CAPITOLO V.
[Pag. 189.]

La Riforma in Italia fa progressi e minaccia sopraffare il cattolicesimo. — Cause che la provocano. — Spettacolo quotidiano dei vizi del clero. — Santi padri, poeti, storici e letterati grandi tutti addosso a Roma. — Valdesi e albigesi se fossero in Italia e quanto durassero. — Benveduti dal clero nella Calabria e perchè. — Paganesimo della corte romana, da questo rimane indebolita la fede. — Imposture dei chierici e documenti falsi per la goffaggine loro di leggieri scoperti. — Lorenzo Valla e donazione di Costantino. — Versi di Battista Mantovano. — Lione X morendo non potè avere i sacramenti perchè gli aveva venduti. — Studi biblici: traduzioni, chiose e commentari. — Savonarola se possa considerarsi precursore di Lutero. — Cesare Cantù e suo perfido libro degli Eretici in Italia; sue strane difese della chiesa romana. — Versioni italiane della Bibbia. — Smania di leggere libri dei riformatori. — Opinione stramba di fra Iacopo Passavanti su la traduzione volgare della Bibbia; così non la pensa Sisto V; al fine Roma approva la traduzione italiana della Bibbia, ma come. — Libri proibiti sotto nomi diversi dei loro autori penetrano nel Vaticano. — Curiosa avventura narrata dal cardinale Serafino circa Melantone che si rinnuova per altri. — Copie di libri proibiti; guadagno e pericolo allettamenti per i librai ed i pirati. — Scoperte, viaggi e commerci nocciono alla soperchianza romana; nocciono altresì le guerre e il mescersi delle nazioni fra loro. — Improperi che si avvicendano. — Imperatore e papa. — Sacco di Roma; maraviglia dei Tedeschi di vedere gl'Italiani sopportare il dominio dei preti. — Spagnuoli ladri e cattolici superlativi. — Tedeschi ladri un po' meno e cattolici punto. — Scede al papato. — Scena accaduta sotto Castello Sant'Angiolo. — Giorgo di Furstemberg venuto dal fondo di Germania per impiccare il papa e i cardinali. — Arringa del vescovo di Bari agli auditori della Ruota Romana. — Ferrara. — Renata. — Modena i Grillenzoni, Ludovico Castelvetro ed altri: in Modena la Riforma si allarga. — Bologna: casi del frate Mollio. — Sparata dello Altieri. Commissione romana per la riforma dei costumi creata da Paolo III, e caso che ne fanno i preti, anzi quei dessi, che la composero. — Le città del patrimonio di San Pietro: disputa ad Imola tra un frate ed un laico. — Venezia mercanteggia di eresia come di droghe. — Progressi della Riforma costà. — I luterani per poco non professano la religione loro pubblicamente; provincie di terraferma in quale stato si trovino. — Milano giudicato da Paolo III. — Vita ed avventure di Curio Secondo. — Valdesio spagnuolo a Napoli svia l'Ochino dal cammino della Chiesa. — Siena città dei santi e degli eretici. — Ochino e donde il suo nome; sue vicende, peripezie e dottrine. — Pietro Aretino e l'Ochino. — La devozione delle Quarant'ore inventata dall'Ochino. — Smancerie del cardinal teatino all'Ochino. — La riforma a Pisa, a Mantova, a Locarno. — Digressione intorno al fanatismo religioso e politico. — Odio contro il papato nella universa Italia. — Donne eretiche in Italia. — Si parla della riforma nella città di Lucca: e cause per aborrire Roma in Lucca antichissime. — Pietro Martire, donde il nome e la patria; suoi studi; predica sul purgatorio. — Vicario di San Frediano a Lucca: suo apostolato costà; amici e studi suoi. — Paolo III a Lucca non molesta il Martire, e perchè. — Cardinale Contarini amico del Martire e tinto di eresia. Carlo V