Proprietà letteraria.
Tip. Guigoni.


CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO V.

Da tempo remoto, e lo accennammo di già, travagliava Napoli il seme della eresia; ai Vadesi si aggiunsero i Tedeschi, venuti in Italia ai danni di Roma, ma poi voltati contro la Repubblica di Firenze e contro ogni cosa che in Italia sapesse di libertà, perchè papa e re bisogna ch'e' s'intendano; l'un regge l'altro; s'ei si accapigliano, durano finchè non si svapora nell'uno o nell'altro il vino dell'orgoglio; rinsaniti, si rifanno su i popoli. Ai Vadesi ed ai Tedeschi successe lo spagnuolo Valdes temuto per la bontà sua, lo ingegno, lo zelo indefesso e sopra tutto per la efficace modestia, in virtù della quale egli, pago che i suoi concetti si avvantaggiassero, si celava ed altri a farsi chiaro sovveniva. Egli diè il tratto alla esistenza del frate Ochino staccandolo dalla chiesa romana e di valorosissimo amico lo rese nemico capitale; a molte chiese appartiene la storia di lui del pari che quella di quasi tutti i compagni suoi, ma qui io la riporterò sempre succinto, però che il Valdes lo levasse dalle dannose dimore. Siena è la città dei santi; ma siccome non ci ha diritto senza rovescio, così del pari è la città degli eretici. L'Ochino nacque da Domenico Tommasini di Siena nella contrada dell'Oca, dove pure sortì i natali Caterina da Siena, esaltata santa; di qui il soprannome di Ochino. Ai giorni nostri avvertirono come la bandiera di cotesta contrada porti i tre colori precisi della odierna italiana; Ochino e Caterina derivano da parenti oscuri; padre di questa un tintore, falegname quello dell'altro: giovine e propenso a malinconia Ochino si rese frate minore, non rinvenendo regola più di questa severa; ci stette poco, chè recatosi a Perugia, vi studiò medicina. In quel torno istituirono i cappuccini, e poichè questi gli parvero più conformi alla sua rigida indole, così volle vestirne l'abito; di qui in breve (tanto fece profitto nello studio della divinità, e tanto lo sovvenne natura) usciva atleta di Cristo acquistandosi fama di supremo oratore, anzi divino. Carlo V dopo averlo udito proclamava ch'egli avria fatto piagnere i sassi; lasciamo i sassi al suo posto, il Sadoleto e il vescovo di Fossombrone non dubitarono metterlo a canto ai più famosi oratori dell'antichità. Del vecchio peccatore cardinale Bembo non importa rammemorare le smancerie; lui con ressa infinita egli ottiene da Vittoria Colonna predicatore a Venezia, di lui e della sua eloquenza s'innamora, della salute si piglia smaniosa cura fino a raccomandarsi che dove occorra sforzino il suo Bernardine a cibare carni in quaresima, altrimenti non potrà reggere alle fatiche apostoliche. Forte percotevano la mente dei popoli la sua barba bianca, il volto emunto, gli occhi incavati e fiammeggianti, le vesti squallide, il costume rigido; camminava per colli e per pianure a piedi ignudi; il capo ad ogni più rea stagione scoperto sempre; andava di porta in porta accattando la vita; suo letto la terra, cortinaggio le frondi degli alberi: tutti lo riverivano e levavano a cielo; per poco stette che vivo non lo santificassero: dal comune andazzo si lasciò trarre fino Pietro Aretino, il quale, con modo in cui traspare la schernitrice perversità sua, scriveva al papa credere che non senza consiglio della provvidenza tanto peccatore egli fosse scrivendo ovvero operando, imperciocchè altrimenti l'Ochino non avrebbe ottenuto la gloria imperitura di ridurlo ad abiurare i suoi tanti peccati. L'Ochino, in virtù del credito grande che aveva, la cella concessagli per abitare a Venezia convertì in convento dei cappuccini; ed all'Ochino eretico vanno debitori i pii cattolici della devozione delle Quarantore, la quale tuttavia si pratica con tanti benefizi dell'anima e del corpo che ogni uomo li può vedere. Il papa gli aveva