Roma raddoppiava scomuniche da levare il pelo, e i librai audacia per provvedere libri proibiti, chè dove vi hanno pericolo e guadagno due maniere di gente corrono smaniose, i pirati e i librai, e non si sa bene se spinti più dal primo o dal secondo movente.
Valsero (come ogni cosa vale che purghi la mente dagli errori e allarghi lo intelletto) alla decadenza del tristo edifizio clericale le scoperte americane, i viaggi, le scienze ed i commerci impresi co' popoli comechè rimotissimi del mondo, e per altra parte valsero le guerre, le discordie dei principi, l'odio delle nazioni e il rovesciarsi delle une su le altre. Papa Clemente accusava Carlo, e non era vero, di tepidezza, se pure non si doveva chiamare avversione, alla chiesa cattolica, come anco di leggi pubblicate nei suoi stati lesive della dignità non meno che degli interessi della santa sede; Carlo di rimando rinfacciava al papa la guerra accesa da lui per bene due volte a ruina di Europa e i perpetui sotterfugi per sottrarsi alla riforma della Chiesa nel suo capo e nei suoi membri; avere voluto e chiesto a sazietà si convocasse per questo un concilio generale, e poichè vedeva che gli si dava erba trastullo, egli erasi risoluto abolire nella Spagna la giurisdizione del papa, insegnando per quel modo alle altre nazioni come gli abusi preteschi potessero correggersi e l'antica disciplina restaurarsi senza bisogno di papa. — Troppo più di questi bisticci nocquero al papato. Roma assalita e messa al sacco e il mescolarsi insieme di tante e tanto varie nazioni. I Tedeschi non si potevano capacitare come un popolo ingegnoso qual è e confessavano che fosse l'italiano si rassegnasse a vivere soggetto ad un sacerdozio sozzo ed odioso che lo faceva poltrire nella ignoranza trassinarlo e scorticarlo a suo agio. Durante il sacco furono visti gli Spagnuoli, cattolicissimi se altri mai ne vissero al mondo, esercitare violenze immani e rapine senza requie, anzi dopo il pasto avevano più fame di prima; non così i Tedeschi, i quali certo bevvero il vino altrui e le altrui robe rubarono, ma sopratutto posero studio ad avvilire i riti della Chiesa per modo che mentre cingevano d'assedio il castello Sant'Angiolo questo fatto operarono: una torma di soldati vestiti da monaci e da preti saltarono in groppa a muli, a cavalli; uno fra loro appellato Grunvaldo, notabile per vaste membra, vestito da papa, con un triregno di carta dorata in capo monta sopra una mula con arnese alla grande; dietro a lui un altra comitiva di ufficiali immascherati quali da cardinali, quali da vescovi, con cappello o mitra sul capo, con vesti di vario colore a rosso o bianco o pagonazzo secondo la dignità; accompagnava la processione una moltitudine di pifferi e tamburi cui teneva dietro la folla del popolo rumorosa e festante; così Grunvaldo benedicendo a destra ed a mancina arriva fin sotto Castel S. Angiolo, dove scende dalla mula e subito su di una sedia gestatoria viene tratto d'intorno a spalla di uomo; ora pigliato un ciottolone di vino o rovesciandoselo in gola propina alla salute di Clemente, i circostanti ne imitano lo esempio; poi impone ai cardinali il debito di professarsi fedeli allo imperatore e li sottomette con giuramento all'obbligo di non turbare da ora innanzi la pace dello impero con le fraudolenti ribalderie loro; oggimai sudditi tranquilli senza mescolarsi nel reggimento civile s'ingegneranno a vivere secondo i precetti della Scrittura e lo esempio di Gesù Cristo. Ciò compito, si mise con voce magna a predicare a parte a parte, narrando le infamie, i parricidii, le scelleratezze, insomma tutti i delitti di rapina e di sangue onde la chiesa di Roma venne in abominio degli uomini e di Dio; e poi concluse obbligandosi di trasferire per via di testamento ogni sua potestà a Martino Lutero, perchè trovasse maniera di assettare questi sconci: egli solo capace a rattoppare la barca di san Pietro, egli solo pilota idoneo a condurla in porto così sdrucita com'era per colpa di coloro che, invece di custodirla, annegati nella gozzoviglia e nella lascivia l'avevano lasciata andare per persa; e all'ultimo disse: «Quelli che approvano le mie proposte alzino la mano in segno di consenso.» Tutti levarono le mani così popolo come soldati gridando: «Viva il papa Lutero! viva il papa Lutero!» E fortuna volle che il papa e i cardinali non cascassero in mano a quella bestia di Giorgio Furstemberg, uomo di ferro, che, partitosi dalla estrema Germania a capo de' suoi lanzichenecchi, portava attaccato all'arcione della sella un mazzo di capestri rossi ed uno d'oro, coi quali aveva giurato impiccare i cardinali e il papa; e lo faceva, ma non gli capitarono fra le ugne.
