Vuolsi sopratutto ammirare nel Burlamacchi la prudenza; imperciocchè fin dove gli bastarono le forze, e glielo consentì la materia, egli non si servisse di anima viva; i discorsi che teneva alle brigate intorno alle austere gioie della libertà, al godimento che l'uomo sente in sè nel sagrificarsi per la patria, ed alla fama perpetua che prosegue gl'incliti gesti miravano a questo: se dal consenso ardente, e se dal fiammeggiare dello sguardo di taluno degli uditori, poteva comprendere che lo avesse acceso di affetto pari al suo, cercava accontarsi con quello, e scrutatolo fino dentro alle ossa, se lo provava quale se l'era promesso, lo metteva a parte della impresa: per ciò non si pensi che i suoi disegni palesasse interi, bensì quanto bastava a rovinare lui, non già la impresa e molto meno gli aderenti suoi. — Uno di quelli a cui fu mestieri aprirsi intero fu Sebastiano Carletti calzaiuolo, il quale da prima fu operaio nella bottega dei Burlamacchi e poi militò sopra le galere di Lione Strozzi priore di Capua, e tuttavia militava: dove avendo mostrato intendimento buono e valore non ordinario, era venuto in grazia del priore; da cui essendo sorto con la sua armata nel porto di Marsiglia per istanziarvi alcun tempo, ottenne il congedo di recarsi a Lucca: qui giunto, il Burlamacchi co' suoi trovati lo sperimentò, ed avendolo rinvenuto al caso oltre la speranza, deliberava scoprirsi a lui, e così fece. Bastiano, come quello a cui le ingiurie patite dal suo capitano più assai delle proprie cocevano, intendendo come la burrasca doveva innanzi tratto scaricarsi in Toscana e quivi schiantare la mala pianta della tirannide medicea, non è a dire se confermasse ne' suoi concetti il Burlamacchi, al quale si profferse di tornarsene tosto a Marsiglia per tenerne proposito col priore; a cui, egli affermava, non sarebbe parso vero di operare cosa che a un punto giovasse alla patria ed alla sua antica sete di vendetta soddisfacesse, o, come si dice, di pigliare due colombi ad una fava.
L'altra persona alla quale il Burlamacchi si scoperse fu Cesare Benedino da Pietrasanta, che, dopo avere esercitato un tempo onorevolmente la milizia, pose stanza in Lucca, dove con molta lode e non poco profitto attendeva a tingere sete così greggie come lavorate; il quale mestiere in cotesta città, stante il grande commercio serico che vi si faceva, non era mica giudicato vile, all'opposto di altissimo rilievo; ed essendo egli uomo bravo, e per la molta gente che teneva a salario non meno che per l'amorevolezza sua verso gli operai, assai lo seguitavano. Questo il Burlamacchi o con lettere da bruciarsi appena lette o con messaggi verbali spediva ora a Pisa, ora a Pescia o a Pistola, sovente a Firenze ed anco a Bologna e in altre parti di Lombardia: perchè quantunque il Benedino disagiato non fosse dei beni di fortuna, tuttavia il Burlamacchi non consentì mai che egli ci rimettesse del suo, e dai ricordi del tempo ricaviamo che ora di due e tale altra di tre scudi lo rimborsasse per le spese fatte nei frequenti viaggi, e così con maggiore larghezza di quella che la repubblica fiorentina costumasse con Nicolò Machiavello, al quale, sebbene inviato per suo oratore publico, pure ella lasciava penuriare per tre lire o quattro. Abbiamo altrove accennato, e qui ripetiamo, che il Burlamacchi, se non tracollò affatto, molto nocque alla sua sostanza a cagione delle molte spese incontrate a sostenere il suo disegno; e ciò serva di esempio ai nostri padri della patria, i quali non moverieno per la sua salute un dito, se prima non vengano assicurati di guadagnarsi il dieci per cento almeno. Chi fossero gli Strozzi e quali la indole e lo intento loro dicemmo: mutati i tempi, epperò mutati non già gli affetti, bensì i modi di significarli, di Strozzi adesso vediamo pieno Firenze; zelatori di tirannide sotto il velame di libertà a patto di essere eglino stessi tiranni o, se tanto non lice, tiranni almeno di seconda mano per perseguitare, ma sopratutto per arraffare. Sventura grande pel Burlamacchi ch'egli avesse o reputasse avere mestieri di loro! Bastiano pertanto rompendo gl'indugi fu spedito a Marsiglia per conferire col priore e persuaderlo a volere mettersi dentro alla impresa coll'opera, col consiglio e co' danari: caso mai quegli assentisse, gliene porgesse avviso col mezzo di lettera la quale, fingendo versarsi intorno a negozi mercantili, così gli annunziasse: non posso tirarmi indietro da confessare il mio debito verso la vostra ragione, il quale somma a cento ducati, che mi obbligo satisfarvi insieme con gl'interessi dovuti a seconda che voi