Nè, a vero dire, i pericoli che correva Lucca erano vani, e già lo accennammo. Cosimo smaniava allargarsi; troppa piccola veste la Toscana per lui, quindi stava alle vedette per coglierla in fallo e così dare la balta allo inquisitore perchè gliela consegnasse. Il Caraffa e il Ghislieri a patto di schiantare la eresia avrieno dato fuoco, non che al genere umano, al mondo; sicchè all'oratore veneziano Fedeli, come altrove fu avvertito, Lucca pareva una povera quaglia sotto allo sparviero. La repubblica ciondolava con astutissimo consiglio tra lo scansare i pericoli di fuori, non disperare quei di casa, tenersi bene edificata Roma e non cedere alle improntitudini di lei: insomma fine della disuguale scherma fu, che Lucca respinse incrollabile la Inquisizione e i gesuiti da casa sua: imperciocchè Salvatore Guinigi, spedito a Roma per istornare la venuta loro a Lucca, scrivendo all'Offizio su la religione dichiarava: «aver considerato come cotesti huomini fossero di qualità che quando mettono il piede in un luogo fanno come il riccio e cercano sempre tirare a loro; che teatino non vuole dire altro che tira a te, e perciò non pigliano nella loro religione furfanti o poveri, ma cercano subornare giovani ricchi e che possano portare molto utile; e chi li ha per vicini non si tiene padrone del suo, perchè se li viene volontà di allargarsi, bisogna star forte: chi ha vigna vicina alla loro, bisogna che commetta al vignaruolo che chiuda la porta subito che li vede, perchè applicandoci l'animo saria perduta; e che il fine loro è di mangiar bene e bevere meglio e di governare tutte le cose tanto nel temporale quanto nello spirituale con malissima sodisfatione dello universale e con pericolo che un giorno non ne segua qualche pericolo notabile.»

Comechè pusilla e trepidante, Lucca in questo tenne il fermo; e quando Alessandro Guidiccioni, per gratificarsi Roma, indegno cittadino, macchinava contro la sua patria sbottonando da per tutto che non ci si poteva dar sesto se non ci si piantava la Inquisizione, il governo lo dichiarò nemico della città; così del pari adoperò contro Lorenzo del Fabbro, pessimo uomo, il quale andava attorno accattando segnature sotto una supplica a Roma per ottenere il benefizio della Inquisizione; volle per di più bandirlo; la Inquisizione lo difese, e il governo per non romperla lo lasciò stare; e quando Pio IV volle levare al governo l'esame dei libri proibiti ed altri uffizi, egli con un mondo d'industrie procurò tranquillarlo, siccome ottenne. — A mano a mano che soffiava il vento emanò leggi da prima miti e, per quanto ne sappiamo, messe in esecuzione alla buona di Dio: ma poi bisognò smettere il fare la gatta di Masino; le leggi di mano in mano diventarono terribili e misero i denti davvero.

