E preti e donne non perdonano mai, costumava dire il cardinale di Richelieu, che se ne intendeva. Trentaquattro furono gli errori imputatigli (e quello che per avventura lo condusse a morte si tacque); affinchè uomo conosca per quali cause trecento anni fa Roma ardeva, strangolava, arrotava, mazzolava e squartava le creature umane, io li vo' riferire: «L'uomo con la fede sola si giustifica; fede, e non opere, necessaria alla salute eterna; facile però all'uomo graziato della fede compire opere buone: quantunque inani alla salvazione dell'anima, le buone opere otterranno maggior grado di gloria: per natura inclinati al male e, avanti la grazia, al peccato: arduo ed impossibile, senza grazia di Dio, copia di fede e di speranza, osservare il decalogo, massime i due primi precetti di quello. Si stia alla parola del Signore attestata dalle Scritture; delle indulgenze nella Scrittura non occorre neppure una parola. Lo Spirito Santo non presiedè a tutti i concili nè si mostrava chiaro intorno alla persona legittima per convocarlo: quanti avessero ad essere i sacramenti non sapeva: non obbligatoria la confessione: dubitava del purgatorio e sosteneva apocrifo il libro II dei Maccabei, dove si giudica efficace il suffragio pei morti. Che nella Eucaristia sia presente il corpo di Cristo non nega, nega la transustanziazione e qui ciondola tra Lutero e Calvino: sarebbe bene che anco i laici comunicassero sotto le due specie. La Messa propizia solo per la memoria della passione di Cristo o vero in quanto eccita la fede, per la quale unicamente impetriamo la rimessione dei peccati. Per eccellenza il papa è primo vescovo, non per autorità, la quale non può esercitare sopra le altre chiese, se pure il mondo non gliela deferisca per rispetto a Roma. La più parte degli ordini monastici aborriva, massime gli accattoni, cavallette del pane del povero: le prediche dannose anzichè no, come quelle che raccomandavano troppo le opere: turpe il celibato dei preti: iniquo il voto di castità, la quale è dono di Dio: l'andare pellegrinando randagio attorno vizio di vagabondo, non santità: la cernita dei cibi assurda, non meritorio il digiuno; e poichè Cristo si era offerto mediatore fra Dio e gli uomini, inutile la invocazione dei santi; con altre giuntarelle che toccai disopra, perchè a suo danno si raccolsero le briciole; le quali cose tutte adesso ci paiono opinioni in parte plausibili, in parte oziose; ma i tempi portavano così, ed essi letterati erano e dialettici e teologhi non già filosofi. Caduto in malebranche, il Carnesecchi, per bene due volte atrocemente provato con la tortura, confessò quello che vollero; spontaneo avrebbe detto tanto che mezzo bastava per arderlo. Però tormenti non valsero a denunziare complici, sè accusò solo. Cosimo, fosse vergogna o rimorso o piuttosto astutezza, contando coll'esagerare il sacrifizio fatto al papa ottenerne più lauto compenso, assai si dimenò per proteggerlo; e col mezzo del suo oratore veniva supplicando il papa considerasse la nobile prosapia dello accusato, il nome chiaro, la diuturna familiarità, un monte di donzelle del suo parentado da accasarsi, la servitù alla casa Medici, il grado illustre; e il papa, tutto bene considerato, rispondeva: che se avesse in mano uno che avesse morto dieci uomini non mancherebbe darglielo e concederglielo; il Carnesecchi non potere; e che se si avesse rispetto ai parenti ed alle famiglie, non si sarieno fatte esecuzioni come si sono fatte in molti signori. Onde il Serristori, che sparvierato uomo di corte era, presa lingua, scriveva al suo padrone per dissuaderlo da mettersi nella calca a farsi pigiare: «Non ci è verso alcuno di aiutarlo, e ciò che l'E. V. facessero non gli gioverieno, ma sì bene imbratterebbono in gran parte quella candidezza e gran volontà che con le opere hanno mostro contro questa pestilenza di eretici, per il che presso Sua Santità sono tenuti in concetto dei più cattolici principi che sieno in cristianità, la religione, virtù e giustizia dei quali da Lei si predica con ogni uomo.» E poi, secondo il costume di tutti i tempi, che i vili, a cui il bene materiato piace, sentono bisogno di tôrre ai magnanimi fino il compianto dei loro simili, il Serristori denigra presso Cosimo il Carnesecchi come uomo senza cervello che in mal tempo, invece di gittarsi giù di sfascio ai piedi del papa ed implorare mercede, aveva tolto a difendersi; insensato che si ostina a non ritrattarsi come tanti altri fanno: ma forse il cortigiano con siffatte parole perfidissime veniva piaggiando l'anima di Cosimo, la quale, lacerata dal rimorso, doveva trovare qualche sollievo al truce tradimento dandosi ad intendere che al postutto il Carnesecchi non era uomo che meritasse osservanza di fede.