giudicherete onesto, mano a mano che mi capiterà un buono avviamento di poterlo fare. Però Bastiano comechè usasse diligenza, non trovava il priore a Marsiglia per essere egli partito per Parigi; colà lo raggiunse, ed appena lo ebbe tastato, trovò il terreno sollo per modo che non solo la vanga ci sarebbe entrata ma il manico; per la quale cosa avvisò, il Burlamacchi nella guisa fra loro concertata, onde questi aspettava il Carletti a gloria per precipitare il negozio, avendo egli considerato come delle congiure quelle che mirano a spegnere il tiranno o colui che si reputa tale riescano sempre, quante volte l'omicida non confidi il suo disegno ad anima viva e loco aspetti e tempo a vibrare il colpo: tuttavia se conseguono la strage dell'uomo aborrito, sovente l'uccisore rimane spento, nè da quel sangue germoglia sempre la libertà o perchè, accadendo il caso alla sprovvista, gli animi dei cittadini non si ordinarono ad approfittarsene, o perchè più spesso che non si pensa al tramonto della tirannide non segui l'aurora della libertà; le altre congiure poi (e non le laudabili) le quali si propongono a scopo mutare il governo per necessità bisogna palesare a molti, e ciò talvolta nuoce, tale altra no o poco: nuoce se la congiura deve condursi per sorpresa e quando la universalità dei cittadini ci repugni ovvero ci vada di male gambe; non nuoce o poco quando la imminente rivoluzione venga come sequela d'interessi che hanno mestieri di mutare, però che allora corra veracissima la sentenza la quale dice delle rivoluzioni succedere sempre quelle che sono presagite.
Però il ritorno di Bastiano non fu sì presto come avrebbe voluto, e la cosa desiderava, imperciocchè se ne andasse col priore in Iscozia e in Inghilterra per mandato del re di Francia Enrico II, dove condusse a buon fine parecchie onorate imprese, fra le quali quella di espugnare il castello di Santo Andrea, e presivi gli omicidi del vescovo di Santo Andrea, tutti mise senza misericordia a morte. Di Scozia navigò su le coste di Francia per sovvenire alla fortuna di Bologna marittima che pericolava per lo assedio messoci dagl'Inglesi. Siffatto ritardo riuscì funesto ai disegni del Burlamacchi, perchè cotesto anno andò perduto, ed egli facesse capitale grandissimo del malcontento dei popoli a cagione della penuria del grano, di cui era stato infelice il raccolto in Toscana: sopra gli altri poi ne arrovellavano i Pisani un po' per la ruggine antica e più perchè il governo per provvedere Firenze aveva portato via da Pisa quanto grano trovava lasciandola nella estrema miseria; così si arrivò al nuovo raccolto, e la occasione andò perduta, nè dall'oceano Leone e il Carletti tornarono prima del decembre. Ignoro, e poco m'importa cercarne la ragione vera; fatto stà che il priore dopo cotesta impresa venne in iscrezio col re di Francia; gli scrittori del tempo affermano senz'altro come Lione Strozzi andasse meglio a genio di Francesco I perchè grave, circospetto, a moversi lento, tardo a parole, e Piero Strozzi garbasse di più ad Enrico, come quello che procedeva avventato, di mano pronto e di detti troppo più; taluno aggiunge che il re gli fece torto conferendo l'ufficio di capitano supremo del mare ad altra persona la quale non era reputata capace nè manco a reggergli il bacile quando si levava la barba; però lo lodano per essersi comportato in cotesto frangente con maggiore lealtà di Andrea Doria, perocchè non si ribellasse al suo re nè in veruna altra guisa gli nocesse, la quale cosa troppo bene egli avrebbe potuto fare sia pigliandogli alla sprovvista Marsiglia ovvero altra città di Provenza, sia rubandogli parte delle galere od anco legandosi coi corsari di Barberia per disertare le coste di Francia; mentre egli all'opposto, tolte seco due sole galere che erano sue, se n'andò a Malta per servire la cristianità contro i nemici della fede. Vero è però ch'egli lasciava la famiglia e la sostanza sue in Francia, nè possedeva forza di galee quanto il Doria da dargli balía di combattere solo; e per ultimo non era dietro il canto un imperatore il quale avesse fatto le larghe profferte che Carlo V fece al Doria; prima di attribuire un gesto alla virtuosa volontà dell'uomo tu scruta arguto quanta forza ebbe su lui la rancorosa impotenza. Gli antichi scrittori ci narrano altresì certa particolarità del suo ingegno la quale merita essere da noi notata, ed è, che egli sentisse meno che dirittamente delle cose di religione, non mica a modo dei luterani, bensì secondo la dottrina di suo padre Filippo, il quale apparteneva alla setta di coloro che l'anima col corpo morta fanno.
