calamità dei tempi; e gli studiosi conoscono l'acerbo epigramma corso fra la gente quando papa Lione morì senza sacramenti, di cui questo era il concetto: ei non potè averli perchè gli aveva venduti. Successe a danno della Chiesa la diffusione dei volgarizzamenti della Bibbia in diverse lingue; donde poi chiose e commentari e confronti: nè le nocque meno lo studio dei santi padri, i quali porgono testimonianza dei costumi della prima chiesa di Cristo e della infamia della odierna chiesa dei preti: la scienza adoperata a far lume allo errore si vendicò mostrando la di lui turpezza alle genti. Ormai ognuno sentiva la uggiosità della Chiesa, universale il malcontento e la voglia di ridurla a termine di onestà; ma il modo non appariva, e più del modo restava ignoto l'uomo che volesse e valesse iniziare la contesa. Il Savonarola forse era nato per mandare sottosopra la chiesa romana; a taluno sembra di no, perchè, considerata la maniera della sua contradizione, sembra intendesse riformare il costume salvando il resto; ma anco Lutero cominciò da piccoli inizi; ed una volta il frate posto sopra lo sdrucciolo, non si sa dove sarebbe ito a finire, chè lieve scintilla gran fiamma seconda. La Chiesa gli rubò la mano e lo fece ardere; Cesare Cantù, in certo suo libro recentemente pubblicato col titolo Gli eretici in Italia, ci fa sapere che egli giudica calunniatore espresso di santa madre Chiesa chi afferma ch'ella facesse ardere vivi gli eretici: questo è falso; la Chiesa prima di bruciarli gli faceva strozzare. Di tale indole le difese del Cantù se non peggiori; su le fodere del libro un beghino francese scrive che cotesto libro mancava alla Italia: certo prima che il Cantù lo componesse non ci era; rimane a vedere quanto egli abbia provveduto alla patria, alla verità e alla sua fama componendolo, e di ciò basta ed è troppo.

A noi gente stracca di anima e di corpo male riesce comprendere quanto allagamento traboccasse dallo studio della Bibbia; ei si cacciò come il cuneo nel ceppo della tradizione e della dottrina chiesastiche; dapprima Roma non ci avvertì, o se pure ci badava, mal poteva anco da lontano presagire il guaio che le venne: dopo la stampa delle Bibbie ebraiche onde furono famosi gli ebrei soncinati, venne il furore delle traduzioni nelle lingue orientali: nella lingua volgare nostra affermasi la traducesse ab antiquo Iacopo da Varagine vescovo di Genova, ma non se ne trova traccia; dopo di lui la tradusse Nicolò Malermi; più tardi Antonio Brucioli di Firenze; successero al Brucioli traduttori biblici Santi Marmocchini, Zaccaria Rustici ed altri che non si ricordano; chi lo può sapere ammaestra che nel decimoquinto secolo se ne fecero nove edizioni, nel decimosesto venti: la smania di possedere Bibbie e le chiose le quali andavano dettandoci su alla giornata i teologhi non amici di Roma pigliava garbo e calore di febbre. Il carmelitano Baldassare Fontana da Locarno in questo modo raccomandavasi a certo pastore evangelico: «Con le lagrime agli occhi e con sospiri noi che sediamo fra le tenebre supplichiamo umilmente voi, cui sono famigliari gli autori dei libri della scienza ch'ebbero in sorte penetrare i misteri di Dio, di spedirci i libri dei grandi maestri, specialmente le opere del divino Zuinglio, dello illustre Lutero, dello arguto Melantone, del puntuale Ecolampadio; sua eccellenza Verdinyller fu da noi incombenzato di pagarvene il prezzo.»

Allora Roma, dal nuovo pericolo commossa, si diede a calafatare le fenditure onde entrava l'acqua, ma tardi; fece dire per fino al Passavanti, forbito scrittore dello Specchio di vera penitenza, che il ridurre la Bibbia in questo nostro idioma volgare egli era avvilirla; Sisto V non la pensava così, chè all'opposto ci mise mano egli stesso e la voleva stampare, ma ebbe a sospendere a istanza della Spagna, più papesca del papa. All'ultimo la Chiesa praticò una via di mezzo: la si traducesse in italiano, ma però non si stampasse senza commenti, che hanno che fare col testo quanto gennaio con le more, o che mutano niente meno la negativa con l'affermativa, o viceversa.

Ma a cotesti tempi non correva stagione benigna pei compositori di commenti; sicchè gli sbirri papalini tonsurati o senza tonsura cacciavanli come belve in bosco: ma siccome la guerra si dichiarava ai nomi, così fu agevole bucare la legge sopprimendoli ovvero alterandoli, per la quale cosa i libri proibiti penetravano perfino nel Vaticano e vi rimasero un pezzo, finchè, conosciutili, si gittarono via quasi scorpioni fossero o rettili velenosi. Il cardinale Serafino certo dì narrava a Scaligero maggiore una assai piacevole avventura. Erasi stampata a Venezia l'opera dei Luoghi comuni di Filippo Melantone col titolo di messere Ippofilo di Terra Nera, cioè recando in volgare il cognome greco Melantone, che suona appunto terra nera, e capovolgendo il nome Filippo: piace il libro a Roma, dove per un anno intero vendesi in pubblico anzi, spacciatasi la prima mandata, ne trassero degli altri da Venezia; all'ultimo un frate francescano scoperse la ragia: da prima se ne levò uno scalpore grande, e nientemeno si parlava di mettere alla colla il libraio, il quale forse non avrà letto sillaba del libro; ma poi non se ne fece altro e si abbuiò la cosa col bruciare tutte le copie sopra le quali poterono mettere le mani. Così del pari accadde a Lutero, di cui la prefazione sopra l'Epistola di san Paolo ai Romani e il Trattato intorno alla giustificazione corsero un pezzo sotto il nome del cardinale Fregoso e piacquero. Le opere di Zuinglio circolarono un dì sotto il nome di Coricio Cogelio, e parecchie edizioni dei Commentari di Martino Bucero sopra i Salmi vendevansi in Francia come cosa di Aretio Felino.