« — Più presto che faremo, e più avremo venture a pro' nostro. Vi toccai della diffalta dei grani, la quale, oltre al malcontento che genera nei popoli, impedisce si approvvisionino le piazze; e poi corriamo un'altro pericolo, ed è che siccome i cittadini si succedono nella nostra repubblica agli uffici con vicenda brevissima, così io posso sortire anziano per due mesi ed allora cesso di esercitare durante cotesto tempo il commessariato delle milizie, chè i due carichi vietasi cumulare; ancora, senza presumere soverchio di me, potrebbe accadere che mi eleggessero gonfaloniere, chè allora lo stroppio si faria maggiore, avvegnachè al supremo magistrato non sia concesso finchè dura in carica uscire di palazzo: non vi assicuro che ciò non avvenga, ma questo allora non accade senza pericolo e sempre con difficoltà grandissima. Degli altri pericoli non tocco: quanto a me ormai ho messo a repentaglio la vita, ma voi prudente conoscete quanto sia funesto protrarre di simile ragione imprese: a maggio fioriscono le rose, a maggio torni a germogliare la libertà della patria.»

A Lione parve, e veramente era, troppo breve il tempo, conciossiachè fosse di mestieri apparecchiare i danari, che si prevedeva non dovere essere pochi, avendosi, oltre quelli domandati dal Burlamacchi, a provvedere per le galee del priore, per le bande che avrebbe messo insieme, per le armi, per le munizioni e per le altre necessità tutte che si tirano dietro faccende di tal sorte. Non potere egli fratello cadetto imbarcare casa sua in ventura tanto zarosa, senza prima farne motto a Piero, il quale per essere maggiore, e per altri rispetti bisognava consultare.

Più che tutto poi gli faceva forza il pensiero che adesso non si verificasse il dettato che il pericolo sta nello indugio; perchè ormai l'elettore di Sassonia essendo vicino ad ingaggiare battaglia con Carlo imperatore, per quanto era dato supporre, lo avrebbe vinto, conducendo egli, secondochè porgeva la fama, niente meno che ottantamila fanti e diecimila cavalli: se questo presagio si avverava, a parere suo si sarebbe di molto agevolata la impresa e vinta quasi a man salva. Al contrario il Burlamacchi osservava: «Io per me credo all'opposto, e, se non vi tedia, vi chiarisco in breve delle ragioni della mia sentenza: delle due cose l'una, o lo imperatore vince, ovvero perde: se vince, di siffatto negozio non è più a parlarne; neppure se perde, non per questo andrà in pezzi lo impero e molto meno casa d'Austria; subentrerà alla guerra grossa la guerra varia, moltiplice, minuta, nella quale i soldati italiani, massime ausiliari, non saranno adatti nè desiderati; però i superstiti torneranno in Italia, dove, comechè stremati, pure si troveranno bastanti a presidiare le città che adesso ne sono sprovviste; onde a noi la impresa riuscirà più difficile e certo non senza molto sangue, che adesso si potrebbe risparmiare.»

