Comecchè le storie vadano piene della crudele tracotanza sacerdotale, pure in questa corsa traverso la Riforma in Italia mi sia permesso soffermarmi a narrare come lo inquisitore a Mantova non si peritasse mettere le mani addosso a persona congiunta di parentela col duca, il quale credendo che la cosa fosse accaduta per errore o che bastasse un suo cenno a comporla, mandò un messo con preghiera allo inquisitore perchè lo licenziasse; ma costui, che al pari degli altri cercava lo scandalo col fuscellino, rispose reciso: «non potere, e che al duca faceva di berretta, è vero, come a suo naturale signore, ma che il papa, di cui era in cotesto caso il rappresentante, stava sopra tutti i duchi, re e principi di corona della terra.» A Faenza e a Parma la Inquisizione fece anche peggio: nella prima di queste città, sostenuta persona insigne per dottrina e per pietà, in odore di eresia è messa alla tortura; negando l'accusa, moltiplicano i tormenti e, non potendo spuntarla gl'inaspriscono al punto che fra atrocissimi spasimi vi lasciava il meschino la vita: il popolo diede di fuori e in un momento diventarono tritoli il palazzo, gl'istrumenti e gl'inquisitori medesimi: furori che per essere giudicati divini bisognerebbe che la passione consegnasse in mano alla ragione e si alternassero regolarmente per ora in capo all'anno almeno due volte, per rendersi poi necessari una volta appena in capo ad un secolo.
Piena di pietà è la storia dei riformati di Locarno. I preti cominciarono da falsificare un documento in virtù del quale i Locarnesi si professavano cattolici e co' riti della romana chiesa si obbligavano vivere: quando i preti pretesero farlo valere alla dieta dei sette Cantoni, surse una procella d'ira e di vituperio; non però se ne commossero i preti, i quali tanto seppero dimenarsi che ottennero: chi dei Locarnesi si convertisse cattolico rimanesse su quel di Locarno; spatriati gli altri. Il giorno nel quale i Locarnesi dovevano manifestare questa loro volontà, i protestanti presero a difendersi; non furono ascoltati, dicessero netto se volevano o no farsi cattolici: proruppero in no tanto sonoro che l'eco lo ripercosse lontano lontano per la costa dei monti. A gittare legna sul fuoco ecco giunge il nunzio del papa, il quale focosamente assilla deputati svizzeri a farsi restituire dai Grigioni il Beccaria sovvertitore dei Locarnesi per multarlo con le meritate pene; quindi a impedire che gli esuli trasportassero seco i loro beni e figliuoli; questi, sostenuti, diventassero a forza cattolici: i deputati concessero la prima richiesta, ributtarono la seconda come eccessiva: il nunzio, prosuntuoso al pari che soverchiatore, udito di certe gentildonne le quali, assai avendo delle cose della fede fatto profitto, passavano per luminari, volle provarsi con esso loro, e di leggieri fu vinto, vuoi per forza di argomenti o per eleganza di eloquio; allora, il malanimo convertito in odio, egli giurò la ruina di Barbara Montalto principale su le altre; quando meno se lo aspettava, una turba di scherani si avventa sul far dell'alba al suo castello e le intìma seguitarla in prigione. Non si scompose la donna, solo implorò dagli sbirri la lasciassero sola per decenza tanto ch'ella si vestisse: annuirono entrando nella stanza accanto, dove aspettarono tanto che impazientiti sforzarono la porta della camera per pigliarla, ma non la rinvennero; frugarono da per tutto e sempre invano: affacciandosi sopra la terrazza lei videro in mezzo al lago che seduta sopra una barca, sventolando una pezzuola, li salutava. Il caso successe così: ella abitava un antico castello di cui una via sotterranea metteva capo al prossimo Lago maggiore: rugginosa per diuturno disuso era la porta talchè sei uomini a stento l'arieno potuta smovere; ma il marito essendosi fatto la notte precedente un mal sonno, provvide che l'aprissero; nè di ciò contento, procurava altresì che ivi presso stessero ammaniti i rematori della barca per cavare la famiglia di pericolo; di ciò la donna consapevole deluse la pretesca rabbia; il nunzio, per rifarsi, acciuffa certo mercante chiamato Nicolò, il quale dallo errore di avere discorso con irriverenza della Madonna del Sasso in poi di altra colpa non era reo; straziaronlo co' tormenti, poi dannarono a morte: indarno supplicarono per lui i Locarnesi tutti, massime cattolici; il nunzio non intese ragione, intorato ordinava che lì per lì senza indugio di sorte si strangolasse e bruciasse. — E neppur qui ebbero fine le atroci persecuzioni dei riformati locarnesi: avendo convenuto fra loro di traversare il contado di Milano, furono avvertiti che veruno gli avrebbe ospitati; se più di tre giorni si trattenessero, sarebbero stati ammazzati, a gravi ammende sottoposto chiunque gli sovvenisse ed anco per poco con loro favellasse. Scelsero nel cuore del verno arrampicarsi su le Alpi; ma giunti a Rogoreto, si trovarono chiusi dalla neve; lì stettero, e vincendo con isforzi inauditi la rea fortuna, ci si sostennero fino a primavera, e questo fu miracolo di amore; a primavera parte accolsero i Grigioni e parte Zurigo, procurando per via di carezze fraterne consolarli delle passate amaritudini.
