Lo imperatore Carlo V, fondatore della odierna tirannide e con paura e pericoli grandissimi uscito appena incolume dalle ribellioni germaniche, odiava qualunque sommossa capace a scomporre l'ordine di cose stabilito da lui, non amava Cosimo, aborriva la Francia, ma più di questi aborriva chiunque la regia potestà offendesse per conto proprio: concedasi ai re soli disfare i re, e ci pigli parte anco il popolo a patto che glielo comandi il re e sotto la condotta del re; allora servo devoto e degno di encomio; all'opposto se il popolo sorga contra il re per suo interesse e spontaneo, diventa ribelle e degno di scure sul collo. — Veramente Giulio non tentò ammazzare il Doria in benefizio del popolo, ma per necessità gli era forza ch'egli si commettesse in balía di lui. Adesso era venuto per Carlo il tempo della vendemmia della tirannide; tutti quelli che gli avevano messo spavento avevano a morire. Taluno afferma che egli ordinasse la morte del Burlamacchi perchè, per tenersi bene edificati i Signori di Lucca e il duca Cosimo, ai primi avesse promesso di non dare il prigione, al secondo di consegnarglielo; onde trovandosi per le focose istanze di questo in imbarazzo, come mezzo termine per cavarsene, comandasse tagliassero il capo al Burlamacchi e così farne un fine: forse anco simile considerazione avrà contribuito, ma non ce n'era mestiero; bastava la paura e la persuasione comune a tutti i principati di provvedere alla propria salute co' bagni di sangue: anco il sospetto che nelle congiure del Burlamacchi e del marchese Cibo Malaspina vi avesse parte la Francia può darsi che abbia dato la spinta a Carlo: breve, questo può dirsi, che ragioni per ispegnere i prigionieri ei ne aveva di avanzo.

Dalle cronache manoscritte del Canonico Dalli si ricavano i seguenti particolari intorno agli estremi ed alla morte di Francesco Burlamacchi, i quali come percossero me, così penso che varranno a commovere altri. Don Ferrante Gonzaga, quando meno se lo aspettava e contro le sue previsioni, ricevè lettere imperiali che gli ordinavano procurasse, senza mettere tempo di mezzo, Francesco Burlamacchi e il marchese Giulio Cibo Malaspina si giustiziassero; al Gonzaga, che assai favoriva la causa loro, parve ostico il boccone, tuttavia, sendogli forza trangugiarlo, inviò tosto un suo mandato al castellano del castel di Milano con una lettera la quale gli commetteva il supplizio dei due meschini. Il messo arriva in castello mentre il marchese, che giovane era e ben disposto della persona, giocava alla palla con altri prigioni che stavano (come si dice in idioma di carcerato) alla larga, e il Burlamacchi insieme con altri si tratteneva a vederli. Il castellano gli fece chiamare in fortezza, ed essi andarono a tutto altro pensando che a dover morire: appena arrivati i guardiani li separano e chiudono in luogo segreto; tanto fu eseguito per ordine del castellano, a cui crepava il cuore per doglia, così grande amore aveva posto nel Burlamacchi e così teneva in pregio, sicchè a significargli che si apparecchiasse a morire non gli bastò l'animo, onde si raccomandò ad un valente religioso che in destro modo glielo facesse intendere.

Il Dalli afferma che il Burlamacchi andò a morte confessato, e può darsi, ma non certo pentito. La mattina seguente ebbero il capo mozzo nella piazza del castello il Burlamacchi, il marchese Cibo e Giovambattista Carletti, e fu come ho avvertito di già, il 14 febbraio 1548; dove mettessero il Carletti uomo plebeo ignoro, il marchese e il Burlamacchi furono sepolti nella chiesa del castello, sicchè volendo si potrebbero cercare con molta probabilità di trovarle, le sue ossa e dare loro insieme a quelle del Ferruccio onorata sepoltura in Santa Croce; e il suo tempo verrà, non ora; adesso bisogna che sgocciolino gl'istituti e gli uomini nemici al popolo, anzi alla umanità. — A questo modo, dopo avere narrato la miserabile strage del Burlamacchi e del Cibo, sentenzia il canonico Dalli, finirono per ghiribizzi fantastici, nè un canonico ai giorni nostri giudicherebbe diverso. —