Anco lui con lusinghe e con terrori tentarono affinchè si ritrattasse: stette fermo, e ad una voce avversi e finti o timidi amici condannarono la sua caparbietà, la quale se non era, l'ottimo pontefice gli avrebbe fatto senz'altro la grazia. Qual mai grazia? Chiuso in perpetua prigione in mano a frati fanatici, ovvero dentro una celletta murato; chè il carcere solitario, privo di ogni consolazione, pieno di ogni angoscia mortale, immaginarono i preti nello inferno dei loro pensieri prima che scendesse nel cervello dei moderni[17] filosofi.

E poi ormai nel Carnesecchi, venute meno le cause del vivere, era surta la voluttà della morte: chiunque per cause più o meno lodevoli e sovente contennende si sente attaccato alla vita questo non pensa o non crede, ma pur troppo si danno casi pei quali all'uomo la vita diventa supplizio, refrigerio la morte. Il Carnesecchi, non che ritrattarsi, quanti confortatori gli mandavano procurava che si ravvedessero e, lasciato il sentiero dello errore, su la via del vero Evangelo s'incamminassero; donde lo esasperarsi delle pretesche ire. Non sembra che gli fosse letta la sentenza su la piazza della Minerva, bensì in chiesa davanti la sepoltura di Clemente VII, che tanto lo ebbe caro; quindi condotto in sagrestia, dove lo vestirono con la tunica gialla dipinta a fiamme; ridicole cose adesso, allora feroci; il martedì, che, fu il primo di ottobre 1567, portato in ponte, vi ebbe mozzo il capo, e poi l'arsero.[18] Tutti gli storici notarono l'attillatura con la quale ei si condusse a morte quasi segno di vanità o di follia; e questa attillatura, stando alla relazione del Serristori, consistè nel vestire camicia bianca e usare guanti nuovi e pezzuola pur bianca in mano; costoro non sapevano o piuttosto fingevano ignorare come la mondizie del corpo spesso renda testimonianza della purezza dello spirito. Il papa Pio, per non far torto al nome, delle entrate riscosse e da riscotersi de' suoi benefizi, che sommavano a circa cinquemila ducati, fece grazia ai suoi parenti, ma le abbazie di Napoli e del Polesine tenne per sè; quella di Francia sembra che non potesse agguantare. —

La viltà, che alla più parte degli uomini somministra le fasce dentro le quali essi vengono ravvolti fin dal nascimento loro, operò in guisa che gli amici lo rinnegarono, gratificando la tristizia del sacerdote, la quale non patisce che dei suoi avversari sopravviva il nome ovvero consente sì che duri, ma infame. Il Mureto, aveva composto un'oda in plauso del Carnesecchi e stava in procinto di pubblicarla, se non che, repugnando sconciare i fatti suoi, si consultò con taluni solenni barbassori di santa madre Chiesa, che lo consigliarono pel suo meglio a rimetterla nel fodero; ed egli comechè ciò costasse non già alla sua amicizia ormai svanita, sibbene alla sua vanità, tenne lo avviso. Del pari cadde l'animo allo stampatore Aldo Manuzio amico sviscerato del Carnesecchi, che gli levò al sacro fonte un figliuolo, e nelle collezione delle sue lettere stampata dopo la condanna di cotesto infelice al nome di lui sostituì quello di Pero; anzi nel 1558 costui dettò un magnifico panegirico del suo caro Carnesecchi dedicato al Mureto; più tardi non volendo sopprimere il panegirico, che gli pareva gran cosa, e dall'altra parte aborrendo mettersi a cimento, surrogava il nome di Molini a quello dello amico sventurato; ancora, nella dedica di una edizione di Sallustio al cardinale Triulzio, il Manuzio così favella del Carnesecchi: «Piero Carnesecchi