Le leggi promulgate dal consiglio furono queste: la prima del 28 marzo 1525; per essa si provvede che i possessori di libri luterani i quali si recusino a consegnarli dentro giorni 15 dalla promulgazione della legge agli anziani paghino la multa di ducati cinquanta; la seconda del 12 maggio 1545: con questa si ordina: non leggansì libri vietati, nè anco per ischerzo favellisi di cose religiose; chi trasgredisce, la prima volta paghi scudi 50; la seconda gli si confischino i beni, e se non possiede beni per 100 ducati, vada in galera sei anni; la terza, patisca la perdita dei beni, il fuoco ed altre pene. Pareva che dopo il fuoco altre pene non ci avessero ad essere, ma non è così. I possessori di libri proibiti dentro quindici giorni dalla notificazione del decreto o li portino al vicario del vescovo o glieli mandino col mezzo del suo confessore, ovvero gli abbrucino; se disobbediscono, confisca; e così del pari il libraio che provvede di fuori libri siffatti; corrispondenza vietata con tutti gli eretici, massime coll'Ochino e col Martire; non si mandino loro danari, non si servano; lettere da essi mandate si portino dentro tre giorni all'Uffizio di Religione composto del gonfaloniere, dell'Uffizio della Onestà, e di tre cittadini eletti dal Consiglio maggiore; se no, confisca. L'accusatore rimane segreto e guadagna la terza parte delle multe e delle confische; il reo che accusa il complice va impunito. La terza legge venne promulgata il 24 settembre 1549; per lei fu modificata la provvisione del 1545; all'Uffizio si aggiunsero due altri consiglieri; si prescrive aduninsi una volta per settimana; chi manca paghi un fiorino di oro; considerato che le pene troppo gravi erano rimaste inani, di ora in poi i trasgressori paghino la prima volta 100 ducati di oro; se non pagano dentro dieci giorni, in carcere per sei mesi; la seconda volta si multino 500 scudi e privinsi in perpetuo degli uffici di onore e di utile del comune; se non pagano, oltre la privazione degli uffici, in prigione tre anni; la terza volta ne vadano la confisca e la vita. Le donne anch'esse sottoposte a queste pene; le loro doti confiscate, salvo lo usufrutto del marito innocente. I libri non approvati dal vicario proibiti. I cittadini si abbiano a confessare e comunicare nei tempi dalla Chiesa indicati; chi manca la prima volta sia dannato in 100 scudi di ammenda, e se non paga entro dieci dì, stia sei mesi in prigione, la seconda dugento scudi, e se contumace a pagare, si abbia un anno di carcere; la terza ne vada la vita perchè, dichiara la legge, chi non muove l'honor commuova il timor della pena. Le medesime pene incolgano a cui cibi carne nei giorni proibiti senza licenza del vicario; nella quaresima non si macellino carni boccine nè agnelline nè caprettine, pena dieci ducati di oro, eccetto la settimana santa per la provvista di Pasqua; frate sfratato veruno tenga per famiglio in casa sotto l'ammenda di cinquanta ducati di oro. La legge del 27 ottobre 1558 vieta commercio e di ogni maniera corrispondenza per tutto il mondo con quelli che la Inquisizione dichiarò eretici, e il consiglio ribelli, e ai trasgressori ne vadano la prima volta 500 scudi di oro, la seconda la vita: parrebbe che bastasse, ma no; per la terza volta sono comminate le pene prescritte dagli statuti contro i ribelli: per la quale cosa è dato supporre che anco morti agli occhi della Inquisizione si poteva commettere peccato. Nel 19 dicembre 1561 per legge fu concessa facoltà all'Uffizio di aprire casse, valigie, bauli e lettere per venire in chiaro della