PROEMIO.
[Pag. 7.]
Decadenza dei popoli graduata: difficilmente risorgono: e se risorgono, sentono per lungo tempo il sepolcro. — Viltà nostra di che danni operatrice nel secolo decimosesto; diversità che passa tra dominatore che ti regge in casa e dominatore che ti regge di fuori. — I papi prima dominatori, poi soci, all'ultimo aguzzini dei re. — I mutamenti religiosi o sovvertono le condizioni dei popoli o le confermano e perchè: Quello che dapprima Leone X pensasse della riforma. — Cristianesimo in onta alle apparenze di subiezione è ribelle, protestantesimo nonostante la sembianza di ribelle è servile. — Per quali cause gl'Italiani si mostrassero parziali alla riforma religiosa. — Condizioni della virtù militare in Italia durante il secolo decimosesto: molta e a suo danno. — La Italia non può morire, e lo ha dimostrato: circolo delle umane cose se vero; umanità sempre in moto verso il meglio. — Sardanapalo ed Anassarco, e parallelo fra loro. — Immondezzaio moderato che ha avvilito la Italia dal 1859 in poi. — Non avendo nè potendo avere credito da per sè, i moderati sfruttano l'altrui, ma per poco; finchè non si fanno forti su le manette. — Dove, come e perchè il Burlamacchi si avesse la statua, per virtù dei moderati. — Orazione del professore Pacini ed iscrizione bugiarda: fatti che lo provano: verun tiranno si mostrò astioso quanto i moderati in Toscana. — Della setta moderata vuolsi disperso il seme, se intendiamo che la buona morale risorga, senza la quale restaurare la vita del popolo è niente.
CAPITOLO I.
[Pag. 19.]
Dicono Francesco Burlamacchi nato di piccola gente, e non è vero. — Il Dalli canonico ce lo dà per fallito, e perchè; così pure lo Ammirato e lo Adriani per piaggeria al principe; non diversamente il Botta, ma per pecoraggine: giudizio sopra questo scrittore, severo ma meritato. — Antichità della famiglia Burlamacca: donde il suo soprannome per opinione dei cronisti: quale fosse prima. — Questa famiglia, come degli ottimati, e guelfa è cacciata dal popolo; torna in patria, dove si distingue per uomini insigni e tiene sempre luogo onorato fra i maggiorenti. — Sue case e torri, patronati, sepolcri ed armi gentilizie; sostanza dei Burlamacchi, per quali cause scemata. — Francesco mercatante di seta; per ciò lo sfregiano l'Ammirato e lo Adriani. — Fiorentini mercadanti tutti, così i Capponi, e così i Medici, i quali esercitavano la mercatura anco dopo fattisi principi. — Giovanni Bicci presta danaro sul pegno della tiara papale a papa Martino. — Dei genitori di Francesco, dei suoi fratelli e delle loro fortune. — Quali i suoi studi; allora fra semplici artefici s'incontravano con frequenza in Toscana dicitori in prosa ed in rima; stato presente di letteratura deplorabile in Toscana, in Firenze deplorabilissimo. — Fra Pacifico, zio di Francesco Burlamacchi e veneratore di fra Girolamo Savonarola, ne detta la vita; lo difende altresì nel dialogo chiamato Didimo e Sofia; insegna il modo di mettere in cervello l'enormezze romane, educa la gioventù e muore in odore di santo; educatore della gioventù lucchese e di Francesco. — Sue qualità fisiche e morali: chi fosse la sua moglie. — In che età entrasse Francesco nella magistratura; ed indi in poi tenne sempre il maestrato: non cerca mai uffizio, uno sì, e perchè. — Buoni ordinamenti della repubblica lucchese per difendersi dalle insidie dei potentati vicini. — Divisione della città per l'amministrazione e per la difesa, terzieri, gonfaloni e pennoni. — I Burlamacchi del terziere della Sirena adoprano questa immagine per cimiero. — Come ordinate le milizie; quante le armi e quanti gli armati così in città come in campagna; segnali diurni e notturni per convocare le milizie. — Francesco col favore di Giambattista Borrella viene eletto commissario delle armi. Quali i compagni di Francesco in cotesto maestrato, e quali i luoghi alla custodia loro commessi; larghezze del Burlamacchi per attirarsi la benevolenza dei soldati: a quanto sommassero le battaglie di campagna. — Si parla delle imprese felici e delle sventurate, e per quali cause le seconde possano acquistare lode pari alle prime. — Di Focione e del suo giudizio intorno alla guerra lamiaca.