Lione se rimanesse o no persuaso ignoriamo, questo altro sappiamo, ch'egli confermò lì su due piedi mancargli denari e le altre provvisioni di cui già aveva toccato: il Burlamacchi tornasse a Lucca a studiare il buono esito del movimento; dall'altra parte egli Lione non si sarebbe rimasto di affaticarsi notte e giorno perchè ogni cosa andasse presto e bene. Su questo lasciaronsi dopo reiterate salutazioni ed augurii buoni. Lione rimase maravigliato della virtù e della sagacia dell'uomo, dicendo poi che ad emulare ed anco vincere gli antichi personaggi a lui non era mancato che la fortuna. Tornato a Lucca senza dare ombra della sua andata a Venezia, con la consueta cautela gli antichi amici confermò, altri si mise intorno a cercarne, non solo in Lucca, bensì fuori nelle città toscane, massime a Firenze; se non che, mentre si affatica nel suo intento, ecco la fortuna tirare lui repugnante in su per farlo cascare di più alto; quello che presagiva avvenne; pel luglio e per lo agosto del 1546 fu tratto dei Signori e indi a breve, morto prima di entrare in ufficio Baldassare Montecatino, con universale soddisfazione lo elessero gonfaloniere: pareva che questo ufficio dovesse agevolargli il disegno, ed invece fu causa della sua ruina; e in breve dirò il come. Intanto, considerando com'egli solo non potesse fare e che chi ha tempo non aspetti tempo, con lettere e con messaggi serpentava Lione a Venezia a battere il ferro caldo: non essere mestieri tanti ammanimenti, chè il danno dello indugio non compensava il vantaggio delle forze maggiori, le quali si avrieno potuto raccogliere; e perchè qualcheduno gli stesse d'intorno a non lasciarlo assonnare, ci mandò Cesare Benedino dandogli una cambiale tratta sopra Lione di scudi centocinquanta, che gli venne senza eccezione debitamente estinta: al suo ritorno interrogato che cosa fosse ito a fare a Venezia e perchè tanto ci si fosse trattenuto, rispose essere andato per provviste di tinte, di cui è copia in cotesto mercato per venirci da tutte le parti di levante. Però anche questi nuovi eccitamenti non approdarono a nulla, dacchè il priore, o per volontà propria o per commissione altrui, girava nel manico, ponendo innanzi per procrastinare ora questo ed ora quell'altro pretesto.

CAPITOLO VII.

Le passioni umane di che ragione sieno. — Chi fosse Andrea Pessini, e suo carattere morale. — Cagione per la quale il Pessini si consiglia di nocere al Burlamacchi. — Imprudenza del Benedino, che in lui si confida; il Pessino cavalca a Firenze; tradisce patria ed amico rivelando tutta la congiura al duca Cosimo, che ha paura e dissimula. — Tristizia dei tempi, ai quali possono solo paragonarsi i nostri. — Se possa, essere vero che il Pessino confessasse al Benedino il suo tradimento; com'è verosimile se ne accorgesse il tradito; il Benedino ne porge notizia al Burlamacchi; quali le parole e le deliberazioni di lui; è statuita la fuga e il modo per eseguirla. — Scrive lettera alla Signoria con la quale purga da ogni complicità amici e parenti; se solo accusa: generosità adoperata verso l'Umidi sanese, e codardia del medesimo. — I magnanimi sensi del Burlamacchi derisi dai bracchi del principato. — L'Umidi svela la congiura a Bonaventura Barili cancelliere della Signoria. — Provvisioni del Burlamacchi per accertare la fuga, ed ordini che dà a Baccio donzello. — Il Burlamacchi tarda a presentarsi alla porta San Pietro, e discorsi che ne hanno fra loro Baccio e il Benedino. — Preteso imbroglio dei preposti alla custodia delle porte se verosimile. — Francesco esce di palazzo a sera, aspetta nel cortile il cugino Garzoni, che venuto esce con esso; racconto del Burlamacchi inverosimile, ma fatto a posta per salvare il cugino Garzoni: come si può supporre che accadesse il caso. — Il Burlamacchi, trovando impedita alla fuga la via, torna indietro; va a casa sua; consulta di parenti, che lo consigliano rientrare in palazzo. — La Signoria manda per esso, ed egli va: terrore e viltà dei Signori non intesi della congiura, smanie paurose dei complici; tutte si appuntano a danno del Burlamacchi. — Magnanimità di questo, che dichiarava ignari tutti della sua trama, egli solo colpevole; dopo molte ambagi gli anziani lo fanno condurre alle sue stanze e guardarlo a vista; distrugge carte e ogni altro testimonio della sua impresa. — Consulta del consiglio, dove si propone sostenere prigione il Burlamacchi: esquisite cautele che si adoperano perchè non fugga e non si ammazzi. — Giusti timori degli anziani esposti; mandansi oratori ai diversi principi ed al concilio di Trento; a Cosimo spediscono il più astuto dei cancellieri. — Raccomandazione ai cittadini lucchesi stanziati in paesi stranieri di difendere dalle accuse la Repubblica. — Colloquio fra il cancelliere lucchese e il duca Cosimo; la batte tra pirata e corsaro: non si conchiude nulla. — Il duca per isgarrarla invia alla Repubblica oratore messere Agnolo Niccolini, e si conchiude anco meno.