posto un bene pazzo, ed a ragione; imperciocchè quale vendemmiatore più potente di lui nella vigna di Cristo? La elemosina raccolta nella città di Napoli in una sola predica toccò niente meno che i cinquemila zecchini. Ma l'Ochino aveva già dato la balta; egli stesso scrivendo al Muzio lo informa che, meditando, digiunando e in tutte le altre guise mortificandosi, era giunto a scoprire tre cose: la prima, che, Gesù Cristo avendo saldato col suo sangue ogni conto vecchio della umanità, bisognava reputare eresia pretta la dottrina che dopo cotesto caposaldo gli uomini avessero a faticare di nuovo per salvarsi con le opere: e veramente starebbe così; ma ciò non torna a Roma, perchè se le opere non sono più necessarie alla salute dell'anima, ella potrebbe chiudere bottega; e dall'altra parte appaga più la ragione il concetto che ognuno debba essere giudicato alla stregua del merito; di ciò colpa la proterva intemperanza dei preti, i quali, volendo arare sempre coll'asino e col bue, misero insieme cose fra loro contrarie deliberati di saldarle insieme con la fede: sicuro! non fa mestieri travagliarci troppo a cercare la razionalità delle proposte quando tu possa concludere: O credi o t'impicco. La seconda delle cose scoperte dall'Ochino fu che i voti frateschi, siccome empi, non tengono, e non ci ebbe a durare fatica; la terza, che la chiesa romana è vituperio di Dio, ed anco qui fu facile trovato. Se ne accorsero subito ch'ei balenava; dicono lo aizzasse il Valdes a Napoli col mostrargli che nonostante le belle parole a Roma lo avessero in conto del somaro che porta vino e beve l'acqua; nè manco il cappello rosso gli avevano dato! Le sono novelle, però anco sotto la tonaca del capuccino, come sotto il mantello di Diogene, talora la superbia si rannicchia. Per tanto prese a fastidire e messa e coro e orazioni; anzi a certo frate che, avendo notato com'ei si astenesse dalla preghiera, gli disse: «Andando ad amministrare la religione senza preci tu mi pari un cavaliere che vada senza staffe; bada alla cascata», l'Ochino rispose: «Chi fa bene prega», sentenza da legarsi in oro. Chiamato a Roma, pei conforti del Vermigli, non tiene lo invito, al contrario, gittata la tonaca alle ortiche, si rifugge a Ginevra; lo accolse esultante Calvino; ne dolse amaramente a Roma, la quale gli spedì su le calcagna per ricondurlo, ma indarno; intanto si pose mano a spegnerne gli alunni; dannato a morte un fra Bartolomeo da Cuneo; tutta la religione dei cappuccini subito cernita per isceverarne il grano dal loglio; per poco il papa non la soppresse affatto; le querimonie della sua fuga andarono a cielo; gli scrisse il Muzio e il Caraffa, prima cardinale, poi papa, ed è sollazzevole udire come questi lo vezzeggiasse col nome di cerbiatto e lo allettasse al ritorno sul colle degli aromi, il quale nel vocabolario della santa madre Chiesa significa catasta di legna; poi séguita coll'imprecare ai vitelli di oro e al culto degli alti luoghi; pesta mani e piedi perchè da ora innanzi non ci abbiano più ad essere Roboamo e Geroboamo, Gerusalemme e Samaria, ma sì un solo ovile ed un solo pastore; ragioni tutte, come ognuno vede, una meglio dell'altra per persuadere i più tenaci. In Ginevra l'Ochino fondò la chiesa riformata italiana; quivi scrisse e stampò varie opere, tra le quali si ricordano i Cento apologhi, cui caninamente mordono i preti perchè li scottano; peggio conciò Paolo III in certa lettera la quale conservasi nella Laurenziana; lui matricida, lui rotto ad ogni infame libidine, assassino e traditore dei complici assassini, delle immanità del figliuolo Pierluigi Farnese partecipe: della esagerazione in cotesti improperii ce n'è e di molta, perchè preti e frati erano tutti spretati e sfratati o no, i quali se abbiano avuto od abbiano fede non so; questo so, che carità non conobbero mai.