CAPITOLO II.
[Pag. 37.]
Se una legge fissa governi le cose morali e politiche come le fisiche: difficoltà di rinvenirla. — Scienza politica fallacissima e perchè. — Quante volte nei suoi presagi politici sbagliasse il Machiavello; esempio solenne di giudizio errato accaduto ieri. — Burbanza e vanità delle cicalate che appellano Filosofia della storia; sistemi a vicenda divoransi. — Secolo XVI secolo caposaldo; comincia epoca nuova non anco compita: a qual patto i popoli cesserano le guerre. — Ciclo perpetuo dei medesimi eventi presagito dal Machiavello non è fatale: nuovi semi partorirono e partoriranno sempre nuovi frutti. — Speranza e pazienza veraci angioli custodi della vita. — Stato di Europa nel punto della storia nostra: conquiste normanne in Inghilterra: Inglesi conquistano la Francia. — A Carlo VII succede Luigi XI che compone il reame di Francia in arnese di guerra. Prosunzione dei giudici moderni; con quali norme hassi a giudicare dei tempi e degli uomini passati. — Come la religione diventi flagello del consorzio civile: colpe del cattolicesimo pervertitore di morale e impedimento al migliorare della stirpe umana. — Luigi XI morendo non si pente, anzi crede di aver ben meritato della monarchia e di Dio. — Se Ludovico il Moro e le donne di Savoia e di Monferrato fossero unicamente cause che i Francesi calassero in Italia, e sembra di no. — Stato d'Italia per colpa dei suoi principi dispostissima ad essere invasa. — I Francesi l'avrebbero conquistata e tenuta se non era la Spagna; la quale in breve per virtù e per fortuna si costituisce in potente reame. — I reali di Spagna; consentono a starsi in mezzo neutrali perchè Carlo VIII spogli gli Aragonesi di Napoli, poi sotto pretesto di soccorerli vanno a spogliarli essi. — Dura sentenza del Prescott contro la Italia e non giusta. — Tra il re di Francia e il re di Spagna cresce l'odio per la contesa dello impero: prevale la fortuna di Carlo, ch'è assunto imperatore; Francesco I è condannato nelle spese e perde la causa. — Larghezza di stato non fa grandezza. — Lo imperatore non arriva mai a soggiogare la Francia; se ne assegnano le cause diverse interne come esterne. — Carlo V come politico sommette ogni considerazione all'interesse, pure pende per natura al beghino. La libertà di coscienza in Germania si desiderava davvero, pure serviva a colorire il fine della libertà politica. — Pace inopinata di Crespy; in apparenza la Francia ne ha il meglio; vantaggi grandi che ne cava Carlo V. — Opinioni contrarie sopra cotesta pace: anche nelle famiglie dei contraenti genera dissidi. — Misero stato d'Italia. — La Francia procura tregua, non potendo pace, fra lo imperatore e il Turco. — Carlo scarrucola Francesco, e questi non se ne vuole accorgere. — Carlo si volta intero alle cose di Germania: convoca la dieta a Vormazia per istabilire il concilio, il quale abbia a definire le questioni religiose. — Interim che fosse, e quando, ed a quali fini si concedesse. — I Tedeschi cresciuti di forze repugnano a mettere in compromesso il presente loro stato: e poi non hanno sicurezza recandosi a Vormazia: salvocondotto imperiale da non se ne fidare: quando salva e quando no; perse Hus e Girolamo da Praga; difese Lutero ma perchè: parole animose di Lutero recandosi a Vormazia. — Ferdinando re dei Romani sotto apparenze sante nasconde fine scellerato pel quale convoca la dieta a Vormazia. Altri fatti donde i protestanti desumono prova di animo ostile dello imperatore contro di loro; e segnatamente dal caso dello arcivescovo di Colonia. — Si apre il concilio di Trento; con quali intenti di Carlo. — Morte di Lutero; allegrezza dei cattolici e sbigottimento dei luterani; a torto entrambi; le cose apparecchiate, protratte per necessità di tempi poco si offendono per la morte di un uomo. — Paolo papa mette le mani nel negozio dell'arcivescovo di Colonia per arruffare la matassa allo imperatore. — Lo imperatore apre la dieta a Ratisbona; i protestanti vi si presentano per via di mandatari. — Se meriti lode di astuto il contegno tenuto da Carlo in cotesta congiuntura. — Trattato dello imperatore col papa, e patti della lega: girandole di Carlo e stizza del papa che si vede rubare il mestiere. — La Germania va in fiamme: apprestansi armi a combattere. — I Veneziani dissuadono il papa di porgere aiuto allo Imperatore, e buone ragioni che ne danno, ma invano. — Tradimento di Maurizio di Sassonia a carico del suocero e del cognato. — Conchiudonsi nozze, come sempre, favorevoli a casa di Austria. — Iattanze del langravio: numero stupendo di milizie raccolte. — Dannose dimore e peggio che inutili proposte dei luterani a Carlo; il quale, montato in furore, senza consultare la dieta, gli mette al bando dello impero. — I principi mandano l'araldo a intimare la guerra contro lo imperatore ed a protestare contro il bando. — Così le armi dello impero ingaggiate in guerra piena di pericolo, ottima la occasione per tentare novità in Italia, il Burlamacchi poi uomo da volere e sapere cogliere la occasione.
