Il Beverini nei suoi lodati annali lucchesi a questo luogo racconta come Luiso Balbani dimorando a Brusselles, avendo grande amistanza col Granvela, potè senza essere veduto udire i ragionamenti tenuti fra lo imperatore, il nunzio apostolico e l'oratore di Cosimo I, sul conto della repubblica, i quali insomma mettevano capo a questo, che, là dove la Repubblica non si emendasse, lo imperatore le avrebbe tolta la libertà e sottoposta a Cosimo; dettando il Tommasi il sommario delle storie di Lucca dà di frego a questo racconto, principalmente fondato sopra la inesattezza di alcuni particolari che lo accompagnano; ma più che ci si pensa sopra, e più conghietturandosi comparisce vero o ad ogni modo supposto per costringere la Repubblica a qualche provvisione esiziale alla religione riformata.

Intorno allo agostiniano così pertinacemente richiesto a Roma, anzi alla morte, ecco quanto trovo scritto: i nemici del Martire, e per converso gli amici di Roma, volendo tastare un poco l'umore del popolo, ottennero facoltà dai commissari romani di sostenere questo frate, che, sospetto di eresia, era confessore ed assai cosa del Martire; la Signoria si strinse nelle spalle e lasciò fare; meno codardi alcuni patrizi, ammiratori della pietà e della innocenza di quello, rompono le porte del carcere e lo liberano, ma nella fuga lo sciagurato cadde, si ruppe una gamba e fu ripreso per essere condotto più tardi a Roma quasi in trionfo.

Indracati i satelliti romani mettono accusa formale contro il Martire avanti la corte di Roma; spedisconsi messaggi a sobillare la gente contro lui, i quali, come suole quando si tratta di mal fare, ottengono seguito sopra l'aspettativa, e principalmente tra i frati agostiniani, inveleniti contro il Martire perchè con la sua riforma gli aveva ridotti al canapo e (poichè tornava, almeno pel momento) si dava loro ad intendere agitassersi, la pristina libertà rivendicassero, chè in questo caso il rompere impune in ogni più sfrenato libito; nè stette guari che, convocata a Genova una congregazione generale dell'ordine degli agostiniani, ella citò il Martire, a comparirvi: ma il Martire, che quanto al nome ci stava, rispetto al fatto pare non gli garbasse, ed accivettato era, ed anco pei conforti dei suoi amici, assetta alla meglio le proprie faccende, poi si scansa a Pisa in compagnia del Lacisio, del Trebellio e del Terenziano; quinci scrive agli amici perchè procurino la libera partita a quanti dei correligionari intendano esulare con lui; per ultimo rimanda l'anello, insegna del proprio ufficio, affinchè non gli appicchino il sonaglio di avere fatto suo pro' della sostanza del convento; da Pisa a Firenze, dove con parlare succinto persuade l'Ochino a cansarsi a sua volta (la quale cosa egli fece due giorni dopo di lui), da Firenze per le Alpi retiche si conduce a Zurigo, a Basilea ed a Strasburgo, nella quale città ebbe accoglienze quali si costumano fra i perseguitati, chè gli uomini per amarsi bisogna che si sentano miseri. Appena pigliato un po' di riposo a Strasburgo, dove gli allogarono con onorevole stipendio una cattedra nella celebre università, scrisse alla chiesa riformata di Lucca esponendo le cause ond'egli costretto abbandonò la dolce patria italiana, e le faceva coraggio a perseverare nello amore del Vangelo[14], che bene ella aveva tolto a norma della sua eterna salute. Conosciuta la fuga del Martire, con la feroce bramosia di cui noi che scriviamo avemmo ed abbiamo immagine viva nelle opere sbirresche dei diversi principati fin qui succedutisi in Italia; sbirri sempre comunque tu li nomini, li vesta o gl'incrocicchi come si fa ai canti per salvarli dalle lordure, ecco i cagnotti assediare il convento del Martire, rovistarlo da cima a fondo, menare a vergogna i religiosi in prigione, otto più lesti in gamba se la svignarono riparando in Isvizzera: malgrado questa fiera persecuzione, la chiesa protestante non andò dispersa, all'opposto come rovere sbattuta dal vento resistè alla bufera romana sicchè il Martire scrivendo ben tredici anni dopo ai fratelli lucchesi così si esprimeva: «Voi avete fatto per molti anni tanto avanzamento nel Vangelo di Gesù Cristo che non era punto mestieri io vi esortassi con lettere, ed altro non mi restava, eccetto questo: che in qualsivoglia luogo mi trovassi, io vi levassi a cielo.... si accrebbe poi la mia letizia quando seppi come, dopo finite tra voi le mie fatiche, Dio vi avesse provveduto di maestri sapienti, zelatori e considerati, in grazia delle virtuose cure di loro la opera impresa andava a perfezionarsi.»

