«E quale dunque? Parlate.»

«Per obbedienza al comandamento della Serenità Vostra io parlerò: penso, e, così dicendo, se non imbrocco, rasento il vero, che i miei Signori temano che voi per forza di tormenti facciate dire al Burlamacchi non quello ch'è vero, bensì quello che gioverebbe al vostro fine di disservire la Repubblica presso l'imperatore e il pontefice. Per altra parte a me fa difetto la commissione per negoziare simile faccenda: piacciavi, se così vi talenta, indirizzarvi alla Signoria.»

E Cosimo, che non si dava agevolmente per vinto, quindi a breve spedi suo oratore alla Repubblica messere Agnolo Niccolini, uomo sagace, devotissimo a lui, onde aguzzasse il suo ingegno per farglielo avere. Il panno mostrava troppo la corda, sicchè da un lato cresceva la tenacità a negarle alla stregua che dall'altro diventava più intensa la smania di volerlo. Parole molte, anzi infinite, scaltrimenti sottili e scherma da disgradarne i più scaltriti negoziatori, profferte e carezze, tutto riuscì invano: oltre alle ragioni già riferite, il Niccolini allegava come veruno meglio del duca fosse impegnato a scoprire proprio come la fosse ita la faccenda; e veruno essere provveduto meglio di lui degli arnesi adattati a questo. Lucca, luogo oltre ogni credere male acconcio a formare il processo; imperciocchè, messa da parte qualunque complicità dal lato dei concittadini e dei parenti del Burlamacchi, egli era naturale almeno che i congiunti, gli amici ed i clienti della sua casa e suoi di ogni pruno facessero siepe per arruffare le prove e sottrarlo al castigo: si lasciassero servire. Ma i Lucchesi, che non si volevano lasciare servire, volendosi salvare dall'ardente molestia, altro scampo non trovarono che dirgli: il fatto del Burlamacchi come attentatorio alla maestà dello impero doversi denunziare a cesare, il quale nel suo consiglio ordinerebbe quello che avessero a fare. — Cosimo sentì la botta; rise sottile, nè potendo pararla, risposo: «Giusto! Anco a lui pareva così: non si potevano i Signori riporre in migliori mani di quelle di cesare»; e volse raddoppiati i suoi conati in corte dello imperatore per avere il Burlamacchi, argomento per lui di terrore e arnese buono ad allargargli il principato.

CAPITOLO VIII.

Lucchesi, paurosi che il caso del Burlamacchi possa danneggiarli, fanno profferte vilissime a cesare. — Due volte mandansi oratori ai principi per tenerseli bene edificati. — Manoscritto originale del processo si conserva negli archivi di Lucca. — Quali le aderenze del Burlamacchi nelle città toscane. — Corrispondenze co' Sanesi quali. — Sua virtù a scolpare l'Umidi, che pure lo aveva tradito. — Confessa lui essere buono cattolico, e non ci si crede. — Testimonianze soppresse ed ora restituite. — E messo al tormento, altezza di animo dimostrata da lui in cotesto frangente. — Scrive allo imperatore ed al gonfaloniere di Lucca: della prima lettera non trovammo traccia; forse conservasi negli archivi di Vienna; pure se ne conosce il contenuto e si dichiara: si riporta la lettera del Burlamacchi al gonfaloniere. — Che cosa egli e gli Strozzi intendessero fare di Cosimo duca di Firenze. — Torturato da capo. — Smanie di Cosimo per avere nelle mani il Burlamacchi. — Lettera del duca Cosimo in corte allo imperatore per ottenere il suo intento. — Ferrante Gonzaga governatore di Milano manda un commissario imperiale per rinnovare gli esami del Burlamacchi. — Martoriato di capo: da sè spogliasi e si adatta alla corda. — Minacciato della prova del fuoco, da cui per pietà il commissario si rimane. — Terminato il processo, il commissario torna a Milano con due istanze contrarie: il duca voleva il Burlamacchi, e la Repubblica non glielo voleva dare. — Richiesto a Milano: squisite diligenze per custodirlo e perchè: si consegna con pubblico contratto: è messo in prigione onesta, ma dopo pochi giorni condannato a morte. — Tentativi degli amici e dei parenti del Burlamacchi per liberarlo. — Il Gonzaga dà buone parole; memoriali allo imperatore. — Andrea Doria raccomanda il Burlamacchi allo imperatore. — Per salvare Francesco, spendono in corte i parenti più di 36m. ff. — La moglie del Burlamacchi, la madre e l'amica di Cosimo pregano costui per la salvezza di Francesco, e risposta del duca. — Tentasi la fuga: disdetta onde non potè avere luogo: se vero o verosimile il caso. — Compagni di prigionia; chi fosse il marchese Giulio Cibo Malaspina. — Vengono per la tirannide le vendemmie di sangue: quali le cause che mossero cesare a incrudelire, e tra queste le principali. — Ultimi particolari della vita di Francesco Burlamacchi. — Sua sepoltura; potrebbero rinvenirsene le ossa. — Sebastiano Carletti si salva. — Fine miserabile di Cesare Benedino decapitato 14 anni dopo la congiura. — Commiato dello Autore.