CAPITOLO III.
[Pag. 67.]
Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato, nè la storia li dichiara tutti: quanti stati il padre gli procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi: se avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri. — Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche aristocratiche: durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile. — Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino. — Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità. — Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato: mutazione del reggimento verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi. — Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni. — Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta di Santoviene, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. — Caso del Bellarmati o di suprema virtù o di avarizia suprema. — I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità grande che avevano per andare cauti: pure screzio tra nobili e popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. — Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi; invia a Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. — Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. — Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez e viene a patti. I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti. — Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che, inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi. — Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione; ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse, si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per parte degl'imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. — Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari, che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne, mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce il papa, è licenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna, che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena, per interposizione dello imperatore, lascianla stare. — don Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena: tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto. — I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè concorra alle feste e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. — I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi. — Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.
CAPITOLO IV.
[Pag. 113.]
Stato di Lucca nei tempi medii pari a quello delle altre terre toscane: i servi si ribellano contro i feudatari e costituscono il comune. — Imperatore e papa, considerati fonte di autorità nel mondo, talora facevano approvare dallo imperatore gli eletti dal popolo, talora no. — A Lucca i supremi magistrati appellavansi anziani: potestà, capitano del popolo e sindaco che fossero, che facessero, quanto durassero, donde si traessero. — Se ai consigli partecipasse il popolo intero. — I consigli erano due in Lucca e da cui presieduti. — Consiglio di credenza che fosse. — Le tasche dove s'imborsavano i cittadini eligendi quante fossero, e chi vi mettessero. — Agl'imperatori non cale la cessazione dei feudatari a patto di redarne i diritti a carico del popolo. — Lo impero sostenne fino all'ultimo feudi imperiali le repubbliche toscane. — Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani vicarii imperiali a Lucca. — Motto acerbo dell'Alighieri, contro Uguccione. — Digressione intorno a Castruccio, e quante miserie nella sua prosperità apparecchia alla sua patria ed alla sua discendenza. — I Tedeschi lasciati da Ludovico il Bavaro mettono Lucca allo incanto: la compra lo Spinola mercante genovese, che la tiene poco e male; subentrano al dominio di Lucca uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, i Rossi di Parma e gli Scaligeri, finalmente i Pisani nemici acerbissimi ai Lucchesi. — I Fiorentini si vendicano su Lucca delle ingiurie di Castruccio: in mezzo a questi tramestii le forme repubblicane non mutano: forme politiche non rilevano se manchi la sostanza della libertà. — Carlo IV vende la libertà ai Lucchesi; a quali patti ed a che prezzo. — I Lucchesi diventano fittaioli