Pertanto il Burlamacchi gli espose il suo concetto essere liberare la Italia da' suoi trenta tiranni e dal tiranno peggiore di tutti gli altri posti in mazzo, il papa; non mica in odio al cattolicesimo da lui aborrito, ma che per ciò non intendeva perseguitare, vincendosi la coscienza degli uomini per via di persuasione, non già con la soperchieria. In lui agitarsi unico il senso di carità patria; mentre due erano certo i furori che spingevano l'animo del prode priore, amor di patria e il grido del sangue paterno tuttavia invendicato. Sopra una cosa però bisognava andar chiari, la quale consisteva in questo, che egli non avrebbe dato nè ricevuto aiuto per istituire una monarchia; l'Italia nata per le repubbliche, vuoi democratiche, vuoi oligarchiche o vuoi aristocratiche, difettose tutte, non però quanto la monarchia, e quelle per vizio di uomini piuttostochè per vizio d'instituto, questa per vizio d'instituto anzichè di uomo, essendo cosa veramente lesiva alla dignità della cittadinanza consegnare cuore e cervello in mano ad una dinastia di padre in figlio per omnia sæcula sæculorum amen, nel concetto che se uno è buono, l'altro a prova sarà trovato meglio: chè se la monarchia vorrai ridurre a temperata, ella si assottiglierà a giungere per via di corruzione là dove trova ostacolo per arrivare con la violenza, ed è peggio perchè questa ti cresce l'odio e coll'odio ti mantiene la facoltà di possibile vendetta, mentre quella ti castra come un pecoro, che lecca la mano a cui gli taglia la gola; onde delle due tirannidi, cioè la netta e l'annacquata, la rigida e la mansueta, scegli quella tutta di un pezzo; imperciocchè nelle tirannidi violenta, spento il tiranno, le più volte ti rivendichi in libertà, nelle astute, se ammazzi il tiranno, sopravvive la servitù. Repugnare poi alla composizione di una sola e grande repubblica in Italia come quella che, divisa e durata per secoli con istituti, voglie, intenti, commerci, in fine con tutto quanto forma la trama del vivere civile se non contrario, almeno diversissimo, non si sarebbe potuto ordinare in modo uniforme: secondo lui, avrebbe dovuto costituirsi in federazione di repubbliche, debole stato in vero, di faccia ai potentissimi che si erano formati o stavano per formarsi a canto alla Italia, dove non si fosse rinvenuto un ordine di governo il quale, lasciando alle singole repubbliche facoltà e modo di reggersi liberissime su certi conti, per altri poi le stringesse in vincolo siffattamente poderoso che dentro paressero molte e fuori una sola; nè lo ingegno italiano comparire fin lì impoverito tanto da non sapere immaginare di simili arti di stato. — Lione, ch'era prete, anzi frate, dacchè l'ordine dei cavalieri di Rodi, al quale egli come priore di Capua apparteneva, si considerasse monastico, rispose che quanto a papa ei se ne curava come della prima palla che gli passò vicino al naso; lo lasciasse con ambedue le potestà spirituale e temporale, ovvero gliele togliesse, a lui non premere nulla: rispetto al governo da darsi all'Italia pensava non dipendere da loro, nè per ora potere presagire come sarebbero rimaste le faccende e lo stato degli animi adatti a sostenere un reggimento piuttostochè un altro: sembrargli strana la fantasia di taluni che si professano sviscerati della libertà e poi anticipatamente fermano tra loro la forma di governo che intendono impartire al popolo; e non capiscono che libertà costretta e tirannide sopportata arieggiano così che paiono sorelle nate ad un parto: quanto a lui però repubblica o monarchia, una sola repubblica ovvero parecchie non premergli affatto; questo altro poi importargli, vendicare il sangue del padre e costituire l'Italia in istato da sostenere l'urto di Francia e di Lamagna: avrebbe inteso volentieri come questo si potesse conseguire e qual parte ci avesse egli a pigliare.