eresia; e qui multe pecuniarie, si lascia stare la vita. In quel torno promulgarono altresì un'altra legge per la quale fu dichiarato che i discendenti degli eretici per due generazioni si ributtassero da qualunque ufficio sia di onore, sia di utile del comune, e così dentro come fuori della città e dello stato: iniquissima legge che condannerebbe gl'innocenti pel colpevole, ma accettissima al papa, il quale vicario di Cristo non è di certo, il Dio che perdona, bensì vicario del Dio di Moisè, forte, prepotente, geloso, che visita nel suo furore la quarta e la quinta generazione di quelli che l'odiarono; accetta tanto che, pur volendo in qualche maniera mostrare l'animo grato alla repubblica, le mandò in dono la rosa d'oro, e il principe Colonna fu commesso con le maggiori solennità di presentargliela. Più enorme di tutti il decreto del 9 gennaio 1562: per questo si proibisce agli eretici ed ai ribelli di frequentare Italia, Spagna, Francia, Fiandra e Brabante, dove per ragione di commercio soglionsi condurre i buoni cattolici lucchesi; chiunque gli ammazzi riscuoterà la taglia di 300 scudi; se l'omicida è ribello, abbia grazia; se non ribello, la chieda e la ottenga per altro ribello. Buoni tutti, ma questo decreto poi commosse le viscere paterne di Pio IV e di Carlo Borromeo che dicono santo: sicchè il papa non potè stare alle mosse e con amplissimo breve segnato Fiorebello Lavellino mandava al consiglio essersi smisuratamente rallegrato della sua sapienza e pietà, ch'egli non saprebbe immaginare documento che meglio di quello tutelasse l'onore di Dio e la salute della patria; e che perciò senza dubbio alcuno Dio sovverrebbe una città dove così pura e così sincera si conserva la sua religione. Quando Roma ti loda, non ci è caso, o fosti stolto o iniquo. Come parve al papa non parve questo editto preclaro a Caterina di Francia nè a Carlo IX, i quali ne fecero le loro dimostranze alla repubblica, che si scusò con certe ragioni che valsero ad attutare cotesti principi meritamente gelosi del diritto di sovranità sopra i propri dominii; nel 1566 le antiche leggi confermaronsi e si estesero anco per Ginevra; nel 1568 s'ingiunse che, albergatori o no, tutti facessero la spia al forestiero che alloggiavano in casa. Nel 1570 si pubblicò una nota di eretici da evitarsi, i quali furono: «Giusfredo Bartolomeo Cenami, Giuseppe Cardoni, Antonio Liena, Cesare Mei, Michele di Francesco Burlamacchi, Lorenzo di Alò Venturini, Nicolao Franciotti, Salvatore dell'Orafo, Gaspero e Flaminio Cattani, Benedetto Calandrini, Giuseppe Iova e Marco da Rinucci[20]; più tardi ci si aggiunsero Francesco Cattani con tutta la famiglia e il genero Rustici, Vincenzo Mei con la moglie ed i figli, Cristoforo Trenta, Girolamo Liena, Nicolao e Guglielmo Balbani, Gaspero da Massaccuccoli e Francesco Bonaventura Micheli.

E noi, frugando pei ricordi dei tempi, troviamo come Roma si sbracciasse a soffocare in Lucca ogni anelito di libertà religiosa: così il vescovo nel novembre del 1555 arresta e processa sottoponendolo al tormento Rinaldino soldato di Guardia, e dopo averlo costretto ad abiurare in duomo sopra un palco, vestito di giallo, con torchio di cera gialla in mano, lo mandò legato a Roma al Santo Offizio; nel 1556 il vescovo per comandamento di Roma cattura come sospetti di eresia ed ostinati a non ritrattarsi Girolamo Santucci, Giovannipiero da Dezza e Giovambattista Carletti, e gl'invia a Roma, donde furono relegati nelle proprie case. Del pari per ordine espresso di Roma nel medesimo anno il vescovo fece citare pubblicamente dal