Le passioni sembra che nel nostro cuore nascano gemelle; o se pure sola ci comparisce una passione, tosto ella da per sè si feconda e ne genera altre: questo dicasi così delle buone come delle ree finchè l'uomo non riesca conformato pienamente secondo la propria natura. Altrove affermai come in gioventù sia più cosa la libidine, nella vecchiezza l'avarizia; ma e l'una e l'altra si ammogliano ad altre parecchie. Però sovente crede chi osserva alla grossa che sia accaduto nelle passioni un tramutamento, e non è; rimangono invece quali erano, e o si applicano diversamente, ovvero, non essendo state considerate oltre la scorza, ora paiono diverse.

Questo accadde al povero Cesare Benedino, il quale aveva preso dimestichezza con certo Andrea Pessini e, reputandolo buono non meno che bravo, lo amava per traverso la vita. Andrea, frequentando la gente manesca, aveva una tal quale prestanza acquistata, ma più di lingua che di mano; pure anco di mano: compagnone oltre il dovere; a passatempi e a stravizzi immancabile; era più facile a Lucca trovare una osteria senza la immagine del Volto Santo che senza il Pessini, giocatore e perditore disperato; prodigo del suo, contro la ordinaria indole dei Lucchesi, non liberale, onde in un punto stesso o con intervallo breve lo provavano taccagno e sciupone; ma fra la gente pari sua godeva fama di generoso, imperciocchè in compagnia la vanità vinceva la sordidezza, se si giudicava inosservato, allora la sordidezza pigliava il sopravvento alla vanità; siccome poi ogni giorno più la sua sostanza si riduceva al verde, l'agonia della imminente inopia gli andava scanicando lo intonaco di onestà, e più ampie nella bruttezza si palesavano le turpitudini dell'anima sua. Forse se Cesare avesse potuto stargli del continuo allato, si sarebbe accorto di cotesta trasformazione; ma essendosi egli assai travagliato in continui viaggi, poco ci aveva avuto usanza negli ultimi tempi; però quando prima lo vide, malgrado gli ammonimenti gravissimi di non aprirsi se non a persone di fede provata, riputando ch'ei fosse proprio il caso, gli confidò il disegno del Burlamacchi, sicuro di averlo compagno alla impresa. Il Pessini senza farsi pregare ci entrò dentro fino al manico per la ragione che i garbugli approdano ai malestanti, e presentendo quasi per istinto che un qualche brindello gliene sarebbe rimasto in mano; da una parte e dall'altra raccomandazioni e promesse e sacramenti di prudenza e di audacia, di segretezza e di solerzia per procacciare congiurati alla impresa: cose tutte che stanno insieme come l'acqua col fuoco, ma che paiono agevolissime a conseguirsi dalle menti esaltate.