Ma via, gesti erano quelli e detti di gente iniquissima al papato, nè parrebbe dovessimo farne caso, se scrittori contemporanei, anzi magistrati, in occasioni solenni con termini del tutto pari non avessero vituperato la corte di Roma.
Il vescovo di Bari Stafilo, arringando gli auditori della Sacra Rota romana intorno alle cause dello eccidio di Roma, tra le altre cose diceva a cotesti prelati: «Ma orsù rispondetemi: donde derivano tutti questi casi? perchè tante sciagure ruinarono sopra di noi? Perchè tutta la carne ci sta corrotta intorno alle ossa, perchè noi siamo non già cittadini della città santa, bensì di Babilonia, la rea baldracca. Mirate come tutte le profezie si avverino a danno suo. Isaia esclama: — Oh come la città sacra, di giusta e fedele, diventò meretrice! un dì in lei regnava la giustizia, ci regnano adesso sacrilegi ed omicidii; prima l'abitava gente eletta e di virtù amica, adesso la ingombrano il popolo di Gomorra, una razza di vipere, i figliuoli della corruzione, sacerdoti infedeli e complici di ladri. — Nè mi si dica questa profezia già compita, avendosi a referire alla ruina di Gerusalemme avvenuta ai tempi di Vespasiano, imperciocchè (ve lo affermo io) il futuro stesse tutto dipinto al cospetto del profeta; onde male si può sostenere che la sua visione si riportasse ai successi prossimi alle profezie piuttostochè ai più lontani. E di vero, se per noi si vorranno ricercare argutamente le altre profezie, ci apparirà manifesto com'esse si riferiscano a Roma, nè eccetto che a lei possano a verun'altra città referirsi. L'apostolo san Giovanni nell'Apocalisse gli è chiaro come l'acqua che accenna a Roma allorchè dice: — La grande città la quale ti sta davanti è la città che regna sopra tutta la terra; ella giace sopra sette colli. — Dunque qui si parla di Roma; il profeta aggiunge ch'ella si posa seduta sopra fiumi di numero infinito, ed anco questo non si può attribuire eccettochè a Roma, solo che voi vogliate porre mente che fiume significa popolo; egli, il profeta, dice altresì: — Ella va coperta con nomi di vergogna, ella è madre d'impurità, di fornicazione e di vituperio. — Oh! qui poi si conosce espresso che dichiara Roma, conciossiachè quantunque questi misfatti dapertutto compaiano, in verun luogo come in Roma smaglino nella loro potenza satanica.»