pulpito in duomo sotto pena della vita e della confisca da applicarsi alla Camera apostolica per intimare loro che si costituissero nelle carceri del Santo Offizio a Roma, Nicolao e Girolamo Liena, Nicolao Balbani, Gaspero da Massaccuccoli, Cristoforo Trenta Guglielmo Balbani, con altri parecchi; e poichè rimasero contumaci, l'eccellentissimo consiglio li dichiarò ribelli e ne confiscò i beni; di più, nel medesimo giorno impose le pene a cui in qualsivoglia maniera per lettera o per messaggio corrispondesse con loro; e non si potendo sfogare in altro, così volendo la Inquisizione di Roma, gli arse in effigie nel gennaio del 1559 sopra la piazza di San Michele: sei mesi prima Michele di Alessandro Diodati, chiamato a Roma, era chiuso in carcere, dove si logorò fino al pontificato di Pio IV: e poco dopo con solenne e grottesca cerimonia presi pel collo ebbero ad abiurare in duomo non pochi cittadini, fra i quali un frate sfratato dei Servi. Nel 1575 venne in Lucca un visitatore da Roma mansueto in vista e col pretesto di riformare il clero in ciò che per avventura contenesse in sè di malsano; di repente poi chiese ed ebbe braccio per arrestare otto cittadini, i quali, eccetto il Turretini, che si salvò, inviaronsi al Santo Offizio a Roma con le catene alle mani ed ai piedi: visitò case, rovistò armari per trovare libri proibiti, predicò, confessò, comunicò, fece il diavolo a quattro, ma non ebbe seguito tranne fra plebe e femminucce pinzochere. Nel 1576 la Inquisizione prescrive al senato gli mandi a Roma Francesco Arnolfini, il quale, mostrando come sarebbe suprema iattura pe' suoi interessi partire su due piedi, ebbe a dare malleveria di 1000 scudi che sarebbe andato: meglio per lui si fosse messo in salvo perdendo i mille scudi; ei volle andare e si trovò sommerso nelle carceri del Santo Offizio: trascorso appena un mese, mandò la Inquisizione per messere Nicolao Pighinucci e messere Antonio Minutoli; il consiglio pauroso li consegnava, ed essi incontrarono la sorte dell'Arnolfini. Per causa di religione nel seguente anno furono citati Giuliano, Filippo e Benedetto Calandrini, madama Elisabetta vedova di Nicolao Diodati, Carlo di Michele Diodati, Michele di Francesco Burlamacchi e messere Giuseppe Iova: poco dopo fu proibito parlare e scrivere ai seguenti ribelli per causa di religione Paolino Minutoli, Venanzio Bartolomei, Regolo del Venoso, messer Filippo Rustici, Scipione Calandrini, Lodovico delle Tavole, Matteo Civitali e messer Simone Simoni medico: il 4 novembre del medesimo anno dichiarano ribelle Giuliano Calandrini; nel 21 detto fu citata madonna Chiara di Paolo Arnolfini e condannata per dieci anni in casa; per dieci anni in prigione Giovanni Nuccorini, e Giovanni da Pariana nella testa; nel decembre processarono Iacopo di Chimento barbiere; venti giorni dopo citarono madonna Elisabetta e il figlio Nicolaio Diodati e Carlo di Michele Diodati; nel febbraio del 1568 citarono parecchi cittadini, fra i quali due donne, madonna Francesca Cattani, la moglie di Filippo Rustici, la moglie di Vincenzo Mei e Flaminia figlia; nel marzo dichiararono ribelli madonna Elisabetta, Pompeo e Carlo Diodati, nell'aprile citato sotto pena del capo e della confisca Biagio Mei; nello agosto, oltre a parecchie capitali condanne, fu commesso di procedere contro la moglie di Luiso Guidiccioni, e poco prima avevano citato, sempre sotto pena della confisca e del capo, le madonne Maria Massei ed Elisabetta Micheli. Queste poi sono le famiglie lucchesi le quali spatriate andarono a porre la stanza loro a Ginevra.