Il Carletto di ritorno a Lucca si ristrinse col Burlamacchi, a cui disse da parte del priore che se a Francesco parea mille ore, a lui sembrava mille anni di mettere le mani in pasta per vendicare il sangue del padre; però desiderava udire dalla sua bocca a parte, a parte tutta la trama per poterla poi sovvenire con piena conoscenza di causa: quanto prima si sarebbe recato a Venezia; quivi gli darebbe la posta per conferire strettamente insieme. Per questo messaggio levato a nuove speranze il Burlamacchi più volte mandò il Carletto a sollecitare il priore, parendogli trovarsi su la brace; ma il priore, o sia che stesse ad uccellare gli eventi o sia che in vista non trascurasse verun filo per dipanare la matassa ed in sostanza lo estimasse partito disperato, non ci andava di buone gambe; pure alla fine gli mandò a dire che nello aprile lo avrebbe aspettato a sua posta a Venezia.
La fortuna, la quale si diletta a tirar su la gente per precipitarla da maggiore altezza, adesso favorisce il Burlamacchi appianandogli la via a farlo eleggere commissario delle milizie di montagna, le quali non furono punto ordinate in questa occasione, siccome presume il Leo nella storia degli Stati Italiani, bensì vennero instituite fino dal maggio del 1541. Questo ufficio conferiva al Burlamacchi molta autorità, e maggiore egli divisava pigliarsene; oltre questo vantaggio, egli ne traeva un altro forse più utile del primo, ed era stare, andare, inframmettersi nelle faccende altrui e farsi grazioso senza nè anco destare ombra di sospetto negli avversari suoi, però che il cittadino o buono o reo potrà piuttosto procedere innanzi al sole senza ombra che nella sua città senza emuli; nè egli era uomo da lasciarsi cascare di mano la occasione, anzi acciuffandola subito pei capelli, udendo come gli uomini di San Quirico avessero screzio con quelli di Castelvecchio, si palesò disposto a recarsi costà approfittandosi del senso di mansuetudine che ispira nell'animo di ogni cristiano la ricordanza della passione del Redentore, affinchè, messi giù gli odii e gli sdegni, si dessero la pace: di ciò molto i cittadini lo commendarono, molto più ch'egli per amor di Gesù Cristo renunziava a fare la Pasqua a casa in mezzo alla famiglia, ch'era il suo cuore, per la quale cosa, avuto a sè Bartolomeo da Pontito soprannominato il Bati, o che egli fosse suo ordinario famiglio o che di lui si servisse quando andava attorno per negozi, lo condusse seco, e ciò fu il giorno del giovedì santo. A vero dire, non sembra ch'egli a procurare la pace si sbracciasse troppo, e s'intende, imperciocchè se le pratiche attecchivano, gli era mestieri trattenersi per condurle a conchiusione, e la sua mossa a San Quirico doveva essere pretesto, non fine de' suoi disegni: arrivato la mattina traccheggia fino a sera per adunare il Comune, il quale raccolto egli arringò come uomo cui non pareva vero lasciare il suo uditorio più incaponito di prima: questo poi gli venne agevolmente fatto, tirando la natura dei Lucchesi anzi che no al cocciuto; onde, dopo averlo ascoltato, con parlare succinto gli notificarono che se li magnifici Signori comandavano la pace, essi comechè ne fossero vaghi quanto il cane delle mazze, pure come figliuoli di obbedienza arieno chinato il capo; dove poi gli avessero lasciati liberi, allora preferivano perdere vacca e moglie, pecore e figliuoli piuttostochè porre giù l'odio contro i Castelvecchiesi. Ottenuta questa risposta, ebbe a sè il famiglio ordinandogli mettere in sesto le cavalcature. «O non sarebbe meglio, notava il Bati, che noi ci fermassimo fino tutto domani per tentare nuove vie di conciliazione? io ne ho visto rabberciare ai miei dì delle più scassinate di queste.» No, no, risposegli il Burlamacchi, con cotesta gente gli è lo stesso che camminare per rena; io li trovo tuttavia acerbi; lasciamoli maturare un altro micolino al sole.