Comechè Lucca, giusta quanto ci narrano gli antichi cronisti, pigliasse nome da luce, però che prima fra le città italiche aprisse gli occhi alla luce del Vangelo, o forse appunto per questo, fu precipua fra noi a durare nella dottrina luterana: cause speciali per lei erano la molta anzi la troppa parte che gli oligarchi tenevano nello stato, ed essere questi tutti o quasi dottissimi e per ciò alla bestiale prepotenza romana fieramente avversi: la esperienza fatta dai reggitori che i riformati d'irreligiosi, scapestrati e poco meno che atei diventarono virtuosi e dabbene, dalle risse aborrivano, e, cessate le parti, i cittadini ogni giorno più si rendevano fra di loro servizievoli, le donne oneste: arrogi che il duca di Firenze, perpetuo nemico della Repubblica, abiettavasi a Roma perchè prima gliene consentisse la rapina, poi gliela consacrasse; onde i nostri vecchi sebbene di ossequi non facessero a penuria col sommo pontefice, tuttavia in fondo, non guardando più all'erta che alla china, desideravano che i luterani affliggessero lo impero in Germania; ed intanto, per approfittarsi dei tempi, si tenevano a cavallo al fosso.

Quello che avvenne al Martire nei diversi paesi dove lo trasse la sua ventura e che facesse e come finisse a me non giova esporre; nè manco dirò le vicende della Riforma in Italia: da quanto fu narrato e dagli sforzi supremi dei papi e dei satelliti loro per isvellerla fin dalle radici rimarrà chiarito il mio assunto, il quale è scopo capitalissimo di questa vita, che Francesco Burlamacchi, non fantasticando cose vane, al contrario ponderando i casi, i tempi e gli umori dei popoli, si accingesse ad impresa, se non sicura, probabile; e se non riuscì, egli è perchè la fortuna mal si accorda ai fatti virtuosi; degli eroi che si accinsero a magnanime imprese i popoli esaltano più i felici, gli infelici più rammemorano con pietoso animo; i primi in parte ebbero la loro mercede nei gaudi della gloria, i secondi l'aspettano sempre dalla ricordanza dei posteri, e l'abbiano.