Sebastiano Carletti, preso vento a tempo, si salvò in Francia, nè di lui si seppe più novella mai, almeno non la registrarono la storia nè i ricordi dei tempi. — Avanza a dire di Cesare Benedino, a cui incolse la mala ventura: per sua disgrazia credè che la rabbia di Cosimo si fosse attutita; anco i serpenti dopo il pasto posano addormentati, ma il tiranno non chiude mai le palpebre: sicchè il Benedino si affidò di aggirarsi in questa ed in quell'altra città come farfalla intorno al lume e si arse le ale, imperciocchè un suo compare lo tradiva menandolo alla mazza; preso da Cosimo, lo provò con le più atroci torture per cavarne fuori notizie che approdassero ai suoi disegni in danno di Lucca, ma poichè lo ebbe stritolato e lacero senza poterne spillare cosa che volesse, lo buttò al carnefice, il quale lo scemò del capo nella piazza di Santo Apollinare lì presso il palazzo del bargello 12 anni dopo la morte del Burlamacchi e 14 dalla tramata congiura. Nella cancelleria dello antico magistrato degli Otto un dì si trovava il suo processo; adesso dove si conservi ignoro; questo so, che nulla di particolare ci era da cavarne, imperciocchè ei molte cose sapesse non tutte nè le più riposte; tra le mie note rintraccio la sua sentenza e la pubblico in conferma della verità di quanto fu da me esposto[30].