Allora Francesco Burlamacchi peculiarmente gli favellò dello stato non pure d'Italia, bensì della Europa con assai più di acconciatezza che io non abbia saputo fare in questo libro, di che assai si maravigliò il priore, conoscendo a prova quale e quanta fosse la sagacia di lui; e poichè, concordando nei generali su quello che gli era andato esponendo, desiderò conoscere nei particolari il modo di ridurre in atto il disegno, quegli rispose: — «Anco qui l'obietto è doppio, in casa e fuori; in casa penso io ad appiccare fuoco alla girandola, fuori dovete pensare voi prima, ed un poco io. Il modo di riuscire in casa, uditelo, è questo: voi avete a sapere come io sia Commissario delle Ordinanze delle battaglie di Montagna; quantunque io abbia dalla primissima età esercitato in patria con diligenza ed amore parecchie magistrature, altra mira io non ebbi eccetto quella d'impadronirmi di cotesto arnese; nè mi fu avversa la fortuna, chè Giovambattista Boccella anziano e comandante generale, avendomi messo fede, tolse sopra di sè di farne la proposta in consiglio e spuntarla, come di vero accadde. Creato commissario, mi applicai con tutti i nervi a prevalere su gli altri e mercè di non piccolo sforzo ne venni a capo, imperciocchè a loro preme buscare la paga e scansare la fatica; però io governo a mio talento a un bel circa sei mila soldati, buona e cappata gente; a Borgo a Mozzano ne stanziano 1400; al ponte a Moriano 200, altrettanti a Colle e al Ponte di San Pietro; altre altrove. Ora Lucca nella massima parte è disposta a seguirmi; all'altra parte non manca volontà ma coraggio; ma forse anco la prima, se non riesco, mi si volterà contro: le sono cose note, la fortuna lega e scioglie. Amici fidati si accontano meco per tutta Italia, precipuamente a Pescia, Pistoia, Prato, Barga e Pisa: nè mancano a Firenze: i fuorusciti Sanesi non hanno mestieri eccitamenti, pure io mi studio a fare sì che non assonnino, tenendoli sempre agitati fra la speranza e il timore; taccio di Perugia, di Bologna e, che più? di Roma. Il mio disegno semplicissimo è questo: sul finire di aprile o sul principio di maggio, e così mentre il malcontento dei popoli dura a cagione della carestia del grano, la quale non può essere anco lenita dalla nuova raccolta, sotto pretesto di rassegna mi riconsiglio radunare tutte le ordinanze sul prato grande che giace fra le mura di Lucca e Sant'Anna, pigliarne il comando e indirizzarlo dove io intendo.....» Qui lo interruppe Lione dicendo: «Ma, se non erro, i commissari di queste ordinanze sono parecchi: o come potrete voi comandarle tutte?»
«Veramente sono tre, ed havvi eziandio il comandante maggiore Boccella ch'io vi ho detto: ma ciò non rileva; già vi affermai ed ora vi ripeto che gli altri commissari assai deferiscono a me, pure ciò metto da parte; io procurerò che le ordinanze tardino a venire, sicchè la rassegna non si faccia che la sera verso il calare del sole; poi tanto le tratterrò sul prato che, venuta l'ora del chiudere le porte, gli altri commissari, smaniosi di tornarsene a casa per cavare la moglie di pena, se ne vadano pei fatti loro e mi lascino solo.»
«Bene sta, soggiunse Lione; ma come vi ripromettete che vi seguitino le ordinanze? Le poneste a parte del disegno, ovvero lo ignorano?»
«Ignari tutti, e non vi ha alcuno che non lo sappia; conosco gli animi e le voglie loro, essi i miei, senza parlare c'intendemmo; taluno poi dei caporali saprà quanto occorre a suo tempo: per ora giova che sia così. Ad ogni modo, scesa la notte, io darò loro ad intendere, ed essi ci crederanno o fingeranno crederci, di condurli alla mia villa di Santa Maria in Colle, ma intanto che saremo in cammino mi farò arrivare un cavallaro della Signoria apportatore di lettere che comandino ai commissari andarsene subito subito con tutte le milizie a guardare i confini a cagione di minacciate scorrerie dei soldati del duca Cosimo dal lato di Pisa: a questo modo confido condurre la gente senza intoppo di sorte sul monte San Giuliano, al tutto sprovvisto di presidio; potrei passare anco da Ripafratta, anch'ella indifesa; tuttavia qualche soldato a guardia ci hanno pure messo, ed io intendo arrivare a Pisa inaspettato: nondimanco avrei eziandio provveduto che il colonnello di Camaiore con la sua ordinanza si aprossimasse al monte Quiesa, e quinci costà a monte prendesse la via di Pisa per farci la massa della gente onde volgermi grosso a Firenze quanto più mi verrebbe fatto.»
«A Pisa voi non potrete giungere che a notte avanzata: come farete a penetrarvi? forse come Arato vi provvederete di scale?»
«Non ce ne ha mestieri, avendo io notato come a Pisa non si costumi a modo di Lucca, voglio dire che le chiavi delle porte si consegnino tutte le sere alla Signoria, e fino alla mattina a giorno non si aprono: costà si lasciano le chiavi in mano ai gabellieri, i quali, quando arriva qualche gentiluomo in posta e chiede essere intromesso, gli aprono senza difficoltà. A voi, uomo uso agli sbaragli, mi passo dire il restante; i gabellieri non resistono, andiamo oltre; si oppongono, disperdonsi; scorrendo la città si chiama il popolo col vetusto grido che fece e confido farà palpitare Pisa come se fosse tutta di carne ed avesse un cuore: — Popolo, popolo e libertà! — Non sorgerà inaspettato, io ve lo giuro, nè desterà verun Pisano dal sonno, chè tutti lo attenderanno a gloria....
« — E la cittadella?
« — Alla cittadella, rispose il Burlamacchi abbassando la voce, adesso[21] è preposto Vicenzio del Poggio di nazione lucchese e mio devoto; dove mai ne fosse rimosso, poco preme, scarsissimo è il presidio, e il nostro moto deve subito dilatarsi a mo' di polvere cacciata dal vento pei campi aperti; lasciativi in questo caso un trecento soldati dattorno, con gli altri mi avaccerò per Firenze, dove spero entrare senza colpo ferire perchè il duca preso alla sprovvista si troverà povero di partiti, la gente levata a smania di libertà, il tiranno traballante in casa, fuori minacciato di essere chiuso dal contado in arme, i nemici sul collo e armati di ferro e di furore, gli amici lontani; se mai gli metteremo le mani addosso....
« — Lo consegnerete a me....?