Affannosi per paura, i Lucchesi mediante autorevoli oratori significavano a cesare avere incominciato gli esami del Burlamacchi; essere parso per maggiore solennità spediente aggiungere agli ordinari auditori di Rota diciotto cittadini dei primi non che il magistrato dei segretari; però, qualora egli temesse di parzialità per lo accusato, confessarsi paratissimi tutti a consegnarglielo, a patto però che in qualche città imperiale e da giudici suoi si esaminasse, ma in balía del duca Cosimo per cosa al mondo non si commettesse: ovvero, se meglio gli talentasse, ponesse un suo commissario a capo del tribunale di Lucca. Dagli oratori spediti ai principi non ricevendo confortanti novelle, spedirono altri personaggi di maggiore autorità presso i medesimi e presso altri stati per propiziarsene i principi; di questi ricorda il nome la Cronaca manoscritta di Nicola Tucci, ed io qui li scrivo: il dottore Cesare Nobili andò al duca di Ferrara, Vincenzo suo fratello alla città di Bologna; il dottore Bernardino dei Medici al duca di Mantova; presso il pontefice furono deputati tre, Vincenzo Parensi dottore, Francesco Cenami e il cardinale Guidiccioni vescovo di Lucca; presso i legati apostolici e gli ambasciatori dei principi concorsi al concilio di Trento il vescovo dei Nobili.

Intanto erano incominciati gli esami; questo processo si conserva a Lucca nello archivio di stato, e fu impresso nella monografia del Minutoli comechè con parecchie lacune: da questo ricaviamo come Francesco Burlamacchi, toccati gli evangeli, si obbligò con giuramento di confessare la verità senza mestieri torture; quello ch'ei disse nella massima parte fu da noi riferito nel precedente capitolo; non complici rivelò non compagni, eccetto il Benedino e il Carletto impossibile a celarsi; nel secondo interrogatorio, oltre Bastiano, denunciò Giovambattista Carletti; interrogato perchè nel suo primo esame lo avesse taciuto rispose: «Per dargli tempo a mettersi in salvo.» Incentivo alla impresa la continua lettura delle vite di Plutarco, massime dei quattro incliti capitani Timoleone, Pelopida, Dione ed Arato, i quali con pochissima gente avevano operato grandi cose: su questi pensieri essere rimasto sei mesi e forse un anno senza aprirsi con persona: non si pente del concepito disegno, sfortunato sì, non ingeneroso; solo gli dorrebbe d'ineffabile amarezza se dovesse recare nocumento alla carissima patria ed ai cittadini diletti: disse ignorare la causa per la quale gli fu contesa l'uscita; non incolparne persona; tale ravvisa essere stata la volontà di Dio. E tale favellò il magnanimo per non lasciarsi dietro una maledetta traccia di rancori e di vendette; poco mostrò calergli la morte; anzi, mancata la impresa, rincrescergli la vita; ben premergli la fama e questa sperare si sarebbe mantenuta perenne fra i pochi gentili presso cui fortuna non vale virtù. — Certo avere di lunga mano disposta la materia acquistandosi da per tutto aderenze e cercando ogni via di mettersi in grazia alla gente non solo di Lucca ma fuori, massime nelle città toscane; così in Pisa, pigliando occasione dal sequestro di non so quali bestie e di taluni contadini, rinnovò col provveditore dei Capponi l'amicizia antica durata fra le due case; essersi reso benevolo a Pescia il capitano Bastiano Galeotti col pregarlo di tenergli al fonte battesimale un suo figliuolo, ed indi in poi coltivato con lui buona amistanza. In Barga noverare amici sviscerati Cristoforo Merighi e il fratel suo, come quelli che in grazia di lui erano stati richiamati dal bando e mercè ampissimo indulto rimessi a casa; se però togli simili offici di amicizia, onde ei riputandoli amorevoli, confidava che in caso di bisogno gli avrebbero fatto spalla o almeno non abbandonato; nè anco per ombra aver loro fatto subodorare il concepito disegno. Immaginava che i quattro gentiluomini sanesi rilegati a Lucca gli dovessero essere parziali sul fondamento che vivendo essi fuoriusciti di patria, non sarebbe loro parso vero di ritornarci per via onorata; però con messere Antonio Vecchi avere favellato una volta sola e di novelle del tutto aliene al suo concetto. Col cavaliere de' Landucci parlò due volte, una a San Gemignano, l'altra in palazzo, ed in ambedue gli tenne proposito di questa sua opinione dimostrandogli quanto buona e santa cosa sarebbe se la riuscisse; al che egli rispose: «Qui sta il punto.» Egli, per fargli toccare con mano come con minori forze maggiori imprese fossero tentate e compite, gli mandò il Plutarco raccomandandogli leggesse le vite dei quattro magnanimi quivi segnate; se non che il Landucci alcuni giorni dopo gli rese il libro dicendogli ch'ell'erano fantasticherie cotesti racconti buoni per farsi a veglia; egli avergli maladettamente in uggia. Al Sergardi ne tenne proposito due volte o tre ma su le generali, come sarebbe a dire; che divina impresa sarebbe unire la Toscana in uno stato solo, nella quale ognuno dovrebbe chiamarsi contento di mettere la roba e la vita; a cui il Sergardi rispose sempre: «Pur troppo, ma i tempi correre ormai contrari a simili disegni.»