E tuttavia, nonostante i casi e i giudizi di uomini peritissimi, come a mo' di esempio del cardinale Sadoleto, il quale scrivendo al cardinale Farnese nipote di Paolo III si sfogava perchè il papa, abbindolato da pessimi piaggiatori, non si accorgeva della ribellione universale degli spiriti e della rabbia di stracciare a morsi l'autorità papale; e il cardinale Caraffa, poi Paolo IV, che dichiarava riciso la lue luterana avere contaminato in Italia non pure gli uomini di stato, ma altresì la massima parte dei membri del clero, nonostante i voti del Vallicola e le speranze di Celio Curione, che, trionfando la vera religione di Cristo in Italia, vedeva l'universo genere umano precipitarsi con impeto fuori di misura maggiore a quello dei primi tempi della Chiesa verso la santa rôcca di cui Cristo è castellano, verso le tre torri difese dalla fede, dalla speranza e dalla carità; nonostante queste ed altre cose, la Riforma in Italia, comechè avesse posto radice, non prevalse, all'opposto rimase schiantata. Chi volesse ricercarne le cagioni con sottile esame forse ne troverebbe a dovizia; io ne riporterò alcune le quali mi si presentano sotto mano: prima di tutto le persecuzioni implacabilmente feroci esercitate per via del tribunale del santo Uffizio; lì per lì sembra strano come sul principio Roma osteggiasse la istituzione di questo scellerato tribunale in Italia, ma dopo un po' che ci pensi sopra, conosci che la cosa va pei suoi piedi; ell'era la Spagna che presumeva mettere succursali del santo Ufficio a Napoli e a Milano, e questo non faceva al caso di Roma, la quale tenne sempre l'occhio alla penna per dominare e non essere dominata, onde si mise dalla parte del popolo per ributtarla allegando con parole e con sembianza compunte che troppo crudo si comportava la Inquisizione in Ispagna perchè potesse consentire pigliasse piede in Italia; mentre la ipocrita aveva provocato l'efferatezze spagnuole, e mentre qui fra noi ella ne commise tali e tante non dirò da disgradarne quelle, ma da comparire loro onorevolmente da lato: in questa guisa sotto pretesto di tutelare la libertà la strozzano, e mentre volgono la passione del popolo a respingere la Inquisizione spagnuola, i preti mascagni la italiana consolidano: assodata che ella fu, imperversò come turbine; avventuroso chi potè fuggire! quanti gli sbirri presero, gittarono in carceri oscure ed ignote: oscure perchè l'anima dei prigionieri sgomenta piegasse davanti al terrore, ignote perchè i congiunti e gli amici al pensiero del sepolcro precoce si sentissero compresi di paura; eccetto poche terre, dalle altre tutte lo esercizio del culto luterano sbandito. Però, come succede, la persecuzione crebbe la costanza o la ostinazione negli eletti, i quali secondo il costume degli antichi cristiani continuarono a professare la propria religione in luoghi riposti ed anco talora per caverne. A Modena per opera di alcuni insigni prelati, fra i quali piace notare i cardinali Sadoleto, Morone, Contarini e Cortese, tentarono accordo coi riformati di cotesta città, e parve altresì si fossero assettati, ma egli erano tranelli, e forse da entrambi i lati, chè mal bigatti provaronsi sempre i settari: più tardi un Erri andato fino a Roma faceva la spia ai suoi concittadini, e Roma lo rimandava sbirro, giudice e carnefice a Modena; parecchi non istettero ad aspettarlo e si cansarono, di cui il più celebre è il Castelvetro; fiero, acuto e senza cupidità nè paure, di Roma sentiva quello che in ogni tempo sentirono gli uomini savi; ma ciò che più gli nocque fu la batosta ch'ei sostenne coll'Annibal Caro a causa della censura mossa da lui alla canzone: Venite all'ombra dei gran gigli d'oro; dove al Caro parve toccare il sublime, mentre (per dirla col concetto di Longino) egli altro non fa che gonfiare le gote: ai tempi nostri appena gli uomini che appellansi moderati o consorti ci porgono idea della infame rabbia che questi misero negli screzi politici, di quella che i letterati allora ponevano nelle contese scientifiche: sicari adoperavansi e veleni, peggio anco di questi la calunnia occulta al Santo Uffizio per farti bruciare vivo, ovvero (come sostiene il dabbene Cantù) prima strangolare e poi ardere. Dalle pessime di queste arti non rifuggì il Caro: sempre il Cantù, per difendere il Caro, afferma che non ce n'era mestieri, e può darsi, ma ciò non toglie che il Caro, nato e nudrito fra i prelati, di coteste ribalderie non si bruttasse; più tardi il Castelvetro andò a Roma per giustificarsi delle accuse appostegli, se non che, vista la mala parata, si cansava a Chiavenna, donde in seguito passò a Ginevra; chiamato da Renata non tenne lo invito, comechè questa la propria lettiga per viaggiare con comodità gli profferisse e gli mandasse danaro, cui egli ringraziando respinse: condusse il Castelvetro la inferma vecchiezza a Basilea, a Vienna e a Lione; ricondottosi in Chiavenna, quivi morì.[15] — A Ferrara il triste sacerdote non rifuggiva (e qual cosa mai si tiene dai sacerdoti per venerato o per santo?) da seminare la discordia fra le famiglie; così giunse a pervertire ogni senso morale che il tradimento fu giudicato meritorio; insidia la mensa dove si sedeva il padre co' figliuoli; trabocchetto il talamo, non più fidato custode dei ripostissimi colloqui dei consorti: un'aura di spia attossicò la vita; raccolti per questo modo gl'indizi, il papa con breve del 1545 raccomandava gli accertassero con la tortura. Bene incolse alla Olimpia Morata; che, invaghitosi di lei un giovane tedesco, se la tolse in moglie e la recò lontana dalla terra crudele; gli altri finirono in prigione; taluno attestò col martirio la fede abbracciata; nè debolezza dei tardi anni nè tenerezza dei novelli nè sesso nè prosapia illustre nè eccellenza d'ingegno nè rettitudine di vita trovavano, non dico grazia, ma nè anco discrezione davanti la feroce improntitudine della razza malnata che sacerdotale si appella.

