Taluno dei cronisti racconta come il Pessini, dopo consumato il tradimento a Firenze, tornasse a Lucca, dove, rimorso dalla coscienza, tirato da parte il Benedini, lo ammonisse di quello che aveva fatto raccomandandosi a mettersi in salvo. Ciò non sembra consentaneo al vero; imperciocchè il Pessini avrebbe dovuto repugnare da un lato a simil passo per tema di avere per risposta di un coltello nel cuore; e dall'altro il Benedini, uomo di arme e animoso, quantunque artefice adesso, era ben difficile che si tenesse le mani. La comune opinione apparisce più vera, la quale riporta che il Benedino, confidato appena il segreto al Pessini, questi prendesse a mostrarsi meno, ed anzi gli parve ch'ei lo scansasse; parlandogli della impresa lo trovava svogliato e più volte si mostrò con lui intimorito del male che potesse incoglierlo per non avere rivelato la congiura: per la quale cosa il Benedino, presolo in sospetto, incominciò a codiarlo, sicchè tosto venne a sapere com'ei si fosse allontanato da Lucca; di che egli concepì spavento grande, temendo, come pur troppo ei si apponeva, che ei fosse andato a porgerne avviso al duca di Firenze; e reputandosi come giudicato, tutto commosso si portò a trovare Francesco, a cui con molte lacrime, chiedendo perdono, aperse ogni particolare del caso. Francesco, a sua posta turbato, dopo essere stato alquanto sopra di sè, disse:
«Dal principio della congiura io giudicai che la fallita impresa aveva ad essere la mia tomba, ma ad uomo cristiano non lice darsi la morte; questo, che fu reputato eroico presso i gentili, condannano gli evangeli sacrosanti; e per altra parte aborrisco gli strazi a cui mi sottometteranno se mi pigliano; nè mi posso ripromettere che la natura non ceda alla gran forza dei tormenti, donde verrebbe a me infamia, altrui danno: arrogi che veruno crederà, se io non lo affermi apertamente, la mia patria innocentissima della congiura, onde questo mal falco di Cosimo ne caverà argomento di calunniarla presso l'imperatore che il papa e tante ne dirà e tante ne inventerà che non si rimarrà contento finchè non l'abbia ridotta in servitù, scopo supremo che con tutti i nervi prosegue. Or dunque facciamo il viso dell'arme alla fortuna avversa. Tu sai, o Cesare, come io di palazzo non possa uscire, chè a me gonfaloniere lo vietano le leggi, e la notte stieno chiuse le porte della città: però non posso tentare di salvarmi con frutto, eccettochè verso l'un'ora notte e così alquanto prima che tirino i chiavistelli e portino la chiave in palazzo: per la quale cosa tu fa di trovarti a cavallo, con altro cavallo a vuoto per me; procura che sieno buoni corridori ed abbiano balía per durare; e con lo aiuto di Dio ci salveremo. La porta donde mi consiglio uscire fie quella di S. Pietro; verrò imbalacuccato; e per segno, affinchè tu possa riconoscermi, porterò o panno o piuma bianca al cappello. Or va' pei fatti tuoi e non ti peritare; il peggiore dei mali è la paura, che a' veri e non piccoli arroge i falsi sterminati.»
Rimasto solo, scrisse lunga e circostanziata lettera alla Signoria, nella quale, dopo narrata la impresa cui disegnava condurre a compimento, sè chiamò solo in colpa, veruno fin lì congiurato con lui, perchè, essendo lontano da eseguirla, si era guardato da confidarsi a persone che per tristizia o per levità di animo avessero potuto tradirlo: e poichè sopra gli altri egli praticava coi fuoriusciti sanesi, allettato dai piacevoli loro costumi e dalla dolce favella, così gli correva l'obbligo, per isgravio di coscienza, dichiarare come a veruno di essi avesse scoperto il concepito disegno: non recassero loro molestia, chè sarebbe stata, facendolo, pretta perversità. Non istessero a sbracciarsi in indagini a danno dei cittadini, i quali egli intendeva cogliere alla sprovvista e strascinarli seco con la forza, il terrore e la maraviglia. — Tutto ciò esponeva con efficacissime parole ed affermava con solennissime proteste. Dopo questo, chiamato a sè Giovambattista Umidi, che, come dicemmo, per anni e per esperienza aveva credito capitale presso i fuoriusciti sanesi, gli confida il caso in cui ei si versava e poi lo conforta a starsi di buono animo, avendo procurato di scolpare lui ed i compagni suoi da ogni addebito: a questo fine gli fece leggere la lettera che lasciava per la Signoria; ed aggiunse consigli e norme in virtù dei quali egli ed i compagni suoi potessero tirarsene fuori senza un pericolo al mondo.