Vincenzo Mei con moglie e figli, Filippo Rustici con moglie, Paolo Arnolfini, Nicolao Barbani con la figlia, Francesco Micheli con la moglie e tre figli, Maria vedova Massei, Cristoforo Trenta col figlio, Guglielmo di Carlo Balbani, Girolamo Liena Nicolao da Lucca con moglie, Giovannantonio legnaiuolo con moglie e figli, Gregorio Arrighini, Scipione di Giuliano Calandrini ministro della Valtellina, Giovanni Domenici, Vincenzo del Muratore, Vincenzo Bonicelli, Regolo del Venoso, Giovanni Pìerellini, Regolo Benedetti con moglie e figlia, Paolino Minutoli con la moglie, Giorgio Baroncini, Simone di Simone medico, Giovanni e Ludovico Simoni, Salvatore Franceschi, Giuliano Calandrini con la moglie, Elisabetta Arnolfini con tre figli, Benedetto Calandrini con la moglie e Maddalena Arnolfini, Pompeo Diodati con la moglie, Carlo Diodati, Giuseppe Iova, Virginio Sbarra, Arrigo Balbani, Cesare Balbani, Antonio Liena, Ansano Pranconi, Francesco Turretini con altre cinque famiglie del medesimo casato, madonna Elisabetta vedova Bartolomei, Timoteo Rustici, Paolino Terricciola, Francesco Cattani con moglie e cinque figli, Vincenzo Minutoli, Giovanni Lunardo, Domenico Colla, Giovanni Barsotti e Giovanni Diori; con parecchie altre famiglie di basso lignaggio; due famiglie Arnolfini ripararono a Londra ed una a Bordò; tre ne rimasero a Ginevra; il Lucchesini nella storia letteraria di Lucca ricorda taluni dei discendenti di questi esuli i quali sè o la patria illustrarono coltivando con plauso universale le scienze e le filosofiche discipline. Dei Burlamacchi, oltre Michele figlio di Francesco, posero domicilio in Ginevra Fabrizio Burlamacchi: due famiglie del medesimo nome cercarono asilo in Amsterdam e lo trovarono. Ho letto in qualche libro che in Giovan Giacomo Burlamacchi chiarissimo pubblicista, di cui il libro intorno al Diritto naturale leggiamo tuttavia con profitto, si estinguesse nel 1748 la famiglia Burlamacchi: ciò non sembra esatto; il pubblicista Burlamacchi scendeva da Michele uno dei figli di Francesco, ma questi n'ebbe cinque, e Federigo produsse più degli altri la sua discendenza; l'ultimo fiato fu Margherita nata nel 1717 che sposa a Francesco Gaetano Spada morì nel 1740; ma a lei sopravvisse Cesare padre, però che mi occorra notato ch'egli cessasse nel 1753.

Oltre questa feroce ed irrequieta persecuzione, altre cause impedirono che la Riforma prevalesse in Italia; il popolo nostro nel complesso cura poco le credenze religiose; poco si esalta del paradiso e meno teme lo inferno; sembra attaccato al culto ed è; e più era una volta, perchè a lui garbano gli apparati scenici, e lui unicamente percotono le rappresentanze plastiche; in chiesa i giovani italiani s'innamorano e i loro amori coltivano; più quando le città difettavano di teatri e di ritrovi: l'opera buffa se costumasse di giorno, ammazzerebbe la messa, massime se data gratis: intanto il teatro diurno nelle ore vespertine ha disfatto i vespri: pinzocheri e beghini durano e dureranno finchè alla corona e al rosario non surrogheranno qualche altro balocco per le mani e per lo spirito meno fastidioso di quelli. Arrogi che, essendo ristretto il numero dei riformati, nè la fede della più parte di loro giunta al furore del fanatismo, bene si ebbero a deplorare martiri, ma troppi meno che nelle persecuzioni dei cristiani: ancora, le dottrine dei riformati comparivano astruserie ed infatti erano; poco il volgo c'intendeva o nulla, quindi agevolmente prestava le orecchie ad ogni maniera di calunnie, comechè stranissime, contro di loro; la Riforma, se bene considerate, vi apparirà faccenda di lusso, privativa