protonotaro; personaggio onorevole, preclaro per virtù e per dottrina facilmente primo su quanti io mi abbia riscontrati nel corso della mia vita», ma nelle edizioni posteriori alla sventura del 1567 nomi e lodi tu cerchereste invano. L'atroce persecuzione durava tuttavia verso la metà del secolo decimottavo, sicchè un Mancurti compatriota del Flaminio, pubblicando certa edizione delle sue opere, giudicò spediente sopprimere le ode intitolate al Carnesecchi, «per non esporsi alla censura della gente, la quale aveva affermato eretico il Flaminio attesa l'amicizia che professava al Carnesecchi.» Altre cose potrei aggiungere; me ne passo, chè me piglia insopportabile il tedio alla vista di tanta abiezione.[19]

Dopo il caso del Carnesecchi fu rotto l'argine a Firenze; molti fuggirono, e molti come suoi fautori furono spediti ammanettati a Roma. Gl'inquisitori insanivano; non modo, non discretezza nè garbo: alla rinfusa agguantano dotti ed idioti, e vessano d'interrogatorii: i secondi, sentendosi ricercare sopra i più ardui misteri della fede, restavano come trasognati; li destavano le multe e le minacce di pene maggiori; lo scandalo giunse a tale che il granduca dichiarò apertamente a Roma non avrebbe più oltre patito che del suo stato si facesse così atroce governo. Lo contentarono sostituendo inquisitori più discreti o più ipocriti, pannicelli caldi; ma gl'istituti rimasero inalterati: anco i forestieri andavano soggetti ad infinite molestie e guai a cui non riesciva dare certezza dell'esser suo. Per lo che la Toscana diventava infame presso le genti: nè per questo diminuivano anzi crescevano nel vulgo le credenze superstiziose d'incantesimi, di malie, di apparizioni del diavolo e miserie altre siffatte; e (orribile a dirsi!) pochi mesi dopo la strage del Carnesecchi a Siena furono arse cinque streghe accusate (e la sentenza aggiunge convinte) di avere renunziato al Battesimo, essersi messe in balía del diavolo ed avere ciurmato diciotto fanciulli. Ludovico Domenichi, prete, assai rinomato nella storia della letteratura per avere dettato se non belli almeno molti scritti, fu posto al tormento; e siccome si ostinava a negare, gl'inquisitori imbestiavano a dilaniarlo; al fine potè più la caparbietà sua che il fratesco furore; fu condannato alle Stinche a vita; donde tratto per favore di Paolo Giovio mutò il carcere in convento. L'arte tipografica, già fiorente, cessò; gli stampatori proposero vendere tutti i libri pel costo reale e con perdita ancora del dieci e del quindici per cento, poi li bruciassero; di andare innanzi non ci era altro verso, non si volendo ormai più veruno esercitare in così bella, nobile e facoltosa arte, mentre in altri luoghi è favorita, aiutata e privilegiata; nè più si trovano fattorini per ammaestrarli e servirsene se non per lo più vilissimi e figli di sbirri. Il Torrentino riparava in Pavia, i Giunti a Venezia; nè per quanto eccellenti segretari alle intemperanze procurassero mettere argine, ne venivano a capo perchè ormai gesuiti e preti stringevano nelle mani loro le viscere della Toscana come dentro una tanaglia di ferro; il lamento femminile delle granduchesse beghine troncava l'ale ad ogni conato, e un Cioli faceva più danno in un'ora che il Vinta e il Picchena benefizio in un anno; i gesuiti, dopo avere estorta non so quale eredità a Montepulciano, vi si piantano; poi non bastando loro, si lasciano intendere «che hanno posto la mira ad altri luoghi senza avere riguardo alla distruzione delle