A Pisa città prossimissima a Lucca gli eretici si adunarono apertamente in chiesa e vi celebrarono la messa; come argomentasse Mantova si ricava dal breve mandato da Paolo III al cardinale Gonzaga col quale lo ammoniva essere venuto a notizia come costà chierici e laici si attentassero disputare su materie di religione intorno a cui ognuno doveva tacere, imperciocchè egli e solo egli avesse ricevuto commissione di ragionare per tutti. La eresia, ovvero la luce del vero evangelico secondo gli umori diversi degli uomini, s'insinuò anco a Locarno; dapprima scarsa, ma non per questo sgomentaronsi gli apostoli, assai facendo capitale sopra gli esempi biblici, massime su quello di Gedeone, il quale con iscarsa mano di forti abbattè Madian; linguaggio consueto ai fanatici e dai religiosi passato ai politici per mala sorte e con peggiore consiglio, perchè nelle faccende religiose il poco apostolato opera come il molto, se non nella estensione, almeno nel concetto, mentre nelle politiche quello che non basta gli è come non fosse: colà si tratta di persuasione, qua di forza. Le città che si sfasciano a suono di tromba occorrono unicamente nella Sacra Scrittura; e ai tempi che corrono pochi e male armati e peggio nudriti Leonidi soccomberanno davanti a molti bene ordinati, provvisti dei migliori arnesi guerreschi ed ottimamente pasciuti; se ne vogliano rammentare i volontari che corrono alla impazzata lasciando noi in dubbio se li spinga generosità o piuttosto follia; dove poi li meni tedio di vita, e' possono ammazzarsi a loro bell'agio a casa. A Locarno impertanto i luterani crebbero e moltiplicarono; a maestri ebbero un Fontana, un Benedetto da cotesto luogo, un Varnerio Castiglione, un Ludovico Runco ed altri dei quali la fama vinse un Beccaria; dalla prossima Chiavenna vi scesero a storme pastori; insomma Locarno, più che disposto a seguitare il moto, ordinato ad imprimerlo e solenne.

E poichè troppo menerebbe a lungo discorrere parte a parte degli uomini i quali promossero in Italia la corrente della riforma, basti per lo scopo della nostra storia sapere come ormai non occorresse terra dove un mutamento nelle cose della fede ed in ispecie nei costumi dei chiesastici non si desiderasse; nell'Istria, a Genova, a Verona, a Cremona, a Cittadella, a Brescia, a Civita del Friuli, in Ancona e per fino nella stessa Roma pullulavano uomini ricchi di dottrina e di costanza, deliberati a osteggiare la mostruosa instituzione che ha nome papato. Nè meno degli uomini si mostrarono in questa bisogna ardentissime le donne. Dell'Olimpia Morata già dissi; sopravvive oltre la sua la fama della Manrichia di Bresegna da Napoli, di Lavinia della Rovere da Urbino, della Maddalena e della Cherubina degli Orsini, della Elena Rangoni dei Bentivoglio, della Giulia Gonzaga bellissima di forme, onde corse voce che Solimano di lei per fama fieramente invaghito commettesse ad Ariadeno Barbarossa rapirla, e questi, obbedendo al suo signore, venuto in Italia si avventasse inaspettato a Fondi, dove la Giulia aveva stanza, e per un pelo non la colse, chè la donna svelta scappò in camicia; avventura piena di passione e degna di figurare nella storia quando fosse vera. Tra le eresiarche pongono altresì la Vittoria Colonna, e falsamente, perchè nelle cose della fede ella balenò anco troppo, chè la tirava l'Ochino, ma il cardinale Polo la tenne ferma al chiodo.