Pietoso il caso della duchessa Renata, dove tu pendi incerto se più tu deva ammirare la costanza della donna o la poltroneria del marito o la temerarietà della curia romana. Il papa, per isforzare Renata, mise su Enrico II re di Francia suo nipote, il quale le spedì a posta di Francia maestro Oris inquisitore della fede, a cui, finchè giovanezza gli arrise, piacque più il vino che il sangue, vecchio, più il sangue del vino. La commissione del re al maestro inquisitore portava che prima attestasse alla zia Renata la sua amarezza per vederla entrata in cotesto laberinto di eresia; se ciò non valesse a ritrarnela, l'obbligasse con tutta la sua casa di assistere alle prediche; dove nè pure questo rimedio giovasse, allora si ponesse sola in luogo appartato, e i famigliari suoi si processassero e condannassero. E così fu fatto: la mutarono di carcere più volte, e così di compagnia come di carcere; talora dubitarono che piegasse e s'ingannarono, stette come torre ferma alle lusinghe, alle minacce e perfino alla separazione dalle proprie figliuole; solo dichiarò credere alla chiesa cattolica, sopprimendo romana; più duro del padre, il figliuolo Alfonso, per non incontrare intoppi nella investitura del ducato da parte del papa, intimò alla madre o si convertisse o se ne andasse. Esaù vendè la primogenitura per le lenticchie, Alfonso la madre postergò al ducato: vedemmo peggio, però senz'altre parole tiriamo innanzi. Ella si partiva vecchia da Ferrara, dove era venuta giovane; il figlio che la esiliava era quel magnanimo Alfonso[16] che fece cantare e imprigionare il Tasso. Delle figlie di lei notissime Leonora e Lucrezia, massime la prima, meno nota Anna, la quale sposò prima il duca di Guisa e, lui morto, quello di Nemours, e più degna di esserlo per avere temperato la rabbia cattolica contro gli ugonotti. Renata si chiuse a Montargis, dove il suo castello meritò il nome di Albergo di Dio, lei quello di madre degli afflitti; difese i perseguitati con la parola, con gli aiuti e perfino con le armi; perchè un dì che il suo genero duca di Guisa le intimava o cacciasse via gli eretici o avrebbe dato l'assalto al castello, ella rimandò indietro l'araldo con questa risposta: «Và e digli che incontrerà me prima sopra le torri del castello, e lì vedremo se gli basterà il cuore di ammazzare la figlia di un re.»

Venezia arieggiò in parte l'Inghilterra; la libertà ella amò, ma troppo più i guadagni, i quali adesso le persuadevano osteggiare ed ora blandire Roma: in cotesto tempo correva stagione di blandirla, però persecuzioni, disastri, ruine non contavano e nè le lacrime, purchè il conto tornasse: molto meno il sangue; agli aristocratici mercanti il sangue risparmia lo inchiostro rosso, il quale nella scrittura doppia spesso utilmente si adopera.