di letterati magni, fuori dalla intelligenza del volgo. Nè io certo mi dolgo che la Riforma non allignasse in Italia: certo ella è qualche cosa, come quella che alle abiette superstizioni di Roma si contrappone e di molte ciurmerie onde ella contrista il genere umano la scema, tuttavolta non lo incammina sopra il retto sentiero della verità. L'Italia, vero Anteo delle nazioni, imperciocchè quando percuote la terra, quinci risorga con rinnovato vigore, alle fiamme dei roghi per ardere gli eretici accese la fiaccola della filosofia sperimentale, titano che senza soprammettere monte a monte assalisce il cielo e Dio quali li crearono la feroce cupidità dei sacerdoti nè teme fulmini, chè ella gl'incatena e se ne serve a mo' di corsieri legati al suo carro: nè granito nè credenze nè spazi infiniti nè terrori reggono dinanzi all'azione del suo trapano fatale; tutto ella fora; da per tutto penetrano aria e luce. Galileo Galilei approdò meglio all'umano intelletto che non arieno fatto mille Ochini e mille Vermigli; gli scritti di costoro ormai pochi leggono o nessuno, mentre il seme gittato dal Galilei ogni momento feconda di più e s'inalza al firmamento, penetra nel centro della terra, il creato sottopone a numero e a misura, strappa inesorato lo involucro così allo errore come alla verità, e ridotti entrambi ignudi, dimostra del primo la schifezza, della seconda la sostanza divina. Sopra le tracce di Bacone e di Galileo ecco divampare per tutta Italia uno ardore di rompere il giogo delle pretesche menzogne, scoprire il vero, debellare gli errori: ogni uomo da per sè provava e riprovava; ma più efficaci assai furono l'esperienze quando si ordinarono con norme certe e scopo prefisso mercè la istituzione dell'accademia del Cimento: «ella fu, sentenzia sapientemente uno storiografo toscano, che diede l'ultimo crollo ai peripatetici ed abbattè insensibilmente la tirannide dei frati sopra le scuole.» Nel museo fiorentino dentro ben costrutte bacheche oggi si conservano gli strumenti che primi servirono al Galileo e agli accademici del Cimento per l'esperienze loro: quando gli uomini in certi giorni solenni dell'anno fie che movano a venerarle come le uniche, le vere reliquie sacrosante della verità, allora esultate; il regno dello errore sarà finito, e noi misero armento delle tirannidi principesca e sacerdotale incamminati sopra il sentiero che per diritto tramite conduce a Dio.

Ma tutto ciò, sia in bene o in male, ai tempi del Burlamacchi non era ancora avvenuto; in parte latente, in parte manifesta, la Riforma travagliava l'Italia; potenti uomini e principi la promovevano, i più eletti ingegni s'industriavano propalarla con le parole e con gli scritti, stava in bilico di trionfare; chi aveva bisogno che prevalesse se ne faceva la vittoria sicura. Lucca, come dimostrammo, principalissima fra le città italiane zelatrice delle nuove dottrine, e la famiglia di Francesco, e Francesco stesso fra i primi, primissimo su tutti. Adesso con difficoltà somma se ne rintracciano i vestigi a sommo studio soppressi dalla paura, dallo interesse ed anco dall'opera assidua dei nemici della Riforma: difatti indi a poi Lucca diventò, e forse anco adesso rimane, la città più contaminata di beghineria fra le altre della nostra penisola; per me credo provato abbondevolmente il mio assunto, che la impresa di Francesco Burlamacchi poggiava sopra diramazioni segrete, ma oltre ogni credere estese, ed aveva troppo maggiore probabilità di riuscita di quella che gli scrittori dei tempi paurosi o venduti ci danno ad intendere e che lettori superficiali mostrano di credere. —

CAPITOLO VI.