case, delle famiglie e delli abitatori che ne succederebbe, et non vogliono per li frutti dei terreni che hanno preso e che sono loro controversi concorrere alle imposizioni anticamente postevi per le spese delle strade, ponti fontane ed altre cose comuni. Oltre di questo si dichiarano assai apertamente di applicare l'animo ad altre eredità, ingegnandosi e procurando che i congiunti ai quali esse appartengono ne rimangano privati, e così nutrendo le discordie e le disunioni tra i parenti per loro proprio interesse. Da questi modi di procedere sono venuti in tale odio segreto appresso la maggior parte di cotesto popolo che se noi non ci avessimo posto freno, sarebbe intervenuto a' detti gesuiti qualche strano accidente e peggiore di quello che successe già molti anni quando a furore di popolo ne furono cacciati mediante una segreta conventicola fatta contro di loro.» Nè si creda mica che questa lettera dettasse un cervello torbido di quei tempi o, come oggi si direbbe, un rompicollo; ella era scritta il tre dicembre 1606 dal granduca Cosimo II al suo oratore a Roma. A tanto di protervia giunse Roma che nella moría del 1630, mentre a gara il principe e i più facultosi dei cittadini profferivano i privati loro edifizi in supplimento dei pubblici per le purghe e le quarantene, e mentre anco i frati sovvenivano con ogni maniera di caritatevole soccorso, quando, costoro vennero richiesti anzi supplicati di concedere pei medesimi offici i locali di cui non si servivano, urlarono allo spoglio e all'assassinamento. Roma inorridì per la violata immunità ecclesiastica e senza indugio scomunicò quanti ci avessero partecipato, veruno escluso. Poco dopo per clemenza somma Sua Santità consentì a ribenedire i violatori a patto chiedessero perdono; agli ufficiali di sanità ed ai Fiorentini brillavano le mani, e questa volta l'avrebbero fatta vedere a cotesti preti sfacciati, ma alle granduchesse ava e madre per siffatti rumori pareva dovesse subissare il mondo: in ginocchio dunque al padre dei fedeli, al vicario di Gesù Cristo, a colui che tiene in mano le chiavi del paradiso per aprirlo o per chiuderlo a cui meglio gli talenta: però gli uffiziali di sanità ebbero a domandare perdono per avere adoperato umanamente senza il beneplacito del papa; e Roma, trovato il terreno morvido, spinse la sua temerità fino a costringere lo stato a restituire le somme contribuite dai chiesastici per la salute comune, ed a stabilire per principio che a spese del pubblico erario dovessero sovvenirsi e preti e frati in occasione di straordinarie calamità. In Toscana, dopochè Cosimo I si abiettava davanti a Pio V, si andò di male in peggio; quegli credè che, genuflettendosi al soglio pontificio, il papa gli avrebbe posto la corona sul capo, ed invece costui gli mise il collare al collo; da quel tempo in poi i granduchi furono considerati a Roma gli sbirri della Inquisizione, ed il Galluzzi scrittore sciatto e servile ciò nella sua storia conferma, e quando parla di Urbano VIII narra come egli pur fosse in possesso di siffatta bassezza quando a posta sua gli tenevano sostenuto in carcere a Firenze Mariano Alidosi signore del Castel del Rio, a cui per cagione di eresia voleva confiscarsi cotesto feudo, il quale de iure si devolveva al granduca. Il nome del papa metteva per paura a soqquadro Firenze, come poco anzi per tutta Italia aveva fatto quello del re Gustavo Adolfo di Svezia; a tale ignominia in poco più di un secolo il principato ridusse gli animosi spiriti fiorentini.