A Napoli, lo abbiamo accennato, Roma avversò la Inquisizione spagnuola per cupidità di primato; in altro modo proposta piacque, e romani preti e frati furono spediti ad esercitarla: se più mitemente che in Ispagna, adesso vedremo. Gli scrittori raccontano che la furia della Inquisizione in cotesta nobile città si levò repentina come l'uracano; a frotte legati, imprigionati, poi spediti a Roma, dove dopo averli straziati co' tormenti bruciavano: presi da terrore i cittadini, considerati rinnovarsi i tempi di Silla, dove causa di esizio era più che la dubbia fede il certo possesso del podere di Arpino, in compagnie cominciarono ad esulare: ben per loro se avessero condotto a fine il disegno; se non che, giunti ai piedi delle Alpi, alzando le ciglia in su, contemplarono l'acerbo cielo e la terra desolata; allora gli assalse il desiderio del lieto aere natio, la dolce temperie e la contrada dispensiera feconda di tutti i doni della natura: non ebbero cuore di valicare le Alpi e tornarono a casa, dove patirono di ogni maniera umiliazioni, ingiurie e patimenti, privi di conforto della coscienza, che senza requie li chiamò codardi. Il papato, che tenne e vorrebbe sempre tenere le granfie fitte in Roma e gli occhi da per tutto, ora vede in Calabria la vetusta colonia dei Vadesi: erano circa quattromila agricoltori e pastori, gente di fatica e di Dio, semplice di cuore, innocentissima di opere; essi abitavano due terre San Sisto e la Guardia; antica la loro fede, diversa affatto dalla romana: dopo tanto secolo al papa saltò in testa di sottoporli all'alternativa di farsi cattolici o di morire. Le vie di mezzo non usano a Roma: vennero colà inviati due monaci; la storia ne ricorda il nome, io nol dirò, monaci erano, e basta; questi da prima si conducono a San Sisto, dove si mettono a predicare così: «Caccino via i loro sacerdoti, entrino in grembo della chiesa romana, ascoltino la santa messa; questo per ora, il resto impareranno più tardi; e se nol faranno per amore, di tanto stieno sicuri, che lo avranno a fare per forza.» Alle parole ebbre, i Vadesi di San Sisto raccoltisi insieme dissero. «Donde a noi viene sì gran male? Da vivere dentro cerchia di mura fabbricate dalle nostre mani; per tanto non istiamo a bisticciarci con cotesti uomini, partiamci, lasciamo loro le nostre case, noi potremo vivere liberissimi nei boschi.» E come dissero fecero. I frati se restassero mogi non importa dire, pure ripreso l'animo, divisarono recarsi difilato alla Guardia, dove appena intromessi ebbero cura di chiudere le porte; quindi esposero la missione loro come avevano adoperato a San Sisto, e mentendo aggiunsero che gli abitanti di cotesta terra si erano tutti senza eccezione ridotti alla loro volontà; imitassero anch'essi tanto bello esempio rinserrando l'antico vincolo di fratellanza fra loro: abbindolati così indegnamente, assentirono, se non che, in breve scoperta la frode, uomini donne e infanti irruppero verso la porta per raggiungere i fratelli nei boschi. I frati fuori di sè tratti dalla rabbia bestiale incitano il governatore a movere con forte mano di milizie contro i profughi di San Sisto, i quali dall'alto delle rupi dov'erano riparati supplicavano: non fossero micidiali del loro sangue; da secoli abitare in pace coteste terre e quivi avere raccolto ogni affetto come ogni sostanza; pure lascerebbero ogni cosa, niente si porterebbero seco, tranne il necessario pel viaggio; li lasciassero andare, non li costringessero