Montati a cavallo, il Bati, che precedeva Francesco, si volse dal lato di Lucca, pur pensando avere a tornarsene a casa, ma il Burlamacchi, fermato per un braccio il famiglio, gli susurrò nell'orecchio: «Non è costinci che tu hai a passare» «O, signore, da dove avremo a passare, noi? Da questa in fuori io non ci conosco altra via.» «Per Lucca, sì, ma tu hai da ire a Bologna.» «A Bologna?» «Sì, e forse un poco più in su: tanto a casa a fare la Pasqua non mi aspettano, ed io mi sono deliberato di recarmi fino a Ferrara per passarmela con la mia sorella.» E il Bati a lui: «Andiamo pure nel nome di Dio.» Misersi pertanto senza indugio in cammino e furono il venerdì sera a Vergato; il sabbato mattina desinarono al Sasso, dove chiamato a sè il Bati gli disse; «Santi Bati, a me occorre essere ad ogni modo stasera in Ferrara. Fa' una cosa: tu verrai a bell'agio; procurami intanto una cavalcatura fresca, chè io m'ingegnerò di mandare a compimento il mio desiderio.» E come disse fece: perchè così sollecito e prima del Bati intendesse arrivare a Ferrara non è ben chiaro, tuttavia si comprende che egli precorresse il famiglio per conferire co' riformati di Ferrara fuori della presenza, anzi senza la saputa di lui; imperciocchè bisognasse camminare guardinghi, non già perchè allora i professanti le dottrine luterane corressero pericolo in Ferrara o ne corressero troppo, ma sì perchè veruno pigliasse sospetto del fatto loro. Di vero Bati, che la notte precedente aveva pernottato in San Piero a Casale, quando la mattina di Pasqua giunto in Ferrara se recò a cercare Francesco nella casa del cognato di lui Giovambattista Lamberti, trovò che si n'erano iti a messa, dov'egli pure andando, ritrovollo in chiesa: di ritorno a casa assai lietamente desinarono, insieme trattenendosi in ragionamenti di negozi, massime sete; però il Bati tenne per fermo che fra due giorni, al più tre, arieno insieme ripreso il cammino verso casa; e s'ingannava, che Francesco, mentr'egli stava per mettersi in letto, nel dargli la buona notte, alzato il dito così gli favellò: «Bati, prima che sia giorno procura di trovarti in piè e di andare per una carretta la quale ci conduca con meno disagio e con più prestezza che sia possibile a Francolino. — A Francolino? disse Bati, e che andremo noi a pescare fino costassù? — Ci si lavorano sete, e ti so dire delle buone; il mio cognato non può allontanarsi dal fondaco; e siccome facciamo a mezzo, vado per lui a vedere se ci sia verso d'incettare i bozzoli.»
E via a Francolino: arrivano, smontano allo albergo, dove Francesco lascia Bati e se ne va fuori in traccia, com'ei diceva, di setaioli e marruffini; nè stette molto che, tornato a casa tutto cruccioso, imprecava la sua mala ventura, la quale non gli faceva trovare le persone desiderate da lui, come quelle che si erano condotte al mercato di Venezia, conchiudendo così: «Ormai che mi trovo dentro, non mi fie grave di spingermi fin là al ballo; che ne di' Bati? Già come si va a Roma per Ravenna, così si può arrivare a Lucca per Venezia; andiamo pure.»