Però sopra Siena, sopra Ferrara, la città di Lucca noverava nel suo seno protestanti palesi e più nascosti, i quali aspettavano la occasione propizia per bandire apertamente la separazione di cotesto stato dalla chiesa cattolica. Cagione principalissima di siffatti umori predicano Pietro Martire, ed è vero, non però unica nè prima: ricordinsi gli alunni lucchesi del Savonarola, ed in ispecie lo zio di Francesco Burlamacchi spositore della vita del maestro ed istruttore della gioventù. Ora, per favellare di Pietro Martire, dirò che e' fu di Firenze e di casa Vermiglia, martire nominato perchè il padre suo afflitto a cagione della morte di quanti figli gli nascevano votò questo ultimo, se gli viveva, a san Pietro martire: gli sopravvisse, ed egli da galantuomo tenne il patto. Il giovanetto studiò molto e bene sotto Marcello Virgilio segretario della repubblica fiorentina ed ebbe compagni illustri; mite di natura e al tutto inchinato alle cose spirituali, si ridusse di sedici anni al chiostro dei canonici regolari di Santo Agostino a Fiesole; dei beni terreni non gli calse, anzi confortò il padre suo che la massima parte del censo avito legasse all'Albergo de forastieri in sussidio dei poveri; dotto di latino, di greco e di ebraico, di ventisei anni imprese l'apostolato della parola, la quale non impetuosa come quella dell'Ochino, bensì lene scendeva nei cuori portandoci la divina persuasione; e poi, quantunque in sembianza di vergine cristiana, pure gli arrideva la musa e quella di ardentissimo affetto lo proseguiva; però a lui sopra gli altri amici in delizia Benedetto Cusano grecista da Vercelli, volgarizzatore di Omero, e il poeta Flaminio: dopo avere predicato con plauso in molte terre d'Italia andò a Napoli abbate nel convento di San Piero in Ara; quivi avendo annunziato che predicherebbe sul testo della prima epistola di s. Paolo ai Corintii che dice: col fuoco sarà provata l'opera dell'uomo, tennero per sicuro che si trattasse del purgatorio; quindi si dilatarono le viscere ai romanisti, sicchè pensate quanta la maraviglìa loro e più la rabbia quando udirono chiarire da lui coteste essere parole simboliche ed accennare alla intera distruzione dell'errore: di autorità non fece a spilluzzico, nei libri dei santi come in quelli dei curiali si trova tutto e per tutto; i teatini, potentissimi, lo accusarono allora al vicerè Toledo, ma egli sostenuto dagli agostiniani non li badò; ricorso al papa, per quella volta la sgarrava. Uscito da Napoli per colpa dell'aere maligno, peregrinò visitatore del suo ordine l'Italia, richiamando con ineffabile dolcezza i traviati su la diritta via; per ultimo venne priore di San Frediano a Lucca, e poichè qui trovò le coscienze disposte, a viso aperto prese ad esporre la sua dottrina; senza requie inteso a formare atleti i quali valessero a sostenere la lotta co' difensori di Roma, chiamava da Verona Paolo Lanciso famoso aristotelico ad istruire la gioventù lucchese nella lingua latina, da Ferrara Celso Martinengo nel greco, ed Emmanuele Tranellio nell'ebraico: guadagnò alla sua fede diciotto frati, i quali come diciotto apostoli spedì d'intorno a diffondere, come egli sosteneva, la luce della verità, e gli avversari affermavano, le tenebre dell'errore. Con lui s'accontò, e fu acquisto potente, don Costantino priore della Fregionara; egli sopra tutti infaticato istruiva i giovani nelle umane lettere e in divinità spiegando il Testamento nuovo ed i Salmi; nè giovani soli accorrevano ad udirlo, bensì ancora cittadini di ogni maniera, patrizi e popolani: nello avvento e nella quaresima predicava il solo Vangelo; nel rimanente anno prendeva per testo l'epistola di san Paolo, cosicchè in breve si vide fondata a Lucca una chiesa evangelica, di cui il Martire era salutato pastore, e seguace la parte migliore dei cittadini, i quali, dotti al pari che devoti, diedero in processo di tempo splendido segno di attaccamento alla religione riformata. Mentre queste cose avvenivano papa Paolo III si condusse fino a Lucca per conferirvi con Carlo V intorno ai negozi di Europa, massime intorno alle faccende della fede; e tuttavia, sebbene cotesto papa astutissimo conoscesse l'umore del Martire, nè gli mancassero eccitamenti ad usargli mal tratto, egli se ne astenne pensando al tempo immaturo e al seguito grande che il Martire aveva in cotesta città; forse, vuolsi credere, che il cardinale Contarini lo proteggesse, conciossiachè molto lo riverisse ed amasse ed anche egli a Lucca si conducesse per tenere al Martire proposito delle novità delle chiese germaniche; nè il Contarini andava immune da qualche sprazzo della dottrina dei riformati.