per disperazione all'estreme difese: non li badarono; s'immisero dentro le forre delle rupi, e quivi rimase la più parte infranta dai massi sopra loro tracollati. Alla rabbia sacerdotale allora si aggiunse non meno truce la superbia soldatesca; vennero a corsa in Calabria nuovi soldati da Napoli, si bandirono liberi dallo inferno e dalla galera quanti masnadieri in cotesti tempi infestavano le strade pubbliche a patto che le scellerate armi andassero a santificare con la strage degli eretici; ci asteniamo descrivere gli orrori che ne successero; per naturale ferocia l'uomo trascorre un pezzo in là; tu pensa dove mai egli arrivi, se creda che quanto più imperversa immane e più si accosti al paradiso. Intanto i frati mèssi di Roma, appiccato che ebbero il fuoco alla girandola, si trassero da parte per fare una nuova giacchiata; fingendo deplorare cotesti casi, confortano gli abitanti della Guardia di condursi al cospetto loro per comporre cristianamente gli screzi; ed essi vanno: settanta dei maggiori presi furono tratti in catene a Montalto e quivi dallo inquisitore Panza torturati con infernale efferatezza non solo per farli confessare in proprio danno, ma ed anco in danno dei fratelli loro; nè riuscendo lo inquisitore, imbestiavasi nel martoriare cotesti miseri, così che a Stefano Carlino, per la gran forza dei tormenti, le viscere scoppiarono fuori del ventre. Un Mazzone fu pesto ed arso con torce resinose, ed il suo figlio precipitato giù dal campanile di una chiesa; Bernardino Conte, perchè, sendogli presentato il crocifisso da uno di questi carnefici, rispose: «Allontanatelo dagli occhi miei, chè il vostro Cristo non può essere il mio», prima spalmarono di pece, poi bruciarono, nè più nè meno che ai tempi nostri gli Austriaci costumarono in Brescia con lo Zima falegname; onde e preti e Austriaci meritamente furono compresi da noi nel medesimo odio, che nè per tempo rallenta, o per morte cessa. Ora agli Austriaci strumento della rabbia sacerdotale si surrogarono i Francesi; tale sia di loro: molto è il danno che ci apportarono, ma troppo maggiore lo strazio. Dio ci assista, ma la virtù italiana, che si fece strada traverso le ugne delle granfie dell'aquila austriaca, non morirà fra quelle dell'aquila francese: però l'odio fra due nazioni destinate ad essere sorelle non è naturale cosa; possa ricaderne la pena sul capo di cui ne fu la colpa. Di sessanta donne messe alla tortura la più parte perì; tormentati del pari i congiunti venuti da terre lontane ad implorare mercè pei miseri cattivi: il terrore impietriva i cuori e le menti dei popoli. Confessare o negare tornava lo stesso, ma confessare peggio; di fatti certo Venninello per impetrare tregua agli spasimi della tortura prometteva udire la santa messa; dunque, ne arguiva lo Inquisitore, su lui possono i tormenti, quindi, dove s'inaspriscano, è concesso sperare confessione più ampia a danno dei suoi compiici; mosso da simile logica, così ordinò si martoriasse con lo arnese chiamato l'inferno che dopo otto ore il misero esalò l'anima dolorosa. —