dello impero; poi con diuturna industria anco vicarii. — I nobili non vonno compagnia nel governo della repubblica, e il popolo li caccia via dai maestrati non già dalla città: rimedio unico per purgare gli stati dalle consorterie. — Legge proposta da Francesco Guinigi buona o trista secondo i tempi e gli uomini, e tuttavia necessaria. — Giovanni degli Obizzi e come rintuzza la improntitudine sua. — Statuto del 1372 nè libero nè tiranno, e seme di rancori. — Il maestrato dei conservatori della libertà prima si riforma, poi per la morte del Guinigi si cassa; gli surrogano l'ufficio dei Commissari di Palazzo, ma ad altro fine. Principia lo screzio fra i Forteguerra ed i Guinigi; moto dell'Obizzi spento nel sangue. — I Forteguerra esclusi dai maestrati. — Il senato s'industria rimediarci e come. — Bartolomeo Forteguerra viene alla prova delle armi; è vinto. — Il gonfaloniere Forteguerra da Forteguerra messo alle coltella. — Lazaro Guinigi si fa tiranno: instituisce una maniera di governo oligarchico d'interessi materiali. — Lazaro è ammazzato dal nipote di Bartolomeo Forteguerra, ma i Guinigi non cascano, anzi Paolo Guinigi si fa tiranno assoluto; sua viltà e sua avarizia; pure ha la Rosa di oro da Roma. — I Lucchesi lo combattono, lo vincono, lo condannano a morte; poi lo mandano prigione a Pavia, dove muore. — Riforma dello stato. — Pietro Cenami gonfaloniere, procedendo rigido più che non conveniva, è ammazzato: vendetta che ne pigliano i Lucchesi. — Nuove congiure. — Michele Guerrucci per non avere con che pagare le multe è decapitato. — Legge del discolato che fosse: ragione dei provvedimenti straordinari che gli stati pigliano nelle vere o credute necessità; e quando giovino, e quando no. — Condizioni della signoria di Lucca di faccia allo impero: privilegio di Carlo IV, impronta pitoccheria di Massimiliano I in contrasto con l'avara tenacità dei Lucchesi; per ultimo Massimiliano sbracia privilegi; Luigi XII anch'egli vuole quattrini per non far male. — Carlo V, e nuovo mercato per Lucca dovendo le concessioni imperiali finire con la persona che le fa. — Caso festevole avvenuto fra Massimiliano ed i Lucchesi per cagione di 1000 scudi. — Lucca reputata sempre feudo imperiale. — Nuovi tumulti provocati dai Poggi: origine prima del tumulto il benefizio di Santa Giulia; l'Orafo creatura dei Poggi malmena la famiglia del vescovo. — I Poggi ammazzano il gonfaloniere Vellutelli; feriscono Piero e Lazaro Arnolfini: vogliono imporre gonfaloniere Stefano da Poggio, gli anziani rifiutano. — Cittadini armansi a sostenere gli anziani; questi, per tôrre i capi ai sediziosi, li perdonano, contro gli altri procedono: diversità tra Genova e Lucca in proposito, se e quanto meriti lode per questo. — Tumulto degli Straccioni e perchè chiamato così. — Cause del tumulto. — Oligarchia borghese e suo scopi miserrimi; esclusione dei cittadini dalle magistrature; riforme intorno allo statuto dell'arte della seta ed angherie ai tessitori; comincia il subbuglio: gli anziani, come suole, non cedono poco in tempo per cedere troppo inopportunamente. — Adunanza popolare nel convento di S. Lucia; e quello che ci si discorse: che cosa si deliberasse di domandare. — Cenami gonfaloniere ben disposto a concedere le cose richieste. — Feroci parole di Fabbrizio dei Nobili rimettono in compromesso la pace. — Di nuovo il popolo si aduna, ma non ingiuria persona. — Anziani mandano pacieri, e sono accolti male, i tumultuanti domandano pane; pure si viene a patti, e sembra composto lo screzio. Chi soffia dentro perchè lo incendio rinfocoli. — Cagioni di querele manifestate. — Si riforma il reggimento, nuove concessioni al popolo, e non si conchiude nulla: ne sono cagione i giovani scapestrati, principalmente quelli che avevano cessato il mestiero delle armi. — Malefizi dei giovani insofferenti di ogni freno. — Partiti larghi sono vinti dal consiglio per calmare gli spiriti, che non si quietano, ormai ostinati a vivere licenziosamente. — Congiura di cittadini a Forci presso i Buonvisi per occupare la città alla sprovvista e restituirci, come oggi si direbbe, l'ordine, e non riesce. — Pericolo che corre la città: i popolani spartisconsi; chi vuole sangue, chi no: nel contrasto non si fa