Narrasi per Carlo Eynard, il quale dettò una breve monografia intorno ai Burlamacchi, come Carlo V imperatore alloggiando nel palagio della Signoria, certa notte a forza desto udisse per casa un gran tramestio e un nicchiare, un gemere da mettere pietà; ond'ei chiamata gente le ordinò andassero a vedere che cosa fosse accaduto e glielo riferissero; tornato il messo in breve lo informava, una gentil donna avere testè partorito con molta angoscia un figliuolo, di che egli rallegratosi, significò volerlo tenere al sacro fonte ed imporgli il proprio nome. Il papa fece la cerimonia; e cotesto pargolo fu poi Carlo figlio di Michele e padre di Giovanni Diodati, capitalissimo fra i teologhi protestanti e volgarizzatore della Bibbia, argomento di anatemi per Roma e di ammirazione per quanti sentono amore alle umane lettere.

Pel Martire a quel modo non poteva durare e non durò, chè nemici gli si serrarono addosso non solo i frati degli altri ordini per emulazione, ma sì anco i suoi per vendetta dei riformati costumi: quali arti adoperassero non porta specificare; fratesche erano, e però la meno trista la calunnia. Di questo tempo ci avanzano tre lettere del cardinale Bartolomeo Guidiccioni scritte da Roma alla Signoria di Lucca, dove si lagna che i pestiferi errori della condannata setta luterana, i quali pareano soppressi, abbiano dormito per destarsi più gagliardi di prima: l'ammonisce che pigli partito su ciò presto e bene, se non vuole tardi patire cosa che le dispiaccia: denunzia le conventicole in Santo Agostino, che, note a Roma, notissime denno essere a Lucca, e se la Signoria non provvede, vuol dire che esse accadono lei sciente e consenziente — dopo nè anco un mese da capo il buon cardinale loda la Signoria dell'egregio animo ch'ella dimostra e la conforta di spedire subito oratore a Roma per giustificarsi; intanto come caparra facciano prendere incontanente Celio Secondo Curione, che stà in casa Arnolfini ed ha tradotto in volgare alcune opere di Martino Lutero, per dare cotesto bel cibo sino alle semplici donne della nostra città, oltrechè da Vinegia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore; così è dar fare diligentia in quei frati di Santo Agostino, maxime di ritenere quel vicario.... custoditi con diligentia li potranno mandare a Roma, ovvero avvisare che li tengono a istanza di Sua Beatitudine; passato un altro mese, torna a battere il ferro caldo e dice: sentire inestimabile amarezza per l'augumento quotidiano della perversa dottrina nella nostra città; in cotesta medesima mattina (26 agosto 1542) essere state lette nella Congregatione otto conclusioni luterane di don Costantino priore della Fregionara, le quali tanto dispiacquero al papa ed ai reverendissimi deputati che gli hanno commesso iscrivere a V. S. perchè lo facciano incarcerare hic et nunc e incontanente spedirlo insieme all'altro frate di Sant'Agostino: ed in questo modo et con diligentia operando sarà grande purgatione del mal umore della nostra città: prega, come altre volte pregò, la Signoria perchè si emendi da sè medesima et non axpetti che altri la emendi. Tale la insolenza romana, a cui per mostrarsi adesso due volte più impronta non manca la voglia, bensì la possa.