Sebbene io non creda e non sia che a Ferrara s'incominciasse a predicare la Riforma, pure è certo che quivi meglio che altrove cestisse e quinci meglio che altrove si propagasse; perocchè Renata figlia di Luigi XII e moglie di Ercole II la proteggesse; prima ch'ella si partisse di Francia lei aveva nella dottrina dei riformatori allevata Margherita regina di Navarra; giunta in Italia in compagnia di madama di Subisa sua governante, contro la romana curia inviperita, a mano a mano si circondava di gente fidatissima tutta congiunta alla Subisa, come il suo figliuolo Giovanni, che fu poi uno dei campioni della Riforma di Francia, Anna sua sorella ed il fidanzato di lei Antonio de Pons conte di Marennes; più tardi ci venne Clemente Marot poeta francese, che, obliato un giorno, oggi dà vita e moto alla poesia di Francia per quanto ella ne possa andare capace, e per un tempo vi ebbe onorata stanza in qualità di segretario della duchessa; gli tenne dietro Leone Jamet, e per ultimo, sotto il finto nome di Carlo Happeville, ci si condusse Calvino. Tutto questo tramestío non si potè operare senza che Roma ne pigliasse fumo, e se ne sentisse rovello non importa dire, sicchè tanto e tanto ella si maneggiò con Ercole, uomo cui pareva essere principe perchè mandava la gente alla forca per conto altrui, che questi si obbligò in virtù di trattato col papa e coll'imperatore di bandire quanti Francesi si trovassero in corte. Così Renata ebbe a separarsi con ineffabile affanno dalla Subisa e dai suoi; il Marot esulò a Venezia; al Jamet riuscì passarsela tra goccia e goccia rimanendosi al fianco della duchessa: ma innanzi che si venisse a questo passo il seme era stato sparso, mercè la dottrina dei letterati illustri chiamati a Ferrara a professare umane lettere nella università ovvero ad istruire i giovanetti principi; e comechè tutti luterani non fossero, tutti però le idolatrie romane e la insopportabile superbia dei preti aborrivano; ricordansi tra i più celebri Celio Calcagnini, Lilio Giraldi, Bartolomeo Riccio, Marcello Palingenio, Marcantonio Flaminio, Chiliano e Giovanni Sinapi e Fulvio Morato padre a quella Olimpia che tanto buona fama di sè sparse nel mondo. Difficile sarebbe dire quanti alle dottrine luterane si convertissero in Ferrara; pochi certo non furono, ma apertamente ne apparve mutato il numero a norma della mutabile mente del duca, che feudatario della Chiesa ogni acqua bagnava; importa eziandio ricordare che, a seconda dei tempi, nobili in copia seguaci delle dottrine novelle dalle altre parti d'Italia sotto la protezione di Renata, come in fidatissimo asilo, a Ferrara ricoverarono.
A Modena, se avessimo a prestare fede al cardinale Morone vescovo di cotesta città, la faccenda sarebbe ita anco peggio, avvegnachè egli giudicasse la città intera imbrattata di luteranismo; ma ognuno sa quanto i chiesastici costumino in pro' loro a impiccolire o ad allargare le cose; e poichè o tu li prenda per un dito o agguanti loro la mano, gridano lo stesso, e tu, quando ti capita, tienli per la mano e pel collo; e poi putendo egli stesso di eretico sicchè ebbe a durare un lungo processo ed a patire prigionia fino alla morte di Paolo IV, forse con le dimostrazioni di zelo eccessivo s'industriava allontanare il sospetto da sè: però sendo Modena città letterata, non fa maraviglia se quivi troppo più che altrove occorressero nemici a Roma. L'accademia modenese fondata dal Grillenzoni, smesso ogni altro tema, s'inabissava nelle controversie teologiche: temuto sopra tutti, epperò unicamente perseguitato quel Ludovico Castelvetro il quale recò nella critica e nelle dispute filologiche l'acre sottigliezza della teologia, e forse non ebbe animo buono, ma di lui due cotanti più tristo Annibale Caro suo nemico, il quale gli scriveva libri contro con la medesima intenzione che il boscaiolo tagliava fascine per servizio della Inquisizione: Narrasi che i predicatori cattolici erano costà presi a dileggio, sicchè dovevano a marcio dispetto lasciare il pulpito agli avversari, i quali con la copia degli argomenti e con lo eloquio degno, o sia che così fosse, o sia che così paresse, empivano di entusiasmo gli ascoltatori. Al Bucero parve ormai cotesta città guadagnata alla fede e gliene mandò lettere gratulatorie anco qui molti i dotti che ragionano, il popolo che sente scarso. — A Firenze, donde già si erano tirati due papi di casa Medici, e regnava Cosimo dei Medici, la riforma non poteva aspettarsi lieti giorni nè gli ebbe, bensì generò parecchi uomini che furono strenui confessori e martiri della religione riformata, come Pietro Martire Vermigli, monsignor Carnesecchi, il Bruscoli ed altri. Il Cantù ci fa sapere come il Bruscoli fosse spia di Cosimo, e pur troppo sarà stato; che monta questo? forse voi altri cattolici volete soli il privilegio di raccogliere nel proprio seno traditori? E se costui hassi a stimare infame perchè spia, vorreste salutare santo Cosimo che lo pagava? Ma di questo infelice parleremo più tardi.