Accostiamoci a Lucca. Antonio della Paglia da Veroli prestantissimo ingegno celebrarono i suoi contemporanei nelle lettere umane, e la posterità confermò, ma sopratutto fu pio, in divinità dottissimo e d'imperterrito animo; nemici ebbe molti, e chi non gli ha fra i virtuosi? Superare altrui in dottrina e in virtù sembra peccato sottoposto a pagare questa multa; così preordinò il destino, e le querimonie non montano: soffri, sii grande e taci.

Gli stranieri raccolgono amorosi le nostre memorie. Ora non fanno molti anni un Young da Oxford mi chiedeva notizie intorno al Paleario, e con soddisfazione dell'animo mio vidi averne pubblicata la vita a Londra nel 1860 con lettere originali e documenti; noi Italiani per ora siamo incuriosi delle nostre glorie e delle nostre sventure; colpa l'avere scambiato l'aurora boreale coll'alba del vero giorno della libertà. Aonio visse un tempo a Siena maestro di greche e di latine lettere; quivi gli diè gravezza un nugolo di pedanti astiosi, erano trecento; dodici si proffersero accusatori, dei quali capo un Orlando Marescotti; egli si difese con mirabile orazione in senato, niente delle accuse negando, bensì esponendo quanto inani e maligne si fossero; tuttavolta gl'increbbe il mal sicuro ostello e molto bene raccomandato dai cardinali Bembo e Sadoleto s'incamminò a Lucca, dove la cittadinanza lo accolse a grande onore e con larga mercede lo elesse professore di lettere greche e latine, conferendogli di più il carico di arringare due volte all'anno in occasioni solenni. Anco qui non tacque l'ira nemica e gli avventò contro un Marco Blaterone; ma vegliava per lui la benevolenza dei cittadini, la quale, non patendo lo indegno strazio, bandì il Blaterone, che tutto invelenito si recò a Roma per aizzargli contro i frati domenicani. Il Cantù, denigratore inverecondo di ogni gloria che non sia clericale, afferma che, essendogli stato preferito a concorso l'Ammirato prima, poi il Bandinelli, sdegnoso dopo dieci anni di dimora lasciò Lucca: all'opposto io trovo che in Lucca non cessarono mai di amarlo e di rispettarlo: molto profitto avere fatto con i suoi scritti e co' suoi sermoni; solo essersi consigliato di ridursi a Milano, però che costà sotto l'ale dell'aquila austriaca gli paresse stare più sicuro, e poi perchè la crescente prole lo indusse ad accettare il maggiore stipendio proffertogli: a Milano stanziò sette anni; stava bene e si mosse, e male gl'incolse contradire al proverbio. Recatosi a Bologna mentre la febbre sanguigna di Pio V gli mostrava in ogni uomo di lettere un nemico, riescì agevole a cui gli aveva messo da tempo antico la mira addosso comprenderlo nella persecuzione universale; andò ad arrestarlo frate Angiolo da Cremona inquisitore, che trattolo a Roma lo chiuse nel carcere di Tordinona; se fosse posto al tormento ignoriamo: le accuse palesi sommarono a quattro: il purgatorio negato; ripreso il costume di seppellire nelle chiese; scherniti il vivere ed il vestire fratesco; la giustificazione posta da lui nella sola fede verso la misericordia di Dio, il quale perdona pei meriti di Gesù Cristo; ma più gravi colpe, comechè taciute, a suo danno il poema intorno la immortalità dell'anima, il quale, levato a cielo un giorno da uomini insigni non meno che pii e luminari della Chiesa, oggi alle froge bestiali di Pio V putiva di eretico; il trattato del benefizio della morte di Cristo, anch'esso un dì giudicato dalla Chiesa libro meritorio, ed ora proibito come un tizzo di carbone infernale: non mancarono e nè mancano anco ai tempi