«E qui sta il mio errore: io ho rotto, io pago. Quale tormento mi avanza a patire?»
«Ahimè! oltre ogni immaginativa orribile: vi chiuderà il cavaliere[27] le gambe in grossi e pesanti ceppi, sicchè siate costretto a tenerle ferme, e dopo avervi unto di sego le ignude piante dei piedi, vi ci accosterà mano a mano carboni ardenti finchè tutte non le abbia abbrustolite il fuoco....»
«Orribile cosa invero.... Dio mi aiuti! io sono nelle vostre mani.»
Allora il commissario ordinò lo scalzassero e portassero il fuoco: intanto che gli serravano dentro i ceppi le gambe, lo andava stringendo perchè dicesse intera la verità; terrori mesceva a speranze, minacce a preghiere; ma l'altro imperterrito ripeteva:
«Signore, io non so che mai dirvi altro, perchè ho detto tutta la verità, e mai dirò altro di quello che ho detto[28].»
«Il che vedendo, aggiunge il processo allegato[29], lo prefato signor commissario e cognoscendo la ferma costantia del detto Burlamacchi, atteso li tormenti hauti e lo apparato del foco fattoli come sopra, e anchora attesa la età e delicatezza del suddetto Burlamacchi, che non patirìa tanti tormenti se altro sapesse, ordinò fusse lassato e non tormentato: e così fu dimisso in detta carcere con la medesima custodia.»
Compito il processo secondochè parve al senatore Belloni, se ne tornò a Milano portatore di opposte istanze, le une per la parte di Cosimo intorato più che mai a volerlo nelle ugne, le altre dei Signori di Lucca a non volerglielo dare; s'egli questi più di quello favorisse ignoro; forse avrà preso lo ingoffo da ambedue le parti e poi avrà lasciato andare l'acqua per la china; anco a quei tempi pigliavasi, non quanto adesso, ma quasi. — Però Ferrante Gonzaga, in apparenza amico a Cosimo, in cuore lo aveva caro quanto il fumo agli occhi; onde è dato presumere che in cotesta come in altre occasioni lo disservisse; di vero venne comandamento espresso dallo imperatore che il prigione si trasportasse a Milano e quivi senza dare luogo ad altre prove, esaminata la causa, pronunziassero la sentenza. Se fosse stato di oro, non si sarebbe posta maggiore diligenza a custodire nè a consegnare il Burlamacchi: alla tremenda paura del senato lucchese premeva che quello sventurato arrivasse in vita a Milano per remuovere ogni suspicione e calunnia; colà giunto vivo, quanto più presto si poteva cessasse. Impertanto venne di Lombardia a prenderlo il bargello con due squadre di sbirri; i Lucchesi lo mandarono guardato da una compagnia di milizia ai confini; colà trovarono il notaro ser Francesco Pauli, che a richiesta del commissario lucchese rogò atto pubblico di consegna; il quale il bargello lombardo ebbe a segnare prima che in sue mani depositassero Francesco nostro. Senza impedimento che ne importunasse il cammino, arrivato a Milano, fu messo in onesta carcere in castello, concedendogli fino dal primo giorno facoltà di moversi liberamente pei piazzali, ma, quasi in contrasto alla non bieca accoglienza, dopo pochi giorni gli fu letta la sentenza con la quale veniva condannato nel capo lui e Giovambattista Carletti, che insieme con esso era stato tradotto a Milano. Per quanto è dato giudicare, sembra che lo imperatore adoperasse a quel modo per sottrarsi alle molestie di Cosimo, pensando che smettesse ogni pensiero su lui, come uomo ormai sfidato e morto.
Gli amici e i parenti del Burlamacchi, commossi dal pericolo di quel caro capo, tutti si posero a tentare qualunque via per salvarlo: ora vedremo come nulla per loro si pretermettesse e come nulla o per malvolere degli uomini o per disdetta di fortuna approdasse. Da prima a bene sperare furono cagione le parole confortevoli di don Ferrante Gonzaga, a cui essendo stato indiritto messere Domenico Sandonini per propiziarlo alla causa del Burlamacchi, n'ebbe in risposta: quetassero l'animo agitato, però che il dabbene uomo rimarrebbe per alcun tempo e forse lungo prigione, ma camperebbe la vita; nè si fermarono a questo gli amorevoli ed i congiunti di Francesco, chè supplicarono il consiglio di Lucca a fare loro abilità di sottomettere memoriali a S. M. lo imperatore ed al duca Cosimo affinchè volessero graziare il reo della vita, attesochè avesse cotesto fallo commesso più per ignoranza che per malignità e nulla mandato ad esecuzione, onde i suoi concetti si riducevano a meri sogni ed a immaginazioni senza danno pubblico nè privato. Parve la domanda giusta al senato, che facilmente la concesse; e composti subito due memoriali per virtù di ragioni e per garbo di dettatura notabili, gli affidarono a Girolamo Lucchesi suo cugino, il quale senza perdere tempo si mise la via fra le gambe andando a presentarli ai principi a cui erano rivolti: e poichè se di alcuna cosa si patisce penuria nelle corti, non è certo di buone parole, così il Lucchesi di queste ebbe piene le bolge; però, non si fidando, i benevoli di Francesco persuasero Niccolaio suo fratello, il quale più che volentieri ne tolse il carico, di recarsi a Genova presso il principe Andrea Doria e quivi tanto destreggiarsi con lui da potergli cavare di sotto lettere commendatizie per quanto possibile fosse premurose da presentarsi allo imperatore, essendo