Apporta inestimabile contentezza all'animo del lettore contristato da tanti esempi di odierna viltà la bella natura di Francesco, che, di nulla pensoso tranne della cara patria, a cui teme riuscire troppo molesto, si studia purgarla da ogni sospetto di connivenza con lui, sicchè in mezzo ai tormenti attesta: «solo di questo avere assicurato il priore di Capua, che, quando si fosse venuto al menar delle mani, la città di Lucca era necessitata favorire la impresa con armi e con denari, perchè non si saria potuta giustificare che senza il consenso suo si fosse mostro un tale accidente.»

Restituito in carcere, chiese ed ottenne dai padri facultà di scrivere; al quale scopo gli furono concessi due fogli, dove vergò due lettere una per Carlo V imperatore e l'altra pel gonfaloniere e gli anziani: della prima non occorre nei nostri archivi vestigio nè vi si può trovare, perchè fu lettera segreta e diretta allo imperatore: tuttavia ci è dato argomentare che cosa contenesse; imperciocchè, interrogato nel 3 settembre dagli esaminatori sul tenore della medesima, rispose che dove gli fosse riuscito il disegno di unire insieme la Toscana, egli si sarebbe condotto, ovvero avrebbe o mandato o scritto a S. M. lo imperatore per pregarlo di venire dalle parti di qua e vedere di mettere un po' a sesto le faccende della Chiesa, riformandola dai molti abusi che ci sono e riducendola ad uniformità di opinioni; il che poteva riuscirgli con levarle l'entrate lassandole godere a quelli che l'havevano adesso, e doppo la morte loro l'applicasse o al pubblico o a sovventione di poveri segondo che li fusse parso meglio, che questo harebbe contentato gli Alemanni e riduttoli alla obbedientia sua, li quali non desideravano altro. Et che lo harebbe essortato a pigliare la via di Roma e con lo aiuto di detti Alemanni e della Toschana a farsi imperatore di Roma, parendogli sia male si domandi imperatore dei Romani e che non li comandi; e che questo gli sarebbe facilmente riuscito con soprascritto aiuto e con avere lì vicino il reame di Napoli e della parte in Roma.

Di leggieri si comprende che coteste erano girandole per ingrazianirsi lo imperatore, e a noi sembra per lo manco strano che con essi si augurasse il Burlamacchi di agguindolarlo, molto più che quegli aveva voce o noce di essere maliziato più di volpe vecchia; ma anco delle volpi se ne piglia, e vedremo che cotesto partito inefficace affatto non fu; forse se altri casi non cospiravano a danno del Burlamacchi, aveva salva la vita[23]. Se però non ci fu dato rintracciare la lettera del Burlamacchi allo imperatore, che forse non sarebbe difficile rinvenire negli archivi di Vienna, miglior ventura ci toccò di quella mandata al gonfaloniere, la quale, come cosa di molta rarità, qui offro stampata al lettore:

«Molto magnifico signore gonfaloniere.

«Io ho desiderato havere modo di scrivere per la causa che VS. vederà, et questo è per potere scrivere una lettera a S. M., la quale ho scritto e sarà con questa, e il modo che avesse a tornare in benefitio grande di quella non l'haveo conferita a persona, ma me l'haveo serbata in me, pensando che, avendo effetto la impresa, tutto havesse a riuscire, nè mi è parso dirla alli signori giudici di Rota e altri cittadini; et quando la Signoria Vostra et i secretari la vorranno udire, non li dispiacerà. Et il mandare questa lettera a S. M. non mi pare che possi tornare in danno alla città, anzi utile, e mandarla per mezzo di Niccolò Burlamacchi, che potrà farci andare Gherardo in poste, e anco havesse questa spesa siando stato lui et Pietro causa che sin qui so che non mancherà di sopportarla, et anco parendo potrem mandarla per dui vie, uno per via ordinaria e l'altro per via di Svizzeri e di Agusta; che non potendo andare da S. M. quelli nostri amici di là non mancheran fare di ottenere chi vi andasse, e a SV. quanto posso mi raccomando, e come dissi a tutti con contento, ho che, havendovi tutti per amici e parenti alcuni, so che del mal mio ne havete tutti dispiacere quanto io. Et a Dio piaccia di tenere VS. in sua buona guardia.»

Di VS. Serv.
Francesco Burlamacchi.