nostri scrittori che non a lui, bensì a certo benedettino, chi dice di Mantova, chi di San Severino, lo attribuiscono, ma certo egli è che la dottrina di cotesto libro l'Aonio professava e predicava; per ultimo le molte epistole spedite nella più parte d'Europa e sopra tutto la famosa accusa contro i Romani pontefici ed i loro seguaci: veramente questa vide la luce solo ventisei anni dopo la sua morte, però che il dabbene uomo ebbe avvertenza di mettere in salvo tutte le sue scritture prima di essere arrestato, tuttavia è agevole persuaderci che per detto suo e degli amici si conoscesse; essa contiene venti testimonianze o capi di accuse; il De Sanctis la pubblicò volgarizzata a Torino nel 1861: vorrei raccomandare agl'Italiani che la leggessero, e ne varrebbe il pregio davvero, ma gli è tempo sprecato finchè il sonno e la vergogna dura: il Paleario si raccomanda che se i popoli potranno costringere il papa a presentarsi ad un concilio dove si tengano conferenze di ogni maniera cristiani, a cui venga fatta facoltà di parlare liberamente al cospetto dei grandi e dei legati delle città; e se in coteste conferenze fie stabilita equità di giudizi e con la parola di Dio si torranno gli abusi e le controversie religiose, sicchè possibile sia che le chiese sanate formino un corpo solo; allora prega i depositari della sua accusa a consegnarla ai difensori dell'Evangelo ed a presentarla al concilio generale libero e sacro come testimonianza di un uomo pio che morendo non voleva davvero mentire a Cristo. «Questa testimonianza, egli aggiunge, e l'atto di accusa saranno da voi lanciati colà come fulmine che abbatterà l'anticristo. Fratelli, ve ne supplico, mettetelo alle strette, non gli date tempo a ordire suoi inganni: lo iniquo rimanga confuso sul colpo, in mezzo al concilio, alla presenza dei principi grandi. Allora leggete e rileggete la mia testimonianza coll'atto di accusa; fate sia lungamente discussa ed esaminata, e così la chiesa di Dio sarà purgata.»

Nei ricordi della Misericordia di San Giovanni decollato dei Fiorentini di Roma si trova scritto che Aonio perisse pentito e confessato, chiedente a Dio perdono dello errore suo; e così pure sostengono il padre Lagomarsini e gli abbati Lazzeri e Tiraboschi; le sono ciurmerie pretesche: di che si aveva a pentire cotesto venerando vecchio? Così rammenda col fil bianco la ciurma sacerdotale che il ricucito si mostra lontano un miglio; difatti il Laderchio continuatore del Baronio ci lasciò scritto: «Quando furono chiariti che cotesto figliuolo di Belial stava tenacemente attaccato al suo errore, e che ormai non ci era verso per ricondurlo alla luce, lo condannarono alle fiamme, affinchè al supplizio di un momento tenessero dietro gli eterni castighi»; e nel foglio dopo ci attesta quali fossero i sensi del Paleario e quali le novissime parole ai suoi giudici: «dopo tutte queste testimonianze che voi udiste, o cardinali, sorgere schierate contro me, ogni difesa torna inutile; ormai per me sono deliberato seguitare in tutto il precetto dello apostolo san Pietro, il quale ci dice: il Cristo ha sofferto per noi lasciandoci uno esempio da seguire, il Cristo che non commise mai alcun peccato nè dal suo labbro uscì mai parola d'inganno. Quando lo avvilirono d'ingiurie non contrappose ingiurie, quando lo bistrattarono egli non minacciò, bensì si diede in balía di coloro che lo condannavano ingiustamente. Pronunziate impertanto il vostro giudizio, condannate Aonio, fate il debito vostro ed empite di contentezza il cuore de' miei nemici.»