Montati in barca, vogando di lena il martedì dopo Pasqua scesero a Chioggia, dove Francesco, senza perdere tempo, noleggiata una gondola, saltò in quella ordinando: «A Venezia, e di voga arrancata, chè non mancherà la mancia.» E a Bati che del pari stava per buttarsi giù disse: «No, tu statti e vientene a bell'agio su qualche barca di pescatori. — Ma dove vi troverò io? — Va franco, io farò in modo di trovare te; non dubitare.» E sì dicendo si partì da lui. Adoperando in questa guisa parmi manifesto che il Burlamacchi studiasse di tenere celate le sue pratiche al famiglio, onde non mettere, in caso di sinistro, a repentaglio tanti Lucchesi co' quali aveva a conferire, per avventura noti al Bati; ed in fatti, quando le cose volsero al peggio, egli non ressa alla paura della corda, però, interrogato appena, svesciava quanto aveva in corpo forse con qualche giunterella di suo, sicchè ne andavano a cagione delle sue accuse per le rotte, oltre a Bastiano Carletti, Giuliano Marescalco e ser Nicolò Vanni; degli altri non seppe indicare il nome, nonostante, avvertendo essere di quelli che, sotto colore di pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, si era spinto fino a Venezia. Bati narra che egli arrivò a Venezia il giorno dopo su le diciannove ore, non sapendo a qual santo votarsi, quando di un tratto gli fu addosso Francesco alle colonne di San Marco dicendogli: «Qui ti aspettava.» Ordinatogli poi gli tenesse dietro, fecero ricapito nella casa del gondoliero che aveva menato Francesco, e quivi ebbero buona stanza, buon letto e meglio cena. Che tramestasse durante il giorno il suo padrone, il Bati non seppe dire, e la notte nè manco; solo ricordava che la notte precedente al dì della loro partenza, dopo avere cenato in casa all'ospite insieme a Bastiano Carletti, questi uscì fuori e passato qualche tratto di tempo tornò dicendo a Francesco che potevano andare; per la quale cosa se ne partirono, però innanzi di passare la soglia Francesco voltatosi addietro lo avvertiva: «Rimanti qui ad aspettarmi, chè tanto fuori di te non ci sarà bisogno.» Rimasto solo, egli si addormentò appoggiando il capo sopra la tavola su la quale aveva cenato: verso mezzanotte gli ruppero il sonno dalla testa due uomini che entrarono nella stanza, uno dei quali teneva un lume in mano; lo riconobbe tosto pel Carletti; l'altro era Francesco, che torbo in sembiante gli disse: «Tu hai fatto un sonno; or va a finirlo a letto.» E Bastiano, messo in casa Francesco, si partì da lui senz'altre parole che con un buona notte.
Noi sappiamo per filo e per segno ciò che il Burlamacchi in cotesta notte disse e fece, non a modo dei tragedi e dei novellieri, bensì di certa scienza, ricavandolo nella massima parte dai suoi interrogatorii.
Francesco Burlamacchi e il priore Lione Strozzi in luogo appartato incontraronsi per concertarsi sul modo di mandare a compimento il disegno dal primo proposto al secondo. Era il Burlamacchi di membra ottimamente formato, ma scarso anzichè no, tuttavolta destro e pazientissimo alla fatica; sbarbato, rasi i capelli, nelle vesti semplice; arguto nel volto, arguto nel dire, parlava lento, preciso come uomo che dimostri un teorema di matematica; l'altro all'opposto, di lato petto e di potenti spalle, barbuto e chiomato; nella faccia, pel collo e per le mani di quel colore di rame che il sole ardente e l'esalazioni saline partecipano ai marinari; breve il dire e concitato come uomo assueto al comando; facile alla ira, gagliardo sì ma soverchio nelle manifestazioni della sua gagliardia: insomma il primo dava più che non prometteva, alla rovescia il secondo; perchè quanto si sparnazza nella esagerazione si sottrae alla sostanza delle cose.