Chiamati dalla fama della vetustissima università, dotti e ignoranti traevano dalle più remote parti di Europa a Bologna; i primi per insegnare, i secondi per istruirsi; veruna terra meglio disposta di quella alla dialettica dacchè il giorno per la filosofia non era ancor sorto; mancava la favilla per appiccare lo incendio, e questa, non già favilla ma torcia, fu Giovanni Mollio di Montalcino minore osservante. Costui, dopo avere professato con molta rinomanza nelle più celebri università d'Italia, si ridusse a Bologna, dove subito gli mosse guerra l'astiosa dappocaggine del Cornelio metafisico; di qui una sfida a disputare in pubblico, dalla quale il Cornelio uscì spennacchiato; l'ira lo fece spia, e sta bene, perchè mediocre in lettere, moderato in politica e spia siano tre focacce levate dalla medesima pasta; sottoposto il povero frate al sindacato di quattro cardinali, ebbe un santo dalla sua, perchè buono non lo rinvennero, e tristo da buttarlo sul fuoco neppure; solo gl'interdissero la predica sopra l'epistole di san Paolo, ma parlarono a sordo; allora il cardinale Campeggio lo cacciò via dalla università; trovo anco scritto che certo Baldassare Altieri mandava avviso ad un suo amico tedesco come un gentiluomo di Bologna, quando si fosse dichiarata guerra al papa, stava pronto a concorrerci a sue spese con seimila fanti da lui arrolati e pagati: quantunque a me paia cotesta più che altro iattanza, pure, fatta la parte sua alla esagerazione, si ha da dire che molti e potenti vivessero in Bologna gli zelatori della Riforma. E giusto favellando della necessità di riformare i costumi chiesastici e della voglia che la curia romana aveva di farlo, merita essere da noi riportato un caso il quale da un lato dimostra il credito grande che si tiravano dietro le deliberazioni di cotesta città, e chiarisce dall'altro la fede pessima dei papi. Taluni Bolognesi avendo scritto a Giovanni Planitz ambasciatore dell'elettore di Sassonia in Italia circa la necessità di convocare il concilio, questa lettera mise tanto il campo a rumore che Paolo III per ischermirsi deputò tosto una commissione di quattro cardinali e di cinque prelati affinchè avvisassero sul da farsi; fra i cardinali il Caraffa. La commissione eseguì il cómpito con prestezza pari a lealtà; moltissime colpe accennò e molti rimedi propose; principalissima delle colpe da emendarsi dichiarò il cumulo degli uffici di cardinale e di vescovo; il rapporto della commissione si legge in parecchie raccolte ed ha per titolo: De concilio de emendanda Ecclesia iussu Pauli Tertii; fu stampato, pubblicato per comando del papa, ma nè papa nè cardinali lo mandarono nè manco per ombra ad esecuzione; dei cardinali che lo composero quelli che erano ad un punto vescovi continuarono a tenere mitra e cappello; il cardinale Polo avendo a scegliere tra cardinale e primate d'Inghilterra, conservò i due offici; e quel Caraffa così ferocemente rigido, diventato Paolo IV, condannò quanto aveva proposto cardinale teatino. Gran brava gente i preti! —
Non che la terra lombarda, pareva che san Pietro non potesse salvare dalla contaminazione nè manco quella terra che i preti chiamano patrimonio di lui: e però la storia testimonia propense alla Riforma le città di Faenza e d'Imola; in quest'ultima narrasi che un predicatore affermando come veruno potesse acquistarsi il paradiso tranne che in virtù delle opere buone, certo giovane gli arguì contro gridando: «Bestemmia! La Scrittura dichiara Cristo avere conquistato il paradiso con la sua passione e morte, e a noi donarlo per effetto della sua misericordia.» Di qui s'impegnò la disputa, stando la gente in cerchio dintorno ad ascoltarli; il giovane, o perchè fosse bel parlatore, o perchè fastidissero il frate, sovente aveva plauso; di che stizzito il frate di un tratto proruppe: «Va via, grullo, tu non hai anco rasciutto il latte su le labbra, e ti attenti a ragionare di divinità, mentre altre barbe che la tua non è tacciono comprese dalla riverenza del mistero.» E il giovane al frate: «Di male in peggio; o non hai tu letto nel Vangelo che Dio deriva la sua gloria dalla bocca dei fanciulli?» Il frate scappò via scotendosi la polvere dei sandali, come se Gomorra o Sodoma abbandonasse.