Io non pensava allargare tanto questo capitolo ma i casi accaduti nella mia patria mentre lo stava scrivendo m'impongono il dovere di palesare con qualche maggiore particolarità che cosa abbia ardito Roma qui in Italia e che oserebbe adesso, se, in grazia del sussidio di Francia, ella giungesse ad ottenere la pienezza della sua autorità: e i casi che verrò riportando io non caverò mica da scrittori protestanti e neppure con le mie parole esporrò, sibbene da scrittori cattolici romani, i quali procedono avversi ai martoriati perchè tenuti da loro in conto di eretici: così pertanto scriveva il segretario di Antonio Caracciolo al suo padrone: «Illustrissimo signore: di quanto avvenne qui circa agli eretici non mancai di tratto in tratto porgervi debita relazione, ora poi mi occorre ragguagliarvi, dei terribili supplizi eseguiti a danno dei luterani fino dall'11 giugno. A dirvela schietta, mi è parso proprio un macello: venuto il boia, fece mettere in fila i condannati; dopo ciò, preso certo straccio di tela, ne bendò uno e trattolo su la piazza attigua alla fabbrica, ordinò s'inginocchiasse; in meno che si dice amen allora con la manca lo acciuffa pei capelli e con la destra gli sega la gola mediante un coltellaccio; compito il primo ammazzamento, il carnefice va per un altro, col medesimo straccio insanguinato lo benda, nel medesimo luogo lo strascina, e nella medesima guisa lo scanna, e così di seguito, finchè, spossato di forze e grommoso di sangue da capo piedi, non ebbe ingombro il terreno di bene ottantotto cadaveri! Lascio considerare a voi l'angoscia dell'animo mio alla vista del terribile spettacolo; mirabile poi la pazienza e la mansuetudine con la quale cotesti eretici patirono il supplizio; pochi sul punto di morire abiurarono la eresia, la più parte perseverò in quella con infernale caparbietà: i vecchi perirono chiusi nel silenzio, qualche giovane proruppe in gridi di dolore. Quando penso al carnefice col coltello insanguinato tra i denti, tenendo in mano lo straccio grondante sangue, afferrare con le braccia sanguinose le vittime una dopo l'altra come montoni per portarli al macello, davvero mi piglia il ribrezzo della febbre. Adesso adesso arrivano le carra per caricare i cadaveri, i quali hanno da essere squartati ed appesi sopra le vie maestre da un capo all'altro della Calabria; se il papa e il vicerè non mandano ordini per temperare lo zelo del marchese Buccianici, questi diserterà il paese: oggi ha emanato un decreto per cui sarà messo al tormento un centinaio di donne e poi morte; così pareggerà il numero degli uomini se non lo passa. Ora sonano le otto, e voglio andare ad informarmi dei discorsi tenuti da cotesti eretici indurati prima d'incamminarsi alla morte; mi si dice che taluno si mostrò temerario al punto di non volere guardare il Crocifisso e nè di confessarsi delle peccata; questi, messi da parte, saranno bruciati vivi: sento che gli eretici da guastarsi qui in Calabria sommeranno a seicento; costoro derivano dalla valle di Angrogna vicino alla Savoia, difatti qui in Calabria gli appellano oltramontani; nel regno, senza contare la Calabria, abitano quattro città, nè per quanto io sappia essi si conducono male; hanno poche lettere, di costume preclari, attendono intero alla coltura dei campi, e vicini a morte si mostrano molto religiosi a modo loro.»
E Tomaso Costo nella sua storia di Napoli, confermando lo atrocissimo caso, a questo modo dichiara: «A taluni segarono il collo, ad altri il corpo a mezzo della vita, altri giù dalle rupi precipitarono; tutti infine patirono atroce, ma pur bene meritata morte. Caparbietà pari alla loro non fu vista mai; il padre mirava perire il figlio, il figlio il padre; e gli scongiurati, invece di mostrare segno alcuno di dolore, giubilando dicevano che andavano a fare da angioli presso a Dio; tanto gli accecava il demonio impossessatosi di loro!»