tiene al fonte Carlo padre di Giovanni Diodati volgarizzatore della Bibbia, e papa Paolo lo battezza. — Oscena guerra contro il Martire: perfidissime lettere del cardinale Guidiccioni lucchese alla Signoria di Lucca. — Disegno di Carlo V circa a tôrre la libertà a Lucca riportato dal Luito Balbani non è creduto dal Tommasi, e con poco fondamento. — Un frate è preso; a forza liberato dal carcere, nella fuga si rompe una gamba ed è ripreso. — Il Martire e l'Ochino lasciano la Italia; il primo è eletto professore a Strasburgo. — Chiesa luterana di Lucca percossa non dispersa: che cose le scrivesse il Martire tredici anni dopo la sua fuga. — Lucca donde cava il nome: cause per le quali a Lucca la Riforma più presto che altrove attecchì e più lungo durò. — La Riforma in onta alle apparenze di esito certo e alle paure di Roma venne meno in Italia. — Se ne indagano sommariamente le cause. — Inquisizione; Roma da prima osteggia la inquisizione, e perchè. — Persecuzioni a Modena. — Del Castelvetro e della infamia del Caro buon letterato ed uomo pessimo: nè chi vive in corte di Roma può essere diverso. — Sonetto del Caro contro il Castelvetro mandato a memoria per virtù dei reverendi padri barnabiti. — Confronto delle lapidi sepolcrali di ambedue. — Feroce e moltiplice persecuzione a Ferrara: Olimpia Morato fuggendo scampa. — Commissione del re di Francia alla zia Renata duchessa di Ferrara; sue angustie; messa in carcere, divisa dai suoi: il figlio Alfonso la manda via. — Questi il magnanimo Alfonso di cui canta il Tasso: in che pregio il magnanimo tenesse il Tasso. — Grandezza d'animo di Renata; sue figliuole. — Venezia tira partito dalla libertà di coscienza come da ogni altra cosa; ma poi spaventala dalle minacce di Roma piega: persecuzioni costà. — Terrore cattolico nell'Istria. — I Vergeri. — Caso miserabile di esuli veneziani dannati a morte per eresia. — Quali i supplizi veneziani. — Improntitudine dello inquisitore contro il duca di Mantova. — Ferocie clericali a Faenza ed a Parma; a Faenza il popolo dà di fuori e si sfoga. — Falsità pretine a Locarno; miserie dei Locarnesi spatriati. — Disputa tra il nunzio e le donne di Locarno. — Avventura di Barbara Montalto. — Altre atrocità pretine da clericali moderni, massime dal Cantù, non pure scusate, ma quasi lodate. — Roma avversa a Napoli la Inquisizione di Spagna perchè intende esercitarla da sè. — Lamentabili casi avvenuti in Calabria. — Sansisto e la Guardia colonne infami per Roma. — Corrispondenza tra Roma ed Austria, e poi tra Austria e Francia; digressione intorno alle condizioni presenti d'Italia. Testimonianze cattoliche intorno alle crudeltà sacerdotali da mettere non che ad altri pietà a Nerone. — Bartolomeo Fonzio mazzerato nel Tevere. — Paolo IV invaso da libidine di sangue: popolo romano rompe le statue di lui morto, mentre avrebbe dovuto rompere la testa di lui vivo. — I parziali di Pompeo Di Negri mercè settemila ducati ottengono che prima di bruciarlo lo strangolino: questo il Cantù afferma che i preti facessero senza quattrini; ma per essere creduti dal Cantù bisogna essere preti e carnefici. — Pio V più feroce di tutti: varie stragi a Como, a Torino, a Roma. — Paschali strangolato ed arso alla presenza del papa. — Altre persecuzioni. — Si torna a Lucca: diligenze per estirpare in cotesta repubblica l'eresie. — Lucchesi sciamano a frotte, massime i Burlamacchi: dove si rifuggissero; discendenza ed estinzione della linea di Francesco Burlamacchi.

CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO V.
[Pag. 5.]

CAPITOLO VI.
[Pag. 97.]

I moderati del 1859 erigono al Burlamacchi una statua, ma non ne dettano la vita, e perchè. — Concetto del Burlamacchi repubblicano e avverso al potere temporale. — Sua prudenza ed arti adoperate a procacciarsi compagni nella impresa. Sebastiano Carletti chi fosse; prima operaio nel fondaco Burlamacchi, poi soldato sopra le galere di Lione Strozzi; viene a Lucca, va a Marsiglia per tirare lo Strozzi nella congiura. — Cesare Benedino è messo a parte della impresa: chi fosse; come lo adoperasse il Burlamacchi, che lo tratta più largamente di quello che la Repubblica fiorentina non trattasse il Machiavelli. — Generosità del Burlamacchi. — Gli Strozzi e l'indole loro; Bastiano Carletti va a Marsiglia per conferire col priore; non ce lo trovando, lo raggiunge a Parigi. — Ragioni diverse delle congiure. — Bastiano va in Iscozia ed in Inghilterra col priore, e succede una sosta alla congiura: gesti del priore costà. — Favorito da Francesco I, ma poco accetto ad Enrico II, e perchè. — Lo pospone nel comando dell'armata ad altro capitano meno degno; non per questo si ribella, come il Doria, e perchè. — Lione Strozzi, priore di Capua come il padre suo Filippo, si giudica fosse ateo. — Il Carletto, tornato a Lucca, ferma una posta fra Lione Strozzi e Francesco Burlamacchi a Lucca; ma Lione balena; pure va a Venezia per aspettarlo. — Il Burlamacchi è eletto commissario delle milizie di montagna: quando queste milizie venissero instituite: reputazione di questo ufficio e vantaggi che porge ai disegni del Burlamacchi. — Va a mettere pace tra San Quirico e Castelvecchio, ma è pretesto; messa da banda la pace, schizza a Bologna: quivi lasciato il servo, va a Ferrara, dove conferisce co' riformati: poi s'incammina a Venezia dopo avere da capo lasciato il servo Bati a Francolino, ma poi ce lo raggiunge; motivi presunti onde così costumasse il Burlamacchi. — Quello che avvenisse a Venezia secondo che depose con giuramento in giudizio Bartolomeo da Pontito detto il Bati. — Differenza di forma e d'ingegno fra il Burlamacchi e lo Strozzi. — Conferenza fra questi due. — Il Burlamacchi espone a parte a parte l'ordine della congiura e il modo di riuscirvi: Lione approva, ma piglia tempo per la esecuzione della impresa: pericoli e vantaggi dello aspettare, e per converso dello affrettarsi. — Il Burlamacchi torna a Lucca, dove attende a confermare gli amici ed a crescere il numero dei suoi seguaci; esce degli anziani: subito dopo lo eleggono gonfaloniere con universale soddisfazione. — Manda più volte il Benedino a Venezia sotto pretesto di comprare tinte, per sollecitare lo Strozzi, che gingilla senza prendere nè lasciare. —

CAPITOLO VII.
[Pag. 125.]

Le passioni umane di che ragione sieno. — Chi fosse Andrea Pessini, e suo carattere morale. — Cagione per la quale il Pessini si consiglia di nocere al Burlamacchi. — Imprudenza del Benedino, che in lui si confida; il Pessino cavalca a Firenze; tradisce patria ed amico rivelando tutta la congiura al duca Cosimo, che ha paura e dissimula. — Tristizia dei tempi, ai quali possono solo paragonarsi i nostri. — Se possa essere vero che il Pessino confessasse al Benedino il suo tradimento; com'è verosimile se ne accorgesse il tradito; il Benedino ne porge notizia al Burlamacchi: quali le parole e le deliberazioni di lui; è statuita la fuga e il modo per eseguirla. — Scrive lettera alla Signoria con la quale purga da ogni complicità amici e parenti; se solo accusa: generosità adoperata verso l'Umidi sanese, e codardia del medesimo. — I magnanimi sensi del Burlamacchi derisi dai bracchi del principato. — L'Umidi svela la congiura a Bonaventura Barili cancelliere della Signoria. — Provvisioni del Burlamacchi per accertare la fuga, ed ordini che dà a Baccio donzello. — Il Burlamacchi tarda a presentarsi alla porta San Pietro, e discorsi che ne hanno fra loro Baccio e il Benedino. — Preteso imbroglio dei preposti alla custodia delle porte se verosimile. — Francesco esce di palazzo a sera, aspetta nel cortile il cugino Garzoni, che venuto esce con esso: racconto del Burlamacchi inverosimile, ma fatto a posta per salvare il cugino Garzoni: come si può supporre che accadesse il caso. — Il Burlamacchi, trovando impedita alla fuga la via, torna indietro; va a casa sua; consulta di parenti, che lo consigliano rientrare in palazzo. — La Signoria manda per esso, ed egli va: terrore e viltà dei Signori non intesi della congiura; smanie paurose dei compiici; tutte si appuntano a danno del Burlamacchi. — Magnanimità di questo, che dichiarava ignari tutti della sua trama, egli solo colpevole; dopo molte ambagi gli anziani lo fanno condurre alle sue stanze e guardarlo a vista; distrugge carte e ogni altro testimonio della sua impresa. — Consulta del consiglio, dove si propone sostenere prigione il Burlamacchi; esquisite cautele che si adoperano perchè non fugga e non si ammazzi. — Giusti timori degli anziani esposti; mandansi oratori ai diversi principi ed al concilio di Trento; a Cosimo spediscono il più astuto dei cancellieri. — Raccomandazione ai cittadini lucchesi stanziati in paesi stranieri di difendere dalle accuse la Repubblica. — Colloquio fra il cancelliere lucchese e il duca Cosimo; la batte tra pirata e corsaro: non si conchiude nulla. — Il duca per isgarrarla invia alla Repubblica oratore messere Agnolo Niccolini, e si conchiude anco meno.