Venezia faceva il commercio di eresia come gli ebrei soncinati di Bibbie; non che ella fosse priva di contaminazione, per dirla in istile di curia romana, chè anzi più delle altre città italiche se ne risentisse, ma in bell'armonia teneva unite borsa e coscienza; colà riparando gli eretici italiani dettavano o traducevano e stampavano opere che poi si esitavano con molto vantaggio e presto nella rimanente Italia; colà più di tutti diffondevano la luce e la semenza del Signore, per dirla in istile di Riforma, Pietro Carnesecchi e Baldo Lupetino, entrambi salutati martiri allora, adesso fanatici. Con questi si dava da fare un Baldassare Altieri di Aquila, a cui incolse bene perchè segretario dell'oratore inglese a Venezia: a ragione per tanto Lutero scrivendo a Giacomo Zeigler molto si rallegrava del profitto cavato da cotesta città; di vero i protestanti osarono qui quello che si erano peritati di tentare altrove, vogliamo dire, chiedere alla scoperta la facoltà di professare pubblicamente il culto luterano. — Da Venezia si riversavano simili umori nelle provincie di Bergamo, Verona, Brescia, Vicenza, Treviso; ed è da credersi che se in cotesti tempi un papa avventato avesse strinto troppo, gli si saria rotta la fune in mano: che se qualche volta pencolando il doge la dava vinta a Roma consegnandole taluno eretico, questo generava danno, ma poco, ed anzi la voglia di vendicarlo o di operare in guisa che non si rinnovasse rendeva vie più smaniosi i luterani a propagare le proprie dottrine. Verranno i tempi sinistri; per ora il vento soffia secondo nel gonfalone dell'eresia.
A veruna città seconda, a moltissime prima, Milano agitava irrequieta la cupidità di rompere l'odiato giogo di Roma; da lei fino nei remotissimi tempi apparve la voglia di opporsi al papato; e di lei forte si lagna Paolo III scrivendo al vescovo di Modena, accusandola di girsene dietro alla dottrina diabolica ed impura degli antichi eretici: stava proprio a Paolo III padre di Pier Luigi Farnese adoperare la parola impura; e' ci hanno vocaboli i quali scottano le labbra di cui li profferisce; i preti poi, per quello che ne appare, non temono scottature. Qui occorre, quanto più breve per me si potrà, esporre le vicende di Curio o Curione secondo; imperciocchè le opere sue molto potessero sopra gli animi dei Milanesi e dei Lucchesi. Egli nacque a Chieri, donde si fece il suo cognome Curione, primogenito di ventitrè fratelli; mandato a studio a Torino, quivi s'invaghì delle dottrine dei riformisti, per professare liberamente le quali s'indettò con certi amici suoi, passate le alpi, ridursi in Germania: presi in Aosta sono chiusi nel castello di Caprano; dopo due mesi a Curio concedono stanza nel monastero di San Benigno; colà gli prese il ticchio di aprire un reliquario e cavatene le ossa, metterci dentro una Bibbia e con questa leggenda: «Vedi l'arca dell'alleanza, la quale contiene i veri oracoli di Dio e le veraci ossa dei santi.» Scopertasi la beffe, chiamata a quei tempi sacrilegio, Curio, subodorando che i sospetti facevano capo a lui, se la svigna a Milano; colà condusse donna di casa Isacchi ed ottenne una cattedra dove si acquistò bellissima fama: costretto a uscire di Milano per causa dalla invasione spagnuola, recossi a Casale e quivi dimorò alquanti anni oscuro; la morte di tutti i suoi fratelli lo persuase a tornarsi in Piemonte per raccogliere il paterno retaggio; glielo serbava un cognato, a cui per averlo troppo lungamente custodito ora sembrava proprio che fosse suo, onde invece di rendergli il patrimonio gli fece il tiro di accusarlo di eresia; e Curio da capo a scappare con arguzia e celarsi in Savoia. Certo dì trovandosi ad ascoltare la predica di un frate domenicano a Castiglione, avvenne che costui, seguendo il vezzo antico nè fin qui smesso di malmenare con calunnie Lutero, affermava la sua dottrina allargarsi fra i Tedeschi lurchi, perchè tollerante ogni libito più reo; a cui, non si potendo più tenere, Curio contrappose a voce alta: «Tu menti» Visto e preso: ai preti parve toccare il cielo col dito; pregustavano l'onore e l'odore che sarebbe loro venuto dal leppo di un atto di fede alla spagnuola, non meno che calcolavano i frutti del