La procella suscitata dalle istigazioni di Roma viene esposta con colori foschissimi nelle lettere dello Altieri al Bullingero: «Ogni dì cresce la violenza della persecuzione, arrestano in massa e in massa condannano alle galere ovvero alla carcere perpetua: noi vedemmo bandire cittadini con i propri moglie e figliuoli; i più felici hanno dovuto la salvezza loro alla fuga: a tale stretta siamo noi che io comincio a temere per me, io che fin qui potei offrire asilo altrui; ma la volontà di Dio sia fatta, e la virtù si affina con la sventura.» L'Altieri rappresentava a Venezia l'elettore di Sassonia ed altri principi germanici: non è qui la occasione di narrare quale e quanta la indefessa opera sua in pro' dei fratelli di fede; finchè gli fu possibile tenne fermo; messo nell'alternativa di esulare ovvero di professare la religione cattolica romana, scelse essere spatriato; ma poi non gli bastò il cuore di allontanarsi, e si avvolse ramingo con la moglie e il figliuolo dilettissimi entrambi per diverse terre del dominio veneto; nel 1549 così scriveva da Brescia al Bullingero: «Sappi che vivo in mezzo a continue paure; pericoli di morte mi circondano; l'Italia tutta è perniciosa per me e per miei poveri figlio e consorte; ogni dì aumentano i miei terrori, conoscendo espresso che i miei nemici non poseranno finchè non mi abbiamo divorato vivo: rammentati di me nelle tue orazioni.» Di lui non si ebbe più novella mai; forse chi sa? anco di questo sventurato risponderebbero le cupe acque del Canale orfano, se elle avessero voce e senso.

Se così a Venezia, peggio nelle provincie; nell'Istria un inquisitore Grisone andava di casa in casa a rovistare ogni ripostiglio per rinvenirvi libri vietati o Bibbie; minacciava multe, castighi ed estremi supplizii; presi da terrore i cittadini si accusavano fra loro. Questo che io dico ti somministri argomento della tetra inverecondia di costui; sospetti a Roma i Vergeri, di cui Giovambattista era vescovo di Pola; adesso per muovere il popolo contro loro il Grisone salito in pergamo declamava: «Io vedete, se un nugolo di malanni vi è cascato addosso? Viti, olivi, messi, tutti al diavolo: le mandrie morte stecchite; nulla di salvo, e ciò perchè? Perchè voi sopportate che un vescovo eretico in compagnia di eretici come lui vivano qui in mezzo a voi. Smettete ogni speranza di sollievo finchè non abbiano essi ricevuto la mercede a seconda dei meriti; perchè dunque rimanete qui con le mani in mano? Affrettatevi, correte a lapidarli.» Poco dopo cotesto vescovo di veleno, come fu sospettato, moriva; il fratello Paolo scampava appena la vita; peregrinò per varie terre e dopo avere sopportato strane venture riparò fra i Grigioni. Le romane improntitudini alla perfine irritarono i patrizi più giovani in ispecial modo quando giunsero a mettere a repentaglio la Repubblica co' Grigioni: dalle ugne degli inquisitori liberarono un mercante grigione e rimandaronlo a casa, invano empiendo il Nunzio cielo e terra di querimonie: ma egli erano passeggieri miglioramenti seguitati da peggiori ricadute; onde i protestanti Veneti ebbero ad abbandonare la patria, riparando nella Istria; però anco cotesto asilo essendo loro indi a breve riuscito molesto, comprarono una nave per girsene in cerca di patria novella; e già partivano quando certo mercante creditore di tre fra loro si provvide in giustizia per istaggirlo; e ciò non potendo ottenere, stando la nave in procinto di partenza ricorse allo inquisitore ed accusò tutti di eretici: presi, trasportati a Venezia e convinti dello errore commesso, furono condannati a morte: fin lì sentenze capitali non se ne erano viste a Venezia, eccetto in qualche parte rimota di terra ferma meno vigilata dalla solerzia dei padri, adesso funestarono anco la capitale: non fu di fuoco, bensì di acqua, non ispettacolosa come piace ai preti, sibbene segreta secondo il costume Veneto; notte tempo colà facevano passare il prigione dentro una gondola dove lo aspettavano un prete e due sbirri, tutti insieme pigliavano il largo di là dai castelli dove gli attendeva un altra barca; accostatesi allora quanto basta le barche mettevano una tavola traverso sopra le loro poppe, e su la tavola il condannato carico di catene, con un pietrone ai piedi: dopo ciò le barche vogavano di forza in senso opposto e l'infelice spariva nei gorghi delle acque. Se non più famoso, più tormentato degli altri il padre Baldo Lupetino, il quale traverso venti anni di doloroso carcere ebbe caro il giorno del martirio come quello della liberazione.