CAPITOLO VIII.
[Pag 149.]

Lucchesi, paurosi che il caso del Burlamacchi possa danneggiarli, fanno profferte vilissime a cesare. — Due volte mandansi oratori ai principi per tenerseli bene edificati. — Manoscritto originale del processo si conserva negli archivi di Lucca. — Quali le aderenze del Burlamacchi nelle città toscane. — Corrispondenze co' Sanesi quali. — Sua virtù a scolpare l'Umidi, che pure lo aveva tradito. — Confessa lui essere buono cattolico, e non ci si crede. — Testimonianze soppresse ed ora restituite. — E messo al tormento, altezza di animo dimostrata da lui in cotesto frangente. — Scrive allo imperatore ed al gonfaloniere di Lucca: della prima lettera non trovammo traccia; forse conservasi negli archivi di Vienna; pure se ne conosce il contenuto e si dichiara: si riporta la lettera del Burlamacchi al gonfaloniere. — Che cosa egli e gli Strozzi intendessero fare di Cosimo duca di Firenze. — Torturato da capo. — Smanie di Cosimo per avere nelle mani il Burlamacchi. — Lettera del duca Cosimo in corte allo imperatore per ottenere il suo intento. — Ferrante Gonzaga governatore di Milano manda un commissario imperiale per rinnovare gli esami del Burlamacchi. — Martoriato da capo: da sè spogliasi e si adatta alla corda. — Minacciato della prova del fuoco, da cui per pietà il commissario si rimane. — Terminato il processo, il commissario torna a Milano con due istanze contrarie: il duca voleva il Burlamacchi, e la Repubblica non glielo voleva dare. — Richiesto a Milano: squisite diligenze per custodirlo e perchè: si consegna con pubblico contratto: è messo in prigione onesta, ma dopo pochi giorni condannato a morte. — Tentativi degli amici e dei parenti del Burlamacchi per liberarlo. — Il Gonzaga dà buone parole; memoriali allo imperatore. — Andrea Doria raccomanda il Burlamacchi allo imperatore. — Per salvare Francesco, spendono in corte i parenti più di 36m. ff. — La moglie del Burlamacchi, la madre e l'amica di Cosimo pregano costui per la salvezza di Francesco, e risposta del duca. — Tentasi la fuga: disdetta onde non potè avere luogo: se vero o verosimile il caso. — Compagni di prigionia; chi fosse il marchese Giulio Cibo Malaspina. — Vengono per la tirannide le vendemmie di sangue: quali le cause che mossero cesare a incrudelire, e tra queste le principali. — Ultimi particolari della vita di Francesco Burlamacchi. — Sua sepoltura; potrebbero rinvenirsene le ossa. — Sebastiano Carletti si salva. — Fine miserabile di Cesare Benedino decapitato 14 anni dopo la congiura. — Commiato dello Autore.

APPENDICE
[Pag. 183.]