Ora, mentre Andrea ustolava per mancanza di danaro, avvenne un caso mercè del quale sperò rimpannucciarsi e andare avanti aspettando il meglio. Era rimasta orfana in età pupillare Giulia figliuola di Bastiano Giustiniani di Rôcca Tagliata sua nipote, assai bene provveduta di sostanza; ond'egli, senza frapporre tempo, andato a torsela, se la recò a casa non si dando pensiero se lo potesse o no fare e se alla giovane garbasse ovvero repugnasse starsi con lui. Gli è più che verosimile, anzi l'ho per certo, che se la fanciulla fosse stata ignuda di ogni ben di Dio, i parenti sarieno rimasti coll'acqua in bocca, e gli zii paterni o avrebbero finto non ricordarsene od anco giurato di non essere parenti; ma l'interesse riscalda il sangue, onde saltò su un Agnello Pessini come più prossimo congiunto a pretendere la tutela per sè. Non mi è chiaro del perchè questa causa fosse sottomessa alla decisione del Burlamacchi; forse in Lucca il magistrato supremo, ch'era il gonfaloniere, come in Inghilterra nei tempi antichi il re, esercitava giurisdizione sopra la persona e i beni dei pupilli: fatto stà che il Burlamacchi, pigliata cognizione della faccenda, sentenziò non Andrea, bensì Agnello avesse ad essere tutore dell'orfana e per sequela amministratore della sostanza di lei, ad Agnello e non ad Andrea spettasse il diritto di custodirne la persona e nella propria casa ricoverarla. — La sentenza era giusta, ma la giustizia o la ingiustizia delle decisioni non importa ai litiganti, i quali non badano ad altro che al danno o al lucro: e il danno tanto più mordeva doloroso Andrea quanto maggiore il fuoco della miseria gli scottava i piedi; e poi per mente accecata qual'era quella di costui c'incastrava benissimo il sospetto che Francesco Burlamacchi gli avesse fatto torto, conciossiachè Agnello gli fosse per parentela congiunto e la sua casa in qualità di avvocato difendesse. Pertanto mossero Andrea Pessino a vendicarsi del Burlamacchi la persuasione di patita ingiuria, la miseria venuta in fondo e la cupidità di rifiorire in auge, sicchè, come vedete, di cause ce n'erano anco troppe: poteva avvertire al danno ch'egli apportava alla patria, ma il Pessini e chi gli rassomiglia non conoscono la patria: anco doveva percotergli la mente la cara immagine dello amico, ma non ci pensò neppure. Calata la sera, se la svigna da Lucca e, tolto a nolo un cavallo, cavalca forte prima a Pisa, poi a Firenze, dove giunto la mattina per tempo senza pure scotersi la polvere da' panni, si presenta al palazzo del duca Cosimo chiedendo con ardente pressa volergli favellare per cosa di stato. Il duca, che, a mo' dei tiranni, massime dei nuovi come lui, dormiva nella guisa dei lepri, ordinò di subito s'intromettesse, ed il Pessini dopo essere stato frugato dal capo alle piante entrò nella stanza, dove a parte a parte espose la trama ordita dal potente ingegno del Burlamacchi; la quale udendo, il duca si turbò nel profondo, pure uso a contenersi fe' vista di dare in risa sgangherate sclamando di tratto in tratto: «Oh che pazzo! oh che grullo!» ma dentro tremava[22].

E pur fingendo di tenere la cosa per inveceria, si buttò giù da letto, e vestitosi in meno che non si dice un Credo, ragunò i suoi segretari, i capi dell'arme e i cittadini complici col principato per avvisare insieme intorno ai provvedimenti da pigliarsi in così momentoso accidente. Al Pessini fu intanto ordinato di non partirsi da Firenze, allogandogli stanza in apparenza onorata, in vero prigione; e così rimase finchè non fu chiarito il caso: allora il duca gli diede ufficio in corte e stipendio a bastanza largo. Cotesto pane d'infamia ed intriso di sangue avrebbe dovuto bruciargli le viscere; a lui non bruciò nulla: bevve e morì; questo il suo epitafio sopra la tomba: la fortuna in ciò gli fu cortese che lo spense quando rilassato non poteva più bere nè satisfare alle parti turpissime del corpo: la coscienza in lui non visse o, se pur visse, era morta prima di lui: che fosse fama non seppe mai, e se lo avesse saputo, non correvano tempi che avesse valore: preti e Spagnuoli e tiranni domestici; gara di titoli e di servitù; il valore ristretto nel braccio del sicario, chiesa e bordello, empio tutto, e più di tutto la religione; rei gli amori, rei gli affetti; in mezzo a questi elementi di vita civile a che pro la fama?