Dalle lettere brevi che scrisse in procinto di morte alla diletta consorte ed ai cari figli assai chiaro si dimostra come lui pigliasse vaghezza di morire, e sentisse proprio bisogno riparare in parte dove nè la vista nè l'udito delle scelleragini umane lo funestassero: «Non vorrei, carissima consorte, egli scrive, che tu pigliassi dispiacere del mio piacere nè a male il mio bene. È venuta l'ora che io passi di questa vita al mio Signore padre Dio. Io ci vo tanto allegramente quanto alle nozze del figlio del gran re.... Sicchè, consorte dilettissima, confortatevi della volontà di Dio e del mio contento, e attendete alla famigliuola sbigottita, che resterà di allevarla e custodirla nel timor di Dio ed esserle madre e padre. Io era già di settant'anni vecchio e disutile; bisogna che i figli con la virtù e col sudore si sforzino a vivere onoratamente.» Ed ai figli altresì raccomanda «che sebbene il mezzo col quale a Dio piace chiamarlo a sè possa loro parere amaro, pure, essendo di sua contentezza somma e piacere, li prega a volersene anch'essi contentare; lascio loro in patrimonio virtù e diligenza, e quelle poche facoltà ch'essi hanno.... l'ora mia si avvicina; lo spirito di Dio vi consoli e vi conservi in sua grazia.» Che razza di eretici fossero questi non si comprende, e nondimanco l'atroce potestà che adesso ci vorrieno riaggravare sul collo li condannava al fuoco! Così Aonio Paleario di 70 anni vecchio, esempio di ogni cristiana virtù, dalle sacerdotali iene l'8 luglio 1570 era prima strozzato, poi arso. — E nè anco questo bastò, chè un Latino Latini da Viterbo curiale ebbe cuore di celiare sopra le ceneri di Aonio per via di uno epigramma il quale insomma diceva ch'egli, avvisando di tôrre dal suo nome Aonio la T, pensò potere scansare la forca, la quale però dopo dieci lustri gli tornò in capo, con più il capestro ed il rogo.

Molti a Lucca i seguaci della riforma, e dei maggiorenti, sicchè reputarono fare a fidanza, anzi essi rampognarono superbamente chi fuggendo cercava asilo in contrade straniere, e levarno i pezzi addosso a coloro che si erano lasciati ire fino a ritrattarsi; ma altro è parlare di morte altro è morire, ed alla svolta si provano i barberi. Di repente sorse la fiera persecuzione di Paolo IV; i timidi e gl'interessati, che come a Lucca altrove sono i più, diventarono per paura feroci; non santità di legge osservata, non forma di giudizio, fatta una funata dei sospetti, empite le carceri; gli arnesi del tormento riforbiti e ostentati a pompa; allora gli spavaldi cagliarono, si picchiarono il petto, e detestando pubblicamente l'errore, alla meglio si aggiustarono; a molti riuscì fuggire: allora Pietro Martire cui avevano proverbiato per essersi messo a tempo in salvo scriveva: «O come mi rimarrò io dal pianto, pensando alla terribile procella la quale ha desolato la fiorita chiesa di Lucca senza lasciare pure orma di lei! Quelli che di voi non avevano contezza forse vi hanno temuto troppo deboli per resistere alla bufera, ma io non avrei mai creduto che voi vi sareste tanto vergognosamente abiettati; e a voi erano pure noti i furori dell'anticristo e il pericolo che minacciava i vostri capi quando ricusavate fuggire e prevalervi di ciò che taluno di voi chiamava il rifugio del debole, ed io consiglio di prudenza in tempi perversi. I laudatori della vostra costanza dicevano: Questi animosi soldati di Cristo a piè fermo aspetteranno la gloria di affermare a prezzo di sangue e di martirio il progresso del Vangelo nel proprio paese, non patendo a verun patto di comparire secondi ai magnanimi esempi somministrati loro quotidianamente dai fratelli di Francia, del Belgio e d'Inghilterra. Ah quante speranze svanite! Quale argomento di esultanza agli empi nostri oppressori! Più che con le parole col pianto egli è forza deplorare questa dolorosa vicenda.»