niente, pure bisogna piegare davanti la volontà dei popolani, provvisioni su le chiavi della città. — Guardia alle porte dei più avventati. — I cittadini abbandonano la città: bandi per impedirli; i popolani pigliano le merci e i beni che tentano scansare dalla città. — Il maestrato propone uscire di palazzo e abbandonare lo stato: pietà di siffatto partito; un popolano si oppone, e rimette il cuore in corpo agli anziani profferendosi difenderli a tutt'uomo. — Preci solenni e processione statuita per ricondurre gli animi alla concordia; singolarità della processione; i preti tirano l'acqua al loro mulino. — Dio pei preti è trino in cielo e quattrino in terra; gli aiuti divini o si fanno aspettare troppo o non giovano. — Signoria nuova, di cui fa parte Francesco Burlamacchi; partiti risoluti che piglia. — Festa della Libertà; la manda all'aria un popolano: conseguenze di cotesto scompiglio. — Nuove risoluzioni della Signoria proposte dal Burlamacchi; la plebe si ribella, che di un tratto si avventa alle case dei Buonvisi per abbatterle; parte di plebe contrasta, ne seguita una terribile zuffa: prevalgono i demolitori, che vanno per le artiglierie; i Buonvisi mostrano i denti alla bordaglia, che li lascia stare; nella notte però essi lasciano la città. — Assemblea universale per provvedere ai bisogni presenti; donde venga che pii uomini talvolta sono sapienti e animosi stando da sè soli, messi in mucchio diventano stolti e codardi: deliberazioni gravissime dell'assemblea vinte per virtù di popolani appartatisi dai licenziosi. — I partigiani dei ribelli, impediti di uscire dalle porte gittansi dalle finestre per avvisare gli amici, i quali corrono alle armi e tornano ad assediare il palazzo. — Gli assediati resistono. — Le leggi contro i sediziosi sono vinte. — Alberto da Castelnuovo vuol mandare all'aria il palazzo e non riesce per miracolo. — Gli assediati inviano a sonare a stormo perchè le compagnie delle bande cittadine traggano a liberarli; ma prima che vengano ingaggiano battaglia con quei del cortile; li finivano tutti, dove i sediziosi per tema di essere presi tra due fuochi non uscivano a guardare gli sbocchi delle strade. — I sediziosi cacciati dagli sbocchi, i difensori della Signoria si sparpagliano per la città; di ciò i sediziosi accortisi, fanno testa e tornano ad occupare il cortile: trista condizione degli anziani rimasti in palazzo: i Buonvisi fanno massa a monte San Quilico, ma gli anziani non sanno come avvisarlo; per devozione di Lunardo Pagnini sono avvertiti i Buonvisi; il difficile sta nello introdurli a Lucca. — Fede di prete Bastiano da Colle che si profferisce portare la chiave di porta San Donato affinchè sieno intromessi: avventure e disdette di prete Bastiano; finalmente trova Taddeo Pippi e si apre con lui: favore del Pippi, che si acconta col Dini, e per diverse vie si accordano di far capo a porta San Donato. — Orazione di Martino Buonvisi prima di muovere per Lucca. — Casi che ritardano e imbrogliano il cammino: il fiume con non poco travaglio è guazzato. — Consigli diversi di scalare le mura, o di ardere le porte: vanno a pigliare lingua a porta San Pietro, tornano assicurati si aprirà, tantosto la porta san Donato. — Prestanza di Vincenzo da Puccio; finalmente schiusa la porta, il Buonvisi co' seguaci suoi sono intromessi. — Modestia del Buonvisi. — Descrizione dello ingresso. — Argutezze di Meuccio cuoiaio. — La sedizione vinta. — Fuga di alcuni sediziosi e morte di altri. — Acclamazioni al Buonviso; e grave riprensione del gonfaloniere, a cui egli risponde umanamente. — Crudeltà esercitate dai vincitori: condanne di morte, carceri ed esilii. — Il commissario imperiale tradisce i commessi alla sua fede. — Due preti giustiziati. — I poggeschi di nuovo perseguiti; altri preti più avventurati scappano. — Nuove vendette patrizie. Parallelo fra i rivolgimenti di Lucca e di Siena, e si adducono le ragioni per le quali compariscono diversi fra loro. — È mortale la paura che fai al potente comechè in suo benefizio. — Leggi predisposte a instituire la oligarchia lucchese. — Congiura del Fatinelli e del Baccigalupo: loro supplizio. — Stato degli animi di Lucca inchinevoli a novità, epperò a favorire il moto del Burlamacchi.