ormai noto pel mondo quanto godesse credito il principe nella corte imperiale: e a vero dire Andrea, sentendo compassione dell'uomo, non fu restio a scrivere lettere caldissime in pro' di lui. Giunto in corte Niccolaio, esperto troppo che colà come altrove, ma più là che altrove le ruote senza olio non girano, cercò gratificarsi co' doni i maggiorenti, i quali quanto larghi a promettere così mostraronsi scarsi a mantenere, chè il vender fumo è pure mestiere speciale a cui sta in corte: io trovo nei cronisti lucchesi che la casa Burlamacchi gittò a tale effetto in cotesto fondo fino a trentaseimila ducati, e mi paiono troppi; ma siccome aggiungono che per così eccessivo dispendio i Burlamacchi impoverirono, siamo in certa guisa costretti a crederli. Silvestro Trenta fratello di Caterina moglie di Francesco consigliò la desolata di andare a gettarsi ai piedi di Cosimo per impetrare la grazia del marito; il Minutoli scrive che la donna prima implorasse e ottenesse il patrocinio della madre di Cosimo, mentre il Mazzarosa afferma che non alla madre si rivolse ella, bensì all'amica, forse la Cammilla Martelli; ed io credo l'ultimo perchè la voce della madre suona potente, ma nei cuori disposti a bontà, mentre per una ragione o per un'altra anco i tristi si commovono talora alle supplicazioni dell'amante. Cosimo però spettava alla specie dei rarissimi presso cui l'amante conta poco, la madre nulla; onde, infastidito per le istanze reiterate delle donne, le respinse borbottando: «Badassero ai fatti loro, chè gli stati non si governano con la pietà delle lagrime donnesche.»
Non aveva l'imperatore graziato la supplica dei Burlamacchi nè l'aveva respinta; ed essi vivevano di quella vita atroce che or teme ed ora spera, e così allo spirito come al fisico fa lo effetto di cui con subita vicenda passa dallo ardore al gelo; noiosa allora diventa la mensa, sazievoli i familiari colloqui, il letto siepe: si strinsero insieme tutti e risolverono tentare gli estremi conati perchè Francesco, uscito dal castello di Milano, potesse ricoverarsi in Francia: di denari non si facesse a spilluzzico, quello che ci voleva si spendesse; dove era andata la galera andasse il brigantino; il punto stava nel trovare gli arnesi. Come s'ingegnassero non è noto: nella storia di Antonio Mazzarosa occorre un cenno di questo caso là dove scrive che fu avviso toccare più potente molla che le lacrime donnesche non sono, vale a dire l'oro, ed avrebbe sortito esito propizio se per mero errore non fosse stata sospesa l'accettazione della lettera di cambio; per la quale cosa perduto il momento, non si potè più riagguantare la occasione; ed io, volendo chiarire il senso oscuro di siffatte parole, ho rinvenuto nelle Memorie delle famiglie lucchesi, opera che si conserva manoscritta nella biblioteca di Lucca, dettata da Nicolò Penintesi, i particolari della fatale ventura, e come gli ho ricavati così gli scrivo. Narra pertanto la cronaca «Come i parenti del Burlamacchi non perdonassero a qualunque gran somma di danaro per salvargli la vita, e mentre vi aguzzavano intorno il cervello per riuscirvi non senza molta speranza, per non dire certezza, si scoperse uno accidente che rese la liberazione di lui, almeno per via della fuga, affatto sfidata. E questo caso fummi raccontato molte volte da Tomaso Burlamacchi trovandomi io a Lione. E' fu appuntato in Milano che fossero tratti marchi 400 di oro di sole, che erano 8 30/m di oro di sole a Lione, con la banca Burlamacchi, nella quale serviva come giovane di contare il suddetto Tomaso di assai fresca età, ma per essere della famiglia e nipote dei magnifici ministri facevano portare a lui un quadernuccio delle accettationi delle lettere di cambio che in un giorno deputato si sogliono accettare nella piazza di Lione, a cui fu ordinato dai Maggiori, secondo l'uso delle predette accettationi, quali lettere di cambio dovesse subito accettare e quali tenere sospese; ma quando fu all'atto pubblico dell'accettatione che segue alla presenza d'infiniti testimoni di diverse nazioni che accorrono a tal fatto, Tomaso equivocando (così almeno dicea a me) sospese le tratte dei 400 marchi che doveva accettare, mentre all'opposto ne accettò altre che doveva respingere, onde i presentatori della lettera spedirono subito per la posta corriero a Milano con lo avviso della sospensione.» — Di che indispettiti coloro che avevano le mani nel trattato, resero impossibile la fuga del Burlamacchi di già abbastanza difficile.
Francesco incontrò nel castello di Milano parecchi gentiluomini di cui la storia tace il nome, eccetto quello del marchese Giulio Malaspina, col quale prese usanza, sicchè spesso trovandosi insieme, si narravano le scambievoli sventure, e l'uno andava l'altro confortando. Dei casi del marchese Giulio non importa discorrere; ne scrissi largamente nella vita di Andrea Doria, e là chi ne sente vaghezza potrà riscontrarli; basti tanto che alle prime ribellioni lo spinse Cosimo perchè gli tornavano, per le seconde, che non gli tornavano, egli fu sbirro, chè, arrestatolo proditoriamente a Pontremoli, lo consegnò allo imperatore come si manda il bue al macello. —