I moderati del 1859 erigono al Burlamacchi una statua, ma non ne dettano la vita, e perchè. — Concetto del Burlamacchi repubblicano e avverso al potere temporale. — Sua prudenza ed arti adoperate a procacciarsi compagni nella impresa. Sebastiano Carletti chi fosse; prima operaio nel fondaco Burlamacchi, poi soldato sopra le galere di Lione Strozzi; viene a Lucca, va a Marsiglia per tirare lo Strozzi nella congiura. — Cesare Benedino è messo a parte della impresa: chi fosse; come lo adoperasse il Burlamacchi, che lo tratta più largamente di quello che la Repubblica fiorentina non trattasse il Machiavelli. — Generosità del Burlamacchi. — Gli Strozzi e l'indole loro; Bastiano Carletti va a Marsiglia per conferire col priore; non ce lo trovando, lo raggiunge a Parigi. — Ragioni diverse delle congiure. — Bastiano va in Iscozia ed in Inghilterra col priore, e succede una sosta alla congiura: gesti del priore costà. — Favorito da Francesco I, ma poco accetto ad Enrico II, e perchè. — Lo pospone nel comando dell'armata ad altro capitano meno degno; non per questo si ribella, come il Doria, e perchè. — Lione Strozzi, priore di Capua come il padre suo Filippo, si giudica fosse ateo. — Il Carletto, tornato a Lucca, ferma una posta fra Lione Strozzi e Francesco Burlamacchi a Lucca; ma Lione balena; pure va a Venezia per aspettarlo. — Il Burlamacchi è eletto commissario delle milizie di montagna: quando queste milizie venissero instituite: reputazione di questo ufficio e vantaggi che porge ai disegni del Burlamacchi. — Va a mettere pace tra San Quirico e Castelvecchio, ma è pretesto; messa da banda la pace, schizza a Bologna: quivi lasciato il servo, va a Ferrara, dove conferisce co' riformati; poi s'incammina a Venezia dopo avere da capo lasciato il servo Bati a Francolino, ma poi ce lo raggiunge; motivi presunti onde così costumasse il Burlamacchi. — Quello che avvenisse a Venezia secondo che depose con giuramento in giudizio Bartolomeo da Pontito detto il Bati. — Differenza di forma e d'ingegno fra il Burlamacchi e lo Strozzi. — Conferenza fra questi due. — Il Burlamacchi espone a parte a parte l'ordine della congiura e il modo di riuscirvi: Lione approva, ma piglia tempo per la esecuzione della impresa; pericoli e vantaggi dello aspettare, e per converso dello affrettarsi. — Il Burlamacchi torna a Lucca, dove attende a confermare gli amici ed a crescere il numero dei suoi seguaci: esce degli anziani; subito dopo lo eleggono gonfaloniere con universale soddisfazione. — Manda più volte il Benedino a Venezia sotto pretesto di comprare tinte, per sollecitare lo Strozzi, che gingilla senza prendere nè lasciare.

Per le cose fin qui discorse abbiamo fatto manifeste le cause e gli argomenti sopra i quali faceva capitale Francesco Burlamacchi per condurre a buon fine la disegnata impresa; onde ora si accorgeranno i lettori quanto ella fosse audacemente pensata e come potesse essere con ottimo consiglio eseguita. Adesso la iscrizione lapidaria corrosa dagli anni e dal malvolere degli uomini alterata è restituita nella sua prima lezione, sicchè ogni uomo può leggerla pel suo verso. Coloro che governarono la Toscana nel 1859 e negli anni seguenti eressero al Burlamacchi una statua; aríeno adoperato meglio se taluno fra essi ne avesse dettato la vita per rivendicarlo dalle infamie di storici venali; poi dopo, se pur volevano, inalzargli la statua; ma questa altri, non essi scolpirono, altri non essi pagarono, mentre la vita è mestieri concepire e dettare con la propria virtù. Ancora, senza odio come senza dispetto, è chiaro com'essi intendessero onorarsi coll'onorare un magnanimo che volle l'Italia nostra potente e sgombra dagli stranieri, nè s'ingannarono; ma io pongo pegno che se ne sarebbero rimasti se avessero o creduto o saputo che Francesco nostro in questo era fermo, che verun reggimento si confacesse alla Italia dal repubblicano in fuori, e noi non avremmo salute mai se prima la nequissima potestà temporale dei sacerdoti non fosse per sempre abolita. A cotesti tempi siffatta sentenza correva fra gl'Italiani con la dignità di assioma: la insegnarono con gli scritti il Machiavello, e il Guicciardino; dopo trecento e qualche anno la sapienza dei padri diventò errore, lo ingegno follia, e ciò in grazia dei pleclari ingegni che la età nostra rendono lieta, anzi immortale.