Se così altrove, pensa se a Roma: però, profondo conoscitore dell'uomo, il prete, considerando come la soverchia paura stupidisca, alternò il supplizio scenico con la strage segreta; così chiamato a Roma con salvocondotto Bartolomeo Fonzio veneziano, ad uso veneto cucito dentro ad un sacco annegarono nel Tevere. —
Secondando lo impeto dell'avventata indole, Paolo IV aborrì come codardi i partiti discreti; si compiacque dello scandalo esclamando che la torcia doveva mettersi in cima al candeliere, non già tenersi riposta sotto lo staio; però di un tratto sostenne principi, principesse, preti, frati, vescovi, intere accademie e perfino alcuni giudici del tribunale del santo Uffizio: procedendo più oltre minacciò cernire il loglio dal grano anco nel sacro collegio, al quale effetto commise si ricercassero intorno alla fede i cardinali Polo e Morone, Foscarari vescovo di Modena, Luigi Priuli ed altri spettabili personaggi. Riarso dalla febbre della superstizione, per istinto feroce, inasprito dal contegno dei nepoti, ai quali troppo si commise e i quali troppo perseguitò, cotesto papa presso a tirare l'ultimo fiato non ebbe altro pensiero tranne quello di chiamarsi intorno al letto alcuni cardinali e raccomandare loro che per l'amore di Dio la Inquisizione nella sua interezza mantenessero; se non periva, egli avrebbe intorno a sè seminato il deserto: appena lo seppe morto, il popolo riduce in cenere il palazzo della Inquisizione, le sue statue rompe e scaraventa nel Tevere; furibondo adesso quanto prima fu vile. Il successore Pio IV da prima parve più mite; alla rovescia dei gatti, i quali sul principio allungano gli ugnoli, i preti li ritirano: ma di mano in mano se non peggio di Paolo, quanto lui contristò la umanità; il tribunale della Inquisizione mise in luogo appartato oltre Tevere, quasi vergognando mostrarlo: ma, nascosto o palese, tendeva ai medesimi fini co' medesimi tormenti; quivi l'alemanno Filippo Camerier conobbe e consolò l'anima afflitta di Pompeo Di Negri calabrese, cui nè amore di congiunti nè opera di amici valsero a liberare da fato inesorabile; solo, offerendo ben settemila scudi alla avarizia sacerdotale, ottennero questo, che invece di bruciarlo vivo, prima lo strangolassero, poi ardessero: ciò discrede il Cantù, che ogni sua fede pone nelle testimonianze del carnefice.
Pareva di peggio non potesse accadere e non fu così: a due cose non si trova fondo, allo inferno e alla crudeltà dei preti. Eletto il Ghislieri a pontefice col nome di Pio V, mostrò fin dove possano giungere la forza e il malvolere giunti al fanatismo. A costui non parve abbastanza feroce Carlo IX nè la strage di san Bartolomeo sufficiente olocausto al suo furore, sicchè scriveva lettere su lettere a cotesto re minacciandolo dell'ira celeste, dove avesse risparmiato un capo solo degli eretici, e fosse qualunque; e Spagna e Francia contrastavansi allora cotesta belva di prete per avventarsela contro, ed ella insanì per modo che un giorno mostrò i denti ad ambedue pubblicando le sue costituzioni, delle quali espresso il sugo ai giorni nostri leggemmo nel sillabo di Pio IX. Prima ardevano pel delitto, adesso pel sospetto di eresia: non passava giorno che Roma non andasse contristata da simili immanità; infinite le lusinghe perchè gli eretici veri o supposti si ritrattassero; per questa sottomissione attendessero non solo perdono bensì laude e premi; ma côlti al varco le promesse irridevano; il barone Bernardo di Angola, che nella speranza di uscir di pena confessò quello che vollero, ebbe a pagare pel riscatto della vita bene ottomila scudi e poi fu condannato a perpetua prigionia, e la segnasse col carbone bianco; non diverso toccò al conte di Pitigliano, il quale, oltre a sfamare la pretina avarizia con mille scudi, ebbe a ridursi a stare, finchè gli durò la vita, dentro un convento di gesuiti.