Fu interrogato su l'Umidi, lo indegno uomo che per viltà rese male per bene, e al Burlamacchi per sicuro avrà sussultato fieramente il cuore nel vederselo comparire davanti; ma che sarebbe virtù se non vincesse queste prove? Francesco, senza pur mirarlo in faccia, onde il suo sguardo, malgrado lui, non lo avvilisse, e badando a non alterare la voce, confessò sul conto suo nè più nè meno di quello che depose intorno al cavaliere dei Landucci; vo' dire com'egli fosse non pure alieno, ma schernitore del disegno immaginato da lui; depose altresì essere buono e fedele cattolico, non avere mancato di confessarsi e comunicarsi cotesto anno a Ferrara; e questo avere fatto costantemente negli anni scorsi.

Ciò non era vero quanto al sentirsi buon cattolico, circa all'essersi confessato e comunicato può darsi, ma l'erano lustre per parere; ed a questo proposito parmi importante a sapersi come un Tomeo Maniscalco testimone interrogato intorno alla fede del Burlamacchi così rispondesse: «dixe che un giorno vidde il ditto Francesco passeggiare in una chiesa con frate per dui hore in circa, et li parava che ragionassero dei lutherani e non sa di che ordine fusse quel frate, ma che era vestito di nero per quello che si ricorda.» Di ciò non occorre traccia negli atti del processo mandati fuori per le stampe dal Minutoli, come pure della risposta data dal Bati allo interrogatorio se sapesse il suo padrone essersi confessato a Ferrara: «dixe non saperlo»: però i Cronisti manoscritti Tucci, Penintesi Dalli ed altri parecchi difendono a spada tratta il Burlamacchi dall'accusa di eresia; l'affannosa difesa somministra il più veemente indizio della colpa; poichè in cotesti tempi in Italia era colpa e meritevole di morte non professarsi cattolico apostolico romano. — Questo suo primo esame conchiuse affermando che la sua impresa, se la non si fosse scoperta, sarebbe riuscita per fermo, ed a giudizio suo oggi lo crede più che mai.

Fin qui sembra che non adoperassero tortura; a questa ricorsero il primo di settembre: in quel dì egli confermò le cose già dette, altre ne aggiunse le quali riferimmo nel capitolo antecedente; negò risoluto aver complici; interrogato se unendosi agli Strozzi avesse concepito qualche convegno di spartirsi con esso loro la Toscana, risoluto risponde: «No mai, era mio intento metterla in libertà e conservarla con la buona voluntà del popolo, e esso disegnava vivere da cittadino privato.»