Qui finisce la quarta delle vite e forse l'ultima degli uomini illustri italiani in politica ed in arme che io aveva promesso dettare; ora conviene che io mi fermi, colpa molta dei tempi e parte mia. Ai nepoti degeneri atroce ingiuria il racconto della virtù dei padri. Quanto a me, confesso apertamente che altri potevano dettare queste vite con maggior senno, non già con più diligenza o con più amore. Delle quattro quelle che si accostano maggiormente soavi all'anima nostra le vite di Francesco Burlamacchi e di Francesco Ferrucci: questo più famoso perchè amici e nemici della meritata lode lo proseguirono: chè se nello andato secolo e nel primo terzo del presente se ne infievolì il nome, più che del principe fu colpa di popolo, il quale se nella schiavitù perde mezza l'anima, qual maraviglia poi se perde la memoria, ch'è una delle molte facoltà di quella? E il Ferruccio fecero splendido l'audacia dei consigli, le vinte battaglie, la solerzia stupenda, lo inopinato scoprirsi gran capitano e non meno grande politico, per ultimo la sua morte sul campo, dove giacque sì, ma riposando il capo come su di un guanciale sul corpo estinto del capitano nemico, prosapia di principi e riputato dei primi fra gl'illustri uomini di arme del tempo; breve la sua vita, ma luminosa, simile alla stella cadente che staccatasi dal firmamento precipita in mare. All'opposto il Burlamacchi perì mentre la sua impresa non per anco uscita dal concetto e dallo apparecchio stava per diventare fatto: ei fu pari al minatore, il quale, dopo che con fatica infinita penetrò nelle viscere della terra per estrarre il metallo prezioso, rimane di un tratto sepolto per lo scoscendimento di quella; ovvero simile al Crotoniate che, mentre tenta fendere il mal ceppo della tirannide, resta preso nello squarcio ed è divorato dai lupi: amici e nemici si accordarono a denigrare la sua impresa come follia, sicchè per poco stette che la terra gittata sopra il suo cadavere non seppellisse ad un punto la sua fama: e non per tanto, tutto bene considerato, per me giudico Francesco Burlamacchi non pure superiore al Doria e all'Ornano, ma sì eziandio allo stesso Ferruccio: di vero questi trovò armi parate, la guerra accesa, popolo inferocito nel proponimento di sè incenerire e la patria piuttostochè sopportare da capo la tirannide di Clemente VII principe e papa; rinvenne altresì emuli generosi, argomento efficacissimo acciò la virtù scintilli; fama sicura, vita inclita e morte onorata. Francesco Burlamacchi solo si sente vivo in Italia ormai fatta cimiterio e non dispera richiamare i morti alla vita, nè solo alla vita, ma anco alla potenza e alla gloria, concetto al tutto divino; manca di armi e le appresta con arguzia suprema onde il sospettoso tiranno toscano non ci abbadi, e i suoi stessi concittadini non indovinino lo scopo: sbalordisce la operosità con la quale raccoglie forze e la sagacia onde fa sì che tutti ignorino il suo disegno, e lo conoscano pochi e non intero. Pesa con la diligenza che l'orafo pone a bilanciare l'oro lo stato della Europa, le armi e i fini dei diversi potentati, le sequele della riforma; niente viene trascurato di quanto attenga alla materia ovvero allo spirito, più peculiarmente indaga la Toscana e la Italia: dopo accertato il corso stava per isciogliere la vela. Il suo concetto, gagliardo di verità perchè composto con la sapienza dei grandi che lo precederono e con la sua; partiti per condurlo a termine quali si vogliono per necessità e che trascurati partoriscono sicura ruina. — Con la libertà egli intese conquistare la potenza della patria; libertà di coscienza sovvertendo Roma, che nella stessa mano presume stringere Croce e mannaia, e libertà civile, affrancando la Italia da ogni tirannide principesca così domestica come straniera; quanto ai partiti pratici questi e non altri: il popolo si travagli a costruire lo edifizio del popolo; importa che il popolo uscendo dalla secolare ed abbietta servitù si purghi con la sventura, con gesti disperati e con la effusione del sangue corrotto; a mondarlo dalla sozza lebbra non basta la piscina miracolosa, ci è mestieri la propria virtù. Desta quanto sai, anco squassandolo pei capelli, il popolo dal letargo in cui lo immerse il servaggio, dove tu non gli sgranchisca col pensiero la mente, con lo affetto il cuore, col moto il sangue, tu avrai fatto la prova di rizzare in piedi un cadavere. Questo non piacque: un dì salutarono il popolo padrone perchè si eleggesse padrone, e dopo la sceda dei Giudei, i quali, messa la corona di spine sul capo a Gesù, lo salutavano re percotendogli il volto con la ceffata, mai nel mondo fu vista in ignominia la pari; il popolo certo era chiamato a versare il suo sangue, e lo versò ma a mo' dello stagno che si cola nel buco ad assicurare l'arpione dove attaccano la catena: successero miserabili saturnali di prepotenza, di codardia di cupidità e di altre più ree passioni, donde nacquero odio, infamia e miseria: per ciò sorse un grido, che a taluno parve motteggio, ed altri abbaiò, il quale fu: «Stavamo meglio quando stavamo peggio:» questo il mane, techel, fares dei tempi: non si creda già, come asserirono falsamente, che un uomo pescasse il detto e ne imboccasse il popolo; il popolo sa vestire i suoi concetti di forma da disgradarne anco Dante. Adesso il popolo non crede più che per mutati ordini politici si miglioreranno le sue sorti, o non gl'importa, o non ci bada; persuaso è di questo, che fin qui andò di male in peggio; per la quale cosa oggi presente che bisogna trasformare lo stato dell'umano consorzio; in questo nuovo intento migliore arnese fia quegli che patisce di più: non importa frequentare gli studi alla università per avere fame, ed un singulto di affamato insegna più di cento lezioni di professore; però una volta quando si andava a caccia di forme politiche, e credeva che giovasse così, il popolo si preponeva letterati, uomini di scienza, gente insomma che andava per la maggiore, e dietro ad essi camminava nella fiducia di essere condotto per la retta via; oggi il popolo si chiama legione, a lui non fanno letterati, nè li cerca; basta a sè e non vuole essere più abbindolato: di qui la sazietà degl'istituti parlamentari come quelli che ai casi soprastanti non si affanno; tanto varrebbe adoperare un vaglio per attingere acqua dal pozzo: i governi smaniano a scoprire gli agitatori del popolo, ed essi altro non mostrano che la inanità del loro intelletto; il popolo si agita da sè; mettano in carcere il popolo se sanno, o se meglio loro capiti, ci mettano la fame; ma nè anco questo basta, egli è mestieri imprigionare il moto fatale che affatica il consorzio umano e lo spinge a sconquassarsi per ricomporsi poi. Dove da me volesse sapersi le guise dello scompaginamento, quali le ruine che ingombreranno per un tempo gli stati, e quale l'ordine nuovo, confesso ignorarlo, ed io mi spavento meno della trasformazione che del modo col quale sarà operata. Un tempo forse con prudenza e con senno si sarebbe potuto provvedere sollevando gli argini mano a mano che le acque crescevano; si sono volute impedire con una chiusa a traverso, e le acque per ora riottose la scavalcano per iscassinarla più tardi. Oggimai per noi (e me lo credano gli uomini della mia età, esperti pur troppo a nostro danno con gli accidenti della lunga vita) oggimai per noi non vi ha più gloria a raccogliere e nè contentezza; la nostra sapienza ha da ridursi indi in poi a questo: nello studio di morire con manco rimorsi che ci fie possibile. —