Sconvolto ogni senso morale, lodevoli anzi santi si giudicarono i fatti i quali si proponessero la esaltazione della Chiesa; tradimenti e sacramenti del pari graditi a Dio. Certo gentiluomo modenese notte tempo è chiamato in Castello Sant'Angiolo; ei va tremando per ogni vena; condotto alla presenza del castellano, questi lo interroga se egli avesse un parente del tal nome, il quale, condannato come eretico in Modena, erasi rifuggito a Ferrara; il gentiluomo rispose affermativamente; allora il castellano senza ambage gli dice: «Or bè, adesso a voi tocca morire, ovvero scrivete al cugino che pel giorno e alla tale ora si faccia trovare alla posta tale in Bologna per conferire insieme su negozio gravissimo; scegliete.» Il gentiluomo sopraffatto dallo spavento scrive, e tuttavia lo tengono sostenuto fino ad esito del tranello; il quale pur troppo riuscì favorevole alla perfidia pretesca, imperciocchè il cugino improvvido, male affrettandosi per compiacere al parente, in breve cadesse nelle granfie sacerdotali.
Lascio dei morti, minori in fama (pari tuttavia nel merito, e nel merito come nel martirio furono Fannio faventino e Domenico della Casa Bianca da Bassano) per parlare della fine di Mollio da Montalcino; lui rendevano venerato presso la gente la scienza infinita e la pietà insigne, quindi tanto più dalla curia romana aborrito, la quale gli pose i suoi segugi dietro per agguantarlo, come di fatto lo raggiunsero a Ravenna dove si stava acquattato: giorno fausto giudicarono cotesto a Roma, dove venne tratto con istrepito di armati. — Ammanita una solenne udienza della Inquisizione a cui assisterono con molti inquisitori parecchi vescovi e sei cardinali, vi comparve il Mollio in compagnia di non pochi altri sostenuti, nelle cui mani posero un torchietto acceso appena entrarono in sala: letta l'accusa, concessero agli accusati la difesa. Il Mollio si difese da sè: egli pertanto a viso aperto propugnò la propria dottrina intorno alla giustificazione, alla confessione auricolare, ai sacramenti; disse, com'è, empio ed usurpato il potere che il papa si arroga, e finalmente, vôlto con piglio severo verso i giudici, a questo modo gli apostrofò: «Se mai, o vescovi e cardinali, avessi potuto persuadermi che la potenza da voi usurpata e le dignità delle quali voi v'insignite rispondessero a taluno merito vostro, io non vi vorrei arguire; ma poichè io conosco di certa scienza come per voi sono state calpeste la temperanza, la verecondia, la onestà e la virtù, così emmi forza significarvi alla ricisa che voi le derivate non già da Dio, bensì dal demonio. Se fosse la vostra davvero potestà apostolica, come presumete dare ad intendere agl'ingenui, la dottrina e la vita vostre si rassomiglierebbero a un punto quelle degli apostoli: ora non è così, i vostri atti portano tutti il marchio della corruttela, della ipocrisia e della cupidità; ond'io non posso astenermi da considerare la vostra chiesa asilo di masnadieri e caverna di ladri. La vostra dottrina ch'è mai se non tessuto di menzogne? La vita vostra non palesa chiaro che vi siete fatto Dio del ventre? Voi siete sempre assetati del sangue degli eletti. Con qual fronte voi vi vantate successori degli apostoli e di Gesù Cristo voi che lo spernete nella parola e nelle opere, voi che trucidate i suoi fedeli ministri, voi che costumate come se Dio non fosse in cielo, rendete inutili i suoi precetti sopra la terra, fate forza alla coscienza dei santi? Impertanto dalla vostra sentenza mi appello, e v'intimo, gente sanguinaria e dolosa, a comparire dinanzi al tribunale di Cristo quando i titoli vostri di superbia non abbindoleranno, e quando gli strazi ed i carnefici vostri non atterriranno più la gente; ed in testimonianza di quanto vi ho detto, ecco vi rendo quando voi mi avete dato.» E qui scagliato in terra il torchietto che aveva nelle mani lo spense: forse, anzi di certo, non avria avuto virtù per salvarlo più mite sermone, tuttavolta e' pare che al Mollio come a Socrate in cotesta occasione premesse meno difendere sè stesso che empire di vergogna i propri giudici; ma co' preti la vergogna è sciupata.