Insomma l'egregio uomo fu visto affaticarsi smanioso perchè quanti si accontarono con lui andassero immuni da ingiuria, sopprimendo ogni traccia di congiura ed ogni indizio a carico dei cittadini: certo intese a salvarsi, però con questa ragione, che, dove mai la fortuna lo tradisse, il capo suo pagasse per tutti; onde il Cini nella vita di Cosimo dei Medici, nel raccontare questo caso, oltraggia Francesco perchè, «così scioccamente tardando e pensando a salvare più i Sanesi che sè stesso, sè miseramente perdeva.» Bene stà, chè al servo del tiranno le opere generose dell'uomo libero, quando non paiono delitti, sono errori. L'Umidi, imbelle per indole, abbiosciato per la età, alla ingrata notizia batte i denti; per amore di pochi giorni di vita, ecco perde le cause del vivere e la fama; della mente cieco, tremando per tutte le membra, si parte dal gonfaloniere e vassi difilato da Bonaventura Barile cancelliere della Signoria e gli spiattella ogni cosa, sè con le lacrime agli occhi affermando innocentissimo di ogni trama. Che mai questa viltà partorisse or ora vedremo.
Approssimandosi al tramonto il giorno 26 agosto 1546, il Burlamacchi, chiamato a sè Baccio Pierini, donzello preposto a custodire le chiavi delle porte nella camera allato a quella dove dorme il gonfaloniere, così gli disse: «Da' retta, Baccio, a quanto sono per dirti e bada di non fallire; quando stasera sarai per serrare la porta di San Pietro, fa di traccheggiarti alquanto più dell'ordinario, e quando vedrai appressarsi per passare un uomo, turato non gl'impedire la uscita, anzi anco al commissario della porta ordinerai da parte mia che lo lasci andare oltre liberamente, imperciocchè si mandi fuora da noi per cose che importano a noi ed ai segretarii nè manco tu e il commissario curatevi conoscerlo, che tale è la volontà nostra: hai capito? — Messere, sì, e sarà fatto.»
E Baccio veramente da fedele servitore adempì quanto gli era stato comandato: andò di passo nell'ora assegnata alla porta, si trattenne a ragionare col commissario della buona raccolta primaticcia, su le speranze della serotina, e co' discorsi menava il can per l'aia; all'ultimo affacciatosi alla porta, vide Cesare Benedini incavallato con un altro cavallo a mano con le staffe incrociate su la sella; onde sospettando ch'egli stesse alla porta per aspettare l'uomo del gonfaloniere, gli disse aperto;
«O Cesare, state aspettando costì l'uomo che ha da mandare il gonfaloniere?» A cui il Benedino rispose: «Per lo appunto, ma si fa tardi, e lo aspettare mi tedia; pregovi in cortesia che inviate subito subito un targetto dal magnifico per sollecitarlo a spedire il messaggio, perchè qui a lungo con la porta aperta non possiamo aspettare.»
«Giusto, gli è quello che diceva ancora io; io farò come avvisate.»
Per la quale cosa, chiamato ad alta voce il targetto Gattaiola, gli ordinò andasse difilato al palazzo per dire al gonfaloniere che non mettesse tempo tra mezzo a spedire il suo uomo. Qui dicono taluni cronisti che il targetto prima di partirsi per fare la commissione avvertisse il commissario a non lasciare che persona alcuna uscisse fuora di città; non già che stesse in facultà sua dare siffatti comandamenti, ma così volle il destino o piuttosto la provvidenza per preservare dagli estremi mali la città; e si ravvisò inoltre il dito di Dio in questo altro accidente, e fu, che il targetto non solo diede l'ordine senza facoltà, ma lo diede alla rovescia; ed aggiungono ancora che così pure intendesse Baccio; in siffatta guisa la raccontano parecchi cronisti, ma a me queste cose paiono novelle.
Fatto stà che il gonfaloniere uscì di palazzo alle ventiquattro ed un quarto, e sceso nel cortile, vi si fermò alquanto aspettando Ludovico di Garzone Garzoni suo cugino, a cui poche ore prima aveva dato la posta; e siccome costui indugiava, e ad esso premeva partirsi, gli mandò un targetto per sollecitarlo; indi a breve essendo comparso Ludovico, uscì insieme con lui dal cortile per la porta di dietro, la quale egli aveva ordinato tenessero aperta a suo libito: su la soglia egli licenziò i targetti che andavano seco, i quali costumavano accompagnarlo ogni volta notte tempo recavasi a casa sua.