terrore; il diacono dell'arcivescovo di Torino si affretta a Roma per sollecitare la condanna; intanto, per assicurarsi che non gli scappi, lo consegna al fratello del cardinale Cibo, il quale da pari cura agitato te lo ficca in prigione coi ceppi ai piedi; ora ecco, mentre pareva per lui perduta ogni via di salvezza, sovvenirlo la fortuna: gli si gonfia una gamba tanto che il carceriere, giovane epperò non affatto tristo, ci ravvisa la necessità di liberarlo dal ceppo pesantissimo di legno: di che aveva a temere egli? Non restava preso con quell'altro piede? E poi come fuggirà il prigioniero? La sua carcere sta in mezzo a tre altre stanze di cui una abita il custode, nell'altra albergano le guardie, nella terza convengono tutti e mangiano. Vista l'arrendevolezza, se pietà non la vogliamo chiamare, del giovane carceriere, il Curione pensa nuova malizia; si finge infermo; una calza empie con la camicia ed altre ciarpe, e il tutto attorce e comprime intorno ad un bastone che a sorte trova nella prigione appresso al letto: ciò fatto, si ripiega quanto può sotto la coscia la vera gamba, adattando al ginocchio la gamba finta così che questa paia quella: poi sul bruzzo rompe in gemiti. Il carceriere accorre profferendosi sollevarlo, e quegli lo prega gli muti il ceppo dal sinistro al destro piede tanto che gli dia tregua lo spasimo che lo trafigge; e il carceriere lo appaga; parendogli poi quasi ridotto agli estremi, molto compassionandolo, lo lascia solo; quando il sonno tenne custode e guardie, Curione pian piano abbigliatosi va ad origliare alla porta della stanza; dormivano tutti, e mentre tenta cauto la porta per somma ventura ella cede al suo tocco, avendola lasciata socchiusa il carceriere o per oblio o piuttosto per soccorrerlo caso mai ne avesse sentito il lamento; entra nel tinello, dal tinello a tastone trova la scala, e giù per essa come se avesse l'ale. Ma in fondo alla scala non era aperta la porta, bensì sbarrata da enormi catenacci; risalì il misero la scala notando sottilmente ogni cosa, come avviene a cui prema di salvare il collo dal capestro: a mezza scala rinvenne una finestra; non correva tempo per conoscere di quanto ella stesse sopra il terreno; profondo il buio, ogni arnese mancava; avanti a sè gettò la cappa per ammortire la caduta, poi quanto più può si spenzola fuori e all'ultimo si lascia andare; senza danno cadde nel cortile; va difilato alla porta di mezzo, sperandola chiusa unicamente per via di stanga a traverso, e s'inganna, era serrata a catenaccio; allora si aggira intorno tastando i muri, e trovatili lisci, sgomento e stanco si abbandona. In questa ecco comincia a splendere in cielo un fuoco tramandante luce, la quale quella della luna non appaiava, ma l'altra delle stelle vinceva; forse erano stelle cadenti, o meteora altra cotale; fatto sta che per essa potè speculare meglio le pareti e vedere nei canti come il muro nuovo tirato su al lato il vecchio lasciasse certa crepatura dove non era disperazione arrampicarsi con le mani e co' piedi; e questo tentò, ma levato alquanto da terra il sasso a cui con le mani si aggrappa, cede, ed egli giù a gambe levate, e il sasso sopra con grande fracasso. Palpitante di terrore colà rimase un pezzo, temendo che allo strepito del tracollo svegliate le guardie non gli riponessero le mani al petto; di ciò fu niente; ripreso animo torna ad arrampicarsi, scavalca il muro e, in casa di tale che egli nomina Filosseno Nucca ricoverandosi, scampa la vita. Questo caso accadde senza intervento di angioli nè di demoni; altri non crede che passasse a quel modo liscia e suppone corrotti custode e guardie; poteva anco darsi, ma quando ci afferma proprio lo stesso Curio che l'andò come la contano, non si sa perchè non gli si deva credere, conoscendo fughe accadute tanto nei moderni che negli antichi tempi troppo più di questa maravigliose e stupende: egli poi narrando la propria storia, ne attribuisce il merito a Dio, e ciò stà bene; dice che non fece voti, non imprese pellegrinaggi, in somma nulla eccetto votarsi a Cristo supplicandolo che lo sovvenisse a sostenere la guerra contro le passioni, col suo spirito lo trasse a sè, lui adoperasse come il vasaio costuma della creta.