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.


APPENDICE
LETTERA INEDITA DI FRANCESCO BURLAMACCHI

«Molto magnifici Signori. Da poi che intesi Andrea Pissini essere andato a Pisa e di lì auto cavalli per andare a Firenze a rivelare quello che io avevo ragionato con Ciesari di Benedino alla Excelentia del Duca di Firenze, parendomi di avere errato; conosciendo che a vostre S. M. dava disturbo, affanno e spesa, pensai salvarmi. E così aveo ordinata la cosa, secondo me, benissimo. Ma siando piaciuto a Dio di fare che non seguisse così come l'aveo hordinata, bisogna ringraziarne Dio, che le S. vostre magnifiche ne saranno più giustificate. E ancho che a me habbi a esser di pregiudisio più che non sarè stato se fussi stato fuora (che come si dicie è meglio essere uccello di boscho che di cabbia), nè averò pasiensia e sforzeromi di andarmi accomodando alla volontà di Dio, sine quo factum est nihil: e dirò alle S. V. M. la cosa come stà.

Avendo lecto molti libri di storie e considerato che quando un paese è unito insieme e che stia d'accordio, in quel paese si stà sicuramente e però allegramente, e inoltre lecto che la Toscana antichissimamente è stata in quella unione che io attendevo di fare, mi pareva che, potendosi fare, fusse cosa avesse a tornare in gran benefisio della città delle M. S. V. e conseguentemente di tutta la Toscana. E così andavo pigliando piacere di pensarvi, andavo da me considerando se ci fusse modo a farla. E così siando stato in questo pensiere, andai pensando che fusse bene far quelle ordinanse di montagna; chè quando si feciono quelle del piano non ero in quella considerazione[31]. E parendo al generale della città che fusse così bene per poterci difendere el paese, si vinseno. E siandosi vinte, mi pareva che fusse stato assai. E così andai poi vedendo di essere fatto uno de' commissari di quelle hordinanse di montagne. E così siando stato fatto avendo questo pensiere, ne parlai con Ciesari di Benedino, mostrandoli el modo che secondo me era facile a succiedere; al quale, per essere stato soldato, prestavo qualche fede. E così siando parso ancho a lui, ne andavo ragionando e pensando, se mai fusse tempo di metterla in effetto, che era al presente, per molte opportunità che concorrevano; e così consigliavamo quanto fusse da fare. E in questo è accaduto che, avendoli ditto la importansia che era di tener la cosa secreta, lui parendoli che fosse secreto assai ancho che la conferisse con Andrea Pissini, la conferì secho. E lui avendo ricevuto dal M. Consiglio, secondo però gli pareva, torto della suplica che si lesse in Consiglio e che si determinò sopra: che la fanciulla, che era in casa sua, nipote di Agnello, avesse a stare in quel luogho che allo spettabile officio delle vedove paresse honesto e buono; o vero parendoli avere ricevuto torto da me, che l'avessi passata o consigliato la si passasse fra le M. S. V. e da poi si mettesse a Consiglio, s'è voluto vendicare contra tutta la città e contra me; che bastava vendicarsi contra di me; e farne advertite le M. S. V.: e quelle mi aren dato quel castico fusse parso ragionevile: dove che al presente bixognerà ghovernarsi altramente, e le S. V. M. ne faranno quello parrà più espediente per la città che bisogna ben consigliarla.