In parte questa lettera corre senza sintassi; ma con lui che aveva le braccia slogate dalla tortura e temeva peggio non si vuole procedere troppo difficili. Questo a me, sembra che si palesi chiaro come il Burlamacchi, secondo la opinione di quanti Italiani ebbero fior di senno, pensò come la Italia non potesse avere salute mai dove il cattolicesimo dalla sovranità temporale non si sceverasse. Un'altra dichiarazione fece il Burlamacchi che certo si poteva risparmiare, conciossiachè non gli venisse affatto creduta, nè egli potè augurarsi che gliela credessero, ed è che, occupata la Toscana e messe le mani addosso, non avrebbero fatto punto male al duca Cosimo: al contrario, ridottolo in condizione cittadinesca, oltre lasciargli i beni propri, gli aríeno egli e gli Strozzi stanziato 20 / m S. di pensione, ponendo in sua balía lo stare o l'andare. Se fra gli Strozzi e i Medici, emuli antichi, debitori scambievolmente e creditori d'ingiurie, di sangue e di guasto negli averi, potessero correre le cose a quel modo lascio che giudichi chi legge. Per ultimo conchiusero col solito gloria: «Li signori essaminatori, per cognoscere meglio la verità, comandarno che detto costituto fosse legato alla corda, tormentato e in alto levato e quassato se a lor signori parrà. Et alzato da terra in alto per il cavaliere e suoi birri; domandato di nuovo, dixe non avere altro che dire, e havere detta tutta la verità. Et allora comandarno che fusse quassato, e di nuovo interrogato replicò come di sopra e non havere altro che dire. Et allora li prefati signori examinatori, vedendo la risposta, costantia e perseveratione del ditto costituto così senza tortura come con torture, comandorno esso costituto essere sciolto e riposto nelle ditte carceri con animo di continuare l'examine se a loro parrà conveniente e cosa consona alla ragione».

Ma Cosimo non si poteva dare pace di non avere il Burlamacchi nell'ugne; e tu lo vedi irrequieto a far fuoco nell'orcio perchè glielo consegnino, mentre aveva detto e ripetuto a squarciagola il Burlamacchi sciocco, folle; la sua potenza assodata così su le armi e nel cuore dei sudditi da non temere crollo di fortuna nè malevoglienza di uomini, adesso dalle sue stesse lettere ti chiarirai com'ei non credesse punto a quello che diceva, anzi sbertava i Lucchesi, i quali anfanavano per dare ad intendere il Burlamacchi uomo che avesse mandato a rimpedulare il cervello; «davvero, scrive Cosimo, quanto sia verosimile che il gonfaloniere è persona capricciosa et pazza, lo dimostra il luogo supremo che tenea di quella Signoria, l'officio di commissario della militia loro.» Dichiara come, mosso non tanto dallo studio del proprio interesse quanto per servizio di Sua Maestà, mandasse subito oratori a Lucca perchè gli consegnassero il Burlamacchi; alla quale inchiesta avere i Signori lucchesi opposto sempre pertinace rifiuto, come quelli (pensiamo noi) che debbono sapere che costui ha in corpo molto più di quello che loro hanno mandato fuora, e non vogliono si propali, maxime che dei compiici e fautori ce ne debbono essere assai della loro città et d'altronde, e forse persone d'importanza; per ciò si raccomanda che nel modo stesso che S. M. compiacque i Lucchesi del Fatinello ponendolo nelle costoro mani affinchè lo esaminassero e punissero, così lui Cosimo gratificasse del Burlamacchi per esaminarlo nelle sue mani perchè si sappia lo intero di questo trattato e per il suo e per il nostro interesse[24].

Per levarsi dattorno cotesto assillo, don Ferrante Gonzaga governatore di Milano, certamente per ordine di Carlo V, giudicò opportuno spedire persona esperta e fidata a rinnovare gli esami a Lucca con la speranza che tanto sarebbe bastato all'indole sospettosa del duca. A tale uopo mandò a Lucca un dottore Girolamo Belloni da Casale di Monferrato col titolo e il nome di commissario imperiale; trovo in qualche cronista rammentato come costui innanzi di recarsi a Lucca passasse per conferire con Cosimo da Firenze, e può darsi; certo egli è poi che, terminati gli esami, ritornò a Firenze, senza dubbio per darne al medesimo particolarmente ragguaglio: se altro fra loro rimanesse stabilito ignoriamo.

Pertanto il senatore Belloni ripigliava gli esami del Burlamacchi la sera del mercoledì 13 ottobre 1546, i quali, continuati nei giorni 14 e 18 del medesimo mese, furono chiusi nel dì successivo 19. — In questi esami egli confermò in sostanza le cose già confessate; altro non poter dire; dove bisogni, si chiama pronto a patire il martirio e tutto quanto al signor commissario parerà di ragione: però nella notte del diciotto ottobre egli non fu estratto di carcere, all'opposto il commissario andò nella prigione del palazzo di Lucca, dove stava custodito il Burlamacchi, ed ordinò che quivi adattassero il curlo. Qui interrogato se avesse detto la verità e se avesse cosa da aggiungere ovvero mutare, poichè ebbe alle diverse domande rispettivamente risposto sì o no, al commissario cesareo parve bene ch'ei fosse spogliato, legato ed alzato, onde con la prova della tortura confermasse ovvero smentisse lo esposto.